Vincenzo Consolo

scrittore e saggista italiano (1933-2012)

Vincenzo Consolo (1933 – 2012), scrittore, giornalista e saggista italiano.

Vincenzo Consolo (2010)

Citazioni di Vincenzo Consolo

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  • A Palermo la rossa, a Palermo la bambina. Rossa, Palermo, come immaginiamo fosse Tiro o Sidone, fosse Cartagine, com'era porpora dei Fenici; di terra rossa e grassa, con polle d'acqua, da cui alto e snello, pieghevole ai venti, s'erge il palmeto fresco d'ombra, eco e nostalgia di oasi, verde: moschea, tappeto di ristoro e di preghiera, immagine dell'eterno giardino del Corano. Bambina perché dormiente e ferma, compiaciuta della sua bellezza, perché da sempre dominata da stranieri, e dominata soprattutto dalla madre, la fatale madre mediterranea che blocca i figli in un'eterna adolescenza. S'adagia, rigogliosa e molle, su una felice conca... (da La Sicilia passeggiata)
  • Adesso odio il paese, l'isola, odio questa nazione disonorata, il governo criminale, la gentaglia che lo vuole... Odio finanche la lingua che si parla...[1]
  • Chi ha uso di ragione, possesso di cognizione, sa che la mafia, questa mala pianta, questo olivastro infestante e devastante, è nata in Sicilia per il ritardo storico in cui l'isola è stata tenuta, per l'ingiustizia a danno di essa costantemente perpetrata, da dominazioni, governi, da ottuse cieche caste di privilegio e sopruso; sa che in Sicilia la mafia si è sviluppata con l'abbandono, con l'assenza dello Stato, con la connivenza, l'aiuto di regimi politici, di poteri statali insipienti o corrotti.[1]
  • [Su Lucio Piccolo] Così, nel poeta, convivono due anime, quella palermitana, spagnola, barocca, delle vecchie chiese, dei conventi, degli oratori, tutta scenografia interna che fa da sfondo alla sua infanzia-adolescenza; e quella messinese, greca, della campagna, della natura, scenografia esterna che fa da sfondo alla sua giovinezza-maturità, ma che egli riduce -è bene dirlo- sempre alla cifra barocca.[2]
  • Costruito, San Fratello, nell'Alto Medio Evo, dalle truppe mercenarie raccolte nella Valle Padana (ma questo non bisogna farlo sapere a Bossi) da Ruggero il Normanno per la riconquista. Queste truppe di mercenari si erano stabilite in Sicilia formando le cosiddette colonie lombarde (Nicosia, Aidone, Piazza Armerina, Francavilla, Novara di Sicilia e San Fratello, appunto). Colonie chiuse che hanno conservato le loro tradizioni lombarde, i loro costumi e, soprattutto, la loro lingua, il gallo italico o mediolatino. San Fratello è stata la più tipica e la più chiusa di queste colonie. Paese di pastori, di carbonai e di contadini, che aveva la sua ragione di vita nel ricco bosco adiacente al paese, il bosco della Miraglia, che fa parte del Parco dei Nebrodi, ricco di faggi, cerri, querce. La fine del mondo contadino degli anni Cinquanta, Sessanta, ha fatto crollare l'economia di San Fratello e costretto molti dei suoi abitanti ad emigrare. Emigrare dove? In Lombardia naturalmente, come in una sorta di richiamo ancestrale. C'è stata una trafila migratoria in Val Ceresio, nei paesi soprattutto di Saltrio e Viggiù.[3]
  • Credo che l'emigrazione sia veramente il cammino delle civiltà. Tutte le grandi civiltà si sono infatti formate attraverso le emigrazioni, a partire da quella greca.[4]
  • Cu voli puisia venga 'n Sicilia ha cantato il poeta dialettale Ignazio Buttitta. Sì, tutti poeti noi siciliani; da sempre, e in quei saloni di Palazzo dei Normanni in cui attorno allo Stupor mundi, a Federico II, nacque la Scuola poetica siciliana, si muovono oggi i nuovi poeti, gli assessori della nuova giunta di Raffaele Lombardo.[5]
  • Ed è Palermo, la fastosa e miserabile Palermo, con i suoi palazzi nobiliari che imitano le regge dei Borboni tra i «cortili» di tracoma e tisi, con le ville-alberghi in stile moresco-liberty di imprenditori come i Florio che s'alzavano sopra i tetti dei tuguri; la Palermo delle strade brulicanti d'umanità come quelle di Nuova Delhi o del Cairo e dei sotterranei dei conventi affollati di morti imbalsamati, bloccati in gesti e ghigni come al passaggio di quello scheletro a cavallo e armato di falce che si vede nell'affresco chiamato Trionfo della morte del museo Abatellis.[6]
