David Grieco

regista, sceneggiatore e attore italiano

David Grieco (1951 – vivente), regista, sceneggiatore, attore e giornalista italiano.

David Grieco

CitazioniModifica

  • [Su I satanici riti di Dracula] Lo avevano visto soccombere, per l'ennesima volta, nella Londra dei Beatles, in 1972: Dracula colpisce ancora ed ecco che riappare, più arzillo che mai, nel cuore della City, sotto le mentite spoglie di un facoltoso industriale. Stavolta, però, l'aristocratico demone sembra voler adeguarsi ai tempi e, anziché praticare anacronistici salassi, ha deciso di conquistare il potere politico ed economico per poi distruggere l'umanità con una vera e propria guerra batteriologica. I suoi complici sono personaggi al di sopra di ogni sospetto: un lord, un ministro, uno scienziato, insignito del «Premio Nobel» e un ricco latifondista, lusingati dal disegno di un regime autoritario e coinvolti poi definitivamente in riti satanici e altri macabri passatempi oggi molto in voga.[1]
  • A cavallo tra orrido e fantascientifico, questo I satanici riti di Dracula – interpretato da maschere «classiche» che non danno ancora segni di stanchezza: Christopher Lee, Peter Cushing, Michael Coles – del regista britannico Alan Gibson perpetua la leggenda di Dracula per una satira grottesca del conservatorismo inglese. Il film non manca di originalità, anche se il singolare apologo stenta ad inserirsi in un impianto narrativo in fin dei conti piuttosto convenzionale.[1]
  • Ridotto alla follia dal transfert vampiresco (si aggirava, ogni notte, con il suo macabro costume di scena, nei viali di Beverley Hills), Bela Lugosi si spense a poco a poco nella stanza di un manicomio. Poco prima di morire, disse all'infermiera che gli portava un televisore per distrarlo dalle sue manie ossessive: «Mi dicono che sono matto perché credo di essere Dracula, ma l'umanità che mi mostrate continuamente in questo scatolone vi sembra forse sana, reale?»[2]
  • Questa bestia da cinema, da teatro, da cabaret, da rotocalchi, ha conquistato ormai un circo che porta il suo nome: Klaus Kinski. Ora che si aggrappa, ferita, a sbarre dorate, tutti coloro che vanno in processione ad ammirarla non conoscono l'odore del letame in cui ha vissuto. Non hanno mai udito i suoi ululati di rabbia e di fame. A un mito non si chiede più nulla. Solo diventando un mito Klaus Kinski poteva dimenticare.[3]
  • A Kinski non puoi far domande. Pensa a tutto lui, e ti infeste con un fiume di parole. Magiche, sciocche, misteriose, pedanti, sconvolgenti. Il bello è che ti dice tutto e il contrario di tutto con fierezza disarmante, rendendoti impotente ad afferrarlo.[3]
  • [Sull'assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 2021] Se all'interno del Campidoglio ci fosse stato un maggior numero di poliziotti armati e dal grilletto facile, stamattina avremmo forse contato centinaia di morti e gli Stati Uniti si troverebbero oggi in una situazione oggettiva di guerra civile, che era poi l'obiettivo di Donald Trump fin dalla scorsa estate, quando il presidente si rese conto che la sua folle e negazionista gestione dell'emergenza Covid lo avrebbe condotto alla sconfitta elettorale contro Joe Biden.[4]

Da Il «Silenzio» di Rostov

L'Unità, 4 maggio 1992

  • Il Mostro di Rostov è senza dubbio il più grande delinquente comune della storia dell'umanità. E, quel che più conta, non è un povero pazzo. Quest'uomo è perfettamente capace di intendere e di volere. Quest'uomo è in grado di citare a memoria interi capitoli di Tolstoj. Quest'uomo è il padre, e il nonno, di una delle famiglie più numerose di Rostov.
  • Andrej Cikatilo somiglia in modo impressionante ad Anthony Hopkins. Sì, proprio a Hannibal «the Cannibal» Lecter, lo psichiatra del Silenzio degli innocenti. Ma il suo viso fa molta, molta più paura. Perché è il viso di un uomo vero. E perché Andrej Cikatilo ha fatto cose che nemmeno Hannibal Lecter avrebbe saputo concepire. Ha ucciso - no, ucciso è dir poco: ha sventrato, mutilato, deturpato, divorato 55 persone in un arco di tempo di oltre dieci anni. Quasi tutti bambini, e ragazze minorenni.
  • Le perizie psichiatriche dimostrano che è sano di mente, socievole, affabile, intelligente. Magari affascinante. Cikatilo è davvero il «gemello russo» di Hannibal Lecter. Il personaggio di un film ancora più sconvolgente del Silenzio degli innocenti.

