Luigi Rasi

attore, drammaturgo e storico italiano

Luigi Rasi (1852 – 1918), attore e drammaturgo italiano.

Luigi Rasi

I comici italianiModifica

  • Gli onori tributati alla grande Carlotta [Marchionni] ricordan quelli tributati più di due secoli a dietro a Isabella Andreini; onori di rime, di medaglie, di marmi. Madame de Staël, a una rappresentazione della Mirra in Milano, lei che all'ammirazione del teatro italiano non fu molto inchinata, vòltasi a Silvio Pellico, sclamò: elle à la génie de son art au dernier point. (vol. II, p. 81)
  • Di mente svegliatissima, egli [Antonio Morrocchesi, mentre studiava presso i padri scolopi] fece ottime prove non solamente nella lettura di classici greci e latini, ma anche nell'arte del disegno. Nullameno l'amore della drammatica prevalse in lui; e i primi applausi tributatigli nelle sale dell'aristocrazia e dalle platee di teatrini privati, gli fecer prendere la risoluzione di darsi tutto alla scena, ove in breve conseguì collo studio in ispecie delle tragedie di Alfieri, fama di attore insuperato e insuperabile. (vol. II, p. 162)
  • [...] fu [Adelaide Ristori] per universale consentimento la più grande artista del suo tempo. (vol. II, p. 363)
  • Carlo Rosaspina è artista di singolare intuizione; e quando voglia, sa dar vita a caratteri vari con giustezza di colorito, e con misura. (vol. II, p. 412)
  • Fu lungo tempo [Carlo Rosaspina], ed è tuttavia, buon compagno di Eleonora Duse, a fianco della quale si fa specialmente apprezzare dai vari pubblici nostri e forastieri [...]. (vol. II, pp. 412-413)
  • Al punto in cui scrivo, egli [Carlo Rosaspina] è additato come uno de' più forti sostenitori, se non il più forte dopo la Duse, della nuova tragedia d'annunziana, Francesca da Rimini, nella quale incarna con molta efficacia e molta sobrietà il carattere di Gianciotto. (vol. II, p. 413)
  • Non so se a me, che non ebbi la sorte di sentirlo nella sua grande opera d'interpretazione e di riproduzione al culmine della gloria, sarà dato tracciar la figura grande, geniale, e nella genialità disordinata, dell'artista [Ernesto Rossi], che nell'ultimo cinquantennio, con Adelaide Ristori e Tommaso Salvini, tenne lo scettro dell'arte in Italia e a traverso il mondo intero. (vol. II, p. 421-422)
  • Non molto puro di linee, [Ernesto Rossi] fu molto vario e spontaneo; ma nella spontaneità talvolta esuberante con islanci geniali e inattesi, che, presi fuor di misura, oltrepassavano il confine. Se mi fosse lecita una comparazione, direi che Ernesto Rossi, romantico per eccellenza, fu nell'arte dell'attore quel che fu Vittore Hugo nell'arte dello scrittore: ebbe forza e bellezza grandissime, ma, più volte, di seicento. (vol. II, p. 422)
  • Anima ribelle se ce ne fu mai, [Ernesto Rossi] aveva la ribellione acquistata in una sicurezza piena e recisa di sé. Amava svisceratamente l'arte e sé stesso... E non sappiamo quale dei due più: forse sé stesso! Certo egli credette che l'arte dovesse molto a lui, non ch'egli dovesse molto all'arte... Di tal guisa egli si mostrò nella vita un po' sempre personaggio di commedia, e nelle sue grandi interpretazioni un po' sempre Ernesto Rossi. (vol. II, p. 422)

