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Epitteto

filosofo greco antico

DiatribeModifica

IncipitModifica

OriginaleModifica

Τῶν ἄλλων δυνάμεων οὐδεμίαν εὑρήσετε αὐτὴν αὑτῆς θεωρητικήν, οὐ τοίνυν οὐδὲ δοκιμαστικὴν ἢ ἀποδοκιμαστικήν.

Cesare CassanmagnagoModifica

Tra tutte le facoltà <e le arti>, non ne troverete alcuna che sia capace di riflettere su se stessa; e, quindi, non ne troverete nessuna capace di approvarsi o di disapprovarsi.

Renato LaurentiModifica

Tra le altre arti e facoltà non ne troverete nessuna in grado di prendere se stessa a oggetto di studio e perciò nemmeno in grado di approvarsi o disapprovarsi.

Franco ScalengheModifica

Delle altre arti e facoltà, nessuna troverete conoscitiva dei principi generali di se stessa e quindi neppure atta a valutarsi positivamente o negativamente.

Libro IModifica

  • Per l'essere dotato di ragione unica cosa intollerabile è l'irrazionale, il razionale è tollerabile. (II, 1; 1960, p. 8)
  • Perché sei tu che conosci te stesso, qual è il valore che ti attribuisci e a quanto ti vendi; gli uomini, infatti, si vendono a prezzi differenti. (II, 11; 2009, p. 91)
Giacché sei tu chi sa di te: quanto ti meriti ed a quanto ti smerci. Giacché individui diversi si smerciano a prezzi diversi. (Scalenghe)
σὺ γὰρ εἶ ὁ σεαυτὸν εἰδώς, πόσου ἄξιος εἶ σεαυτῷ καὶ πόσου σεαυτὸν πιπράσκεις· ἄλλοι γὰρ ἄλλων πιπράσκουσιν.
  • [...] poiché al momento della generazione sono mescolati insieme questi due elementi — il corpo, comune con le bestie, la ragione e il pensiero, comune con gli dèi, — altri inclinano verso quella parentela sfortunata e mortale, pochi soltanto verso quella divina e felice. E poiché ognuno necessariamente usa ciascuna cosa secondo l'opinione che ne ha, quei pochi, i quali si credono nati per la lealtà, per il rispetto di sé, per usare con sicurezza le rappresentazioni, non nutrono di sé alcun pensiero basso o ignobile, i molti, invece, il contrario. (III, 3-4; 1960, p. 12)
  • Io, invece, voglio essere laticlavo, quella fascia piccola e lucente che fa apparire il resto [nella trama della tunica] elegante e bello. Perché allora mi dici: «Fatti simile alla folla?» E come rimarrò laticlavo? (II, 17-18; 1960, p. 10)
  • Da ogni cosa che accade nel mondo è facile lodare la Provvidenza, purché si abbiano queste due qualità, la capacità di vedere nel loro insieme i singoli avvenimenti e il sentimento della riconoscenza. (VI, 1-2; 1960, pp. 17-18)
  • L'uomo [...] [Dio] l'ha introdotto qui per contemplare Lui e le sue opere, e non solo per contemplarle, ma anche per interpretarle. Per questo è vergognoso che l'uomo cominci e termini allo stesso punto degli esseri irrazionali: egli deve, piuttosto, cominciare di lì e terminare là dove termina nei nostri riguardi la natura. Ed essa termina nella contemplazione, nell'intelligenza e in un tenore di vita conforme alla natura. Badate, dunque, a non morire, senza aver contemplato queste realtà. (VI, 19-22; 1960, p. 19)
  • [...] non avete ricevuto delle facoltà per sopportare tutto ciò che càpita? La grandezza d'animo non l'avete ricevuta? Il coraggio non l'avete ricevuto? La pazienza non l'avete ricevuta? E se ho l'animo grande, che cosa più m'interessa quel che può capitare? (VI, 28-29; 1960, p. 20)
  • [...] ogni capacità in mano a persone prive di formazione filosofica e deboli di carattere è dannosa perché le spinge a insuperbirsi e a gonfiarsi d'orgoglio proprio per causa sua. (VIII, 8; 1960, p. 25)
  • E come fanno gli schiavi, come i fuggitivi? Su che si fondano quando abbandonano i padroni? Sui campi, sui servi, sulle argenterie? Nient'affatto, ma su se stessi — e tuttavia non manca loro il nutrimento. E il nostro filosofo dovrà confidare e riposare negli altri, quando va in terra straniera, e non prenderà personalmente cura di se stesso, e sarà da meno e più timido delle bestie irragionevoli le quali provvedono ognuna a se stessa, e non difettano né del cibo adatto né del tenore di vita che a ciascuna si conviene e che si armonizza con la loro natura? (IX, 8-9; 1960. p. 27)