  • Fra tutte le colonie lombarde, quella che ha più mantenuto costumi e lingua è stata San Fratello, San Filadelfio in origine, costruita sul cocuzzolo di una montagna di 700 metri, vicina all'antica città siculo-greca Apollonia e quindi bizantina Demena (da cui prese il nome il Valdemone).[7]
  • Frequentai Piccolo per anni, andando da lui, come per un tacito accordo, tre volte la settimana. Mi diceva ogni volta, congedandomi: "Ritorni, ritorni, Consolo, facciamo conversazione". E la conversazione era in effetti un incessante monologo del poeta che io ascoltavo volta per volta ammaliato, immobile, nella poltrona davanti a lui. Era per me come andare a scuola da un grande maestro, a lezione si letteratura, di poesia, impartita da un uomo di sterminata cultura.[8]
  • Il problema della lingua è stato agitato da parecchi scrittori della nostra letteratura: Leopardi, ad esempio, guarda oltralpe, afferma che il francese tende all'unità, è una lingua che si è geometrizzata a partire dall'epoca di Luigi XIV, mentre in Italia esistono un'infinità di lingue. La Francia ha "perso l'infinito" che aveva in origine, mentre l'Italia lo ha mantenuto, ha mantenuto cioè la possibilità di alimentare la propria lingua attraverso l'apporto delle parlate popolari, dei dialetti.[4]
  • Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all'interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta d'addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca. (da Le pietre di Pantalica, p. 179)
  • La mia terra, l'isola, la Sicilia, è una terra estrema, che ha sempre, da una parte, persone non felici socialmente, che, spinte dalla necessità, sono state portate ad emigrare; ma questo non solo dalla Sicilia, ma da tutto il meridione, come voi sapete, e anche da zone depresse di questo Veneto. Però da parte degli intellettuali, degli scrittori c'è sempre stata, se non la necessità, il desiderio di arrivare al centro, di lasciare questa periferia incerta, cercando un centro che in volta in volta si identificava in Roma, in Firenze, ma soprattutto in Milano.[9]
  • La Sicilia è la metafora dell'Italia. Come diceva Ignazio Buttitta "a Sicilia puoitta a banniera".[10]
  • Le parole sono pietre — mai titolo di libro fu più felicemente duro e capace di colpire — è il frutto di un viaggio in Sicilia in tre tempi: nel 1951, nel 1952 e nel 1955, anno, questo stesso, in cui fu pubblicato per la prima volta. [...] Ultimo, allora, di una lunghissima e illustrissima schiera di viaggiatori in Sicilia, viaggiatori che spesso, in questa terra antica e composita, enormemente stratificata, sono stati ingannati o fuorviati da superfici arditamente colorate o da monumentalità incombenti, fino a giungere qualche volta allo smarrimento (come successe a quel povero inglese di nome Newman, divenuto poi cardinale, che dalla Sicilia scappò confuso e febbricitante), ultimo, dicevo, Levi, non ha distrazioni e incertezze.[11]
  • [Parlando delle proprie scelte lessicali] Non sono però parole inventate, ma reperite, ritrovate. Le trovo nella mia memoria, nel mio patrimonio linguistico, ma sono frutto anche di mie ricerche, di miei scavi storico-lessicali. Sin dal primo libro sono partito da una estremità linguistica, mi sono collocato, come narrante, in un'isola linguistica, in una colonia lombarda di Sicilia, San Fratello, dove si parla un antico dialetto, il gallo-italico. È quella stessa particolarità storico-linguistica avvertita da Sciascia.[12]
  • Quando tornai, in estate, andai an­cora a trovare Piccolo. «Cosa dicono di me a Milano, co­sa dicono?» mi chiese subito. Niente, non dicevano nien­te. Piccolo, dopo la curiosità suscitata al suo esordio, e dopo essere stato trascinato nel ciclone del Gattopardo, era bell'e dimenticato: altri miti, altre scoperte andava fabbricando per più rapidi consumi l'industria culturale.[13]
