Paolo Rumiz

giornalista e scrittore italiano

Paolo Rumiz (1947 – vivente), giornalista italiano.

Paolo Rumiz

Citazioni di Paolo RumizModifica

  • Ai tempi dell'impero, Benevento era il cuore dell'Italia antica, oggi c'è da chiedersi come abbia fatto a ritrovarsi lontana da tutto. Eppure basterebbe quest'arco per capirne l'importanza. Fotogrammi che ti arano l'anima. Il toro che piega il collo e un uomo a torso nudo che affonda il coltello, mentre altri tengono fermo l'animale. La plebe con i figli in braccio che fa la fila per ricevere i contributi alimentari. L'interminabile trionfo di Traiano dopo la vittoria sui Daci. Ne puoi sentire i tamburi.[1]
  • Appena toccai la corteccia della mano – la stretta fu forte come sempre – sentii che non stava morendo, ma solo diventando bosco.[2]
  • Benevento, che bel nome. Si attaglia perfettamente a queste colline dolci, al sole fresco e alle nubi in corsa di questa giornata spettacolare.[3]
  • Bergamo è un caso a sé. Lasciata fuori, sin dall'unità, dai grandi collegamenti. Ci sono stazioni di paesini del Piemonte più grandi e più belle di quella di Bergamo. Che è sempre stata considerata periferia, luogo di montanari. Non c'è paragone con il rapporto fra Milano, o Roma, o Brescia. È cosa antica. È anche vero che Bergamo, per dimostrare la propria potenza economica, ha pensato a farsi un bell'aeroporto, ma non ha pensato minimamente a migliorare la propria stazione, a farne un punto di partenza per esplorare i luoghi all'intorno. La Val Seriana è stata per anni senza il suo vecchio trenino. Andare da Brescia a Lecco è un'impresa. Treni da Terzo mondo, che neanche in Egitto.[4]
  • Che fine ha fatto per esempio Josè Borjes, il generale di cui mi ha parlato Andrea Camilleri? Parlo dell'uomo che sempre nel '61, quasi da solo, tentò di sollevare le Sicilie contro i Savoia. Perché non si dice nulla della sua epopea e del mistero della sua morte? Perché non si riconosce il valore di questo Rolando che galoppa verso una fatale Roncisvalle dopo essere sbarcato con soli dodici uomini in Calabria, alla disperata, sulla costa crudele dei fallimenti, la stessa di Murat, dei Fratelli Bandiera, di Pisacane, dei curdi disperati, dei monaci in fuga dagli scismi bizantini?[5]
  • Chi conosce l'altopiano di Asiago, sa che lassù gran parte di quei giganti stroncati dal vento hanno esattamente un secolo di vita, perché è da un secolo esatto che il grande diserbante del conflitto [Prima guerra mondiale] ha smesso di raschiare la superficie del Pianeta. Alberi coetanei, se non gemelli, con le radici affondate in un cimitero e i rami rivolti al cielo a simbolo di rinascita. Ma, allo stesso modo, non c'è niente che evochi un macello di carne umana più di una foresta sterminata.[6]
  • Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato degli spazi pubblici e delle certezze sindacali, come mai questa Italia derubata del futuro, che va in crisi per una nevicata, che si lascia togliere persino la libertà democratica delle preferenze elettorali, che vede i suoi figli sedati fin da piccoli dalle playstation e poi costretti, da grandi, a emigrare per sfamarsi, magari facendo i camerieri con una laurea in tasca, come mai un Paese simile, anziché fare la rivoluzione, diventa razzista?[7]
  • Isserò la mia bandiera sul pennone più alto se i suoi colori saranno intesi per quello che sono: il profumo buono di una terra, la difesa del suo paesaggio e dei suoi borghi, il canto della sua lingua, la battaglia garibaldina per un Paese più giusto e onesto, il senso dello Stato e della società civile, la mobilitazione delle energie migliori che abbiamo costretto a emigrare. Allora la farò sventolare, ma accanto a quella blu di un'Unione stellata, che ci ha garantito settant'anni di pace, e che qualche pazzo vorrebbe smantellare. Perché l'Italia, come qualsiasi altro paese, da sola non va da nessuna parte.[8]