  • Uomini, aspettate il Dio. Quand'egli vi fa segno e vi libera da questa servitù, allora fuggite verso di Lui: per il momento rassegnatevi a rimanere nel posto in cui v'ha collocato. Breve è, senza dubbio, il tempo del soggiorno qui, e agevole per chi ha tali disposizioni. Quale tiranno, quale ladro, quali tribunali possono ancora metter paura a chi fa così poco conto del corpo e di quel ch'esso possiede? Attendete e non andatevene sconsideratamente. (IX, 16-17; 1960. p. 28)
  • [...] l'insegnamento [in materia di libertà] consiste proprio nell'imparare a volere ciascuna cosa, come essa è. E com'è? Come l'ha ordinata l'Ordinatore. E ha ordinato che ci fossero estate e inverno, fecondità e sterilità, virtù e vizi e tutti i contrari dello stesso genere per l'armonia dell'universo, e a ciascuno di noi ha dato un corpo, membra del corpo, beni e compagni. (XII, 15-16; 1960, p. 38)
  • Qual è, dunque, il castigo per quelli che non sanno adattarsi? Di stare come stanno. Uno si dispiace di star solo? Resti nel suo abbandono. Uno si dispiace dei suoi genitori? Sia un figlio cattivo e si lamenti. Uno si dispiace dei figli? Sia un padre cattivo. «Gettalo in prigione». Quale prigione? Quella in cui si trova al presente, perché ci si trova contro voglia: e dove si sta contro voglia, è davvero una prigione. (XII, 21-23; 1960, pp. 38-39)
  • Non sai che piccola parte sei rispetto al tutto? E ciò per il tuo corpo, perché per la ragione non sei inferiore agli Dei, né più piccolo di loro; la grandezza della ragione, infatti, non si valuta né dalla lunghezza, e neppure dall'altezza, ma dai giudizi.
    Non vuoi, allora, porre il tuo bene in ciò che ti rende pari agli Dei? (XII, 26-27; 2009, p. 175)
  • Donde avviene che in relazione al crescere o al calare della luna, all'avvicinarsi o allontanarsi del sole, si notano nelle cose terrestri tante trasformazioni e tanti cambiamenti d'uno in altro contrario? Ma allora le piante e i nostri corpi sono così legati al tutto e simpatizzano tra loro, e le anime nostre non lo saranno molto di più? E le nostre anime sono così legate e avvinte a Dio, come parti e frammenti di Lui, e Dio non avvertirà ogni loro movimento come un movimento che Gli è proprio e connaturale? (XIV, 4-6; 1960, p. 41)
  • [Zeus] ha messo vicino a ciascuno [...] un guardiano, il demone proprio di ciascuno e ogni uomo ha affidato alla sua protezione — ed è uno che non dorme e non si lascia ingannare. A quale altro custode migliore e più premuroso avrebbe potuto affidare ciascuno di noi? In conseguenza, quando chiudete la porta e fate buio all'interno, ricordate di non dir mai che siete soli: non lo siete, in realtà, ma c'è Dio nell'interno, e c'è il vostro demone. E che bisogno hanno costoro di luce per vedere le vostre azioni? A questo Dio dovreste anche voi prestar giuramento come i soldati di Cesare. Ma essi, in quanto ricevono la paga, giurano di porre sopra tutto la salute di Cesare, e voi, che siete stati ritenuti degni di tanti e sì grandi doni, non presterete il giuramento o, prestatolo, non lo manterrete? E qual è il giuramento? Di non disobbedir mai, di non accusare né biasimare niente che vi sia stato concesso da Dio, di non fare né subire contro voglia ciò che è inevitabile. È simile in qualche modo questo giuramento a quello? Da una parte, i soldati giurano di non porre niente sopra Cesare: voi, dall'altra, di mettere voi stessi sopra tutte le cose. (XIV, 12-17; 1960, p. 42)
  • [A uno che si consigliò con lui sul modo di persuadere il fratello a non serbargli astio] Portalo da me e glielo dirò; a te, per quanto riguarda la sua ira, non ho niente da dirti. (XV, 5; 1960, p. 43)
  • Nessuna cosa grande compare all'improvviso, nemmeno l'uva, nemmeno i fichi. Se ora mi dici: "Voglio un fico"; ti rispondo: "Ci vuole tempo". Lascia innanzitutto che vengano i fiori, poi che si sviluppino i frutti e, poi, che maturino. (XV, 7)
  • C'è niente di più inutile dei peli del mento? Ebbene, non si è servita la natura anche di questi nel modo più opportuno che poteva? Non ha distinto con essi il maschio e la femmina? (XVI, 10; 1960, p. 44)
  • Uomo, tu hai una proairesi per natura non soggetta ad impedimenti e non soggetta a costrizioni. Qui, nelle viscere, questo sta scritto. (XVII)
