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Adriano Cecioni

pittore e scultore italiano
Cecioni: Le ricamatrici (1866)

Adriano Cecioni (1836 – 1886), pittore e scultore italiano.

Indice

Citazioni di Adriano CecioniModifica

  • Relativamente all'esposizione[1] ho scritto una lettera a Banti[2], della quale non ripeterò qui che poche cose. Quadri a migliaia dove l'impotenza, la sfacciataggine, e l'impudenza si dichiarano in tutta la loro estensione. Il complesso dell'esposizione presenta due arti, l'arte accademica con tutta la superbia della toga e l'arte comica, pittura di moda, con Messonier capo scuola. Ti assicuro, caro mio, che non c'è niente di più nauseante e stomachevole di questa pittura; quadri leziosi per essere graziosi, pittura che ha messo il culto alla finestra con la pose del très-joli. Non c'è un artista sincero all'infuori di Courbet.[3]

Scritti e ricordiModifica

  • Come disegno, il Meissonier disegna bene; ma però sono troppi circoscritti i suoi limiti e rassomiglia molto al croquis[4]; il suo tocco è brioso, ma è così suo malgrado, poiché non potrebbe esser mai un segno steso, largo, continuato e serio. Come chiaro-scuro è trito e spezzato, e come colorito vieto e povero; ma convengo che nel tutto insieme riesce di una fattura piacevole, graziosa, seducente e qualche volta forte nelle pose comiche delle sue figure. Dell'opera d'arte, considerata dal punto di vista morale, non c'è da parlarne per Meissonier, giacché questo è un terreno troppo pieno di ciottoli per lui, un campo dove la natura gli negò l'ingresso. (p. 127)
  • Essere celebri vuol dire esser mediocri. Questa frase, presa isolatamente, giunse agli orecchi di molti come una vera bestemmia, agli stessi orecchi di quelli che oggi la ripetono spietatamente sulla persona di Giovanni Dupré per il suo monumento a Cavour. Noi, che abbiamo considerato sempre quest'uomo per quello che vale e nulla più, non siamo punto meravigliati dell'esito di questo suo ultimo lavoro; il pubblico, che si attendeva ed esigeva da lui quello che egli non ha mai promesso di fare, grida e sbraita a gola aperta, in un modo sguaiato, perché egli non ha mantenuto le promesse che non ha mai date. (p. 139)
  • I Greci differivano da noi in due cose principalmente: la prima consisteva nella trascuranza del sentimento per la forma, mentre noi trascuriamo la forma per il sentimento; e fin qui il torto è da ambe le parti. La seconda è che loro facevano il tutto per le parti e noi le parti per il tutto; e in questo caso la ragione è nostra, inquantoché le parti devono servire all'espressione di una statua ed essere buone separatamente. Non è che in questo senso che lavorano quelli le cui opere sebbene notevoli per bravura di fare sono impresse di una volontaria e quasi cercata volgarità. (p. 232)
  • I così detti macchiaiuoli, rappresentavano allora gl'innamorati dell'arte, ed il loro amore non era punto venale, il loro amore non aveva che un fine, l'arte per l'arte. I macchiaiuoli, per chi non conosce il significato di questa parola, furono i primi che si diedero, fra noi, agli studi nuovi, e che cominciarono a cercare e studiare la vera ragione degli effetti, a forza di prove o bozzetti appena macchiati con le tinte locali dei diversi colori o toni che avevano parte in un dato effetto, ed ora tentando un effetto di sole, ora di riflesso o di pioggia, elaboravano il modo di ottenere una giusta e propria divisione fra la luce e l'ombra, senza dar luogo a transazioni di sorte alcuna. In quell'attrito di opinioni, in quel fermento si facevano degli studi serissimi di rapporto, di valore, di tono, di carattere e di sentimento: e tutto questo col mezzo di macchie di colore, di chiaro e di scuro. E da ciò ebbe origine la parola macchiaiuoli. (pp. 268-269)
  • Il Tivoli è piccolo di statura e di forme piuttosto rotonde: cammina, se non ha mutato, sempre piano, dondolando il capo da destra a sinistra e viceversa. Ha gli occhi grossi e piuttosto in fuori, i capelli cresputi e la bocca sempre pronta a ridere. Ora non so, ma allora era canzonatore, sebbene non dei volgari; canzonava le persone senza sciuparle, reggeva benissimo qualunque celia. Il suo forte poi, era il raccontare gli aneddoti; ne aveva a volte dei graziosissimi, ed egli era il primo a riderci sopra. (p. 298)
  • Non si può dire che il Tivoli mancasse di giustezza nel colorito, ma vedeva il colore in un tono sempre più basso, cioè più grigio; non languido, ma piuttosto fiacco. In certi casi si sarebbe detto che egli vedesse la natura attraverso ad una lente opaca. Non era una personalità, ma era individuale; era semplice nelle trovate, ma non originale né azzardoso. Non si è segnalato per ricerche proprie, né per tendenze speciali accentuate, ma per aver amato l'arte sinceramente. (p. 301)
  • Il Signorini è nell'arte una personalità, e la sua personalità consiste nell'essere stato uno dei primi ad insorgere contro la vecchia arte, e uno degli avversarî più dichiarati e più efficaci contro il religioso rispetto per i capi lavori rappresentanti il convenzionalismo estetico, o il culto della forma per la forma. (p. 302)