  • Quel passaggio dalla lingua al dialetto che era stato un bisogno e una scelta, metteva De Vita accanto ai confrères, ad altri poeti in dialetto che per rigore, per ripudio d'una lingua dominata, saccheggiata, s'era fatta impraticabile, metteva De Vita accanto a Zanzotto, Loi, Bandini. Ci sembrano, questi poeti in dialetto, i veri poeti della fine. Ci fanno pensare a quei poeti e scrittori che presentendo la caduta di Bisanzio, la fine del mondo di una cultura – Michele Psello, Anna Comnena, Teodoro Prodromo, Eustazio di Tessalonica... – si misero a scrivere in greco classico, in lingua attica.[14]
  • Questa cultura della difesa dei cani ad oltranza porta ad adorarli in un modo decisamente meno sano che nella cultura contadina.[15]
  • Qui a Milano le stesse persone che camminano per la città portando i cani in braccio poi non si trattengono dall'insultare gli extracomunitari.[15]
  • S'accostò al leggio e, nel silenzio generale, tolse il panno che copriva il dipinto. [Ritratto d'ignoto marinaio]
    Apparve la figura d'un uomo a mezzo busto. Da un fondo verde cupo, notturno, di lunga notte di paura e incomprensione, balzava avanti il viso luminoso. Un indumento scuro staccava il chiaro del forte collo dal busto e un copricapo a calotta, del colore del vestito, tagliava a mezzo la fronte. L'uomo era in quella giusta età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della giovinezza, s'è fatta lama d'acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente nell'uso ininterrotto. L'ombra sul volto di una barba di due giorni faceva risaltare gli zigomi larghi, la perfetta, snella linea del naso terminante a punta, le labbra, lo sguardo. Le piccole, nere pupille scrutavano dagli angoli degli occhi e le labbra appena si tendevano in un sorriso. Tutta l'espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell'increspatura sottile, mobile, fuggevole dell'ironia, velo sublime d'aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà. Al di qua del lieve sorriso, quel volto sarebbe caduto nella distensione pesante della serietà e della cupezza, sull'orlo dell'astratta assenza per dolore, al di là, si sarebbe scomposto, deformato nella risata aperta, sarcastica, impietosa o nella meccanica liberatrice risata comune a tutti gli uomini.
    Il personaggio fissava tutti negli occhi, in qualsiasi parte essi si trovavano, con i suoi occhi piccoli e puntuti, sorrideva a ognuno di loro, ironicamente, e ognuno si sentì come a disagio.[16]
  • Tutti dovettero avere una grande superbia, un grande orgoglio, un alto senso si sé, di sé come individui e di sé come comunità, se subito dopo il terremoto vollero e seppero ricostruire miracolosamente quelle città, con quelle topografie, con quelle architetture barocche: scenografiche, ardite, abbaglianti concretizzazioni di sogni, realizzazioni di fantastiche utopie. Sembrano nei loro incredibili movimenti, nelle loro aeree, apparenti fragilità, una suprema provocazione, una sfida ad ogni futuro sommovimento della terra, ad ogni ulteriore terremoto; e sembrano insieme, le facciate di quelle chiese, di quei conventi, di quei palazzi pubblici e privati, nei loro movimenti, nel loro ondeggiare e traballare "a guisa di mare", nel loro gonfiarsi e vibrare come vele al vento, la rappresentazione, la pietrificazione, l'immagine, apotropaica o scaramantica, del terremoto stesso: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l'oscuro in luce, l'orrore in bellezza, l'irrazionale in fantasia creatrice, l'anarchia incontrollabile della natura nella leibniziana, illuministica anarchia creatrice; il caos in logos, infine. Che è sempre il cammino della civiltà e della storia. (da Il barocco in Sicilia)
  • Un uomo, don Pino [Puglisi] in lotta contro i non uomini, i mafiosi e i sicari del quartiere, per salvare i bambini e i ragazzi da un destino di violenza, di illegalità, di miseria e ignoranza, di inciviltà.[1]

