Vittorio Gleijeses

storico italiano (1919-2009)

Vittorio Gleijeses (1919 – 2009), storico e giornalista pubblicista italiano.

Citazioni di Vittorio Gleijeses

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  • [Sui proverbi napoletani] Il lettore li riconoscerà, per quella loro filosofia inconfondibile, per il modo tutto napoletano di prendersi gioco delle amarezze e delle brutture anche se non le si sottovalutano.
    Qui il realismo, per quanto amaro, non sconfina quasi mai nel cinismo, e spesso finisce assurdamente sottobraccio con l'ottimismo.[1]

Feste, Farina e Forca

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  • [...] un popolo semplice, parco, generoso e civile nell'animo, anche se spesso non del tutto nell'esteriorità. (da Feste, p. 4)
  • L'alta civiltà del popolo napoletano è racchiusa proprio in questa sua immensa generosità, in questa possibilità di dare e di prendere tanto dal nulla, dalle piccole cose, da una infinitesimale soddisfazione morale, o da un minimo sollievo materiale; e si concretizza nel suo saldo amore per la famiglia, che per le feste si riunisce ed attraverso di esse si cimenta e resta ancora unita, oggi, come credo, in ben pochi paesi al mondo. (da Feste, p. 4)
  • Certo che se nell'entusiasmo del momento si intravede la scorza ruvida del lazzarone che in fondo in fondo ancora sopravvive, e se il divertimento degenera talvolta in rissa o in baccanale, bisogna cercare di comprendere questo popolo di lavoratori tenaci e silenziosi, ben lontano dal «cliché» del napoletano pigro e svogliato, anche se in qualche occasione è portato dal suo forte temperamento meridionale ad eccedere sotto alcuni aspetti.
    Le feste religiose, in realtà, sono per i napoletani un pretesto per fare una scampagnata e mangiare in trattoria o all'aria aperta con ceste portate da casa. È del carattere napoletano cercare di dimenticare gli affanni giornalieri, il solito monotono «tran tran» di tutti i giorni, tuffandosi nella diversità di un giorno solo con tutta l'intensità dei propri sensi fino a sentirsi pervasi da un'allegria totale che ha qualcosa di insano. (da Feste, pp. 4-5)
  • Le feste, i balli, le canzoni, le taverne, il grido dei tipici venditori ambulanti, rendono unico questo popolo, questa gente che sembra sempre allegra, gaia, sorridente e spensierata e molto spesso è invece solo molto coraggiosa nella miseria e nella sventura. Sembrerebbe quasi, come diceva Zampini Salazaro: «Che un riflesso del sorriso di questo cielo privilegiato si diffonda su di essi, che anche sul dolore sanno innalzare a Dio canti festosi». (da Feste, p. 5)
  • La sensibilità acuta del popolo napoletano lo rende vulnerabile al dolore così come pronto al sorriso, ma questa gente semplice ha ancora la capacità di cercare gioia e felicità nello sguardo di un bimbo, nella bellezza di un tramonto, nel volo di uno stormo di uccelli, dando forse una impressione di superficialità che invece non è che vero, profondo, radicato sentimento poetico. (da Feste, pp. 5-6)
  • Oggi i costumi popolari sono spariti o modificati, ma il loro ricordo vive ancora tra noi, lasciando rimpianto ed ammirazione per quegli usi ancora coloriti dalla fantasia, pieni di brio e di giovanile freschezza. [...] il popolo napoletano è come un adulto che ricorda con rimpianto la sua infanzia, primitiva, semplice e bonaria. (da Feste, p. 6)
  • Dall'ammirazione per le coraggiose gesta[2] di Rinaldo e dell'Orlando, sia esso Furioso o Innamorato, del Morgante o di Gano di Maganza, dalla poco ortodossa figura del «Bravo» di cui si circondavano i feudatari, si evolve il «guapo» spagnolo, diretto progenitore del guappo napoletano, non necessariamente delinquente ed assassino, ma spesso «guappo» per educare, per difendere il debole, per aiutare chi soffre. Questo nostro tipico personaggio veste a volte l'antica corazza del «cavaliere errante», non è debole come don Chisciotte né di cartone come quello di Raffaele Viviani, ma fermo e deciso sulle orme del cavaliere leggendario. (da I personaggi tipici, Feste, p. 10)