  • E per qual motivo allora ci irritiamo? Perché apprezziamo gli oggetti che ci vengono tolti. Non apprezzare le tue vesti e non t'irriterai contro il ladro: non apprezzare la bellezza della tua donna e non t'irriterai contro l'adultero. (XVIII, 11; 1960, pp. 49-50)
  • [...] l'altro giorno, tenevo una lucerna di ferro davanti ai lari: sentii un rumore sotto la finestra, mi precipitai. Trovai che la lucerna era stata portata via. Riflettei che il ladro era stato spinto da un sentimento ben comprensibile. E dunque? Domani, dissi, la troverai di terracotta. Perché si perde quel che si ha. (XVIII, 15; 1960, p. 50)
  • [...] tale è la natura dell'essere animato: fa tutto per sé. E, infatti, anche il Sole fa tutto per sé e, del resto, anche Zeus. Ma quando vuole essere Pluvio o Frugifero o padre degli uomini e degli dèi, tu vedi che non può ottenere questo intento né questi titoli, senza essere utile alla comunità. In generale, egli ha disposto la natura dell'essere ragionevole in modo che non possa raggiungere alcun bene particolare se non porta qualche contributo all'utilità comune. Così non è più antisociale fare ogni cosa per sé. (XIX, 11-14; 1960, pp. 52-53)
  • E chi sono costoro dai quali vuoi essere ammirato? Non quelli che abitualmente definisci pazzi? E allora? Dai pazzi vuoi essere ammirato? (XXI, 4; 1960, p. 56)
  • Sono le difficoltà che mostrano gli uomini. (XXIV, 1; 2009, p. 247)
Sono le circostanze che rivelano gli uomini. (1960, p. 60)
  • [...] ricorda che la porta sta aperta. Non essere più timido dei ragazzini, ma, come quelli, quando il gioco non è di loro gradimento, dicono «Non gioco più», così anche tu, quando le circostanze ti sembrano altrettanto spiacevoli, dì semplicemente «Non gioco più» e vattene: se rimani, però, non lamentarti. (XXIV, 20; 1960, p. 62)
  • Sorveglia le tue cose in ogni modo, non desiderare le altrui. Tua è la lealtà; tua la dignità personale. Quindi, chi te le può strappare? Chi altro ti impedirà di usarne se non tu? E tu, in che modo? Se ti preoccupi di ciò che non è tuo, hai rovinato quel che è tuo. (XXV, 4-5; 1960, p. 63)
  • [...] che significa essere ingiuriati? mettiti vicino a un sasso e ingiurialo. Che farai? Se uno ascolta come un sasso, che ci guadagna chi ingiuria? Ma se chi ingiuria fa presa sulla debolezza dell'ingiuriato, allora ottiene un risultato. (XXVI, 29; 1960, p. 66)
  • Ecco, dunque, il punto di partenza della filosofia: rendersi conto della condizione in cui si trova la parte direttrice della nostra anima, perché, qualora se ne sia esperimentata la debolezza, si eviti di usarla per grandi imprese. Adesso, invece, gente che non è in grado di ingozzare un boccone compra un trattato e vi si getta sopra per divorarlo. Di conseguenza vomita o fa indigestione: e poi coliche, reumi, febbri. [...] Certo, nel campo della teoria è più facile confutare chi non sa, ma nella vita, nessuno si presta alla confutazione e, in più, odiamo chi ci confuta. (XXVI, 15-18; 1960, p. 68)
  • E quale rimedio si può trovare contro l'abitudine? L'abitudine contraria. (XXVII, 4; 1960, p. 69)
  • Ecco l'origine della passione: voler qualcosa e non ottenerla. (XXVII, 10; 1960, pp. 69-70)
  • [...] l'uomo, per natura, non si acconcia a farsi strappare il bene, non s'acconcia a piombare nel male. (XXVII, 12; 1960, p. 70)
  • [...] se non vanno di pari passo la pietà e l'utile, in nessuno potrà conservarsi la pietà. (XXVII, 14; 1960, p. 70)
  • [...] questa è la natura della mente, di inclinare al vero, di non accettare il falso e di sospendere il giudizio di fronte all'incerto. (XXVIII, 2; 1960, p. 71)
  • Il bene nella sua essenza consiste in una certa disposizione della persona morale, il male in una certa disposizione della persona morale. (XXIX, 1; 1960, pp. 74-75)
  • [...] anch'io ho perduto la lucerna, perché, nel vegliare, il ladro fu più bravo di me. Ma egli ha acquistato la lucerna a un prezzo davvero alto: per una lucerna è diventato ladro, per una lucerna sleale, per una lucerna bestiale. E tutto ciò gli è parso un guadagno. (XXIX, 21; 1960, p. 76)