  • La percezione è panoramica. A Sud dell’Himalaya vedi le masse indiane in fuga; a Nord quelle cinesi immobilizzate dal governo. Senti la disperazione del Sudamerica («Tremila bare di cartone per i poveri dell’Ecuador»), la strage dei barboni nelle megalopoli degli Stati Uniti, la tragedia dei migranti bloccati in Grecia, l’avanzata del virus nel cuore di un’Africa di cui nessuno parla. Capisci che a monte della pandemia c’è un modo al si-salvi-chi-può di cui i fuggiaschi dalla Libia o Medio Oriente non sono che sparuta avanguardia. Ti rendi conto della fortuna di essere europeo.[9]
  • L'avvicinamento alla città [Benevento] è spettacolare, l'Appia molla il traffico e scende a sinistra per una strada chiusa oltre la linea ferroviaria. Vento che disegna onde lunghe sui campi di grano, un cavallo nero al galoppo, galli che chiamano e, lontano, l'ombra del Taburno che pare una dormiente. Villette con rose rampicanti, i resti di un mausoleo coronato da fiori secchi e un Cristo in abbandono. Ed è il magnifico ponte Leproso sul fiume Sabato, arcate borboniche sopra possenti conci romani. Siamo a Benevento, il grande bivio.[3]
  • Le soffitte – pensai – sono la memoria delle case, più ancora delle cantine, ed era forse per questo che oggi, nel tempo che perde la memoria, non si fanno più soffitte nelle case.[10]
  • Mi ricorderò di voi quanto tutto sarà finito [la Pandemia di COVID-19 del 2019-2020]. Di voi che avete smantellato la sanità pubblica per finanziare centri di estetica e ora tuonate contro lo Stato perché mancano respiratori. Di voi farisei che, mentre pontificavate sulla vita, mettevate il profitto davanti alla vita stessa, e la difesa dei beni davanti a quella delle persone. Di voi, che ci avete coperto di veleni e lasciato desertificare l'Italia dei borghi; e di voi, volonterosi partigiani dell'economia del saccheggio, dello scarto e dello spreco, che avete de-localizzato in Asia e tolto lavoro alla nostra gente. E di voi, che avete coperto tutto questo, facendoci credere che il problema fossero gli immigrati, quando siete stati i primi a chiamarli per ingrassarvi il culo. E soprattutto di voi, ultra-liberisti da talk show, che avete smantellato cultura e senso del dovere,obbligandoci a gestire questa emergenza più con la polizia che con l'educazione civica. E infine di voi, che anche ora, nel momento estremo, seminate zizzania e bugie per coprire di fango chi senza clamore si spende per soccorrere gli ultimi.[11]
  • Per gli italiani, la ferrovia resta cosa da immigrati e da poveracci. Guardate Bergamo, città ricchissima. Ha una stazione da Terzo Mondo. (da L'Italia in seconda classe)
  • Prendo l'unica decisione possibile: consumare un distacco dal libro. Temporaneo, almeno. Spesso ho sofferto per il fascino pervasivo della parola scritta che mi impediva di partire, imbrigliando la fantasia narrabonda. Il libro è come il padre: ti svezza, ti irrobustisce, ti fa crescere dentro la curiosità del mondo, ma è anche una trappola che ti spinge ad accontentarti delle meraviglie che contiene. Per partire devi talvolta rinnegare il padre, perché non puoi affrontare il mondo col suo peso sulle spalle. (da Annibale)
  • [Riferito alla città di Siracusa] Sulla terrazza di Aldo Palazzo – artista-fotografo dalla ruvida chioma moschettiera – aspetto il tramonto con due olive, un pomodoro e una coppa di bianco fresco. Il sole indora architetture arabo-normanne, sveve e ispaniche. Mi sento a Cartagena; col viaggio che torna al suo punto di partenza. Non c'è più niente di greco qui, se si esclude il fantastico duomo, cresciuto dentro le colonne doriche di un tempio a Minerva. Incontro stranieri drogati di sublime lentezza. Come Kali Jones, che viene a tuffarsi con me dagli scogli. Kali non chiede altro dalla vita. I tetti, le rondini, il mare; e il rumore di stoviglie nella sera.[12]