  • È stato detto che San Gennaro è l'anima di Napoli. Si potrebbe dire qualcosa di più. San Gennaro è il sentimento di un popolo che, nonostante le sconfitte, le delusioni, le amarezze patite nella sua lunga e dolorosa storia, trova ancora la forza di sperare, di lottare, di vivere. (da San Gennaro, Feste, p. 53)
  • Il presepe napoletano è festaiolo come il nostro popolo e, oltre la sacra grotta ed i re Magi, vi è il gregge, i pastori, gli zampognari e le taverne: il sacro ed il profano sono uniti nella maggior confusione di epoche e di costumi, in un gusto caratteristico dell'epoca e del paese. [...] Ci dice Franco Mancini[3] che nel presepe napoletano: «la castagnara, l'arrotino, la zingara, il pezzente, lo storpio, il macellaio, danno vita ad una singolare corte dei miracoli cui è contrapposta l'opulenza del mondo orientale, con il fasto e la ricchezza del seguito dei Re Magi». Interpretazione pluralistica che dà vita ad una scenografia disordinatamente pittoresca: al realismo pittorico è accoppiato il lusso dei re Magi ed il misticismo della santa grotta. (da Natale, Feste, p. 81)
  • Anche dopo le feste voi pensate che a Napoli le «regalie» siano finite? Vi sbagliate di grosso! Vi sentirete ancora dire: Signurì, buone fatte feste! Le mance hanno validità fino all'Epifania, e se non si aderisce si diventa oggetto di... mormorii poco benevoli e... si perde il saluto. «Eh! La miseria!» mi diceva un giorno Augusto Cesareo, «ma ti pare che dopo tutti quei soldi che abbiamo speso, ci dobbiamo ancora sentire... buone fatte feste?» E così il portalettere, il portiere, lo spazzino che a Napoli sta diventando... la primula rossa, perché non viene mai, non si vede mai, e se c'è... nessuno se ne accorge, nei giorni precedenti le feste si danno da fare, diventano persino premurosi. (da Natale, Feste, p. 93)
  • Il suono delle campane è stato cantato da Schiller, da Edgardo Poe, da Victor Hugo, da Alessandro Manzoni, da Jean Richepin che in quei suoi Les Jacques ne ricorda la dolce armonia. E così da Carducci, da Giovanni Pascoli, da Giacomo Zanella, da Giovanni Marradi forse perché esso ci riporta ad una concezione di vita tribale, facendoci sentire una volta tanto uniti in questo mondo moderno che pur livellando sempre più l'umanità ci rende sempre più soli. (da Pasqua, Feste, p. 130)
  • La canzone napoletana, purtroppo, è scomparsa gradualmente nonostante gli sforzi di «anime devote» che hanno cercato di tenerla in vita: bisognerebbe forse tornare alla Piedigrotta di un tempo!
    Ma non sarà, forse, tardi? Io penso di sì!
    Rifacciamoci a qualche ultima canzone di Peppino di Capri o di Peppino Gagliardi, e speriamo di poter dire ancora, con le parole di Libero Bovio:
    Napoli d'e canzone s'è scetata
    se sentono 'e chitarre n'ata vota.

    Pura illusione! (da La canzone napoletana, Feste p. 209)
  • Furbo e semplicione, poltrone e attaccabrighe, pieno di bonomia e di malizia, un misto di spirito, di cinismo e di causticità, pigro, goloso, ladro talvolta, ma con tanta naturalezza che ha l'aria di esercitare un diritto, di umore sempre uguale, spensierato, ottimista, ecco Pulcinella. (da Pulcinella e la sua maschera, Feste, pp. 209-210)
  • Basterebbe forse il berretto conico trovato nelle tombe campane, la tunica ed i pantaloni bianchi dei soldati che i sanniti opposero ai romani, per convincersi che la nostra maschera è antica quanto il Vesuvio e la nostra Partenope: essa è un «cocktail» di Maccus, osco, lazzarone, invadente, lepido ed a volte ladro, del Pappus latino saccente, fifone e «sciampagnone» e quindi potrebbe essere definito – ecco che sorge ora la definizione – l'unione di una differenza e di una contraddizione con una vis comica molto aderente alla ilarità partenopea. (da Pulcinella e la sua maschera, Feste, p. 210)
  • La nostra cucina risente, in parte, per ragioni di storia, di quella degli antichi greci, degli spagnuoli e dei francesi. Infatti già fra le ricette trascritte nel De re coquinaria di Apicio troviamo la salsa all'aceto (scapece) e di «verzure» (verde) tramandate poi dal Boccaccio, dal marchese Giovan Battista del Tufo, dalla Lucerna de' corteggiani (1765), dal Cuoco Galante (1765) e dal Cibo Pitagorico di Vincenzo Corrado. [...]
