Codice dello Shāh-Nāmeh illustrato da Mir Sayyid Ali

Shāh-Nāmeh (persiano: شاهنامه‎), poema epico nazionale dell'Iran, scritta da Firdusi attorno al 1000 d.C..

Volume IModifica

IncipitModifica

In nome del Signor dell'alma nostra,
Di nostra mente autor, che non arriva
Uman pensiero a più sublime cosa.
Iddio primo è signor di gloria eterna,
Signor dell'ampio spazio, e primo altore
E guida a tutti noi. Signor del mondo,
Signor del ciel rotante, un vivo e gaio
E giocondo fulgor dona a le stelle,
Dona alla luna e a questo sol. Ma intanto
Ch'ei trascende ogni nome, ogni pensiero,
Ogni segno sublime, a ogni più bella
Parvenza ei dà splendor, lume e colori
Profonde ovunque. Se veder non ponno
Il tuo primo Fattor questi occhi tuoi,
Ai fulgidi occhi tuoi non dar rancura,
Che anche umano pensier via non ritrova
Per giunger fino a Lui. Trascende Ei solo
Ogni nome, ogni loco. Or tu ben sai
Che ove sorpassi ogni visibil cosa
Alto concetto, fin colà non giunge
Terreno spirto o mente umana. Il nostro
Spirto e la mente ancor libra in sua mano
Iddio possente, ed Ei come potria
In librato pensiero esser compreso?