Di qua dal faro

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  • E non poteva che nascere qui, nel capoluogo di questa regione di apicoltori, non poteva che formarsi a Siracusa il ceroplasta del Settecento Gaetano Zumbo, le sue impressionanti cere anatomiche e le sue raccapriccianti scene de La peste, Il trionfo del tempo, La corruzione dei corpi, Gli effetti della sifilide non sono che immagini di rigidità, di livore (come quello del corpo della santa nel Seppellimento di Santa Lucia dipinto da Caravaggio a Siracusa) e di disfacimento dovuti alla morte. (da Gli alveari di Verga, p. 131)
  • L'uomo rimasto prigioniero dentro la giara è una delle trovate sceniche, visive e gestuali, più felici del teatro pirandelliano. Saracena è la giaragiarrat – e saraceno quel conciabrocche dentro, ladro (involontario) della roba altrui, su cui volentieri don Lollò, nella sua furia, butterebbe dell'olio bollente. (da L'ulivo e la giara, p. 161)
  • Amava il disegno, Sciascia, le gravures, acqueforti e puntesecche, che, con il loro segno nero si potevano accostare alla scrittura, erano anzi per lui un'altra affascinante forma di scrittura, simile allo scrivere che è "imprevedibile quanto il vivere". (da Le epigrafi, p. 201)
  • Sì, su un piano di squisita, stilizzata grazia, tra una pausa e l'altra dello spettacolo, dietro il sipario, o nella campanelliana stasi metafisica d'un museo che sia soltanto luogo d'esposizione di sagome disarticolate i pupi possono presentarsi. Ma al di qua di quel piano, in un teatro o in un museo che sia d'esposizione e di spettacolo, com'è quello di Palermo, i pupi rientrano nel loro piano naturale di parola e movimento, di gesta eroiche e spaccone. Grazie al puparo, a quel dio invisibile che muove aste, fili e destini, modula voci, imprime cadenze e cesure, decreta vittorie sconfitte, dà vita e morte: svolge l'epopea continua, il nastro dei sogni, la popolare poesia di luccichii e frastuoni. (pp. 241-242)
  • Un altro grande spagnolo si imbatte in personaggi, in eventi siciliani: Lope de Vega. Scrive la Comedia famosa del santo negro Rosambuco de la ciudad de Palermo. Il santo negro, "más prodigioso", era il fraticello laico, figlio di uno schiavo moro, Benedetto Manasseri. Era stato "inventato" dai francescani a favore dei mori battezzati, in opposizione al potere dei "bianchi" inquisitori domenicani e all'orgoglio, al riscatto dei "cristiani vecchi", sui quali avrebbe ironizzato Cervantes nel Retablo de las maravillas e nel Quijote. San Benito diverrà popolare tra i mori e i poveri d'America, rimbalzerà, per le prodigiose vie della letteratura, da Lope de Vega a Borges: darà nome a quel quartiere Palermo o San Benito de Palermo di Buenos Aires, la Palermo "di coltelli e di chitarre", il quartiere di Evaristo Carriego. (da La retta e la spirale, p. 259)

Da La Trezza

in Giovanni Verga, I Malavoglia (1881), introduzione di Carla Riccardi, con un saggio di Vincenzo Consolo, Mondadori, Milano, 1983. ISBN 88-04-52519-3