    Abbiamo dei piatti nella nostra cucina che indubbiamente negli altri posti del mondo non solo non si mangiano, ma non se ne ha neanche l'idea. Ma «vuie veramente pazziate?». Vi sembrerebbe mai possibile, gustare a Guastalla o a Cefalù o a Chiavari, o che so io! a Rovigo, una minestra maritata o un soffritto, due peperoni imbottiti, una parmigiana di melenzane, o zucchine alla scapece? senza parlare del pesce, che oggi congelato o surgelato si mangia ovunque male, ma un ragù o una genovese, che a Genova non conoscono, o «'na pasta e cocozza» o «'na pasta e fagioli» si mangiano solo qui, da noi, purtroppo oggi, per ragioni non so se di spesa o di pazienza, sempre di meno e solo nelle nostre case! (da La cucina napoletana, Farina, p. 241)
  • [Il casatiello] [...] un turbante di pasta lievitata ripieno di ciccioli, salame, formaggio, pepe e sugna, incoronato da uova sode che ne costellano la sommità come altrettanti torrioni in cima ad un forte. (da La cucina napoletana, Farina, pp. 250-251)
  • [La pastiera napoletana] Questo dolce prettamente napoletano, a base di grano ammollato precedentemente e poi cotto in latte e zucchero, ricotta, uova, latte, odore di fiori d'aranci (sì proprio così), è senz'altro il capolavoro dell'arte dolciaria napoletana. Di per se stesso potrebbe essere un pranzo ed il suo torto è proprio quello di arrivare quando si è già mangiato troppo, ma mangiatela verso mezzogiorno, una bella fetta di pastiera morbida bionda, cremosa, profumata di primavera e di vainiglia e non avrete mai commesso più bel peccato di gola. (da La cucina napoletana, Farina, p. 251)
  • Con voce alquanto acuta e stridente la mummarara, che di solito era una simpatica e formosa luciana,[4] dava la voce, o meglio il suo invito a bere lungo e modulato; i luciani, infatti, sin dal tempo dei romani conservavano la proprietà delle sorgenti e delle terme del Chiatamone.
    Queste acquafrescaie, per tradizione bellocce, alte, ben formate, con occhi assassini nel viso scurito dal sole, odorose di mare e di zolfo, erano spesso una preda ambita anche dai figli di papà. Sovente ordinar loro qualcosa non era che il pretesto per vederla chinarsi ed ammirare, così, sfidando il malizioso scintillio delle pupille, i sodi seni prosperosi. Esse invitavano con le parole più seducenti, sbarravano il passo, denigrando crudelmente le loro vicine che rispondevano a loro volta con ingiurie. Così, spesso si giungeva alle vie di fatto, e le donne si accapigliavano come gatte infuriate tra un cerchio di curiosi che le aizzavano soddisfatti dell'imprevista diversione. (da I «vasci» e i venditori ambulanti, Farina, p. 258)
  • [...] la natura del napoletano, sempre in bilico tra il sacro ed il profano, è tale che egli addenta una pizza con la stessa voluttà con la quale stringe una bella ragazza e mette nel cantare una canzone tutta l'anima come la mette nelle sue preghiere: è sempre lo stesso entusiasmo che l'accompagna. (da La taverna e la trattoria del tempo, Farina, p. 295)
  • Una repubblica su basi straniere, però, non da tutti sentita sul nascere, per la brevità del tempo... di incubazione, impotente ad estirpare la mentalità dei nobili e dei ricchi proprietari sia ecclesiastici che laici, tenuta su da armi straniere senza un esercito né un capo proprio che potessero bilanciare il potere di un generale francese, non poteva durare. [...] I patrioti inneggianti alla «libertà» erano pochi intellettuali con tutte le pecche degli intellettuali: idealisti, privi di senso pratico, dotato di scarso spirito organizzativo, e fiduciosi nei francesi, che prima o dopo, li avrebbero abbandonati a se stessi: lo Championnet e poi il «brutale» Mcdonald e il «traditore» Mèjan li agganciarono alla loro condotta, mentre forse da soli avrebbero potuto ottenere dal sovrano almeno una parte delle concessioni per le quali si battevano. (da Forca, p. 326)
  • Questi idealisti, spinti dalla loro fede ed illusi dalla loro bontà ed onestà, cercarono di tener su la debole repubblica anche quando i francesi li lasciarono sorretti solo dal loro coraggio: tentarono il capovolgimento delle classi e il rinnovamento interno della capitale nella speranza di poter trascinare anche le province, ma tutto si risolse, per quei napoletani che aderirono, in un battesimo di sangue che ebbe il solo merito di rafforzare lo spirito dei patrioti d'oltr'Alpe e dare l'avvio alla storia del risorgimento. (da Forca, p. 326)