CitazioniModifica

  • Ha gran potere
    Chi sapienza ha in sé; per sapienza
    Ringiovanisce un cor già vecchio e stanco. (p. 100)
  • A' regnanti è corona Intelligenza,
    Intelligenza è l'ornamento primo
    D'ogni inclito guerrier. (p. 100)
  • A tutti noi
    È guida Intelligenza, al nostro core
    Primo conforto, in questa terra e a quella
    Lontana vita in ciel valido aiuto. (p. 101)
  • Da principio convien che gli elementi
    E lor natura tu comprenda. E sappi
    Che Iddio dal nulla ogni creata cosa
    Trasse a principio, per che in tutto, ovunque,
    Si palesasse il suo poter. (p. 102)
  • Di quante imprese
    Toccar t'è d'uopo, la più bella e onesta
    Sempre ne scegli. Ben che molte
    Fatiche e stenti a sopportar ti pieghi,
    Ma in sapienza tollerar si denno
    Gli stenti di quaggiù. (p. 105)
  • [Sul sole] Dall'oriente ei leva
    Ogni mattina radiante il capo,
    E scudo sembra tutto d'or; riveste
    La terra tutta d'un manto di rai,
    E questo mondo, in pria si tetro e oscuro,
    S'abbella e adorna di sua viva luce. (p. 106)
  • Disse che il sole,
    Tolto il Profeta, non splendea su capo
    Migliore d'Abu-bèkr. (p. 107)
  • [Su Keyumars] Ferine pelli
    Ei si vestì con la sua gente, e il primo
    Cibo venne da lui, che vesti e cibi
    Erano ignoti in pria. Tenne suo regno
    Gayūmers per trent'anni, ed era bello
    Sì come sole, e in trono risplendea
    Sì come luna al quindicesimo giorno
    Sovra un alto cipresso. (p. 124)
  • Illusion fallace
    È questa vita, e il male e il ben ch'è in essa,
    Non dura appo ad alcun. (p. 129)
  • Principe Hoshèng, in sua giustizia e senno,
    Dell'antico avo suo si pose in loco
    Il regal serto in fronte. Il ciel si volse
    Per quarant'anni sovra lui, che ricco
    Era di senno e di saggezza, pieno
    Di giustizia nel cor. Quand'ei si assise
    Di sua grandezza al loco eccelso, in questa
    Guisa parlò sul trono imperiale:
    Son io signor de'sette climi, ovunque
    Vittorioso e libero e disciolto
    Nel mio comando. Ma di Dio vincente
    Obbedendo al precetto, ecco! son io
    A far grazia e giustizia e accinto e pronto! (p. 129)
  • [Sulla scoperta di Hushang del metallo e l'agricoltura]
    Ei con molto saper dal duro sasso
    Il ferro liberò. Materia all'opra
    Il lucido metal si fece allora,
    Qual da le selci sprigionato avea
    Dure e sonanti; e poi che ne conobbe
    E il modo e l'uso, incominciò del fabbro
    L'arte sovrana, e scuri ed affilate
    Bipenni ne formò, stridenti seghe,
    Ascie taglienti. Quando fur quest'opre
    A fin condotte, ad irrigar li campi
    Vols'ei l'ingegno, e per l'ampia campagna
    Trasse dai fiumi l'acque chiare e fresche
    E per ruscelli acconciante schiuse
    Loro la via. (pp. 129-130)
  • [Sulla scoperta di Hushang del fuoco]
    Fe' chiaro al prence
    Che chi, ferro impugnando, a tutta forza
    Batte le pietre, vivida scintilla
    A un tratto uscir ne fa. Ma il re del mondo
    Nel cospetto di Dio venne adorando,
    Benedicente, chè l'Eterno in dono
    Questa luce gli diè, ponendo un segno
    Agli uomini così, ver cui voltarsi
    Dovean pregando, e il re, Luce divina
    È cotesta, dicea; chiunque alberga
    Saggezza in petto con virtù, l'adori! (p. 131)
  • [Su Tahmuras e l'invenzione della tessitura e del foraggio]
    Dal dorso de' belanti
    Greggi il savio signor tosò la lana
    Ed ogni crine con laforce, e quando
    L'ebber gli altri filata, e vesti e tuniche
    Tesser ne fe' con cura; anche fu guida
    A far tappeti e coltrici; ma poi
    Quanti ei vedea veloci al corso in terra
    Pacifici animali, erbe virenti,
    Loro apprestando e fien raccolto ed orzo,
    Fe' contenti e satolli. (p. 133)
  • [Sulla clemenza di Tahmuras verso i Devi, e il loro dono della scrittura]
    L'inclito sire lor fe' grazia, ascose
    Cose purché da lor fossergli aperte;
    E quei, disciolti dalle sue catene,
    Obbedienza gli giurar costretti,
    E al magnanimo re l'arte ammiranda
    Della scrittura addimostrar, novella
    Luce portando al suo fervido core.
    Né una soltanto, ma ben trenta foggie
    Di segni gli svelar, persiani e greci,
    E pehlèviche cifre, arabe, e quelle
    Che usa l'India remota, e le cinesi
    Notando, se ciò udisti. Oh! quante cose
    Prima ancora operò belle e leggiadre
    Per trent'anni i regno il savio prence! (p. 136)
  • Non nutrirci tu adunque, o avara sorte,
    Poi che mieter vuoi tu la dolce vita!
    Che se la mieti, qual roccogli frutto
    Dal nutricar?... L'uom tu sollevi all'alto
    Cielo a principio; ratto poi l'affidi
    Alla sua tomba desolata e grama. (p. 136)
  • [Sulla creazione delle armi da parte di Jamshid]
    L'armi allora di guerra, onde ai più forti
    Via di gloria dischiuse, ei con maestra
    Mano a compor si accinse. Il duro ferro
    Ammollendo con arte al vivo fuoco
    Col suo regio poter, corazze ed elmi,
    Fulgidi arnesi, artificiose maglie,
    E sottovesti e pettorali e forti
    Armature a coprir cavalli in guerra,
    Con anima compose intenta e chiara,
    E in ciò di cinquant'anni ebbe fatica
    A sopportar. (pp. 137-138)
  • [Sulla scoperta della medicina da parte di Jamshid]
    Ei rivolse
    La sua fervida mente ai grati odori,
    Fatti all'uom necessari, all'ambra, al puro
    Muschio, all'acqua di rose e all'odorosa
    Canfora bianca, ai balsami pregiati,
    Al soave aloè. Quindi i rimedi
    Vari de' mali e i farmachi rinvenne
    Atti a sanar gli egri mortali, porta
    Ond'entra in noi bella salute, e via
    Per cui fuggono i mali. (p. 140)
  • Di me, di me soltanto io riconosco
    L'impero di quaggiù. Vennero tutte
    Da me l'arti del mondo, e questo seggio
    Imperiale incoronato sire
    Non vide mai che ugual mi fosse. Il mondo
    Con gran cura adornai. Tutti gli affanni
    Dalla terra sbandii; da me sen viene
    Il vostro cibo a voi, la vostra quiete
    E i dolci sonni. Oh sì!, le vesti ancora,
    Di vostre brame il compimento, è dono
    Che vien da me. Però, mia la grandezza,
    Mia la corona e la regal possanza.
    Or chi dirà che, fuor di me, v'ha in terra
    Altro signor?... Ma per rimedi e farmachi
    Il mondo risanò; nessuno incolse,
    Ma regnante quaggiù, morbo letale.
    Chi adunque, s'io non fui, cacciò la morte
    Da' corpi vostri? Nol potranno mai
    Gli altri regnanti, anche se molti. A voi
    Da me venne la mente e venne l'alma
    In vostri corpi. Ma se alcun nol crede,
    Egli è Ahrimàn. Che se pur noto è a voi
    Ch'io fei cotesto, ben si vuol che ognuno
    Me chiami e appelli creator del mondo. (Jamshid; pp. 142-143)
  • [Su Jamshid] Chi su quel trono
    Fu pria di lui sì glorioso e saggio?
    Quale del suo lungo faticar giocondo
    Frutto ei giunse a goder? Ben settecento
    Anni passar sovra il suo capo, e molte
    Cose in luce portò, leggiadre e triste. (p. 154)
  • Quando già già ti sembra
    Che il fato ponge in te novello affetto,
    Quando già pensi che a te sol non mostri
    La sua fronte crucciata e già ne senti
    Gioia insperata in cor, godi, e frattanto
    L'arcano a lei dell'alma tua disveli,
    Perfido un gioco essa ti fa con arte,
    Inatteso dolor t'innesta in core. (p. 154)
  • [Su Zahhak] In mille anni di regno al suo comando
    Parve il fato piegar. Da ciò ben lungo
    Tempo trascorse poi, nel qual disparve
    D'uomini sapienti ogni costume,
    Libera andò voglia malvagia e rea
    D'uomini stolti, addetti ai Devi. Abietta
    E vil cosa sembrò saviezza allora;
    Magia venne in onor; giustizia ascosa,
    Aperta e sciolta violenza. I Devi
    Stendean la mano ad opre infami e ree
    Liberamente, né parola v'era
    Di ben, fuor che in segreto. (p. 157)
  • [Su Zahhak] Egli nulla sapea fuor che maligne
    Arti bandir, nulla sapea che morte
    Non fosse o incendio o barbara rapina. (p. 158)
  • [Su Armayel e Germayel] Venner da questi che fuggian da morte,
    I Curdi bellicosi, essi che lochi
    Non aman colti e ben difesi ostelli,
    Ma vivon solitari entro a lor tende
    Né timore han di Dio nel tristo core. (p. 160)
  • [Su Zahhak] In lui
    Pregio non era, non costume o fede,
    Non virtù che di re degna si fosse. (p. 160)
  • [Su Farīdūn] Crebbe quel prode
    Come abile cipresso entro la selva,
    E gli splendea di re dei re nel volto
    La maestà, che di Gemshìd la luce
    Viva brillava su quell'alta fronte,
    Ed egli a questo sol che splende in cielo,
    Veracemente era simil. (p. 166)
  • Forte non si rende
    Generoso leon se tu nol provi.
    Tutta or compiea la voglia sua quel tristo
    Di magic'arti gran maestro; il ferro
    Or tocca a me. Con quello in pugno, Iddio
    Seguendo e il cenno suo, l'empia dimora
    Di re Dahàk distruggerò dall'alto. (Farīdūn; p. 172)
  • Ogni più grave cosa
    Non giudicar dei teneri anni tuoi
    Col senno giovanil. Chi de' primi anni
    Gustò il fervido vin, nessun nel mondo
    Vede fuor che sè stesso, e alfin dell'opra
    Cade vittima ei pur di quella prima
    Effervescenza dell'età inesperta. (Faranak; p. 172)
  • [Su Farīdūn] Giovinetto egli è ancor, ma sapienza
    Di antico gli sta in cor, prence gagliardo
    Per nascimento, ardimentoso eroe
    Nell'opre grandi del suo braccio. (Zahhak; p. 173)
  • Ch'io sotterri l'orribile serpente,
    Dalla polve del duol la fronte vostra
    Purificar saprò. Tutta la terra
    Novellamente menerò a giustizia,
    Invocando di Dio l'augusto nome. (Farīdūn; p. 180)
  • Se di re sul trono
    Sarà posta a seder selvaggia fiera,
    Giovani e vecchi obbedirem noi tutti
    Al suo commando, né il comando suo
    Trasgredirem giammai. Ma non vogliamo
    Dahàk sul trono, l'empio re che nutre
    Sovra gli omeri suoi due serpi attorti. (p. 194)
  • Ond'è che se tu adopri
    Grazia e giustizia, altro Fredùn sarai.
    Fredùn possente opra compiea divina
    Librando la terra; e fu di tante
    Imprese sue questa la prima, in ceppi
    Ch'egli solo gittò l'uom tristo e reo,
    Dahàk malvagio. (p. 200)
  • Ma tu, natura,
    Quanto se' infida e instabile e crudele!
    Nutri tu stessa e ciò che nutri, uccidi! (p. 200)
  • [Su Farīdūn] Quell'antico
    Signor di cinquecento anni pel tempo
    Regnò, né in alcun dì pose a malvagia
    Cosa principio mai. S'egli non ebbe
    Eterna vita, non servir, mio figlio,
    A tue brame quaggiù, né rattristarti. (p. 204)
  • Chi spregia
    Con elefanti furiosi in guerra,
    Con leoni l'assalto, è forsennato,
    Non uom di fermo cor. (Farīdūn; p. 224)
  • Allor ch'esce dal core
    Ogni turpe desio, pari fra loro
    Son de' regnanti i fulgidi tesori
    E il nudo suol; ma quei, che del fratello
    Merca la vita per la terra abietta,
    Fama d'impuro nascimento acquista. (Farīdūn; p. 236)
  • Volge ratto il destin, sì come turbo,
    Sul nostro capo. E l'uom che ha fior di senno,
    Perché se ne dorrìa? Cadon le rose
    Già fresche e porporine, e immortal spirto
    S'attrista e oscura al trapassar degli anni.
    È nostra vita fulgido tesoro
    Al suo principio, e duol senza misura
    Al termin suo; dopo il dolor, ne resta
    Da questo luogo miserando e breve
    Eterna disparita. (Iraj; p. 238)
  • La formica,
    Raccoglitrice di granelli sparsi,
    Non offender tu mai! Ha vita, e caro
    È il viver dolce al cor di laboriosa
    Formica; pensa tu quanto è crudele,
    Quanto è fosca quell'alma, onde alcun danno
    Incoglie alla formica industriosa! (Iraj; pp. 245-246)
  • Qual fu la sorte,
    Tale il nostro cammin, chè non leoni,
    Ben che possenti, non feroci draghi
    Dai lacci del destin trovano scampo. (Salm e Tur; pp. 256-257)
  • Quei che prudenza ha in core,
    Colpa travede in chi si scusa. (Farīdūn; p. 261)
  • Oh! vita trista de' mortali! Un alito
    D'aura sei tu, se' inganno e frode, e l'uomo
    Non s'allieta per te che ha fior di senno! (p. 300)
  • Son io qual ciel che volgesi sublime,
    Su questo seggio imperial. Diritto
    Ho io di guerra e di corruccio, ancora
    Di grazia il diritto e di giustizia, ancora
    Ho fede e maestà che vien da Dio,
    Buona la sorte e man possente, a'rei
    Per danno far. Chè servemi la terra,
    M'è amico il ciel, le fronti incoronate
    Son segno ai colpi miei. (Manučehr; p. 305)
  • Qual è malvagio
    Che a nostra fè non dicasi devoto,
    Questi da Dio, questi da me pur ancor
    Abbia maledizion. (Manučehr; p. 307)
 