  • E simile a quella del poeta di Recanati [nella poesia La ginestra] crediamo sia la visione di Giovanni Verga: di una natura matrigna, avversa e minacciosa, della sua aridità e desolazione, del suo aspetto di tempesta pietrificata, dell'impotenza dell'uomo, del suo fatale, ricorrente scacco, della fragilità sua di formica che il caso ha posto sotto il cratere d'un vulcano, nell'irredimibilità dell'esistenza. (p. 275)
  • Acitrezza, La Trezza, 'A Trizza, la treccia, l'intreccio. Forse nessun romanzo moderno è così privo d'intreccio – v'è una ripetizione ossessiva di sciagure come per spietato gioco del caso o per accanimento divino –, nessuna narrazione è così priva di romanzesco come I Malavoglia. Un poema narrativo, un'epica popolana, un'odissea chiusa, circolare, che dà il senso, nelle formule lessicali, nelle forme sintattiche, nel timbro monocorde, nel tono salmodiante, nei proverbi gravi e immutabili come sentenze giuridiche o versetti di sacre scritture, Bibbia, Talmud, Vangelo o Corano, dà il senso della mancanza di movimento, dell'assenza di sviluppo, suggerisce l'immagine della fissità: della predestinazione, della condanna, della pena senza rimedio. (p. 281)

Le pietre di Pantalica

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  • Arrivammo a Pantalica, l'antichissima Hybla, ci arrampicammo su per sentieri di capre, entrammo nelle tombe della necropoli, nelle grotte-abitazioni, nei santuari scavati nelle ripide pareti della roccia a picco sulle acque dell'Anapo. Il vecchio parlava sempre, mi raccontava la sua vita, la fanciullezza e la giovinezza passate in quel luogo. Mi diceva di erbe e di animali, dei serpenti dell'Anapo, e di un enorme serpente, la biddina, fantastico drago, che pochi hanno visto, che fàscina e ingoia uomini, asini, pecore, capre. Fermo sulla soglia, sotto l'arco d'una grotta, tra la luce e l'ombra, lo guardavo questo vecchio sopravvissuto, la faccia nera e rugosa, le grosse mani terrose, e mi sembrava che, dopo millenni, uscisse in quel momento dal fondo buio della grotta, estraneo, remoto, metafisico.
  • Ma che siamo noi, che siamo?... Formicole che s'ammazzano di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo. In fila avant'arriere senza sosta sopra quest'aia tonda che si chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro' di uno, due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra sopra un gran frantumo d'ossa. E resta, come segno della vita scanalata, qualche scritta sopra d'una lastra, qualche scena o figura.[17]
  • Ignazio si mise a raccontare la vita di Rosa, la cantante popolare, una vita di disgraziata, di emarginata; di Rosa che accoltella il marito; di Rosa, sagrestana in una chiesa, che ruba i soldi dalla cassetta delle elemosine e scappa a Firenze per assistere al funerale del padre morto impiccato; della forza di Rosa, della vitalità di Rosa. (da Malaphorus, p. 109)
  • Uccello si chiamava e somigliava a un uccello. Era piccolo e magro, la testa aveva minuta, sormontata da un ciuffetto di capelli fini e bianchi, l'occhio tondo e vivace, le guance incavate, un naso affilatissimo, le labbra sottili, il mento a punta. Una vocetta fine poi, melodiosa. Antonino Uccello era canario, cardello e codatremula. Era poeta non laureato, ma aveva pubblicato vari libretti di versi preziosi e delicati. Era maestro e per questo s'era fatto piccione migratore, nel '47 si era trasferito a Cantù, nella Brianza. (da La casa di Icaro, pp. 119-120, 1990)

