Joachim Fest

storico, giornalista e saggista tedesco

Joachim Clemens Fest (1926 – 2006), storico, giornalista e saggista tedesco.

Joachim Fest nel 2004

Citazioni di Joachim Fest

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  • L'utopia non è connaturata all'essere umano, neanche nella varietà del progetto sociale chiuso con la sua meccanica precisa come un orologio: questa visione ha rappresentato unicamente l'estasi di alcuni meccanicisti sociali. In questa forma l'utopia ha appena trecento anni e in tutte le sue forme non è che una fantasmagoria limitata all'Europa e spiegabile soltanto in base alla particolare situazione europea.[fonte 1]

Hitler. Una biografia

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Mascherare e insieme trasfigurare la propria personalità, costituì uno degli scopi fondamentali della sua esistenza. Punte o poche apparizioni storiche hanno saputo abbellire e palliare se stesse con tanta consequenzialità e cocciuta pedanteria, sì da rendere irripetibile la propria vera fisionomia. L'idea che aveva di sé, era più un monumento che non l'immagine di un essere umano. E per tutta la vita ha cercato di nascondervisi dietro. Stereotipato, nella precoce certezza della propria missione, appena trentacinquenne si è ritratto nella reclusa, gelida inaccessibilità del grande Führer. La penombra nella quale si formano le leggende e l'aura di una particolare elezione aduggiano la preistoria della sua vita, in pari tempo improntando di sé anche le angosce, le solitudini e lo straordinario ruolo da lui svolto.