Libro IIModifica

  • Non si deve [...] prestar fede [...] alle opinioni dei più che dicono che ai soli uomini di condizione libera è lecito avere un'educazione; bensì si deve credere ai filosofi, secondo i quali solo quelli che hanno ricevuto un'educazione [filosofica] sono liberi. (I, 22; 2009, p. 315)
  • Gli oggetti sono indifferenti, ma l'uso che se ne fa non è indifferente. Allora, come si potrà conservare la fermezza d'animo insieme alla sollecitudine, ugualmente lontana da sconsideratezza e da negligenza? Basta imitare i giocatori di dadi. I gettoni sono indifferenti, i dadi sono indifferenti, come sapere cosa darà la sorte? Ma usare con accortezza e con arte del risultato ottenuto, questo è già cómpito mio. (V, 1-3; 1960, p. 93)
  • Certo è difficile unire e conciliare queste cose, la vigilanza di chi si sente attratto dagli oggetti e la fermezza d'animo di chi rimane indifferente, tuttavia non è impossibile, se no sarebbe impossibile essere felici. È un po' come quando navighiamo. Che cos'è in mio potere? Scegliere il pilota, la ciurma, il giorno, il momento opportuno. Poi scoppia la tempesta. In che più mi riguarda? La parte mia l'ho compiuta. Questo è affare d'un altro, del pilota. Ma oltre a ciò, la nave s'affonda. Che ci posso fare io? Solo quello che è in mio potere posso fare: annegare senza aver timore, senza gridare, senza incolpare Dio, ben sapendo che chi è nato ha da morire. Non sono mica eterno, ma un uomo, parte del tutto, come l'ora è parte della giornata. Devo giungere come l'ora, e come l'ora scomparire. Che m'importa come scompaio, se per annegamento o per febbre? In uno di questi modi devo pur scomparire. (V, 9-13; 1960, pp. 93-94)
  • Come si può dire, dunque, che delle cose esterne alcune sono conformi, altre contrarie a natura? È come se fossimo isolati. Infatti, al piede, secondo natura, dirò che si addice essere pulito, mentre, se lo consideri come piede, e non come una cosa isolata, gli converrà di andare anche nel fango, di calpestare le spine e talvolta di essere amputato in vista de corpo intero: altrimenti, non sarà più piede. Lo stesso ragionamento s'ha da fare a nostro riguardo. Chi sei? Un uomo. Se ti consideri come una cosa isolata, è conforme a natura vivere fino a vecchiezza, arricchire, star in salute. Ma se ti consideri come un uomo e parte dei un tutto, converrà che, proprio in vista di questo tutto, talora ti ammali, talora navighi, talora t'esponga ai pericoli, talora soffra la povertà e qualche volta anche muoia prima del tempo. Perché sdegnarti? Non sai che, come quello, isolato, non sarà più piede, così neppure tu, isolato, sarai più uomo? Che cos'è, infatti, l'uomo? Parte d'una città, in primo luogo, di quella formata dagli dèi e dagli uomini, in secondo luogo di quella chiamata così perché le si avvicina moltissimo ed è, in piccolo, una copia della città universale.
    — Così, adesso devo essere giudicato?
    — E adesso un altro deve avere la febbre, un altro deve navigare, un altro morire, un altro essere condannato? È impossibile che in un corpo sì fatto, in un universo sì fatto che ci abbraccia, in mezzo a sì fatti uomini che vivono con noi, non càpitino di tali accidenti, ora agli uni, ora agli altri. A te spetta recarti là, dire ciò che devi, e disporre ogni cosa come conviene. Poi il giudice pronuncia: «Ritengo che sei colpevole.» «Buon prò ti faccia. Io ho compiuto il mio dovere; se anche tu l'hai compiuto, te lo vedrai da te». Corre un rischio anche lui, non dimenticarlo. (VII, 24-29; 1960. pp. 95-96)
  • Tu soltanto ricordati di quella diairesi grazie alla quale si definisce quanto è in tuo esclusivo potere e quanto non lo è. (VI)
  • [...] la guida buona, quando s'imbatte in uno che vaga di qua e di là, lo riporta sulla strada giusta invece di andarsene dopo averlo deriso e insultato. E anche tu, mostragli [a l'uomo incolto] la verità e vedrai che la segue. Ma finché non gliela mostri, non metterti a deriderlo; piuttosto prendi atto della tua incapacità. (XII, 3-4 ; 1960, p. 112)
  • [...] ogni tecnica ha in sé qualcosa che ispira forza e sicurezza nell'ambito del suo dominio. (XIII, 20; 1960, p. 117)
  • Qual è il primo compito di chi si dà a filosofare? Gettare via la presunzione, perché è impossibile che ci si metta a imparare ciò che si presume di sapere. (XVII, 1; 1960, p. 129)
  • Ogni abitudine e ogni capacità si mantiene e si irrobustisce con le azioni corrispondenti, quella del camminare col camminare, quella del correre col correre. Se vuoi essere bravo a leggere, leggi, a scrivere, scrivi. (XVIII, 1-2; 1960, p. 133)
  • Le proprie miserie gli uomini le ammettono, talune senza difficoltà, altre, invece, con difficoltà. (XXI, 1; 1960, p. 146)
  • Dove sono l'«io» e il «mio», lì inclina di necessità il vivente [...]. (XXII, 19; 1960, p. 151)
  • Quando hai desiderio di ascoltare un filosofo, non dirgli: «Non mi dici niente?», ma mostragli solo la capacità che hai di ascoltarlo, e vedrai come lo spingerai a parlare. (XXIV, 29; 1960, p. 163)