Nottetempo, casa per casa

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  • «Non è fiera o festa di santo, è qualcosa al di fuori del lunario, un convegno di gente per la corsa dei carri che dalla costa, da Campofelice, Bonfornello vanno su per la Cerda, Sclàfani, Caltavuturo... C'è un grande apparecchio di palchi e c'è pure lo spiazzo del mercato» disse Gandolfo Allegra al figlio Stefano, e il suo occhio baluginava alla fiamma del lume al pari della lama del trincetto. «Targa Florio si chiama.» (pp. 129-130)
  • Al luogo del TRAGUARDO - XIIª TARGA FLORIO erano transenne, palchi, tribune con pinnate pennoni gonfaloni bandiere impavesate, reclami di BENZINA SUPERIORE LAMPO, PNEUS PIRELLI, ISOTTA FRASCHINI, CEIRANO, MARSALA FLORIO, SECURITAS, VEEDOL, ANSALDO... Ogni luogo era già affollato di gente venuta d'ogni dove, soprattutto dalla capitale, persone civili, ricche, noblesse di Palermo che significava della Sicilia, bellissime signore in grandi paglie chapeaux-jardins velo sulla faccia, con ombrellini che tenevano con grazia tra le dita come il gambo d'un fiore di tela e taffetà, signori con baschi pagliette bastoncini, e in strane divise militari, la rinomata banda di Petralia Soprana bianca e sfavillante negli ori bottoni alamari, negli ottoni dei piatti delle trombe. Ma c'era anche, sparso per i clivi, per lo spiazzo, il popolino basso, villani delle contrade, dei paesi intorno, Scillato Tremonzelli Borragine Aliminusa Sciara... (pp. 130-131)
  • [Sulla Targa Florio del 1921] Un'automobile, con scoppi, con stridori, con rimbombi, girando e girirando su per i tornanti, si presentò infine là davanti in una nuvola di polvere, di fumo, con due uomini dentro in giacconi di pelle e mascherati che salutavano festanti con la mano. [...] «Sailer!» urlavano dalle tribune, al passaggio delle vetture. «Masetti! Campari! Landi! Ceirano!...» Le signore agitavano per saluto e complimenti ombrellini ventagli e fazzoletti. (p. 132)
  • [Sulla Targa Florio del 1921] La corsa finì da lì a poco e fu vinta dal conte Giulio Masetti con la Fiat numero 28, superando per poco il tedesco Sailer sopra la Mercedes. «Masetti, Masetti! Viva l'Italia!» e scendono dai palchi, dalle colline, superano barriere, invadono la strada, prendono il pilota, lo portano in trionfo.

Retablo

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Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha ròso, il mio cervello s'è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia. Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d'opalina, e l'aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi. Rosa che punto m'ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore. Lia che m'ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell'inferno che credea divino, lima che sordamente mi corrose l'ossa, limaccia che m'invischiò nelle sue spire, lingua che m'attassò come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell'alma mia, liquame nero, pece dov'affogai, ahi!, per mia dannazione. Corona di delizia e di tormento, serpe che addenta la sua coda, serto senza inizio e senza fine, rosario d'estasi, replica viziosa, bujo precipizio, pozzo di sonnolenza, cieco vagolare, vacua notte senza lume, Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?

  • Girai per vichi, per strade, per piazze, del Borgo, della Kalsa. Ricorsi infine alla locanda, a sfogarmi col buono don Fabrizio, che già sapeva la storia mia, la passione ardente per quella Rosalia. Non c'era. Mi dissero i valletti ch'era andato in San Lorenzo. Corsi a quell'oratorio in via Immacolatella, proprio dietro la chiesa del convento mio. Entrai: mi parve d'entrare in paradiso. Torno torno alle pareti, in cielo, sull'altare, eran stucchi finemente modellati, fasce, riquadri, statue, cornici, d'un color bianchissimo di latte, e qua e là incastri d'oro zecchino stralucente, festoni, cartigli, fiori e fogliame, cornucopie, fiamme, conchiglie, croci, raggiere, pennacchi, nappe, cordoncini... (p. 23)
  • [Sull'Oratorio di San Lorenzo di Palermo] Eran nicchie con scene della vita dei santi Lorenzo e Francesco, e angeli gioiosi, infanti ignudi e tondi, che caracollavan su per nuvole, cortine e cascate, a volute, a torciglioni. Ma più grandi e più evidenti eran statue di donne che venivano innanti sopra mensolette, dame vaghissime, nobili signore, in positure di grazia o imperiose. Ero abbagliato, anche per un raggio di sole che, da una finestra, colpendo la gran ninfa di cristallo, venia ad investirmi sulla faccia. (p. 23)
  • La causa vera [del viaggio] è lo scontento del tempo che viviamo.
  • Mi diede poi convegno, il Serpotta, per il domani, all'oratorio della Compagnia di san Lorenzo, in via Immacolatella, per ammirare le sue scolture in stucco, un Presepio coi santi Francesco e Lorenzo, un angiolo a mezz'aria e una cruda luce spiovente che squarcia il bujo, posto sull'altare, fra due lesene a stucco, sotto un fastigio d'angioli, e un san Francesco in gloria, del forte artista de la Lombardia, di Caravaggio, da la vita raminga, scellerata, finito in malo modo presso Roma, Michel'Angelo Merisi. (p. 148)