  • Il Signorini non fa col pennello della rettorica; non pensa, quando si trova di faccia a un motivo, se piacerà o non piacerà; il motivo gli ha fatto impressione ed egli lo eseguisce, senza pensare ad altro, nonostante l'esempio della poca o niuna vendita per dato e fatto del soggetto. E nel subire questa forza che è in lui, si riconosce la struttura dell'artista moderno. È realista per sentimento più di quello che egli stesso non creda; la prova di ciò è il suo entusiasmo per la realtà pura e semplice, e il suo sdegno per le cose accomodate a fine di piacere altrui. Non è il lato romantico della natura che gli piace, ma quello storico, non tanto considerato dal punto di vista filosofico, quanto subordinato al suo proprio modo di sentire. (p. 311)
  • Vi fu un tempo in cui scrissi: Esser celebri vuol dire essere mediocri; oggi ripeto volentieri questa sentenza, perché il caso me ne offre l'occasione. [...].
    Uno degli artisti italiani veramente primarî e al tempo medesimo uno dei meno noti, è il pittore Cristiano Banti. Il suo nome è tanto lontano dalla celebrità, quanto è lontano dalla mediocrità il suo ingegno. Egli corse pericolo di diventare celebre nel principio della sua carriera con un quadro rappresentante Galileo Galilei davanti al tribunale dell'Inquisizione. La comparsa di questo lavoro volgare e declamatorio commosse i retori, fino al punto da non saper più a quali termini far ricorso per portare alle stelle quel miracolo dell'arte, promettente uno di quei rari genî per i quali ogni parola è poco. Il Banti, invece, dichiarava più tardi che con quel quadro aveva disonorato l'arte senza saperlo; e con questa dichiarazione onesta egli si chiudeva la via alla celebrità, che tanto facilmente e largamente si era aperta con quel lavoro. (p. 312)
  • I Macchiaiuoli, essendo contrari per principio all'insegnamento, non facevano allievi; il dovere di essere individuali era da essi così fortemente sentito e tanto rigorosamente osservato, che a nessun patto avrebbero accettato uno scolaro nello studio. (p. 315)
  • Di due cose possiamo ringraziare Meissonier e Fortuny; Meissonier per aver introdotto un'arte commerciale; Fortuny per averle saputo adattare la toilette di moda, con truccature, imbellature, fronzoli e gioie false; in modo tale che tutti gli eunuchi di Francia e d'Italia si misero a correr dietro a questa cocotte; alla quale, sebbene invecchiata e divenuta stomachevole, fanno sempre la corte, dicendo però di fare il vero. Si sa, il lato comico non deve mancar mai. In Italia, dove, da macchiaiuoli in fuori, tutti sono dal più al meno seguaci di Fortuny, costoro credono, in generale, di essere tanti realisti capi-scuola. (p. 317)
  • Un altro dei primarî artisti italiani è Giovanni Costa. Egli appartiene al piccolo numero delle personalità che onorano l'arte; non è artista per educazione, ma per natura. Io non so immaginare che il Costa possa fare nel mondo un'altra cosa fuori della pittura, mentre ci sono tanti e tanti che fanno i pittori e gli scultori senza che a me riesca di spiegare il perché. (p. 321)
  • I lavori del Costa non sono quadri da esposizione, sono esclusivamente per le persone che hanno un senso fine e squisito dell'arte; e le persone così dotate capiscono e gustano la sua pittura, fino al punto di provare gran piacere guardandola. (p. 325)
  • Nino Costa è romano di nascita, di statura e di cuore, sebbene non sia apprezzato da' suoi concittadini quanto merita; ha gli occhi piccoli, penetranti e sempre in movimento; i capelli radi sulla testa, il naso grosso; muove la testa a scatti ha delle uscite scorbellate, ma non triviali; è, in certi casi, di una compitezza esemplare; sa mantener il suo posto in qualunque occasione e in faccia a ognuno; ama molto le gentilezze, che sa dal canto suo molto ben ricambiare; è un poco sospettoso, effetto forse del suo acume; sdegna le bassezze, fino al punto di non poterle tollerare; è franco e risoluto nelle maniere e nel dire ciò che pensa. (pp. 325-326)
  • La parola macchia ha dato luogo a un malinteso fra gli stessi macchiaiuoli. Molti di essi credono che macchia voglia dire abbozzo, e che lo studio delle gradazioni e delle parti nella parte, servendo a rendere quest'abbozzo finito, bandisca la macchia dal quadro. Ecco il malinteso; la macchia è base, e come tale rimane nel quadro. (p. 333)
  • Silvestro Lega è uno dei pochissimi che hanno dell'arte un concetto chiaro, nettamente delineato. Egli non riconosce che il vero, nulla, assolutamente nulla all'infuori di questo. Per lui, tutto ciò che non è fatto dal vero non può essere buono, mentre con qualunque pezzo di vero si può fare un buon lavoro; egli non lo idealizza, non lo compone, non lo accomoda, non lo svisa. Egli ama il vero per sé stesso, tale e quale è in tutta la sua semplicità e realtà. Questo è ciò che costituisce per lui il principale ed assoluto merito dell'opera d'arte; su questo punto ha chiara l'idea. (pp. 345-346)