  • I rivoluzionari napoletani furono i primi martiri del risorgimento; anche se non lottarono per l'unità d'Italia essi diedero la spinta al risveglio rivoluzionario italiano, che nella lotta per i propri diritti ritenne di trovare la dignità di se stesso nel desiderio di libertà, e la volontà ferma di autogovernarsi in una patria unita. (da Forca, p. 327)

Napoli dentro e... Napoli fuori

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  • A Roma, ad esempio, della antica città, della magnificenza della caput mundi oggi possiamo ammirare quanto è stato riportato alla luce per il suo valore archeologico, quasi in un cimitero debitamente recintato. Si possono ammirare o visitare i monumenti, i fori, gli scheletri vuoti dei templi, l'ossatura degli edifici, ruderi che pur testimoniandoci indubbiamente la grandezza di un'epoca che fu, restano avulsi dalla città vera e propria e circoscritti da barriere e confini.
    A Napoli, ben poco o quasi nulla è rimasto di monumentale o di artistico, in quanto il centro urbano ha subito attraverso i secoli una lenta graduale insensibile trasformazione ma, in compenso, negli stessi luoghi in cui gli abitanti della πολίς greca si recavano per concludere affari, divertirsi o pregare, ferve la vita, che a distanza di oltre venti secoli offre una continuità di costumi e di abitudini che dà la sensazione di essere fuori dal tempo. Questo vivere in un ambiente così fondamentalmente immutato ed immutabile spiega forse perché fra la nostra gente sia così vivo il senso della ineluttabilità del fato, del fluire incessante delle cose, dell'impotenza del genere umano di fronte all'eternità. Proprio il fatalismo imposto da questa consapevolezza è in parte responsabile della mancanza di riguardo dei napoletani verso il rudere o il monumento antico, ridotto diremmo, alla stregua di un oggetto di uso abituale. (da Napoli su palafitte diventa pornografica con Petronio Arbitro, p. 6)
  • Dall'anima cattolicissima di Napoli non è mai scomparso un fondo di paganesimo che tinge di una qualità particolare i costumi religiosi del nostro popolo. Nelle superstizioni e nel fanatismo che due millenni di cristianesimo non sono riusciti a cancellare, vive forse ancora il ricordo degli antichi riti dei culti degli dei pagani. (da Napoli su palafitte diventa pornografica con Petronio Arbitro, p. 6)
  • La Neapolis dei primi tempi dell'impero, decaduta ormai a luogo di villeggiatura dei romani più ricchi e potenti che vi venivano per essere abbastanza − anche se non troppo − lontani dalla vita pubblica, doveva necessariamente offrire ai suoi ospiti, come una novella Circe, una corruzione sottile e molli blandizie per trattenerli nel suo grembo. La più sottile cultura ellenistica faceva sì che gli usi della città – sia nei lati buoni sia in quelli cattivi – fossero più scanzonati, meno inibiti, con quel senso di superiorità che spesso dipende dal non avere più niente di solido, dentro. (da Napoli su palafitte diventa pornografica con Petronio Arbitro, p. 9)
  • Questo solco rettilineo che attraversa Neapolis costruita dopo la decadenza di Palepoli, costituì fin dall'inizio il centro operoso e vitale della giovane città, fu il fulcro di quella cultura che avrebbe assunto un carattere così particolare da riuscire a mantenere intatta per secoli, nel segno dell'ellenismo, una supremazia indiscussa sulle città vicine. Col passare dei secoli e delle dominazioni le famiglie patrizie continuarono a costruirvi le loro dimore e la loro presenza fece sì che le chiese della zona, oltre che i palazzi, fossero arricchite di ornamenti marmorei e dipinti. In questa arteria così angusta, così anacronistica per una città moderna, ogni passo, quindi, è un ricordo, ogni pietra un monumento: ora che è esclusa dal traffico automobilistico, se non fosse così decadente e abbandonata, questa strada potrebbe offrire un meraviglioso excursus nella nostra storia. In essa sono racchiusi tutti i vanti e le vergogne, gli eroismi e le turpitudini di questa nostra città che è grande in tutte le sue manifestazioni. Infine tutta la storia e l'arte di Napoli.