Zal e Rōdābah
  • [Su Zal] A porpora somigliano
    Sue gote rubiconde, e giovinetto
    Egli è negli anni suoi, vigile e accorto,
    E giovinetta è la sua sorte. Ancora
    Che biancheggi il suo crin, col valor suo
    Un fero alligator vince e conquide,
    Ch'egli è davver ne la battaglia quale
    Un fero alligator che dà sventura,
    E su l'ardua sua sella è un drago orrendo
    Dai fieri artigli. Fa tacer la polve
    Nelle battaglie sue sol sangue sparso
    Quando il suo ferro attorno corruscante
    Ei fa vibrar. Sol mancamento è questo
    Ch'egli ha candido il crin, sì che sol questo
    Va ricercando ogni maligno. Eppure
    Bene gli sta quella bianchezza, e ch'egli
    Con ciò inganna ogni cor, dir tu potresti. (p. 340)
  • Pieno è d'amore
    Per Zal questo cor mio sereno un tempo,
    Sì che non pur nel sonno il suo pensiero
    Da me cacciar poss'io. D'amor per lui
    Trabocca omai quest'anima, e il suo volto
    È il costante pensier di questo core. (Rōdābah; p. 341)
  • Mai non si resta
    Cosa in secreto, s'ella in pria non resta
    Fra due soltanto; s'ella a tre fia nota,
    Secreta più non è; se a quattro, intero
    Un popol la conosce. (p. 349)
  • [Su Zal] Mani
    Ei reca e braccia quali di feroce
    Leon le branche; saggio egli è, d'un sire
    Ha maestà, d'un sapiente il core.
    Tutti sono bianchi li capelli suoi;
    Che se difetto è in ciò, non è cotesta
    Vera cagion di sua vergogna. (p. 353)
  • Per Dio, giudice santo,
    Pien di terrore e di speranza pieno
    Sia sempre il nostro cor! La speme appuntasi
    Nella sua grazia e da' peccati nostri
    Timor procede in noi, sì che dobbiamo
    Con intento profondo a' suoi comandi
    Costante riguardar. Quanto è concesso
    A nostra possa, e notte e giorno, a Lui
    Facciam debite lodi, innanzi a Lui
    Stando gementi. Dell'errante sole
    Egli è signor, signor di questa luna,
    All'alme nostre del ben far la via
    Additante mai sempre. (Zal; p. 361)
  • Alcuno in terra
    Non trova scampo da voler di Dio,
    Anche se a vol sospingesi tra l'alte
    Nubi del ciel. S'anche co' denti suoi
    Il valoroso una ferrata punta
    Spezzar potesse e col tremendo suono
    Della sua voce fendere l'irsuta
    Spoglia a' leoni, prigioniero ei sempre
    Del comando sarà di Dio signore,
    Anche se forti come incudi e fermi
    Fossero i denti suoi. (Zal; p. 366)
  • [Profezia della nascita di Rostam]
    Da questi due [Zal e Rōdābah], ricchi di pregi, un figlio
    Verrà com'elefante ardito e fero,
    Quale pel suo valor cingerà l'armi
    Incontanente. Le terrene stirpi
    Ei vincerà con la possente spada
    E leverà fino a toccar le nubi
    Il trono del suo re. Ma la radice
    Dal suol divellerà d'ogni malvagio,
    Non soffrirà che loco per la terra
    Depresso sia. Né dal valor suo grande
    Il Segsàr o il Mazènd saranno immuni,
    Ch'egli la terra a colpi di possente
    Clava saprà purificar. (p. 370)
  • [Su Rostam] Sarà nell'ira sua quale un leone
    Che la battaglia agogna. Alta statura
    Di cipresso egli avrà, degli elefanti
    Avrà la forza, e col pollice suo
    Lungi i suoi dardi avventerà. (Simurg; pp. 439-440)
  • Né mi si addice
    Il posar molle o l'ampio cibo o il molto
    Bever profuso, ma un destrier mi bramo,
    Elmo e corazza, e sol coi dardi miei
    Il mio saluto vo' mandar. Col piede
    Io calcherò la testa de' nemici
    Per comando di Lui che il mondo fea,
    Dio sovrastante a noi. (Rostam; p. 448)
  • Se forte ed animoso
    Diventa un leoncello, oh! non è questo
    Meraviglia o stupore. Un sacerdote
    Memore e saggio prendesi talvolta
    Un leoncello, germe di leone,
    Digiuno ancor di latte, e il mena poi
    Alla gente nel mezzo. Oh! ma s'ei mette
    I primi denti suoi, ratto fia vinto
    Dal vigor suo tremendo. E ben che il latte
    Ei non gustò de la materna poppa,
    Alla natura del suo fero padre
    Perfettamente egli farà ritorno. (Sām; p. 465)
  • Di guerrieri un duce
    Che degno mira il figlio suo, solleva,
    Chè ben s'addice, alta la fronte al sole.
    Incolume così resta al suo loco
    La mente sua dopo la morte ancora,
    E però il figlio suo sua guida il chiama. (p. 482)
  • Vivo
    Alcun mortale in ciel non va. Segnata
    Preda egli è veramente, e quella preda
    Va cacciando la morte. Il fato estremo
    Tocca ad un per la spada, allor che vengono
    A contrastar due eserciti furenti,
    E resta il corpo suo pasto ai leoni
    Sbrananti e agli avoltoi, resta il suo capo
    Ad una lancia, a una tagliente spada.
    Giunge per altri al capezzal la morte,
    Ed ei, né dubbio v'ha, subitamente
    Di qui si parte. (Kobàd; p. 489)
  • Or di battaglie è tempo,
    Tempo di zuffe, non tempo di fuga,
    Non d'ignominie qui. Sol per leoni
    Che furenti egli atterra, un uom si mostra.
    Sol per cercar ch'ei fa la pugna e il cozzo
    Dell'armi e la tenzon. Grande non cresce
    Nome a le donne, sol perché a lor pasti
    Attendon sempre e a disfiorar lor sonni. (Rostam; pp. 536-537)
  • Uom non son io da nappi e da riposi,
    Rùstem ripose, né allevar m'è bello
    Fra le delizie questa mia persona
    E questi artigli miei. (Rostam; p. 537)