Citazioni su Adriano CecioniModifica

  • All'arte di Giovanni Dupré[5] si contrapposero risolutamente i novatori, che in scultura ebbero un rappresentante in Adriano Cecioni, ancora un po' accademico nel Suicida, ma subito dopo vero, schietto, vivo nella Madre e nel Bambino col gallo. (Nello Tarchiani)
  • I suoi disegni sono semplicemente meravigliosi. Non impeccabili di linea soltanto, ma sentiti, ma frementi, ma palpitanti. Dell'essere ritratto egli fa vedere le linee e fa sentire il pensiero. Non trovo migliore espressione per rendere il mio concetto. Certo che una faccia che ride, disegnata dal Cecioni, vi dà l'idea del vero sorriso, di quel sorriso che illumina una fisionomia, che accende lo sguardo, e che mette sulla fronte un raggio. (Anna Franchi)
  • Non amava la Francia, e si spiega; la nazione gentile, charmeuse, non poteva allettare quel carattere di fiero ribelle. Invece amò l'Inghilterra ove rimase un anno caricaturista.
    Questa qualità sua fu, direi quasi terribile, tanto era forte. Nella caricatura era feroce. La sua esagerata tendenza all'orrore del falso, faceva per contrasto inevitabile esagerare il vero della persona riprodotta. (Anna Franchi)

NoteModifica

  1. Il Salon de Paris.
  2. Cristiano Banti (1824 – 1904), pittore italiano, esponente del movimento dei Macchiaioli.
  3. da una lettera a Telemaco Signorini, del 24 luglio 1870, citata in Lamberto Vitali (a cura di), Lettere dei Macchiaioli, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1978, p. 144.
  4. allo schizzo.
  5. Giovanni Dupré (1817 – 1882), scultore italiano.

BibliografiaModifica

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