    Il popolo che vive e vi lavora, vive, in fondo, e lavora secondo tradizioni vecchie di secoli: se solo indossasse abiti diversi, si potrebbe immaginare di vivere nel passato. Purtroppo, nonostante gli infiniti dibattiti, conferenze, seminari di studio, scambi di idee, Spaccanapoli va sempre più in rovina, sempre più abbandonata allo scempio inconsulto di quanti non si rendono conto di distruggere una vera ricchezza. Tutte le carenze nell'amministrazione della città che si lamentano, in questa zona sono maggiormente gravi e riprovevoli, in quanto Spaccanapoli andrebbe preservata come un gioiello prezioso da rivalutare, mentre noi napoletani continuiamo a buttarlo come le emblematiche perle ai porci. (da Antiqua Neapolis, p. 63)
  • Se una città dovesse ricevere un premio per aver coscienziosamente distrutto tutti i ricordi del passato, questo sicuramente spetterebbe a Napoli.
    Un po' per le bizze dello «sterminator Vesevo», eruzioni e terremoti, un po' per le guerre che attraverso i secoli hanno ciclicamente devastato questa nostra terra, eternamente appetita da eserciti e dominazioni straniere, un po' per l'entusiasmo degli abitanti nel voler seguire ogni nuova moda, che li ha spinti a modificare i monumenti per mantenerli à la page con i gusti dei tempi, un po' per il menefreghismo e il lasciar correre altrettanto congeniti nel carattere di noi napoletani, gran parte del nostro patrimonio storico-artistico si è come disintegrato attraverso i secoli. (da Poggioreale, p. 274)
  • Ignara di queste divagazioni filologiche per dotti e studiosi, dal canto suo la fantasia popolare coniò per la piccola baia una poetica leggenda di amore e di morte, i cui protagonisti erano un pescatore e l'immancabile sirena. Il giovane impetuoso, avendo avuto la ventura di vedere una sirena in una notte di plenilunio, se ne innamorò perdutamente. La bella tentatrice ritornava di tanto in tanto finché l'innamorato, dopo aver più volte cercato invano di seguirla con la sua barchetta, pazzo d'amore, disprezzando ogni consiglio di prudenza, si inabissò nei flutti per seguirla e naturalmente affogò. Da lui che si chiamava Mergellino, la spiaggia avrebbe avuto il nome. Della dolce Mergellina, cantata dai poeti e descritta dai letterati, non rimane che l'allegra policromia delle barche dei pescatori e delle vele: alla sua bucolica serenità si è sostituito l'ancoraggio frenetico di imbarcazioni e lo strombazzamento dei clakson. (da Mergellina, p. 296)
  • Poche zone della nostra città sono dense di folklore, quel folklore napoletano a volta a volta esaltato o contestato, secondo i pareri, quanto la Pignasecca. Dopo la sparizione di quel rione detto la Carità, con la Corsea, i Fiorentini ed il vicino Ponte di Tapia,[5] tutte le bottegucce artigiane o di generi alimentari della zona si sono concentrate in questa strada e nella piazza omonima, e del pari sembra vi sia concentrata come in un novello vaso di Pandora tutta la napoletanità. Certo è che questa via popolare con il suo [...] caratteristico mercato, non si potrebbe trovare in un'altra città. (da La Pignasecca, p. 296.)