Citazioni

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  • Dalla sua «fortezza dell'ordine» di Werfenstein, nella Bassa Austria, che aveva acquistato grazie ai contributi di certi industriali, Lanz von Liebenfels patrocinava la fondazione e l'organizzazione di un ordine maschile ario-eroico, destinato a costituire l'avanguardia della razza dei signori biondi e dagli occhi azzurri nel sanguinoso scontro con le razze inferiori e impure. (Libro primo, cap. 3 Il granitico fondamento, p. 63)
  • Sotto la bandiera della croce uncinata, che aveva assunto a simbolo già nel 1907, l'ex frate [Lanz von Liebenfels] si riprometteva di raccogliere, contrapponendolo a quello della lotta di classe socialista, l'esercito della lotta razziale, in cui non si doveva rifuggire «neppure dal coltello del castratore», e invocava il ricorso sistematico a pratiche intese all'assoggettamento e allo sterminio: «Per l'eliminazione degli uomini-bestie e lo sviluppo dell'uomo nuovo, l'uomo superiore». Alla selezione pianificata e all'igiene razziale faceva riscontro un programma di sterilizzazioni, deportazioni nelle «foreste delle scimmie», nonché liquidazioni mediante il lavoro coatto e l'assassinio. (Libro primo, cap. 3 Il granitico fondamento, pp. 63-64)
  • Quasi invasato dal complesso della snazionalizzazione, [Georg von Schönerer] aveva finito per non vedere, attorno a sé, che mortali minacce ala sua tedeschità: minacce che provenivano dagli ebrei come dal cattolicesimo apostolico romano, dagli slavi come dai socialisti, dalla monarchia asburgica, come da ogni specie di internazionalismo. Terminava le sue lettere con l'espressione mit deutschem Gruss (saluti tedeschi), e aveva patrocinato numerose iniziative intese a ridar vita al folklore germanico, battendosi perché la cronologia tedesca cominciasse dal 113 a.C., data della battaglia di Noreia in cui cimbri e teutoni avevano massacrato le legioni romane. (Libro primo, cap. 3 Il granitico fondamento, p. 69)
  • Esser era intelligente, scaltro e sapeva esprimersi in maniera che rivelava cultura e conoscenza dell'animo popolare; rispondeva alla tipologia del reporter scandalista, instancabile nello scoprire segreti di alcova di ebrei e pescecani. I piccoli borghesi rispettabili del partito, ben presto, cominciarono a rinfacciargli il «tono da porcile» delle sue campagne[1], senza per questo convincerlo minimamente a rinunciare al suo testardo estremismo; ancora studente, a Kempten, si era presentato a un consiglio di soldati, cercando di indurli a impiccare alcuni cittadini. (Libro secondo, cap. 2 Trionfi locali, p. 204)
  • Esser aveva parecchi aspetti in comune con il maestro di scuola Julius Streicher di Norimberga, che si era fatto un nome come portavoce di un antisemitismo teppistico e pornografico, e sembrava posseduto da sudice fantasie di omicidi rituali, ebrei in fregola, congiure internazionali, incesti e tutta una serie di altre idee coatte e onnipervadenti, ed erano fantasie di lubrichi demoni dai capelli neri ansimanti su innocenti carni femminili ariane. (Libro secondo, cap. 2 Trionfi locali, p. 204)
  • Streicher era più limitato e meno intelligente di Esser, ma la sua incidenza sul piano locale stava addirittura alla pari con quella di Hitler, per il quale aveva nutrito all'inizio una violenta ostilità. (Libro secondo, cap. 2 Trionfi locali, p. 204)
  • Il capitano d'aviazione Hermann Göring, ultimo comandante della leggendaria squadriglia da caccia Richthofen, portò nell'entourage di Hitler un accento mondano, che fino a quel momento aveva trovato espressione soltanto in Putzi Hanfstaengl[2] il quale però era rimasto isolato nella sua sprezzante superiorità verso gli altri cortigiani di Hitler. Corpulento, gioviale, fragoroso, Göring era libero da quelle storture psicopatiche che caratterizzavano la media dei seguaci di Hitler; se era entrato a far parte del partito, era perché così poteva realizzare le sue aspirazioni alla mancanza di legami, all'azione e ai rapporti camerateschi, e non già, come egli stesso sottolineava, perché attratto dal «pattume ideologico». (Libro secondo, cap. 2 Trionfi locali, p. 205)
  • Le tendenze alla ribalderia di Göring, erano le stesse di Max Erwin, von Scheubner-Richter, un avventuriero dal passato burrascoso dotato di uno straordinario talento per redditizi traffici politici dietro le quinte. Si deve in misura cospicua proprio alla sua capacità di procurare fondi, se Hitler poté contare, negli anni dell'esordio, sulla, sicurezza materiale: Scheubner-Richter riuscì infatti, stando a un documento ufficiale, a portare alle casse del partito «somme enormi di denaro». (Libro secondo, cap. 2 Trionfi locali, p. 205)
  • L'avventuriero [Scheubner-Richter] era una sorta di eminenza grigia con uno straordinario fiuto per i segreti ma anche con un eccezionale savoir faire; buon parlatore, aveva molti legami con industriali, membri dell'ex casa regnante dei Wittelsbach, nonché con le autorità ecclesiastiche e con il granduca Cirillo. L'influenza da lui esercitata su Hitler fu indubbiamente cospicua: unico tra i suoi, seguaci caduti, il 9 novembre 1923, alla Feldherrnhalle[3], fu da lui rimpianto come insostituibile. (Libro secondo, cap. 2 Trionfi locali, p. 205)
  • Scheubner-Richter apparteneva a quel numeroso gruppo di "tedeschi baltici" che, insieme ad alcuni emigranti russi di estrema destra, esercitarono una influenza tutt'altro che insignificante sullo NSDAP[4] degli esordi. Hitler ha affermato più tardi, scherzosamente, che il Wölkischer Beobachter[5] dell'eopca avrebbe dovuto recare, come sottotitolo, la scritta Baltische Ausgabe «edizione baltica».
  • La struttura dei discorsi di Hitler rispondeva a un modello sostanzialmente sempre uguale, inteso a creare l'unanimità e a dare una prima scossa all'uditorio mediante sonanti verdetti di condanna contro l'ora attuale. (Libro secondo, cap. 2 Trionfi locali, p. 224)
  • Lo spazio vitale, la cui conquista Hitler è andato di continuo praticando come una professione di fede, non era dunque inteso semplicemente quale espediente per assicurare il nutrimento a una popolazione «straripante», allo scopo di sottrarsi al pericolo dell'«immiserimento per fame» e per ristabilire nei propri diritti originari la classe contadina, minacciata dall'industria e dal commercio, ma doveva servire soprattutto da base di partenza, nel quadro della strategia di conquista del mondo. (Libro terzo, cap. 1 La visione, p. 313)