ExplicitModifica

Suscita
L'uom de la terra e l'opra sua distrugge
Ratto e disperde. Ma tu intanto ascolta di questo vecchio che saggezza ha in petto,
La parola pensata e la ricorda.
Di principe Kobàd or giunge il termine
La storia, e Kàvus ricordar n'è d'uopo.

Volume IIModifica

IncipitModifica

Arbor fecondo, poi che in alto crebbe,
Ove l'incolga dal rotante cielo
Offesa o danno, pallide le foglie
Mostra ed allenta le radici sue,
Sì che il vertice altero in giù declina
Primieramente; e se mai fia che un giorno,
Tolto di là, deserto lasci il loco
Ov'ei sorgea, quel loco ad un novello
Germe abbandona e la pompa de'vaghi
Fiori gli affida, le novelle fronde
E l'ameno giardin, la vivid'aura
Di primavera che risplende intorno
Come fulgida lampa. Or, se da quelle
Radici del caduto arbor preclaro
Sorge tristo rampollo, a quell'antico
Tronco non darai tu del tristo germe
Colpa nessuna.

CitazioniModifica

  • La nostra terra del Mazènd un canto
    Abbia da noi. Deh! possa eternamente
    Esser beata quella terra! Sempre
    Le rose agli orti suoi spiegan la pompa
    Di lor tinte vivaci, e sovra i monti
    Crescon giacinti e tulipani. È l'aria
    Limpida e mite, è pieno il suol di fiori,
    E freddo ivi non è, non è l'arsura
    De' giorni estivi, ma vi regna eterna
    Primavera gioconda. (p. 9)
  • [Sul Mazandaran] La casa
    Dei Devi è quella, operator d'incanti,
    E un talismano è là, cui forza avvince
    Di possente magia. Non può la spada
    Discior quel talismano, e per tesori
    Non si vince davver, non per scienza
    Arcana mai. (Zal; p. 20)
  • [Sul Mazandaran] Viva colui
    Che affermò del Mazènd esser la terra
    A paradiso egual! Tu ben diresti
    Che l'amena città bella è qual tempio
    D'idoli ornato, ove cinesi drappi
    Con fresche rose formano un leggiadro
    Ornamento. (p. 26)
  • Chi non anche è sazio
    Del viver suo, non va contro a' leoni
    Feroci e biechi. (Rostam; p. 37)
  • Oh sì!, quando più grave
    Cosa innanzi ne vien, soltanto Dio
    Cercar tu dei riparo; e chi da Dio,
    Unico e santo, si dilunga, mostra
    Che poco senno ha nella mente sua. (p. 45)
 