Il libro degli aneddotiModifica

  • Tommaso Salvini dovendo dire nel dramma Giosuè il guardacoste a Serveriès (L. Rasi): «che derubò al povero conte duecentomila lire che egli aveva con sé in tanti biglietti di banca,» disse invece: «che egli aveva con sé in tanti banchetti...» Seguì a questo parola una breve pausa, poi smorzando la voce, quasi egli fosse mortificato dall'errore, continuò:... «di banca». Di fronte a Salvini nessuno osò rifiatare. (Le papere, p. 102)
  • Una attrice, non delle ultime, e appartenente a famiglia di celebrità, doveva dire:
    «Chi picchia all'uscio di destra, chi picchia all'uscio di sinistra; io corro ad origliare...»
    Ma ahimè! il Dio delle metatesi acciuffò pe' capelli la disgraziata, e le fece proferire orribili parole... Basti dire che l'uscio era mutato in ucchio e il picchia, in... già si capisce. Un ohhh!... prolungato del pubblico, misto alle risa le più smodate, le risuona nel cervello e nel cuore, e, quasi balbettando, la sventurata, né meno a farlo a posta, come se l'ucchio... e accessorj non bastassero, dà alla parola origliare una forma... non troppo accurata. Siamo al colmo! Gli occhi le si velano; indietreggiando e barcollando quasi, crede di esser giunta al momento di abbandonarsi sur una seggiola;... perde l'equilibrio, e precipita al suolo, all'indietro,... in isconcia maniera. Io stesso accompagnai più tardi la disgraziata al manicomio di Livorno; e si vuole che ella vi morisse, vittima per tre quarti di quella metatesi. (Le papere, pp. 103-104)
  • Una sera l'attrice Dumesnil, nella parte di Cleopatra, al quinto atto, quando, dopo tutte le sue imprecazioni, vicina a morire, nella sua rabbia, dice: «Je maudirais les Dieux, s'ils me rendaient le jour[1],» si sentì colpire da un gran pugno alle spalle da una comparsa, un vecchio soldato, che stava per l'appunto dietro di lei in scena; pugno accompagnato da queste parole, che tutti poterono intendere: «Va, cagna, a tutti i diavoli!...» Questo segno di delirio, che interruppe lo spettacolo e l'attrice, fu il miglior elogio che si potesse mai fare alla recitazione vera e potente dell'illustre artista. (Aneddoti varii, pp. 314-315)
  • In una scena di commedia italiana, Mezzettino (Angelo Costantini) entra in iscena, nascondendo qualcosa sotto il mantello.
    Che ci hai lì? – domanda Arlecchino.
    Un pugnale – risponde Mezzettino.
    Arlecchino cerca e scopre la bottiglia. Egli la beve, e la rende vuota a Mezzettino, dicendo solennemente:
    A te! Eccoti il fodero! (Aneddoti varii, p. 315)
  • Al proposito de' dialoghetti più o meno comici recitati a bassa voce dagli attori, nel bel mezzo di una scena tragica o patetica, ecco l'aneddoto concernente l'apparizione di Talma in vero costume romano. La prima volta ch'egli apparve sul teatro, calzato del coturno antico, e le gambe e le braccia nude, si narra che la Vestris, che era in iscena, lo squadrasse da capo a piedi stupefatta, poi fra lei e Talma si formasse il seguente dialogo alternato co' versi della tragedia.
    – Ma voi avete le braccia nude... Talma!
    – Le ho come le avevano i romani.
    – Ma... Talma, voi non avete i calzoni!
    – I romani non ne portavano.
    – Porco!!!... (Aneddoti varii, p. 321)
  • La Clairon, si vede anche dal ritratto, era la più sprezzante e superba donna del mondo. Attori e autori eran trattati da lei nel modo più villano. [...]. Ma come accade sempre dei superbi, la Clairon, che non era la più istruita donna di questo mondo, dovette subire una profonda umiliazione da un uomo di stamperia alla presenza de' suoi colleghi...
    La tragedia Idoménée era stata annunziata, alle prime rappresentazioni, con un Y.
    La Clairon fece riunire i comici, e in loro presenza rimproverò al tipografo la sua ignoranza nel modo più brutale.
    Il tipografo assicurò ch'egli s'era tenuto strettamente all'ortografia del socio di settimana.
    – Ciò non può essere... – soggiunse la Clairon con alterezza. – Non è fra noi un artista il quale non sappia ortographer.
    – Scusi signora – interruppe il tipografo malignamente – Ma... una volta, non si diceva ortographier?
    Quadro finale!! (Aneddoti varii, pp. 321-323)