Da Ho conosciuto il cannibale di Rostov

L'Unità, 11 ottobre 1992

  • Ma come può un uomo solo uccidere 55 persone nell'arco di dodici anni e farla franca? Come è possibile che abbia potuto commettere questi delitti lungo tutto lo sterminato territorio dell'ex Unione Sovietica eludendo l'oppressiva sorveglianza del famigerato regime comunista? Come è riuscito a farsi scarcerare per ben due volte prima della sua cattura definitiva? Non mi dico non è possibile. Questa è veramente una farsa.
  • Gli orfanotrofi nell'ex Unione Sovietica sono scuole speciali. Sono «le fabbriche dove si forgiano i comunisti» diceva Stalin. Comunisti privi di ingombranti genitori. Comunisti figli dello Stato. Comunisti perfetti.
  • Questa era l'Unione Sovietica. Niente notizie sui giornali. Solo musica classica in tv.

Da Un colpo di fucile per il «mostro»

L'Unità, 16 ottobre 1992

  • Con i suoi 55 omicidi di donne e bambini, Andrej Romanovic Cikatilo è salito di prepotenza in vetta al Guinness dei primati. Speriamo che ci resti il più a lungo possibile.
  • Uccidere senza motivo è oggi la terribile vendetta contro la vita che possono mettere in atto tutti coloro che si sentono in credito verso la vita. E purtroppo chiunque oggi può sentirsi in credito verso la vita.
  • Sono partito per Rostov perché mi sono identificato. Sarà spaventoso ma è così. Perché Andrej Romanovic Cikatilo non è un serial killer come altri. Il Mostro di Rostov è un padre di famiglia, un intellettuale, un comunista. È una scheggia impazzita di un mondo andato in frantumi. E sotto le macerie di quel mondo, chiunque di noi, anche chi ha odiato il comunismo con tutte le sue forze, ha lasciato un pezzettino di sè.
  • Uccidendo Cikatilo si rinuncia a capire che è e da dove viene. Ma il guiao è che Cikatilo viene da dentro di noi. E anche uccidendolo, cioè ripetendo un gesto che lui ha compiuto 55 volte, non potremo sopprimerlo.

Da E dopo il gulag, Cikatilo...

Intervista di Antonella Fiori, L'Unità, 17 febbraio 1994

  • Il processo era un gigantesco sabba. La gente urlava, imprecava, piangeva. Un uomo a un certo punto ha tirato verso la gabbia un disco da hockey colpendo Cikatilo alla nuca: lui non fece una piega. Ma la cosa più impressionante erano i suoi occhi. Abbiamo filmato per venti minuti un suo primo piano fisso. I suoi occhi, muovendosi in modo indipendente dal basso in alto possono guardare due cose contemporaneamente. Guardava in macchina ma guardava anche me. Lo chiamano «lo sguardo del camaleonte». Se ne trova tracce nella psichiatria e nella mitologia.
  • Negli Stati Uniti la malattia nasce nella privacy, nella propria casa, che si trasforma in una macelleria. Nell'Unione Sovietica è stato l'opposto. Non c'erano notizie sui giornali, nessuna madre teneva i propri figli in casa. C'è una sorta di privacy collettiva e omertà generalizzata.
  • Tutta la cultura dell'est europeo è crudele, pensiamo a quello che accade nella ex Jugoslavia.
  • Mangiare i bambini per lui era come ricominciare daccapo la sua vita, senza riuscirci, ovviamente. Tutto parte dall'impotenza ma il punto di arrivo è una totale disinibizione, un punto di non ritorno. La Russia di oggi in fondo è così.
  • In Russia non c'è nessuna conoscenza psichiatrica. I matti, quelli che venivano rinchiusi in manicomio, erano i dissidenti che invece sono sempre stati i più sani di mente. Oggi assistiamo a un fenomeno di rimozione collettiva impressionante che va di pari passo con la repressione. L'importante è dare in pasto a tutti un colpevole, dare l'esempio reprimendo il male.