Rostam uccide un drago
  • Or che son mai leoni
    E Devi agresti ed elefanti in giostra
    E l'arido deserto e il mare azzurro
    Dinanzi a me?... Pochi i nemici miei,
    O molti assai, quand'ira, essi dinanzi
    Agli occhi miei hanno valor d'un solo. (Rostam; p. 51)
  • Oh! quella madre che donò alla luce
    Figlio a te pari, gli cucì le bende
    Funerali in quel dì, ne pianse il fato,
    Come per noi si dice. (Rostam; pp. 57-58)
  • Non è cotesta
    D'un valoroso la virtù, ricorso
    Far nella guerra a tenebrosi inganni. (Rostam; p. 128)
  • D'un lïon l'artiglio
    Già non osa affrontar, ben che pugnace,
    Un leopardo in suo furor. (Kāvus; p. 144)
  • Oltre
    A questo vel tu non hai varco. Tutti
    Di lor desìo discendono alla porta,
    Ma quella porta ad uom che nacque, mai
    Non fu dischiusa. Eppur, ne la partenza
    Da questa vita, forse avvien che loco
    Miglior ti tocchi, quando in altra vita
    Il tuo riposo tu rinvenga. Allora
    Che morte alcun non divorasse, ingombra
    Sarìa la terra e di vecchi e d'infanti
    In ogni loco. (pp. 187-188)
  • Possanza
    Di re non userai con tristo core. (Kay Kāvus; p. 347)
  • Maggiore affetto
    Dell'affetto non è che il sangue infonde;
    E se nasce figliuol quale tu bramavi,
    Di donne dall'amor distogli il core. (p. 354)
  • Per opre ingiuste di regnanti in terra
    Ogni opra onesta si perdea. (Afrasyàb; p. 371)
  • Bello non è correre in armi allora
    Che pace chiede alcun, ch'ei ti dimanda
    E tripudi e banchetti. (Rostam; p. 384)
  • Dicono i saggi
    Che ove a nutrir ti provi un leoncello,
    Aspro compenso avrai quando la punta
    Fuor metterà de' primi denti; e quando
    Si leverà col suo robusto artiglio,
    Con la sua forza, assalirà l'incauto
    Che l'allevò. (Afrasyàb; p. 399)
  • Dov'è quel serto e il capo
    Di re dei re, dove i suoi prenci, illustre
    Esempio di virtù? dove que' saggi,
    Quei sapienti, delle arcane cose
    Con molto stento scrutatori? e dove,
    Dove son le fanciulle vereconde,
    Da' molti vezzi, di piacente voce,
    Dal dolce favellar? Dov'è quel prode
    Ch'ebbe nido sui monti, al qual la dolce
    Quiete era pur tolta e il nome ancora
    De' mortali e la speme? e quei che il capo
    Alto levava a rasentar le nubi,
    Quei che preda i leoni ebbe ne' campi?
    Han giaciglio la terra, hanno a guanciale
    Gelida pietra! - Ma colui beato
    Che altra semenza non gittò che d'opre
    Non fosse egregie. (p. 437)
  • Non mozza il capo
    A incoronati quei che al trono e al serto
    Lungamente rimansi. (Ferenghìs; p. 495)
  • Cura nessuna
    Nell'alma tua non aver tu, pel mondo
    Non t'affliggere al cor di duolo eterno,
    Ché instabile e fallace è la fortuna,
    E tal sarà. Ben sappi e bene intendi
    Che quanto vien da lei, sempre non dura. (p. 500)

ExplicitModifica

S'avviò egli stesso
Verso l'Irania co'cagliardi suoi,
Tutti gli trasse contro a forti in guerra,
Contro a leoni. Con destrieri ed armi,
Con uomini valenti, ei devastava
Nell'odio suo l'irania terra. Gli alberi
E i campi egli arse coltivati, e grave
Degl'Irani fu il danno. Anche di piova
Asciutto il ciel per anni sette, e tutta
Cangiò d'aspetto quella terra e sparve
Giocondo stato d'altri dì. Già il turpe
Bisogno, per travaglio e carestia
Ch'ebbe la gente, fe' la terra invasa,
E lunga intanto si mutò stagione.
Il fortissimo eroe stavasi allora
Là nel Zabùl; signoreggiava il mondo
Il re turanio, vibrator di spada.

Volume IIIModifica

IncipitModifica

Gùderz, ne' sonni suoi, vide una notte
Nuvola sorvenir da suol d'Irania,
Carca di pioggia. Su la nube acquosa
Era seduto e a Gùderz favellava
L'angelo Seròsh: Apri l'orecchio. Allora
Che liberarti da presente angustia
Vuoi tu, dal sire di Turania infesto
Qual fero drago, nel turanio suolo
Sappi che nuovo è un re. Khusrèv signore
È il nome suo; regnante, che discende
Da Siyavish, egli è, savio e progenie
Di gloriosi eroi, con fronte al cielo
Alto levata.

ExplicitModifica

D'ora in poi qui sarà de la battaglia
Di Bìzhen il racconto, e sua partenza
Contro verri feroci. Io la battaglia
Qui ridirò qual fu; ma d'uopo è forte
Che alla fiera tenzon pianga ciascuno.

Volume IVModifica

IncipitModifica

In una notte qual ferrigna pietra
Di color fosco, e n'era tinto il viso
Di negra pece, non splendea Mercurio,
Non Marte, non Saturno. In altra foggia
S'adornava la luna e s'apprestava
Il suo trono a salir. D'ombre coperta
Ell'era e s'indugiava, esile molto,
Di core angusto e incurva, e già tre parti
Della corona de' suoi dolci rai
Erano oscure; e di polve era ingombra,
Di rubigine, l'etra. Un ampio strato,
Bruno qual penna di corvino augello,
Sopra valli e pianure avea l'esercito
De la notte disteso, e il cielo in alto
Era d'acciaio rugginoso; sparso
Detto l'avresti d'un color di pece.