Annibale. Un viaggioModifica

  • [A Sant'Antioco] Vento, scampanio, agavi che ondeggiano come alberi maestri. Salita al castello piemontese, costruito su un basamento di pietre puniche di dimensioni gigantesche. Bartoloni traguarda i punti cardinali con grandi manate nell'aria libera. "Ecco, qui sei sull'ago del compasso. Intorno hai Trapani, Cartagine, Roma, le Baleari. Tutte a un tiro di schioppo. Più lontano Marsiglia dei Greci. Dall'altra parte il faro d'Alessandria d'Egitto. Un po' più a nord, la Colchide, in fondo al Mar Nero. A occidente, le porte dell'oceano, le Colonne d'Ercole. Traguardi questo smisurato campo d'azione e misuri tutta la potenza marittima di Cartagine."
    Ho un leggero senso di capogiro, come se percepissi il movimento della Terra nello spazio. Mi accorgo che il volto del mio compagno è segnato da una smorfia. Non esprime un fastidio momentaneo, ma uno stabile rifiuto della contemporaneità. Bartoloni sospira: "Ho girato tutto il Mediterraneo e vedo solo un incommensurabile degrado... Nei tempi grandi c’era conoscenza vera dei venti e del mare... l’acqua univa per davvero, era un formidabile fattore di coesione... Quelli delle navi erano normalmente equipaggi misti... Esisteva un'umanità colta capace di commerciare da Gibilterra ai mari d’Oriente, un mondo cosmopolita che è sopravvissuto quasi senza scosse fino alla metà del secolo scorso, quando è stato spazzato via dall'ultima stagione dei nazionalismi..." (pp. 26-27)
  • C'è un luogo che è impossibile lasciar fuori da questa storia: Siracusa [...] Nella cronaca di Livio leggo che a Siracusa si compie una svolta importantissima della guerra: nel 214 la città è passata ai Cartaginesi, ma i Romani reagiscono immediatamente. Capiscono che, se il nemico si insedia in Sicilia, il loro dominio sul mare è finito, e così ne attaccano la città più splendida. La stringono d'assedio con quattro legioni. (p. 128)
  • Ma Siracusa è soprattutto Archimede. È il genio dei teoremi e delle macchine da guerra, dei rompicapo e dei codici perduti [...] (p. 128)
  • Oltremare Annibale non ci va mai, il lavoro in Sicilia lo fa fare ad altri al posto suo. Gli stretti non li passa, resta abbarbicato al continente fino al giorno del ritorno in Africa. Che ci vado dunque a fare tra gli Iblei? E come faccio a staccarmi dalla mia ombra dopo averla seguita fin qui? (p. 129)
  • Archimede ti si rannicchia vicino, una sera, e dice all'orecchio: non sono mai esistito, quello di duemila anni fa era solo un pazzo da dimenticare. (p. 132)