La caricatura e i comici italianiModifica

  • [...] se lasciamo le definizioni filosofiche, metafisiche, estetiche, ideologiche della caricatura, e ci facciamo ad esprimere semplicemente quello che vediamo, l'arte della caricatura è l'arte di dire le più atroci cose di questo mondo col mezzo della immagine a una persona, senza che questa se ne offenda; per modo anzi che se ne compiaccia; anzi: per modo che, più atroci sono le cose dette, più grande ne sia il compiacimento. (Parte prima, p. 10)
  • Il primo posto del grottesco nel teatro italiano va dato senza dubbio a Giacomo Callot, il quale, benché lorenese per nascita, può ben dirsi a rigore, checché ne pensi il Vachon, italianissimo per arte e per sentimento. (Parte prima, p. 25)
  • [...] questo povero Watteau, così umiliato e disprezzato, che le sue tele non servivano in un cotal tempo ad altro che a far parafuochi; il quale imbevuto di commedia italiana dagli anni più giovani [...] volle eternarne la gloria in tele e acqueforti e disegni incomparabili, in cui non sappiamo se ammirar più la ingegnosità dell'invenzione, o la squisitezza civettuola del disegno e del colorito. (Parte prima, p. 51)
  • Forse quando i comici erano essenzialmente comici, il pubblico, cessato il rapporto artistico che aveva con essi, li abbandonava al loro destino, che non era dei più floridi; giacché, se ne eccettuiamo le celebrità, i poveri piccoli eran tutti messi in un mazzo, disprezzati, o per lo meno trascurati. Commediante! Un nomaccio. (Parte seconda, p. 74)
  • Non mai, non mai nell'animo o nel cervello di chi l'osserva, la caricatura del Cagnoni lascia il più lieve segno di turbamento per la satira che accenni o a malvagità o a volgarità! Le sue deturpazioni sono la personificazione dell'ameno. Chi è mai arrivato, e potrà mai arrivare come lui alla semplificazione artistica del segno? (Parte seconda, pp. 135-136)
  • Se il caricaturista del Guerin Meschino e di Ars et Labor [Amero Cagnoni] spinse il suo profondo acume nella satira della cosa, Enrico Sacchetti si diede tutto a quella dell'individuo. Egli ha voluto accoppiare le due qualità opposte di riproduttore fedele e di creatore, e vi è riuscito in modo mirabile. (Parte seconda, p. 146)
  • Chi, a vedere il Sacchetti, potrebbe credere che da lui così tutto raccolto scaturisse e si diffondesse tanta snellezza, tanta vivacità? Chi lo vede senza conoscerlo, è portato subito a giudicarlo una mezza caricatura lui medesimo in quella testa pallida di Cristo dai capelli spioventi sulle spalle misere e alte, dall'occhio dolce, dal sorriso leggermente sardonico, quasi di compassione. Niente affatto. Il Sacchetti porta i capelli lunghi perché il recarsi dal parrucchiere gli è di fastidio, come di fastidio il mangiare, il vestirsi, il camminare. Io credo che egli sia nottambulo, perché alla sera, una volta entrato in un caffè, non trovi più la via di uscirne. Quivi egli sbriga la poca corrispondenza, o sonnecchia. Il fastidio più grande della sua vita è certo l'esercizio dell'arte sua: la risoluzione di prendere la penna in mano, e fissar su la carta quattro segni che gli assicurino il vivere per un paio di giorni, è sempre stato per lui vero martirio.
    Preferirebbe digiunare. (Parte seconda, pp. 153-154)
  • Enrico Sacchetti è uno de' più rapidi e più facili fabbricatori di caricature. Non gli è necessario lo studio sul vero dell'individuo: alcune fotografie gli sono sufficienti, e su quelle egli modella con una penetrazione psicologica, fisiologica, acuta, tutta sua, la caricatura, che riesce quasi sempre di una somiglianza perfetta, sempre una pregevole opera d'arte. Ma quando? Quando piace a lui: o meglio quando piace al bizzarro suo spirito. (Parte seconda, p. 156)
  • Nella sua caricatura l'alterazione dei segni caratteristici passa in seconda linea, diventa a volte un semplice accessorio, a volte anche non vi entra che di sfuggita. Ciò che regna di solito nella caricatura del Maiani è l'allegoria, ossia il tratto caratteristico morale della persona caricaturata. La caricatura per la caricatura non ha valore per lui, o ne ha ben poco: perché abbia ragione di essere, deve dir qualche cosa, parlare alla mente di chi la osserva. (Parte seconda, pp. 173-174)
  • [Augusto Maiani] Pittore de' più egregi per la sobrietà del colorito, la castigatezza della forma e la elevatezza del concetto, prendendo a volte a pretesto gli antichi dei della Grecia, a volte gli antichi rapsodi, ch'egli traduce nelle notti stellate dei monti della sua Emilia, e avvolge di un sentimento soavissimo di poesia pastorale, specchio dell'anima sua buona, anche nella sua satira più mordace sa trasfondere quel non so che di riposato che fa pensare e ridere dolcemente. Non mai vedrete il lui la scapigliatura: non la capisce, non la sente; forse non la conosce neppure. (Parte seconda, p. 178)
  • [...] quella mirabile figura di amatrice, la vaga Vincenza Armani poetessa, cantante, ballerina pittrice, scultrice, artista somma nel tragico, nel comico, nel pastorale, al cui arrivo nelle capitali si sparavano le artiglierie, e che di tra il freddo classicismo del cinquecento morente e il bislacco barocchismo del nascente seicento, sapeva far iscaturire dalla sua anima di fuoco versi d'amore [...]. (Parte terza, p. 252)
  • De' moderni caricaturisti il primo è senza dubbio Adriano Cecioni, il forte e ribelle artista, a cui l'Italia deve: il gruppo della Madre che ispirò la magnifica poesia del Carducci; il Suicida, opera mirabile per profondità di concetto in quel chiaro istinto di conservazione della vita e per arditezza di esecuzione in un tempo, in cui il convenzionalismo accademico afferrava anime e cervelli, e infestava pubblico e scuole; e finalmente il Putto col gallo, mercé del quale s'acquistò in un attimo a Parigi fama di artista possente. (Parte terza, p. 289)

NoteModifica

  1. Maledirei gli dei, se mi restituissero la luce.

BibliografiaModifica

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