ExplicitModifica

Natura umana
Si rivela pel vin, buona o malvagia
Ch'ella pur sia: quei che sen va con dorso
Incurvo e china la persona, agli astri
Ratto solleva quella fronte sua,
S'ebbro viene a metà. Che se un codardo
Beve stilla di vino, ei si fa grande
E valoroso, ché la volpe ancora
Lïone si farìa d'anima fera
Se ne gustasse. Ma se tu col vino
Giungi a scoprir qual è natura umana
Chiave sei tu di rinserrata porta.

Volume VModifica

IncipitModifica

Poi che Lohraspe su l'eburneo trono
Alto si assise e la corona in capo,
Confortatrice d'ogni cor, si pose,
Ei benedisse a Dio, in augumento
Fece le sue laudi a lui. Prenci, egli disse,
Inverso a Dio, giudice santo, voi
Siateci pieni di speranza al core,
D'ossequio pieni e di timor. Fu lui
Che il ciel rotante già dipinse e accrebbe,
A chi gli è servo, maestà. La terra
Quand'ei creò coi monti e la distesa
Ampia del mar, quand'ei spiegò quest'alto
Ciel su la terra, un fe' rotante e rapido,
All'altra egli non diè, Fattor superno,
A movimento nessun modo. Il cielo
Clava è rotante, e noi qual picciol globo
Al mezzo stiam, per tristo o lieto stato
Ci affaticando. Che se tu sei lieto,
Siede la morte con aguzzi artigli
E all'agguato si sta quel fera belva
Bramosa di giostrar.

CitazioniModifica

  • Apprendi omai le norme
    Di questa santa fè, ché non è bella,
    Senza la fede, imperial possanza. (Zerdùsht; p. 82)
  • Ma tu, o figlio, questi
    Arcani, fin che puoi, di nostra sorte
    Non ricercar; da chi li cerca, il volto
    Ella rivolge in altra parte. Apprendi,
    Fin che in terra sei tu, vera saggezza,
    Ché in altra vita della tua saggezza
    Il frutto coglierai integro e vero. (p. 539)
  • De' principi congiunta
    Deh! sia all'alma saggezza! Iddio soltanto
    È quaggiù vincitor. Che se di lui
    Non ha timor prence sovrano, tristo
    È quel prence davver! Passano intanto,
    Né dubbio v'ha, le cose nostre in terra
    E liete e triste, ned al fero artiglio
    Sfuggon dal tempo. Ma chi a questa reggia
    Ascenderà, quale da noi dimandi
    Venendo a noi la sua giustizia, ancora
    Se in tempo egli verrà che tutti accolgo,
    O a mezzo il corso della notte, ratto
    Che'egli sciorrà le labbra sue, risposta
    Da me si avrà. Poi che ne dava Iddio,
    Sempre vincente, maestà regale
    E la porta ci aprìa della fortuna
    Che dà vittoria, li soggetti miei
    Tutti avranno lor parte o in monte o in piano,
    Sul mar, nelle città. Per anni cinque
    Non chiederem da l'ampia terra intorno
    Tributo mai, se non da chi superbo
    Osa gridar: «Son io tuo pari!». (Sikender; pp. 540-541)
  • Dall'artiglio della morte alcuno
    Scampo non trova! Ell'è come d'autunno
    Il freddo vento, e siamo noi le foglie
    Che il vento caccia. (Sikender; pp. 541-542)
  • Da semenza regale
    Nascer non può che gente eletta, cara
    D'ognuno al cor, di nobile consiglio,
    Vereconda e gentil. (Sikender; p. 542)
  • Mai non sarà che per il molto cibo
    Sano si mostri, ma robusto e forte
    È sì colui che la salute sua
    Cercando va. (p. 571)
  • Da commercio con femmine diventa
    Vecchio un garzon. (p. 572)
  • Deh! mai non sia che privo resti il mondo
    Di cotest'India tua, famoso saggio!
    Dir si potrìa che tutti gl'indovini
    E i medici e gli astrologi raccolti
    In India son qual nobil gregge. (Sikender; p. 573)
  • [Sul Kaʿba] Sacra una casa aveasi eretta un giorno
    Ibrahim in que' lochi, aspra fatica
    Sopportando. Chiamolla il suo signore
    Beyt-el-Haràm in arabica lingua,
    E perfetto è il sentier che tu vi trovi,
    Per levarti all'Eterno. E Iddio sua Casa,
    Per santità che in essa alberga, solo
    Volle chiamarla, ed ivi a sè raccoglie
    Chi adorarlo desìa. Pur, non di case,
    Non di loco a posar, non di conforto,
    Non di delizie e non di cibo, Iddio
    Rancura sente ch'è signor del mondo;
    E quel loco è l'ostel d'adorazione
    Fin che sarà; vi si rammenta Iddio
    Da ogni fedel che vi discende e adora. (p. 590)
  • [Su Sikender] Il mondo
    Sotto al suo piede calcherà costui
    E il vincerà con le battaglie sue,
    Co' suoi retti consigli, e quale incontro
    Gli muoverà per far battaglia, angusto
    Il viver suo ritroverà alla terra. (Keydàfeh; p. 594)
  • Ambizione ci signoreggia. [...]
    Ell'è principio all'odio,
    L'anima ell'è d'ogni peccato. [...]
    Sono due Devi, [...]
    Maligni e tali
    Che opran da lungi, ambizion procace
    E bisogno con essa. Uno ha le labbra
    Per la penuria disseccate e l'altro
    Per la copia ch'egli ha, tutta la notte
    Sonno non trova. Ma la sorte avversa
    L'uno e l'altro colpisce. Oh! quei beato
    Di cui l'alma nutri saggezza vera! (p. 629)
  • Oh! con la morte, [...]
    Mai non ritorna all'uopo
    Umana prece! A che l'aguzzo artiglio
    Del fero drago d'evitar desii?
    S'anche di ferro fossi tu, da quello
    Non avrai scampo, e se qui resta a lungo
    Giovinetto garzon, dal dì fatale
    Della vecchiezza scampo ei non ritrova. (p. 630)
  • È della morte messaggero eletto
    Il crin canuto. (p. 630)
  • Saggezza
    Ottima cosa, e maggiore di tutti
    È il sapiente su la terra. (p. 632)
  • Quei che si cerca
    Sapienza quaggiù, [...]
    Sopra ogni gente può levar la fronte. (Sikender; p. 652)
  • Rimane in terra
    Nobil retaggio la parola, e assai
    Più che gemma real pregio e valore
    Ha la parola. (p. 700)