  • Il vero specchio ustorio di Siracusa è l'alba. Il sole che esce sul mare immobile del mattino ti schianta come lo scettro di un faraone egizio. È il disco incandescende di Ammon-Ra sopra le teste rapate dei costruttori di piramidi puzzolenti di cipolla e sudore. Non hai scampo. Nell'isola di Ortigia, d'estate, l'unica attività che ti viene concessa è scegliere il percorso per evitare il sole, sempre che tu non preferisca una sovrana immobilità. (p. 132)
  • I ponticelli che la collegano [Ortigia] con la terraferma creano una frontiera mentale talmente invalicabile che persino il vicinissimo castello Eurialo, capolavoro di arte militare greca, alto sulla base militare Nato verso Megara Hyblaea, sembra un miraggio sahariano perso a distanze inarrivabili. (p. 132)
  • Ortigia diventa un transatlantico dal quale non hai nessunissima voglia di scendere. (p. 132)
  • "Ozio" per noi è discettare sul senso della parola "Capua" – forse etrusca – seduti sulla riva del fiume che va nel tramonto, accanto a un fumante sartù di riso; è rievocare le pigrizie siracusane in una terrazza ben difesa sa piante di basilico [...]. (p. 135)
  • Nell'area di servizio di Vasto vedo un titolo di giornale : Gli americani manderanno in prima linea dei robot, macchina con la licenza di uccidere. [...] Nella guerra in Bosnia ho provato vergogna davanti a quel popolo in grado di restistere, tirare le cinghia, battersi e morire per la libertà. Io non ne sarei stato capace. I soldati sul fronte della Bijelasnica ricevevano il rancio una volta ogni tre giorni, ma tenevano duro. In assenza di munizioni, partivano all'arma bianca. In Afghanistan ho trovato Sherpa capaci di valicare l'Hindukush con cinque albicocche secche al giorno. Ai Vietcong, ci ricorda il colonnello Kurtz in Apocalypse now, bastavano "un pugno di riso e un po' di carne, fosse pure di topo". Illusorio pensare che un robot possa neutralizzare uomini simili. (pp. 144-145)
  • Gli armeni sentono come rabdomanti l'energia dei luoghi e anche in queste solitudini la topografia del sacro è fittissima: in ogni gola, su ogni gibbosità, sotto ogni parete c'è una chiesa medioevale, incastrata nel precipizio come i Buddha di Bamiyan fatti saltare dai talebani. Ahimè, anche i confini sono onnipresenti – Karabakh, Iran, Turchia –, come se una mano perfida li avesse disegnati apposta per suscitar discordie. Complicati e inutili. Anche qui il sangue e il sacro si cercano. (p. 173)
  • Il dominio di Roma sul mondo fu di tipo imperialistico finché si vuole, ma gli dèi altrui erano rispettati e inglobati nel pantheon. Le élite dei paesi conquistati entravano a far parte della macchina di governo: anche africani e asiatici potevano diventare imperatori. La leadership non era fatta solo di legioni, ma di strade, ponti, sicurezza, e la sua auctoritas mai avrebbe consentito anarchie di tipo iracheno dopo una vittoria militare. (p. 189)