Libro IIIModifica

  • Uno gli chiese che cosa fosse il senso comune. Egli replicò: «Si potrebbe chiamare orecchio comune quello che si limita a distinguere i suoni, mentre quello che distingue i toni non è più comune ma da artista. Così ci sono delle cose che uomini non del tutto pervertiti vedono in grazia delle loro facoltà comuni. Tale atteggiamento dell'intelligenza io chiamo senso comune.» (VI, 8; 1960, p. 181)
  • A te, tutto quel che hai sembra poco: a me, le mie cose, tutte, molto. Insaziabile è la tua brama, la mia s'appaga. Ai bambini che ficcano la mano in un vaso dal collo stretto e cercano di tirar su i fichi secchi, càpita lo stesso: se riempiono la mano, non riescono più a estrarla, e allora piangono. Lasciane un po' e la tirerai fuori. Anche tu, lascia qualche desiderio da parte: non bramar molto e l'otterrai. (IX, 21-22; 1960, p. 189)
  • Non tutto ciò ch'è difficile e pericoloso serve ad esercitare, ma solo ciò che è vantaggioso all'oggetto proposto ai nostri sforzi. (XII, 3; 1960, p. 193)
  • [...] l'abitudine ha una grande influenza [...]. (XII, 6; 1960, p. 193)
[...] il potere dell'abitudine è grande [...]. (2009, p. 633)
  • Uomo, se sei irascibile, esèrcitati a sopportare gli insulti, e non irritarti d'essere disprezzato. In tal modo progredirai tanto che, seppure uno ti picchia, tu stesso gli dirai: — «Supponi d'aver abbracciato una statua.» (XII, 10; 1960, p. 193)
  • [...] tollera gli insulti, perché quando agisci come la moltitudine, poni te stesso al suo livello. (XII, 12; 2009, 579)
  • Abbandono è la condizione di chi non ha risorse. Chi è solo non è per ciò stesso anche abbandonato; al contrario si può stare in mezzo a tanti ed essere nondimeno abbandonati. (XIII, 1; 1960, p. 195)
L'isolamento è lo stato di chi è senz'aiuto. In effetti, chi è solo non è per ciò stesso anche isolato, come non è detto che chi si trova in mezzo ad una folla non sia isolato. (2009, p. 641)
  • Come Zeus vive in compagnia di se stesso, pensa alla natura del suo governo ed ha pensieri degni di Lui, così anche noi dobbiamo poter discorrere con noi stessi, non aver bisogno di altri, non essere incerti sul modo di passare il tempo; dobbiamo riflettere sul governo divino, sui nostri rapporti con tutto il resto, osservare quale era in passato il nostro comportamento verso gli avvenimenti, quale è ora; quali sono le cose che ancora ci opprimono; come si possa rimediare anche a queste, come si possa eliminarle; e, se alcune cose hanno bisogno di essere affinate, affinarle secondo la loro propria natura. (XIII, 7-8; 2009, pp. 641 e 643)
  • Talvolta, per esercizio, vivi da malato, onde in altro tempo, possa vivere da sano. Non toccar cibo: bevi solo acqua: astieniti, talvolta, assolutamente dal desiderare, onde in altro tempo possa usare il desiderio in conformità a ragione. E se in conformità a ragione, qualora abbia un bene in te, giustamente lo desidererai. (XIII, 21; 1960, p. 197)
  • Uomo, se sei qualcuno, cammina da solo, parla con te stesso e non celarti in un coro. Accetta di essere talora schernito, volgi attorno lo sguardo, scuotiti per sapere chi sei. (XIV, 2-3; 2009, p. 649)
  • [...] il ragazzo nel campo della musica è senza gusto, nel campo delle lettere illetterato, nella vita ineducato. (XIX, 6; 1960, p. 205)
  • Prima di tutto, dì a te stesso chi vuoi essere: poi, in accordo con la decisione presa, fa' quel che fai. (XXIII, 1; 1960, p. 223)
  • «Ti invito a venire da me per sentire che stai male e tutto prendi a cuore eccetto quel che dovresti e ignori il bene e il male e sei misero e disgraziato.» Bell'invito! Eppure, se non producono quest'effetto le parole del filosofo sono morte e morto chi le pronuncia. (XXIII, 28; 1960, p. 227)
  • [...] questo mondo è una città sola, come pure la sostanza di cui è stato composto, e così una sola è la necessità di un movimento periodico e d'un ritirarsi di alcune cose dinanzi ad altre: queste si disperdono, quelle spuntano, queste rimangono nello stesso posto, quelle si muovono. (XXIV, 10; 1960, p. 229)

Libro IVModifica

  • [...] avendo ricevuto tutte le cose da un Altro e lo stesso tuo essere, ti adiri e biasimi chi te le ha date, se te ne strappa una? (I, 103; 1960, p. 259)
  • [...] non saziandovi di quel che desiderate si conquista la libertà, bensì sopprimendo il desiderio. (II, 175; 1960, p. 268)
  • Ecco la riflessione che devi avere a portata di mano quando abbandoni un oggetto esterno: che cosa ne ottieni in cambio — e se questa vale di più, non dir mai «Ci perdo» [...]. (III, 1-2; 1960, p. 270)[1]
  • [...] se le circostanze ti portano a vivere solo o con pochi, chiama allora questa tua condizione tranquillità e sappi usarne per un fine conveniente: parla con te stesso, prova le tue rappresentazioni, tieni in attività le prenozioni. Se poi càpiti in mezzo alla folla, dì allora che si tratta di una gara, di un'accolta, d'una festa, e cerca di partecipare alla festa insieme agli altri. (IV, 26; 1960, p. 275)
  • Se rallenti un po' l'attenzione, non immaginarti di poterla riprendere quando vuoi: piuttosto abbi bene in mente che per l'errore di oggi la tua condizione necessariamente peggiorerà sotto ogni altro rispetto. In primo luogo — ciò ch'è più grave di tutto — ti si attacca l'abitudine di non prestar attenzione, poi l'abitudine di differire l'attenzione, e così ti abitui a rimandar sempre d'uno in altro giorno la serenità, una condotta dignitosa, una maniera di comportarsi e di vivere conforme a natura. (XII, 1; 1960, p. 309)