Volume VIModifica

IncipitModifica

O antico narrator, ti volgi intanto
Degli Ashkàni all'età. - Deh! che dicea
Sul nobile argomento il libro antico
Là 've ricorda le passate istorie
L'uom ch'è facendo? A chi dicea che venne,
Di Sikender dopo l'età, l'impero
Dell'ampia terra e de' monarchi il trono? -
De le ville di Ciàci il borgomastro,
Facondo in raccontar, disse che niuno
D'allora in poi s'ebbe corona e trono
Imperial. Que' prenci che dal seme
D'Arìsh venièno, impetuosi e alteri
Furono e tracotanti. Ognun pel mondo,
In ogni angolo suo, breve di terra
Prendeansi un tratto a governar. La gente,
Poi che in tal guisa fe' sederli in trono
Lieti e beati, li chiamò del nome
Di Re de le tribù. Così passarono
Anni dugento, e detto allor tu avresti
Che nel mondo non era alcun sovrano
Veracemente.

CitazioniModifica

 
Moneta raffigurante Ardashir I
  • Mentir colpa è ben grave
    Tra valorosi. (Ardeshìr; p. 14)
  • Famosi saggi
    D'alma serena, [...] nessuno
    Dell'inclita assemblea qui si ritrova,
    D'uomini saggi da' consigli eletti,
    Che udito già non abbia opre che fece
    Pel vile animo suo quaggiù nel mondo
    Sikendèr tristo e reo. Spense i nostr'avi
    Ad uno ad uno e l'opera sua non giusta
    Gli diè in pugno la terra. (Ardeshìr; p. 27)
  • Padre che non ha figli, è quale un figlio
    Che non ha padre, e al petto suo lo stringe
    Ogni più estrano. (Ardeshìr; p. 70)
  • Qual mai cosa adunque
    È miglior di parola e saggia e onesta? (Ardeshìr; p. 70)
  • [Su Ardeshìr] Ebbe travagli assai
    Il gran monarca e nobile costume
    Incominciò, mandando in ogni parte
    Segni d'amore e di giustizia. Allora
    Che grande s'accogliea nel regio albergo
    Copia d'armati, in ogni parte attorno
    Mandava un consiglier, perché chiunque
    Un figlio avesse, non lasciasse mai
    Senza dottrina il figlio suo crescesse,
    Ma ben del cavalcar l'arte sovrana
    Sì gl'insegnasse e i riti de la guerra,
    Con clave ed archi e di compatto legno
    Con forti strali. (p. 87)
  • Se bella e florida
    Tieni la terra tua con tua giustizia,
    Lieto sarai per la giustizia tua
    E fiorente e beato. (Ardeshìr; p. 89)
  • [Su Ardeshìr] In ogni parte sacerdoti e savi
    Di vigil cor, senz'ombra di rancura,
    Egli inviò di poi, perché dovunque
    Elevasser cità spendendo quivi
    Ampio tesoro, e ciò, perché qual fosse
    Di casa privo, senza alcun sostegno
    E con straniera la fortuna e avversa,
    Con loco ad albergarvi il giornaliero
    Cibo per sé apprestasse, onde crescessero
    Del re i sudditi. (p. 94)
  • Prence Ardeshìr tenea nel suo secreto
    Ben molte cose, esploratori suoi
    Tenea dovunque, e allor che discendeva
    Un ricco a povertà, ratto che il sire
    Ne avea novella, ogni sua cosa ancora
    Ei rilevava e la faccenda sua
    Lasciava poi che vigorìa pigliasse.
    Lochi dovunque, i servi suoi con quanti
    Avea soggetti, egli adornava intento
    Sì come'è d'uopo, e niuna cosa aperta
    Era in città che a lui secreta fosse. (p. 95)
  • [Su Ardeshìr] Ecco! fiorìa
    Tutta la terra per la sua giustizia
    E s'allegrava de' soggetti il core
    Per lui dovunque; a giustizia verace
    Tosto che il prence va congiunto, mai
    Non osa il tempo cancellar suoi segni. (p. 95)
  • Timor di peccato è più d'assai
    Che non catene e patiboli e tetra
    Caverna di prigion. (Ardeshìr; p. 99)
  • Se teco è un figlio,
    A' suoi studi l'affida e il tempo a lui
    Angusto rendi de' trastulli suoi. (Ardeshìr; p. 101)
  • Sappi che ingiusto
    Prence e signor somiglia ad un leone
    Che mena stragi in dilettoso loco;
    Ma il suddito infedel che non riguarda
    A comando regal con la sua cura
    E l'intento suo studio, ha nel dolore
    E nell'affanno la sua vita, e vecchio,
    No, non diventa in questo viver breve. (Ardeshìr; p. 102)
  • Grandezza
    Di regal seggio cade per tre cose;
    E primamente per monarca ingiusto,
    Poscia quand'ei solleva un uom da nulla
    E su chi è saggio lo solleva, e poi,
    Al terzo loco, allor che ogni amor suo
    Pone a' tesori e s'affatica intanto
    In aumentar le sue monete. (Ardeshìr; p. 107)
  • Non ti cercar veridica parola
    Dal cor del volgo, ché da tal ricerca
    Iattura ti verrà. (Ardeshìr; p. 109)
  • Degno è di grado imperial chi è saggio,
    E di contro a saper non ha valore
    Il fugid'or. Ma ricco è ben colui
    Che facile si appaga, e ostel di fumo
    Si fa un cupido cor. (Shapùr; p. 118)
  • [Su Ormusd] Nessuna colpa in lui per tutti i giorni
    Ch'ei fu regnante, e questo sol fu danno
    Che non fu lungo il tempo suo. (p. 124)
  • Se ti prende
    La cupidigia al cor con le sue branche,
    Di fero alligator dentro la strozza
    L'anima tua si resterà captiva. (Behràm; p. 137)
  • Se l'uom ch'è saggio,
    Amico a te si fa, tu penserai
    Ch'ei sia qual dentro a l'involùcro stesso
    D'una pelle con te. (Nersì; p. 140)
  • Quei che all'ospite suo
    Non fa segno d'onor, mostra che senno
    Veramente non ha, sì che ben tosto
    La tenebrosa sua fortuna in turpe
    Bisogno l'addurrà. (p. 168)
  • Malvagia creatura,
    Addetto a Cristo, e se' nemico a Dio,
    Osi un figlio asserir di Chi nel cielo
    Non ha compagni! Di tal cosa in terra
    Non è principio o fin, tanto ella è stolta! (Shapùr; p. 178)
  • [Su Gesù] Di profeta [...]
    Cui trasse a morte di Giudea la gente,
    Religion lodar non vuolsi. (Shapùr; p. 189)
  • [Rivolto a Mani] Adorator d'immagini, [...]
    Perché mai superba
    Stendi la mano a Dio? Quei che creava
    Quest'alto cielo e vi fe' spazio e tempo,
    Là 've pur son le tenebre e la luce
    Insieme accolte, di natura è tale
    Che ogni natura superando vince.
    Volgesi notte e dì quest'alto cielo
    Da cui pur viene a te difesa e schermo
    O periglio talor. Negli argomenti
    Delle immagini tue deh! perché credi?
    De' banditori della fè piuttosto
    Il detto ascolta. Ei dicono: «L'Eterno,
    Unico Egli è, santo e verace, e nullo
    È in te consiglio fuor che a Lui servaggio
    Prestar con umil core». E se tu muovi
    Queste immagini fatte, un argomento
    Licito è forse, qual tu prenda e tragga
    Da ciò ch'è mosso per tal via? Tu sai
    Che argomento non è che venga dall'uopo,
    Né alcuno mai terrassi fermo e vero
    Questo tuo detto. Che se mai congiunto
    Fosse Ahrimàne a Dio, l'oscura notte
    Ugual sarebbe al giorno che risplende,
    Papri saràn la notte e il dì per tutto
    Dell'anno il corso ed incremento mai
    Non sarebbe ne' suoi rivolgimenti,
    Non diminuzion. Non è compreso
    In umano pensier Dio creatore,
    Ché ad ogni spazio e ad ogni uman pensiero
    Alto Ei sovrasta. Ma le tue parole
    Sono da stolti, e basti ciò, ché niuno
    Socio t'avrai ne le credenze tue. (p. 193)
  • Ingiusto re non guarda
    Al suo regno giammai, ma sol la mano
    I suoi tesori a ricolmar distende
    E sol per avarizia alto è signore
    D'ogni prence quaggiù d'eretto capo. (Shapùr; p. 196)
  • Son due della persona
    I re, core e cerèbro, e l'altre membra
    Gli strumenti ne son, ne son le squadre
    Armate e pronte; ma se guasti e infetti
    Sono cerèbro e cor, per poca speme
    Di consiglio leal contaminati,
    Ratto in quel corpo l'anima si turba
    E si confonde, e lieto oh! di qual foggia
    Vivrebbesi uno stuol di combattenti
    Senza il suo duce? Ratto elli si sperdono,
    Poi che lieti non sono, e ratto al suolo
    Orbe di spirto lasciano lor spoglie.
    Così, se ingiusto è il re sovrano, tutte
    Vanno per lui confuse e capovolte
    L'opre del regno, e biasimo gli tocca
    Dopo la morte sua; re senza fede
    È il nome che gli dànno. (Shapùr; p. 197)
  • Non gittar pel mondo
    L'atra semenza d'avarizia. Ratto
    Passerà tua giornata in alcun tempo,
    E si godrà de' tuoi sofferti stenti
    Il reo nemico. (Shapùr; p. 199)
  • Qualora
    Parli chi è sapiente, e tu l'ascolta,
    Che sapienza non invecchia mai. (Shapùr di Shapùr; p. 201)
  • Alcun non vide,
    Qual era Yezdeghìrd, prence sovrano
    Dal giorno in cui fe' Iddio quest'ampia terra.
    Nulla ei sapea fuor che dar morte cruda
    E oltraggi far con angoscia e dolore,
    Nasconder suo consiglio a' suoi soggetti
    E la ricchezza accumulata. Intanto
    Rispetto ei non avea d'alcuno in terra,
    Ma quello a questo e questo a quello sempre
    Abbandonava in potestà. Davvero!
    Che nessun vide mai sire imperante
    Più indegno di costui, né mai l'intese
    Da' prischi eroi! (Gushàspe; pp. 238-239)

