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Fatima Bhutto

Fatima Murtaza Bhutto (1982 – vivente), scrittrice pakistana.

Citazioni di Fatima BhuttoModifica

  • Quando è morta Benazir ho ricominciato a chiamarla con il soprannome di tanti anni fa, Wadi Bua, che nel nostro dialetto è il vezzeggiativo che si dà alla sorella anziana del papà. Non so, è stato così, naturale, spontaneo. All'improvviso ha cessato di essere l'avversaria politica dei tempi più recenti. Ed è tornata la Wadi Bua dei miei giochi di bambina, quando io avevo 5 anni e lei 35. Mi hanno raccontato che ad ucciderla è stato un proiettile al collo. Proprio come mio padre Murtaza, suo fratello. Ho come sospeso il giudizio. Ho smesso di accusarla di complicità nel suo assassinio nel 1996. Quella era Benazir viva, la zia cattiva, la feudataria corrotta e senza scrupoli che ci aveva depredato di tutto per pura sete di potere. Adesso è tornata Wadi Bua, sangue del mio sangue, un altro membro della famiglia ucciso e da piangere tutti assieme. Senza differenze.[1]
  • Il sistema di successione dinastica rappresenta un pericolo, un attentato agli sforzi di portare la democrazia in Pakistan. I candidati vanno eletti sulla base del loro programma, non del loro sangue e dei sostegni familiari. Io comunque mi sono sempre tirata fuori dalla battaglia nel Partito Popolare di Benazir.[1]
  • [Su Benazir Bhutto e Pervez Musharraf] Nonostante le loro divergenze politiche, erano alleati, con il sostegno degli americani.[1]
  • I due governi di Benazir furono autocratici e corrotti. Avrei continuato a dirglielo, se fosse ancora viva. Ma è morta e la sua fine rappresenta una tragedia, una catastrofe per noi, la sua famiglia, e per il Paese intero.[1]
  • Nel mondo abbiamo la memoria corta, ma non c’è giustificazione per il Pakistan che ha una storia di solo 64 anni, non ci è concesso dimenticare.[2]
  • In pratica, oggi in Pakistan le donne sono le uniche che possono essere fustigate per legge.[3]
  • Adoro l'Italia. Alcuni dei miei migliori amici sono italiani quindi per me è un luogo di gioia. Mi piace il calore delle persone e la bravura di questo popolo quando si parla di arte e letteratura.[3]
  • Non guardiamo al Pakistan se non attraverso una sola lente, e non guardiamo mai alle donne al di là di un semplicistico, scorretto stereotipo.
    Ma se c'è una verità sul mondo in cui viviamo, è che non siamo tutti connessi gli uni agli altri, le frontiere non ci separano, semplicemente perché non possono farlo.
    Le nostre lotte, le nostre verità, le battaglie e le speranze sono intimamente connesse.[4]
  • È una battaglia.
    Essere donna in Pakistan - ma anche nel Sud dell'Asia, non importa se in Afghanistan, Sri Lanka o in qualunque altro paese - vuol dire subire una terribile quantità di pressioni.[4]
  • Le donne pakistane sono combattenti, devono esserlo.
    Sono coraggiose di fronte a durezze impensabili, e quando si battono contro il sistema che le perseguita, riescono a farlo con compassione, in modo non violento e con un profondo senso di giustizia.[4]
  • Il mondo che ho visto grazie alla mia famiglia, la gente che ho incontrato e le parti del Pakistan che ho visto accompagnando mia madre e mio padre durante i loro viaggi hanno sicuramente influenzato la mia scrittura allargando i miei orizzonti. Il concetto di giustizia, onestà e armonia era qualcosa per cui ho sempre visto i miei genitori combattere e naturalmente è diventato molto importante anche per me.[5]
  • Non ho mai voluto entrare in politica, ma detto questo, scrivere è un atto politico (come quasi tutto) ed è uno in cui si ha una grande libertà di parlare apertamente e onestamente.[5]
  • L'occidente ha una visuale molto ristretta delle donne in Sud Asia. Gli occidentali vedono solo le difficoltà che devono affrontare – e ce ne sono molte – ma non mostrano quanto sono coraggiose le donne nella nostra parte del mondo, quanto combattono, e quanto sono compassionevoli nelle loro lotte.[5]
  • Ho visto molta violenza nella mia vita e credo che il suo effetto sia davvero forte – la sua forza non sta nell'atto in sé, ma nella memoria che ne resta, nella suggestione che lascia, nella minaccia di vederla tornare di nuovo.[5]
  • Abbiamo perso il senso dell'armonia, della compassione e solidarietà. Le politiche di corruzione e violenza hanno inflitto un periodo di grande brutalità a questo paese ancora giovane.[6]
  • Sono stata abbastanza fortunata da essere stata sempre lontana dal potere, sono cresciuta vedendolo a distanza e da una prospettiva simile sì può comprendere quanto sia pericolosa la sua forza.[6]
  • In Pakistan le donne non hanno protezione di fronte alla legge.[6]
  • [Su Malala Yousafzai] Penso sia una giovane donna coraggiosa e che sa parlare in modo eloquente. Che sta "rompendo" una serie di tabù - età, genere, classe sociale. Non proviene da una delle venti famiglie che governano il Paese, non è un membro dell'elite che parla inglese (e ha dovuto fronteggiare molta ostilità da quell'elite che da 67 anni si è assicurata che la propria voce fosse quella più alta nel paese). Penso che il Pakistan ha il dovere di proteggerla e come la sua anche quella di molti più milioni di Malalas che esistono nel nostro paese.[6]
  • Il Pakistan è un paese incredibile, ricco di calore, opinioni diverse e tolleranza. Ma chi ha il potere strangola il sistema in modo tale che un solo Pakistan compaia, il loro. Non vogliono che si sentano altre voci, oltre la loro, e il solo modo di soffocarle è non concedere loro spazio, reagendo contro con violenza quando voci diverse cercano di venire alla luce.[6]

NoteModifica

  1. a b c d Citato in «Sulla morte di zia Benazir. L'ombra del marito Zardari», Didaweb.net, 15 gennaio 2008.
  2. Citato in Intervista a Fatima Bhutto, Marieclaire.it, 20 aprile 2011.
  3. a b Citato in 15 domande a Fatima Bhutto, Marieclaire.it, 16 dicembre 2013.
  4. a b c Citato in Fatima Bhutto. Un'intervista esclusiva: se l'ombra della luna crescente si allunga sul Pakistan..., Wuz.it, 2014.
  5. a b c d Citato in Intervista a Fatima Bhutto, Escrivere.it, 2 febbraio 2014.
  6. a b c d e Citato in Fatima Bhutto e il suo romanzo sul Pakistan, Vogue.it, 2 gennaio 2014.

Voci correlateModifica

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