  • La Pignasecca è un palcoscenico sul quale si recita costantemente una scena convulsa e frenetica, un microcosmo formicolante di vita, in una coreografia iridescente alternativa di colori, di voci, di offerte: dalle argentate mostre di pesce a quelle variopinte di frutta, dai graveolenti banchi dei «carnacottari» a quelli dorati delle friggitorie, alle verdure allo scatolame, alle botteghe di casalinghi o di ferrarecci, tutto in un disordine pittoresco. Chiunque non sia di questa città non può non rimanere stordito da quei colori troppo forti, quegli odori troppo vivi, quei rumori troppo stridenti, che sono invece per il napoletano esilaranti come un gas misterioso. (da La Pignasecca, pp. 296-297)
  • [Sulla Festa di Piedigrotta] Sarà stato per il temperamento troppo vivace del nostro popolo o per le ancestrali tradizioni che non si riuscirono a cancellare del tutto, certo è che, anche quando ai piedi della grotta invece di Priapo si cominciò a festeggiare la Vergine Maria non si riuscì a cancellare in queste celebrazioni l'impronta godereccia e sfrontata delle feste pagane. Se i carri allegorici furono il ricordo dei carri rurali addobbati a festa sui quali il popolo si recava agli antichi riti pagani, la costumanza delle spose di recarsi a chiedere la protezione della Vergine il giorno della loro prima uscita, non ricordava forse l'antica invocazione di fertilità del Dio Priapo?
    Nella festa di Piedigrotta, antica come la nostra città, è rimasto per secoli, negli scherzi, nei lazzi, nelle tradizioni, il medesimo spirito godereccio che animava i nostri antenati. (da Piedigrotta, p. 317)
  • Nella vecchia Napoli non è raro scoprire, fra vecchi palazzetti cadenti dall'intonaco scrostato e stinto, le vestigia di un passato, quasi mimetizzate dall'incuria e dall'abbandono in cui versano. I vasetti di gerani e le «buatte[6]» con le piante di garofani nascondono talvolta una bordura di pietra viva finemente intagliata; le brutte, policrome insegne di una scuola-guida o di un sarto si addossano a un elegante portale, che, pur se sporco e fuligginoso, resta come isolato dal contesto generale in una sorta di distaccata nobiltà. Napoli antica riserva di queste sorprese a chi sappia guardarla con occhi che vedono, sorprese che, se talvolta mortificano e addolorano, tuttavia inteneriscono. (da Giulio De Scorciatis e le «Paparelle d''a Scorziata», p. 367)
  • Questa fontana, sita nei pressi di piazzetta Portanova, è detta di Spinacorona dal nome della chiesa di Santa Caterina[7] alla cui parete è appoggiata. Poiché l'acqua usciva dai procaci seni della sirena Partenope il popolino napoletano, con il solito sense of humor che lo contraddistingue, la ribattezzò «la fontana delle zizze». Per originale che possa sembrare il ghiribizzo dell'artista che ebbe questa idea peregrina, non riteniamo che fosse di peggior gusto del Duquesnois, l'autore del puttino di Bruxelles che, come scrisse pudicamente Luigi Conforti junior: «mostrava qualcosellina al sole» da cui fluiva il getto d'acqua. Questa fontana, detta del Manneken Piss, viene mostrata con orgoglio ai turisti che visitano la città belga, mentre la nostra quasi scompare fra i cumuli di spazzatura e le vetture parcheggiate. (da Spinacorona, p. 387)
  • Nella vasta piazza del Municipio, l'antico Largo del Castello, la mole imponente del Maschio Angioino domina incontrastata fra le insignificanti costruzioni e le pur grandiose moderne attrezzature portuali che non riescono ad intaccarne la solenne dignitosa maestosità. Intorno al forte ormai da otto secoli la vita della città raggiunge il suo stadio più fervido e laborioso, più intenso e turbinoso: il flusso continuo delle vetture che circonda come in una pericolosa morsa magmatica lo sdegnoso maniero non fa che sostituire il brulicare di popolo che per secoli ha fatto di questa piazza il cuore della città.
    Il largo che divideva dalle mura di Napoli il castello divenne infatti il centro dei traffici e dei commerci, e man mano, alla ricerca di quel popolino che vi si riuniva, cominciarono a stabilirvi il proprio campo di azione ciarlatani, compagnie di attori, truffatori e, con lo scopo opposto, predicatori che cercavano di ricondurre le folle di sfaccendati e disonesti sul sentiero della rettitudine e della virtù.