FrammentiModifica

  • Quando si tratta di salvezza dell'anima e del rispetto per noi stessi, bisogna pur fare qualcosa senza troppo pensarci.[2] (X a; 1960, p. 323)
  • [...] se le mie cose non mi contentano, io mi contento di esse, e così anch'esse contentano me.[3] (IV; 1960, p. 323)
  • Ci sono taluni di nobile sentire che compiono garbatamente, con calma e quasi senza collera azioni che che compiono anche uomini trascinati da un'ira eccessiva. Bisogna evitare pure l'errore di costoro, giacché è molto peggio d'un violento scoppio di collera. Infatti quelli che scoppiano in collera, si saziano subito della vendetta, gli altri, invece, la prolungano per molto tempo.[4] (XII; 1960, pp. 232-24)
  • «Eppure, dice qualcuno, io vedo che gli uomini di perfetta virtù muoiono di fame e di freddo». E quelli che non sono di perfetta virtù, non vedi che muoiono per la lussuria, per l'arroganza, per l'ignoranza del bello e del buono?[5] (XIII; 1960, p. 324)
  • Quando siamo invitati ad un banchetto, prendiamo quel che c'è e se uno domandasse al padrone di casa che, invece di quello che c'è, gli venga servito del pesce o dei dolci, parrebbe uno stravagante. Tuttavia, nella vita, vogliamo dagli dei quello che non ci danno, anche se le cose che ci hanno dato sono molte. (XVII)
  • Se il medico non dà nessun consiglio, i malati se ne lamentano, perché pensano che disperi di loro. (XIX)
  • Chi ha il corpo ben disposto, resiste al caldo e al freddo; così pure chi ha l'anima in buone condizioni, sopporta l'ira, la tristezza, la grande gioia e ogni altra emozione.[6] (XX; 1960, p. 326)
  • Prima di attaccare qualcuno con veemenza e minacce, ricorda di dirti che sei un essere mite. Così non compirai nessun atto violento. e vivrai senza pentimenti e senza colpe.[7] (XXV; 1960, p. 328)
  • Nessuno è libero se non è padrone di se stesso. (XXXV)

ManualeModifica

IncipitModifica

Cesare CassanmagnagoModifica

Delle cose, le une sono in nostro potere, le altre non sono in nostro potere. Sono in nostro potere l'opinione, l'impulso, il desiderio, l'avversione e, in una parola, tutte quelle cose che sono nostre proprie azioni; non sono in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche e, in una parola, tutte quelle cose che non sono nostre proprie azioni: le cose in nostro potere sono per natura libere, incoercibili e prive di impedimenti, quelle che non sono in nostro potere sono deboli, schive, coercibile ed estranee. Ricorda, dunque, che se riterrai libere quelle che sono per natura schiave, e tue proprie quelle estranee, sarai impedito, ti affliggerai, sarai turbato e ti lamenterai degli Dei e degli uomini; mentre, se riterrai tuo proprio solo quel che è tuo, ed estraneo, com'è realmente, quel che è estraneo, nessuno ti costringerà mai, nessuno ti impedirà, non ti lamenterai di nessuno, non accuserai nessuno, non farai niente controvoglia, non avrai alcun nemico, nessuno ti farà danno, e neppure, in effetti, potrai subire alcun danno.

Giacomo LeopardiModifica

Le cose sono di due maniere; alcune in potere nostro, altre no. Sono in potere nostro l'opinione, il movimento dell'animo, l'appetizione, l'aversione, in breve tutte quelle cose che sono nostri propri atti. Non sono in poter nostro il corpo, gli averi, la riputazione, i magistrati, e in breve quelle cose che non sono nostri atti.
Le cose poste in nostro potere sono di natura libere, non possono essere impedite né attraversate. Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo sono cose altrui.
Ricòrdati adunque che se tu reputerai per libere quelle cose che sono di natura schiave, e per proprie quelle che sono altrui, t'interverrà di trovare quando un ostacolo, quando un altro, essere afflitto, turbato, dolerti degli uomini e degli Dei.

Enrico V. MalteseModifica

La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e cose non soggette al nostro potere. In nostro potere sono il giudizio, l'impulso, il desiderio, l'avversione e, in una parola, ogni attività che sia propriamente nostra; non sono in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche pubbliche e, in una parola, ogni attività che non sia nostra. E ciò che rientra in nostro potere è per natura libero, immune da inibizioni, ostacoli, mentre quanto non vi rientra è debole, schiavo, coercibile, estraneo. Ricorda, allora, che se considererai libere le cose che per natura sono schiave, e tuo personale ciò che è estraneo, sarai impedito, soffrirai, sarai turbato, ti lamenterai degli dèi e degli uomini; se invece riterrai tuo solo ciò che è tuo, ed estraneo, come in effetti è, ciò che è estraneo, nessuno ti potrà mai coartare, nessuno ti impedirà, non ti lamenterai di nessuno, non accuserai nessuno, non ci sarà cosa che dovrai compiere contro voglia, nessuno ti danneggerà, non avrai nemici, perché non potrai patire alcun danno.

Luca Antonio PagniniModifica

Di quante cose vi sono al mondo certune da noi dipendono, cert'altre no: dipendenti da noi sono l'opinione, l'appetenza, il desiderio , l'aversione, e in somma tutte quelle, che sono opere nostre. Non dipendenti da noi sono il corpo, la roba, gli onori, le dignità, e tutto ciò infine, che non è opera nostra.

Lazzaro PapiModifica

Alcune cose sono in poter nostro, alcune no. Sono in nostra balìa l'opinione, l'appetito, il desiderio, l'avversione, e, in una parola, tutte le azioni nostre. Non sono in nostro arbitrio il corpo, la roba, gli onori, i comandi, e, a dir breve, quanto non è nostra operazione.