Da Intervista a David Grieco

Intervista di Elena Dal Forno, Film.it, 5 maggio 2004

  • [Sulla pedofilia] Come si può umanamente accettare e capire che un uomo faccia a dei bambini quelle cose? Non si può, allora si preferisce non parlarne, non lavorare in profondità su delle menti che potrebbero esplodere da un giorno all'altro e creare mostri a ripetizione.
  • [Su Evilenko] Ci resta un lungo lavoro da fare sugli adulti già oggi, ma mi auguro che poter portare questo film nelle scuole possa aiutare a prendere in tempo quelle menti adolesecenti che potrebbero degnerare da un momento all'altro.
  • [Su Andrej Romanovič Čikatilo] Fin dal primo istante in cui l'ho visto quest'uomo mi ha letteralmente folgorato. Lo vidi una notte su RaiTre e i suoi occhi mi entrarono così dentro che decisi di partire per andare a incontrarlo. Mi ero immediatamente identificato con questo intellettuale di sinistra che aveva letteralmente smarrito il senso dei propri valori e della propria identità sprofondando in questo abisso di criminalità. Volevo capirlo. Fino in fondo. Anche io nel mio piccolo stavo attraversando una crisi di valori comunisti e per questo decisi di partire immediatamente. L'incontro fu straordinario, ma rifiutai di fare subito il film perché sarebbe stato un film di bassa macelleria. Decisi di scrivere il libro e solo adesso sono riuscito a farne il film che volevo. Affidando poi la parte a Malcolm ho pensato che anche se come regista all'esordio fossi risultato una mezza calzetta forse la sua straordinaria bravura mi avrebbe in qualche modo salvato.

Da Incontro con David Grieco

Close-up.it, 8 maggio 2004

  • [Sulle difficoltà nel trovare un produttore per Evilenko] Le mie motivazioni non erano facilmente vendibili. La storia del serial killer è appetibile, ma nessuno voleva saperne di una storia che prevedeva la morte di decine di bambini. 55 piccole vittime sono un motivo per scappare. Ogni volta che presentavo la sceneggiatura mi veniva suggerito di modificare la trama mettendo al posto dei bambini delle prostitute.
  • La realtà è che nessuno vuole trattare seriamente e con coscienza il tema della pedofilia. È come se si avvertisse un fastidio misto a terrore per l’infanzia che è giudicata come qualcosa di ingombrante. Per cui, da un lato abbiamo i carnefici di bambini, dall’altro un’umanità sostanzialmente disinteressata a risolvere il problema.
  • Questa è la storia di due personaggi: due comunisti. Il mostro e l'uomo che gli dà la caccia. Quest'ultimo è un comunista come tanti ce ne sono stati in Europa e in Italia. È un orfano che tuttavia non prova alcuna nostalgia per l'ideologia. Continua a intendere il comunismo come una linea d'ispirazione etica e a vivere un sogno che nonostante tutto credo sia giusto coltivare anche oggi.
  • Le vicende del mostro di Rostov, sono legate alle sorti della Russia comunista. Il mio film vuole analizzare il declino di una società che dopo la disgregazione ha svelato ogni sorta di orrore, compreso quello di un serial killer che ha ucciso più di cinquanta bambini. Bisogna considerare che il processo a Chikatilo è iniziato nel maggio '92. Alla fine di quell'anno crollava l'Unione Sovietica. Attraverso questa storia particolare, quindi, ho cercato di ricostruire il sentimento di quell'epoca. Ho voluto rappresentare il grande disorientamento che regnava tra i russi. Per settant’anni ci sono state generazioni nate e morte nell'URSS. Nel bene e nel male il comunismo era un modo di vivere, l'unico conosciuto. Improvvisamente con la politica della trasparenza, milioni di persone sono entrate in una sorta di schizofrenia collettiva. Hanno perso la loro identità. E Chikatilo è un simbolo estremo di questo passaggio.
  • I film con protagonisti gli assassini seriali hanno liberato gli autori dalla necessità di trovare un movente ai delitti. Il serial killer ti fa lavorare per immagini abbandonando la necessità di seguire un percorso razionale.
  • L'esempio di Io non ho paura è da seguire per semplicità e rigore, una piccola storia che sta facendo il giro del mondo. È la dimostrazione che si possono fare film senza grandi effetti speciali. Quello che conta alla fine sono le idee.