    In questo caleidoscopio dominato dai delitti e dalle risse, dall'avidità e dalla cupidigia, gli apostoli della redenzione cercavano di seminare i frutti del bene. (da Il segreto della donna soldato ed il miracolo del santo gesuita Francesco De Geronimo, pp. 404-405)
  • La jettatura – con la j (lunga) – è una influenza malefica alla quale, anche se non ci si crede del tutto, non ci si può sottrarre. In Campania è un fenomeno storico, poiché il timore dei suoi nefasti risultati noi napoletani l'abbiamo nel sangue, forse ereditato dai nostri progenitori greci e romani. [...] L'abate Galiani sosteneva che persino San Paolo credesse alla jettatura in quanto scrivendo una epistola ai Galati, dai quali non riusciva ad ottenere quanto voleva, tra l'altro aveva scritto: «quis vos fascinavit non oboedire veritati!». Accertato quindi che questa malefica credenza esiste a Napoli sin dall'antichità, bisogna convenire con Alessandro Dumas che essa è una malattia incurabile: si nasce jettatori, si muore jettatori e si può diventarlo, ma quando lo si è diventati, non si cessa più di esserlo. I forestieri che vengono a Napoli, all'inizio ridono di queste sciocchezze, ma poi cominciano a parlarne, diventano titubanti e dopo qualche mese di permanenza finiscono col coprirsi di corni e aggeggi del genere o, come un simpatico funzionario straniero mio buon amico, quando incontrano determinati personaggi, prendono la fuga! (da La jettatura, pp. 416-417)
  • Secondo Benedetto Croce, Francesco De Sanctis ed alcuni critici contemporanei come il D'Amico, e se lo permettete anche secondo me, questa maschera è da ritenersi la più antica del teatro italiano. Essa supplisce con la furberia all'intelligenza e possiede in se stessa una duttilità intuitiva che le permette di adeguarsi ad ogni circostanza e di essere sempre presente a se stessa in qualsiasi situazione. Molto interessante è quanto scrisse Maurice Sand che si recò a Napoli per meglio conoscerla e si rese subito conto che nella sua patria la maschera era molto differente sia da quella francese sia dall'inglese. Lo scrittore francese ravvisò in Pulcinella il borghese napoletano, un po' grossolano, ma lo definì saturo di quello spirito mordace di cui l'abate Ferdinando Galiani era il tipo purgato. Insomma Pulcinella è la più completa rappresentazione del grottesco che ha inizio quando il serio si mescola col ridicolo, quando la figura muore nella caricatura, quando, a dirla con Salvador Dalì, a questa figura si danno le grucce. La maschera è viva perché è la caricatura più completa dei pregiudizi, dei vizi e delle abitudini. Con lui bisogna dire... tira a campà... e futtitenne, vero dettame di sapienza partenopea. (da Pulcinella ed Arlecchino alfieri ed... artefici dell'Unità d'Italia, pp. 477-478)
  1. In I proverbi di Napoli, con ventiquattro litografie fuori testo di Gatti e Dura, Edizioni del Giglio, Napoli, 1978.
  2. Narrate al popolo dai cantastorie.
  3. In Il Presepe napoletano, Ed. Sadea, Sansoni, Firenze, 1996. Cfr. Feste, Farina e Forca, nota a p. 81.
  4. Abitante del rione Santa Lucia.
  5. Comunemente, ma inesattamente detto di Tappia. Cfr. Napoli dentro e... Napoli fuori, nota a p. 296.
  6. Lattine o scatole di metallo per alimenti.
  7. La chiesa di Santa Caterina della Spina Corona in cui si diceva venisse custodita una spina della corona di Cristo. Era detta anche «dei Trinettari» perché nello spazio antistante si teneva il mercato dei nastri e delle trine. Successivamente il dicatum della chiesa fu cambiato in S. Maria della Purificazione. Cfr. Napoli dentro e... fuori, p. 387.

Bibliografia

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  • Vittorio Gleijeses, Feste, Farina e Forca, prefazione (all'edizione del 1976) di Michele Prisco, Società Editrice Napoletana, Napoli, 19773 riveduta e aggiornata.
  • Vittorio Gleijeses, Napoli dentro e... Napoli fuori, Adriano Gallina Editore, Napoli, stampa 1990.

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