CitazioniModifica

  • Di fronte a ogni singola cosa che ti attragga, ti si presenti utile o abbia il tuo affetto, ricorda di pronunciarti sulla sua vera natura, a cominciare dalle più piccole. Se ti piace una pentola, dirai: «mi piace una pentola»; quando andrà in frantumi non ne sarai turbato. Se baci tuo figlio o tua moglie, ripeti a te stesso che stai baciando un essere umano: la sua morte non ti turberà. (3; 2007, p. 5)
  • Gli uomini sono agitati e turbati, non dalle cose, ma dalle opinioni ch'eglino hanno delle cose. (1865, p. 219)
Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti. (5; 2007, p. 7)
  • Incolpare gli altri dei propri mali è tipico di chi non ha educazione filosofica; chi l'ha intrapresa incolpa se stesso; chi l'ha completata non incolpa né gli altri né se stesso. (5; 2007, p. 7)
  • Se un cavallo montando in superbia dicesse: io son bello; ciò sarebbe per avventura da comportare. Ma quando tu ti levi in superbia dicendo: io ho un bel cavallo; avverti che tu insuperbisci di un pregio che è del cavallo. (1865, p. 220)
  • Non devi adoperarti perché gli avvenimenti seguano il tuo desiderio, ma desiderarli così come avvengono, e la tua vita scorrerà serena. (8; 2007, p. 7)
  • La malattia si è un impaccio del corpo, ma non della disposizione dell'animo, solo che esso non voglia. (1865, p. 221)
  • Non dir mai di nessuna cosa: «l'ho perduta», ma: «l'ho restituita». (11; 2007, p. 9)
  • Meglio è morirsi di fame dopo una vita libera da travagli e timori, che vivere inquieto in grande abbondanza di ogni cosa. (1865, pp. 221-22)
  • Chi ha il potere di procurare o di togliere a un uomo ciò che questi desidera o non desidera è il suo padrone. (14, 2; 2007, p. 11)
  • Tu incomincerai dunque dalle cose picciole. Ti si versa un poco di olio? ti è rubato un poco di vino? tu dirai: a tanto si vende la tranquillità dell'animo. (1865, p. 222)
  • Se vuoi progredire, sopporta pure che le circostanze esterne ti procurino la reputazione di stolto e insensato, non cercare affatto di apparire sapiente: anzi, se ci sarà chi ti considera qualcuno, diffida di te stesso. (13; 2007, p. 9)
  • [...] questo è il tuo compito, recitare nobilmente la parte che ti è stata assegnata; quanto alla scelta di essa, questo è compito di un Altro. (17; 2009, p. 987)
  • [...] sfòrzati d'impedire che l'apparenza non ti trasporti in sul primo; che se tu otterrai un poco di tempo e d'indugio, più agevolmente ti verrà fatto di vincerti e di contenerti. (1865, p. 224)
  • Abbi tutto giorno dinanzi agli occhi la morte, l'esilio e tutte quelle altre cose che appaiono le più spaventevoli e da fuggire, e la morte massimamente; e mai non ti cadrà nell'animo un pensier vile, né ti nasceranno desiderii troppo accesi. (1865, p. 225)
  • Vuoi tu darti a filosofare? Apparécchiati insino da ora a dovere essere schernito e deriso da molti [...]. E sappi che se tu durerai nel tenore di vita incominciato, quei medesimi che a principio si avranno preso giuoco di te, in progresso di tempi cangiati ti ammireranno; laddove se per li motteggi ti perderai d'animo, tu ne guadagnerai le beffe e le risa doppie. (1865, p. 225)
  • Tu non sei stato invitato a cena dal tale. Ma né anche hai dato a lui quello a che egli vende la sua cena. Ora egli la vende a prezzo di lodi, di osservanza, di ossequi. Paga dunque il prezzo se la mercanzia fa per te. Ma se tu vuoi non pagare il prezzo e avere la merce, questa si è ingordigia e furfanteria. Forse che in cambio della cena tu non hai nulla? Sì che tu hai ben questo, che tu non hai lodato chi non volevi, che non sei stato ad aspettarlo in sull'uscio. (1865, p. 227)
  • Se qualcuno affidasse la tua persona al primo che incontra, ti adireresti; e tu che affidi la mente a chi capita, e, se questi ti insulta, la lasci cadere nel turbamento e nella confusione, non te ne vergogni? (28; 2007, p. 19)
  • Innanzi di metterti a qualsivoglia operazione, divisane teco stesso le antecedenze e le conseguenze. Altrimenti tu intraprenderai con grande animo, non pensando punto alle cose che hanno a venire, ma in progresso, nascendoti qualche difficoltà e qualche vitupero, tu ti vergognerai. (1865, p. 228)
  • Se uno ti riferisce che il tale parla male di te, invece di difenderti dalle critiche che ti vengono riportate, rispondi: «sicuramente ignorava gli altri miei difetti, perché altrimenti non avrebbe parlato solo di questi». (33, 9; 2007, p. 27)
  • [...] se a te fa piacere parlare di quello che hai rischiato, non altrettanto piacere fa agli altri ascoltare le tue avventure. (33, 14; 2007, p. 29)
  • Non istare anche a studiarti di muovere al riso; perché ciò facendo, si porta pericolo di trascorrere ai modi e all'usanza dei più; oltre che di leggeri avverrebbe che i circostanti rimetterebbono più o manco della loro riverenza verso di te. (1865, p. 235)
  • Se hai assunto un ruolo che va oltre le tue possibilità, oltre a rimediare, in quello, una brutta figura, hai trascurato il ruolo che era alla tua altezza. (37; 2007, p. 31)
  • [...] una volta superata la misura, non c'è più alcun limite. (39; 2009, p. 1011)
  • Qualora alcuno o con parole o con fatti ti offende, sovvengati che egli opera ovvero parla in quel cotal modo, stimando che di così fare ovvero parlare gli appartenga e stia bene. [...] Sicché se a lui pare il falso, esso si ha il danno e non altri, cioè a dire, il danno è di colui che s'inganna. (1865, p. 237)
  • Ogni cosa ha, per maniera di dire, due manichi: a pigliarla dall'uno, ella si sopporta, dall'altro no. (1865, pp. 237-38)
  • Queste cotali argomentazioni non reggono: io sono più ricco di te, dunque io sono da più di te; io più letterato di te, dunque io sono da più. Queste altre reggerebbero bene: io sono più ricco di te, dunque la mia roba è da più che la tua; io più letterato di te, dunque la mia dicitura val più che la tua. Ma tu non sei né roba né dicitura. (1865, p. 238)