Volume VIIModifica

IncipitModifica

Alto cipresso mio, gioia del core,
Ahi! che t'avvenne se dolente e tristo
Così ti festi? In quella tua bellezza,
In quella maestate, in quella tua
Gaiezza viva, perché mai d'affanno
Hai pieno il cor, sereno un dì? - Rispose
Il bel cipresso a chi lo dimandava:
Io fui lieto finché non mi vincea
L'età soverchia, e sol divenni fiacco
Per avverso poter d'anni sessanta.
Da così grave età guardati sempre,
Non contrastar con lei, ch'ella ha di drago
L'alito fiero e di leon l'artiglio,
E morde quale atterra. Anche la voce
Ell'ha del tuono e dell'agreste lupo
Il selvaggio vigor, tiene l'affanno
In questa mano e la tua morte in quella.

CitazioniModifica

  • Fin da quel tempo
    Che saziasi del latte il pargoletto,
    La morte avanza impetuosa e dirsi
    Ben può che invecchia quell'infante. (p. 6)

ExplicitModifica

Anche se cento
Fossero gli anni o centomila, passa
Ogni cosa quaggiù che numerammo
Avidamente. Ma chi 'l ben desìa,
Male per non udir, male non parli.

Volume VIIIModifica

ExplicitModifica

Ognun che alberga
Senno e fede e saggezza entro al suo core,
Mi loderà dopo la morte mia,
Ned io morrò più mai, ch'io son pur vivo
Da che il seme gittai di mia parola.

BibliografiaModifica