Ah, io mai, io mai! Far finire nell'odio e nel dolore il nostro amore. Fu per questo che scappai, ch'accettai questa parte dell'amante, questa figura della mantenuta. Bella, la verità. E ora che la sai, la verità, se la capisci, fatti saggio, Isidoro, ritorna virtuoso. Chiedi perdono al padre guardiano, rientra nel convento. Saperti ancora monaco mi dona contentezza. Monaco tu e monaca io, nel voto e nel ricordo del nostro grande amore. Addio, Isidoro, io parto. Addio. E per l'ultima volta, come quella notte: dolce sangue mio.

Incipit de Il sorriso dell'ignoto marinaio

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E ora si scorgeva la grande isola.[18]

  1. a b c Da Nottetempo, casa per casa; citato in Corrado Stajano, Vincenzo Consolo, scritti sulla mafia, Corriere.it, 17 settembre 2017.
  2. Da Delle cose di Sicilia, Palermo, Sellerio, 1986; riportato in Le 9 liriche del grande Piccolo Vincenzo Consolo, VincenzoConsolo.it, marzo 2002.
  3. Da La metafora di San Fratello, Il Manifesto, 17 febbraio 2010.
  4. a b Da un'intervista per il Corriere di Como, 19 novembre 1997; riportata in La Sicilia comasca di Consolo nei "Meridiani", VincenzoConsolo.it.
  5. Da Poeti di Sicilia, il Manifesto, 23 settembre 2009; riportato in Poeti di Sicilia, VincenzoConsolo.it, settembre 2010.
  6. Dalla Prefazione a Carlo Levi, Le parole sono pietre, Giulio Einaudi editore, Torino, 2010, p. XI.
  7. Da Quei siciliani lombardi investiti dalla frana, la Repubblica, 25 febbraio 2010, edizione Palermo, p. 1.
  8. Citato in Chiara Frantantonio, Lucio Piccolo, poeta tra le ombre, Flaneri.com, 12 gennaio 2013.
  9. Da Incontri: Scrittori d'oggi e tradizione classica, VincenzoConsolo.it, 1º giugno 1995.
  10. Dall'intervista di Sergio Buonadonna; riportata in La Sicilia è un'isola sequestrata, VincenzoConsolo.it, giugno 2011.
  11. Dalla Prefazione a Carlo Levi, Le parole sono pietre, Giulio Einaudi editore, Torino, 2010, pp. VI-VII.
  12. Da Fuga dall'Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Donzelli, 1993, p. 54.
  13. Da Il barone magico, VincenzoConsolo.it, novembre 2015.
  14. Dalla Prefazione a Nino De Vita, Cutusìu, Mesogea, Messina, 2001, pp. 8-9. ISBN 88-469-2017-1
  15. a b Da un'intervista su la Repubblica, 17 marzo 2009.
  16. Da Il sorriso dell'ignoto marinaio, Mondadori, 1997; riportato in VincenzoConsolo.it.
  17. Citato in Vincenzo Consolo e il ritratto di una Sicilia suggestiva e straziante, La Voce di New York.com, 21 gennaio 2014.
  18. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

Bibliografia

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  • Vincenzo Consolo, Anarchia equilibrata in V. Consolo – G. Leone, Il Barocco in Sicilia. La rinascita del Val di Noto, Bompiani, 1991. ISBN 88-450-3998-6
  • Vincenzo Consolo, Di qua dal faro, Mondadori, Milano, 1999. ISBN 88-04-47094-1
  • Vincenzo Consolo, Fuga dall'Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Donzelli, 1993. ISBN 978-88-7989-039-7
  • Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano, 1990. ISBN 88-04-33743-5
  • Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano, 1999. ISBN 88-04-46193-4
  • Vincenzo Consolo, Nottetempo, casa per casa, Mondadori, Milano, 1992. ISBN 88-04-34936-0
  • Vincenzo Consolo, Retablo, Sellerio editore Palermo, 2009. ISBN 88-389-2407-4

Altri progetti

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