Da Perché molti italiani odiano i migranti

Globalist.it, 9 luglio 2018

  • Molti italiani non riescono più a sopportare gli strazianti sensi di colpa che le storie dei migranti ci trasmettono dalla mattina alla sera, quando li vediamo in Tv e poi, una volta usciti di casa, li incontriamo sui marciapiedi, scoprendo improvvisamente di non disporre più del telecomando per cambiare canale.
  • I migranti non ci dicono soltanto che stanno a male e hanno fame.
    I migranti ci dicono che ogni giorno affrontano la morte in cerca di un avvenire per i propri figli.
    I migranti ci dicono che le loro famiglie rappresentano l'unica bussola della loro vita e che questa vita non ha nessuna importanza per loro se non riusciranno a salvare tutta la famiglia.
    Anche rubando, anche spacciando droga.
    Come i migranti italiani di 100 o 50 anni fa. Né più né meno.
    Sono cose che noi potremmo e dovremmo capire molto più dei francesi, degli inglesi, degli spagnoli e dei portoghesi. Il loro è un razzismo vero, ponderato, consolidato e ben dissimulato, perché sono stati per secoli orribili e cinici colonialisti.
    Questi migranti ci fanno stare male perché ci sbattono in faccia tutti i giorni i valori fondamentali della vita che molti italiani sembrano aver irrimediabilmente perduto.
    È questo il problema principale, secondo me.
  • Ho avuto modo di scoprire, nel tempo, che sono i figli a fare un buon genitore, e non viceversa.

Da Scuro come il petrolio

Intervista di Lori Falcolini, Eidos, n. 42 - novembre - febbraio 2019

  • Alcuni anni dopo la morte di Pasolini, io ho improvvisamente scoperto con grande senso di colpa che conoscevo i suoi assassini, ne ero amico, li frequentavo perché avevo la passione per le corse dei cavalli. Loro sapevano del mio rapporto con Pasolini ma non hanno mai nemmeno pensato di nascondersi. Tutto ciò mi ha creato tantissima rabbia ma mi ha anche dato la chiave per una ricostruzione di quel periodo che va oltre ciò che avevamo già ricostruito io, Stefano Maccioni e altri. Adesso, ho fatto nuove scoperte, dolorosissime, potrei fare un altro film ma non lo farò.
  • Se qualcuno diceva a Pasolini che aveva la madre in ospedale o che era stato sfrattato, lui si metteva le mani in tasca e dava soldi; se io o Ninetto (Davoli) o Sergio (Citti) gli dicevamo che non era vero, lui rispondeva che non gl'importava. Se anche avesse aiutato una sola persona su cento, gli stava bene così.
  • [Sugli attentati dell'11 settembre 2001] Arrivai a N.Y. due giorni dopo il crollo delle torri, come tutti, perché prima era impossibile. La città era deserta, le persone stavano tappate in casa, si parlava ossessivamente del pericolo dell'anthrax, i parenti dei dispersi ti venivano addosso e ti chiedevano mostrandoti una foto: "L'avete visto? L'avete visto?". E poi c'era il vento che portava un odore spaventoso, come quello del McDonald's più infernale che tu possa immaginare; sentivamo tutti l'odore della carne bruciata. Ti assicuro che era veramente duro.

Da Perché la Destra trionfa ovunque?

Globalist.it, 5 novembre 2019

  • Joker è un film di destra o di sinistra?
    La domanda è vecchia e stupida, ma non troppo. Joker è un film indubbiamente eversivo, che sposa la follia di un uomo ferito, ignorato e abbandonato che finisce per dare fuoco al mondo. Un mondo di rabbiose figure anonime, che finiscono tutte per indossare la sua maschera e distruggono tutto gridando "Kill the Rich!" ("Ammazziamo i ricchi!"). E i ricchi, al di là del conto in banca, sembrano essere tutti coloro che non si ribellano con la violenza all'attuale sistema neocapitalistico che sta sfruttando, avvelenando e affamando l'umanità.
  • Vedendo questo film così tremendamente angosciante e constatandone il successo senza limiti, ci sembra più facile capire i tanti misteriosi perché della sconcertante situazione politica attuale. Ci sembra di capire perché la sinistra viene oggi considerata una forza conservatrice ovunque. E anche il razzismo che dilaga dappertutto sembra avere una sua abietta ragion d'essere se il migrante viene considerato uno schiavo a buon mercato al servizio del suddetto neocapitalismo, uno schiavo che rischia di costringere anche gli "ariani" a diventare schiavi.
  • Joker è un monito importante e il suo messaggio non dobbiamo lasciarcelo sfuggire. Perché, cosa assai rara di questi tempi a Hollywood, il film di Todd Phillips non avrà un seguito. Spetta a noi, alla sinistra, dare un seguito a questa furia cieca che rischia di distruggere tutto ciò che l'umanità ha fatto fino ad ora.

Altri progettiModifica

  1. a b Da I satanici riti di Dracula, L'Unità, 27 luglio 1974
  2. Da Cari vecchi mostri, L'Unità, 3 agosto 1974.
  3. a b Da Quell'uomo che volle farsi mito, L'Unità, 6 aprile 1980
  4. Da Tredici giorni per salvare la democrazia americana, Globalist.it, 7 gennaio 2021.