È OrienteModifica

  • L'Italia, sappiatelo, finisce a Mestre. Solo che da lì non comincia l'efficienza mitteleuropea. Sul binario per Trieste cominciano i Balcani. A Mestre i rapidi diventano accelerati, i treni "corriere sostitutive", il percorso una spola fra stazioncine perse nel buio.
  • Mi chiedo se la forza del racconto non nasca nell'uomo da millenni di cammino, se il narrare (assieme al cantare) non nasca dall'andare. E se il nostro mondo abbia disimparato a raccontare semplicemente perché non viaggia più.
  • Sono su un Orient Express che non è un espresso e non è nemmeno Oriente. In Europa l'Oriente non c'è più, l'hanno bombardato a Sarajevo, espulso dal nostro immaginario, poi l'hanno rimpiazzato con un freddo monosillabo astronomico: "Est". Ma l'Oriente era un portale che schiudeva mondi nuovi, l'Est è un reticolato che esclude.

La leggenda dei monti navigantiModifica

  • Dopo Caporetto, l'odore umido dell'Alpe si fa più forte, dalla bici vedo i contadini che falciano in fretta prima della pioggia. Incontro ciclisti, auto con deltaplani e canoe sul tetto. Tutto dice la familiarità degli slavi subalpini con l'aria aperta. (p. 36)
  • La Valtellina ha due formidabili guardiani, per chi la imbocca dal lago di Como. Da una parte, il forte secentesco di Fuentes coperto di vegetazione, solitario relitto del dominio spagnolo a Milano e ultimo cattolicissimo avamposto verso il mondo protestante dei Grigioni. Dall'altra, Walter Bonatti, classe 1930, forse il più grande alpinista del mondo, che ha casa quassù.
    Per costruirsi il suo rifugio, Bonatti si è spaccato letteralmente la schiena trasportando enormi massi di granito. (p. 115)
  • Rossana Podestà, una che – racconta lei stessa – ha fatto l'attrice per sbaglio, senza amare davvero quel mondo. Rossana, nata in Libia, esploratrice forse più inquieta dello stesso Bonatti. Una che da piccola scappava di casa per mangiare dalle donne dei Tuareg il cuscus impastato con la saliva. "Era buonissimo", ricorda con nostalgia, come pensando a una libertà perduta. (p. 116)
  • Il popolo degli autogrill e dei telefonini è lontano dal territorio. Non conosco nessuna nazione che assista così passivamente alla morte dei luoghi. Lo si vede già dalla segnaletica, da come i cartelli dei paesi si mescolano a quelli degli ipermercati. Le frazioni, le alture, i ruscelli stanno perdendo il nome, ultimo presidio dell'identità. L'economia ha sostituito la geografia, le pagine gialle la carta geografica. (p. 136)
  • Per questo sono ancora attaccato le carte: servono a impedire la cancellazione della memoria. Non basta un navigatore satellitare. I luoghi vanno cercati, corteggiati, raggiunti con errori o digressioni, altrimenti escono dalla memoria. Un popolo senza senso della geografia è destinato a uscire dalla storia. (p. 313)

Incipit di L'Italia in seconda classeModifica

La storia comincia all'alba, nel Mar di Sardegna, con il traghetto Aurelia che si mette a vibrare dalla chiglia alla ciminiera in mezzo a nubi alte come torri e con l'odore di vernice, ruggine e salsedine che diventa odore di terra. Comincia con il mio compagno di viaggio che sbuca incoperta come Achab, annusa l'aria sottovento con faccia feroce, e poi si accende la pipa, cercando a occidente, nel labirinto color cenere dei monti di Gallura, una linea nera e sottile. La ferrovia.

NoteModifica

  1. Da Alla ricerca dell'Appia perduta: al nostro bivio con l'eco dei tamburi di Traiano, Repubblica.it, 17 agosto 2015.
  2. Da Mario Rigoni Stern. Quella fede incorrotta nella natura, la Repubblica, 18 giugno 2008.
  3. a b Da Alla ricerca dell'Appia perduta: nell'Arcadia italiana fra le pietre di Benevento, Repubblica.it, 15 agosto 2015.
  4. Da L'Italia dei treni, Bergamo è da Terzo mondo, L'Eco di Bergamo, 15 agosto 2009.
  5. Da Il massacro dimenticato di Pontelandolfo: Quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti, Repubblica.it, 27 agosto 2010.
  6. Da Centenario della Grande Guerra, a Paneveggio musica per gli alberi caduti dove si è combattuto, Rep.repubblica.it, 9 novembre 2018
  7. Da La paralisi bianca e l'uomo nero, Rep.repubblica.it, 27 febbraio 2018.
  8. Da Così è cambiata la geografia della mia casa, la Repubblica, 5 aprile 2020, pp. 32-33.
  9. Da Pane e poesia Le nuove armi della resistenza, la Repubblica, 20 aprile 2020, pp. 30-31.
  10. Da La casa fantasma di Tommaso Landolfi, il poeta nottambulo di Pico Farnese, Repubblica.it, 10 agosto 2011.
  11. Da Racconto la storia e le fiabe italiane ai nipotini su Skype, la Repubblica, 27 marzo 2020, p. 29.
  12. Da La svolta di Siracusa e il genio dei teoremi, Repubblica.it, 15 agosto 2007.

BibliografiaModifica

  • Paolo Rumiz, Annibale. Un viaggio, Feltrinelli, 2008. ISBN 9788807017636
  • Paolo Rumiz, È Oriente, Feltrinelli, 2005. ISBN 9788807818295
  • Paolo Rumiz, L'Italia in seconda classe, Feltrinelli, 2009. ISBN 9788807722233
  • Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007.

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