Citazioni sul ManualeModifica

  • Ad acquistare questo dominio stabile sopra gli impulsi, giova in primo luogo il fare ogni sforzo per rendere la nostra vita indipendente dalle altre cose e ridurre al minimo l'influenza che queste possono esercitare sulla nostra tranquillità interiore. Nel manuale di Epitteto, come nei Ricordi di Marco Aurelio vi sono cose eccellenti a questo riguardo. Soltanto il consiglio, per sé ottimo, assume in essi un aspetto paradossale, perché essi vogliono ricondurre in tutto e per tutto l'azione che le cose esercitano sopra di noi all'opinione che noi ne abbiamo. Ora bisogna, riconoscere che la vita nostra dipende realmente da molte cose e che non è in potere nostro di annullare tale dipendenza: tuttavia è vero che molte dipendenze sono artificiose ed inutili: sono creazioni dell'abitudine, della mollezza di volontà, da cui la ragione può liberarci. (Piero Martinetti)
  • È conciso e acuto, scritto con il tono di un amico benevolo che dà consigli. (Arthur Schopenhauer)
  • La sua nobiltà precisa e senza cedimenti, la sua semplicità esente da ogni ciarlataneria me lo rendono molto più prezioso dei Vangeli. Il Manuale di Epitteto è il più bello e il più liberatore di tutti i libri. (Han Ryner)
  • Non aspettiamoci entusiasmi o lirismi: il Manuale di Epitteto sembra un'austera e geometrica capanna giapponese, costruita con dodici pali, senza mobili né cuscini né letti né tappeti né specchi. (Pietro Citati)
  • Non poche sentenze verissime, diverse considerazioni sottili, molti precetti e ricordi sommamente utili, oltre una grata semplicità e dimestichezza del dire, fanno assai prezioso e caro questo libricciuolo. (Giacomo Leopardi)

Citazioni su EpittetoModifica

  • Che ci guadagna Epitteto a prevedere che il suo padrone gli romperà la gamba? Gliela rompe meno per questo? Egli ha, oltre al suo male, il male della previdenza. (Jean-Jacques Rousseau)
  • Epitteto era ricco della propria povertà; Marc'Aurelio ha scelto di essere povero della propria ricchezza. (Roger Judrin)
  • Pascal vedeva in due figure, Epitteto e Montaigne, i suoi veri e propri tentatori, contro i quali aveva bisogno di difendere e assicurare sempre di nuovo il suo cristianesimo. (Friedrich Nietzsche)
  • Quello che rende supremamente interessante Epitteto non sono i dogmi ch'egli insegna e che sono quelli di tutta la sua scuola, ma è la sua figura stessa, il suo carattere, quella dottrina diventata persona: la dottrina morale di un povero, di un malato, di un solitario, di uno schiavo eroico, che fa della sua condizione umile il piedistallo della sua grandezza, e guarda in faccia la vita, e afferma energicamente la sua volontà e trova in quest'affermazione la tranquillità del suo spirito.
    Tuttavia qualche cosa gli manca. Pascal diceva che Epitteto conosce la grandezza dell'uomo, non ne conosce la debolezza. C'è troppa tensione in lui, un predominio assoluto della ragione fino a diventare innaturale: egli ha la forza in sommo grado, ma gli manca la grazia, la tenerezza, gli manca soprattutto la pietà, ch'è la grande lacuna di tutto lo stoicismo. (Giuseppe Melli)

Emil CioranModifica

  • Che modestia negli Antichi! Epitteto dice della Provvidenza: «Non ha potuto fare di meglio». Quale teologo cristiano avrebbe avuto l'onestà di dire la stessa cosa del suo dio?
  • Epitteto e Montaigne sono prolissi, soprattutto il primo.
  • I due maggiori saggi dell'Antichità al tramonto: Epitteto e Marco Aurelio, uno schiavo e un imperatore.

NoteModifica

  1. Cfr. IX, 1-3 (1960, p. 299): «Quando vedi uno che è magistrato, opponi, per parte tua, che sai fare a meno delle magistrature: quando vedi un altro ricco, guarda quel che possiedi in vece delle ricchezze. Perché se non hai niente in cambio, sei un infelice: ma se hai la capacità di non aver bisogno delle ricchezze, sappi che hai qualcosa molto maggiore di lui e di molto maggior valore. Uno ha una moglie avvenente: tu sai reprimere il desiderio d'una moglie avvenente. Ti sembra poco?»
  2. Arnobius, Adversus Gentes, 2, 78.
  3. Stobaeus, IV, 33, 28.
  4. Stobaeus, III, 20, 47.
  5. Stobaeus, I, 3, 50.
  6. Stobaeus, III, 4, 93.
  7. Stobaeus, III, 20, 67.

BibliografiaModifica

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