  • Qualsiasi popolo dotato di fantasia e ambizione aveva bisogno di un determinato spazio, di un'estensione territoriale tale da renderlo indipendente da alleanze, svincolato da costellazioni effimere, e a quest'idea, che istituiva un nesso tra grandezza storica ed espansione geografica, Hitler ha tenuto fede fino all'ultimo. Ancora durante le sue meditazioni al Bunker, poco prima della morte, egli lamentava che il destino l'avesse costretto a conquiste precipitose, perché un popolo, senza un vasto spazio a disposizione non può neppure proporsi grandi mete. (Libro terzo, cap. 1 La visione, p. 313)
  • L'incapacità di Hitler a concepire i rapporti umani se non in chiave gerarchica, di rado è apparsa con altrettanto chiarezza come nel corso di quella discussione [con Otto Strasser, a Berlino, tra il 21 e il 22 maggio 1930]. A ogni considerazione, ad ogni obiezione, egli contrapponeva, come per un riflesso mentale, il problema del potere: a chi spetta l'autorità di decidere, chi è che comanda e chi è che deve obbedire? Tutto veniva inflessibilmente ridotto alla contrapposizione di servo e padrone: da un lato la massa, rozza incolta, dall'altro la grande personalità, di cui la prima era lo strumento e il materiale da manipolare. (Libro quarto, cap. 1 L'ingresso nella grande politica, p. 404)
  • Lo spreco che faceva di uomini era di entità pari al disprezzo che nutriva nei loro confronti. Ininterrottamente, Hitler cacciava questi, puniva quegli, promuoveva quest'altro, sostituiva individui e uffici, e qui va visto senza dubbio uno dei presupposti dei suoi successi, la sua esperienza avendogli insegnato che i seguaci vanno trattati senza riguardi e oberati al massimo. (Libro quarto, cap. 1 L'ingresso nella grande politica, p. 413)
  • Walter Benjamin ha definito il fascismo l'estetizzamento della politica, e in quanto popolo la cui concezione della politica era già pervasa di estetismo, i tedeschi hanno potuto essere conquistati con particolare forza dal fascismo. Il fallimento della repubblica di Weimar è stato indotto anche dal fatto che essa non comprendeva la psicologia tedesca e intendeva la politica solo in quanto tale. Soltanto Hitler ha restituito l'immagine familiare alla cosa pubblica, mediante instancabili mimetizzazioni, col ricorso a scenari teatrali, all'ebbrezza e al tumulto dell'idolatria, oppure mediante il fenomeno della retorica svuotata di contenuto politico. (Intermezzo II, Catastrofe tedesca oppure coerenza tedesca, p. 550)
  • [...] Blomberg ebbe ad affermare che, nel 1933, dal giorno alla notte gli erano piovute dal cielo cose nelle quali più non sperava: una fede, la venerazione per un uomo, la completa dedizione a un'idea. Un elogio rivoltogli da Hitler bastava, stando a una fonte contemporanea, perché gli occhi gli si imperlassero di lacrime, e una volta ebbe addirittura ad affermare che una cordiale stretta di mano di Hitler era bastata a curarlo dai suoi raffreddori. (Libro quinto, cap. 3 L'affare Röhm, p. 647)
  • Reichenau era invece [diversamente da von Blomberg] un uomo che ragionava freddamente, machiavellicamente, il quale non permetteva certo alle passioni di obnubilare le sue ambizioni, e nel nazionalsocialismo non scorgeva affatto una causa in cui credere ciecamente, ma semplicemente l'ideologia di un movimento di massa, il cui élan rivoluzionario egli intendeva sfruttare sia ai fini della propria carriera personale, sia a quelli del rafforzamento del potere dell'esercito, per poi imbrigliarlo al momento opportuno. (Libro quinto, cap. 3 L'affare Röhm, pp. 647-648)
  • Anche i celebrati scoppi di collera di Hitler erano non di rado, con ogni evidenza, manifestazioni volontarie accuratamente dosate. Uno dei più vecchi Gauleiter[6] ha lasciato una descrizione di Hitler in preda a un accesso di collera tale che la bava gli colava dagli angoli della bocca lungo il mento, sì da farlo sembrare del tutto fuor di sé dall'ira; e in pari tempo le argomentazioni affatto conseguenti, che continuava a esporre con lucida perfetta continuità, smentiva in pieno l'immagine esteriore. (Libro sesto, cap. 2 Ritratto di una non-persona, pp. 740-741)
  • Eva Braun ha compiuto due tentativi di suicidio, il primo dei quali già nel novembre del 1932, sparandosi un colpo di pistola alla gola, il secondo nella notte tra il 28 e il 29 maggio 1935. A quanto risulta, questi suoi tentativi irritarono profondamente Hitler, tanto più che la morte di Geli Raubal non era stata ancora dimenticata. Soltanto quando la sorellastra di Hitler, la signora Raubal, madre di Geli, nel 1936 lasciò la Berghof[7], e il suo posto fu preso da Eva Braun, i rapporti tra questa e Hitler divennero un po' più distesi, anche se essa continuò a essere lasciata in disparte, al punto di sentirsi imporre l'uso di ingressi secondari e scale di servizio o consigliare, quando Hitler la lasciava troppo sola, di consumare i pasti di fronte alla fotografia dell'amante; [...]. (Libro sesto, cap. 2 Ritratto di una non-persona, p. 749)
  • [...] la maggior sicurezza cui Eva era pervenuta si rifletteva su Hitler, e ben presto essa fece parte di quel gruppo di persone intimissime, al cospetto delle quali il Führer rinunciava ai perenni atteggiamenti da grand'uomo: con costoro gli capitava di addormentarsi, all'ora del tè, in poltrona, o, la sera, slacciatasi la giacca, assisteva alla proiezione di un film o partecipava alla conversazione attorno al caminetto. (Libro sesto, cap. 2 Ritratto di una non-persona, p. 750)

Il volto del Terzo Reich

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L'ascesa di Adolf Hitler, che «povero diavolo» a Braunau e cliente fisso del Männerheim di Vienna,[8] divenne il dominatore della Germania e di una parte del mondo, è una delle carriere più sorprendenti e più sconcertanti della storia. Essa fu resa possibile dalla singolare coincidenza di alcune premesse individuali con una situazione storica generale, e da quella affinità segreta che l'uomo trovò in quest'epoca e l'epoca in quest'uomo.

Citazioni

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  • [Hitler] Odiava le discussioni; non era abituato a essere contraddetto e, poiché il monologo era in pratica la sua unica maniera d'esprimersi, alle regole impegnative di un dialogo preferiva sempre rauche espressioni tribunizie. Durante la visita di Mussolini in Germania, al termine di una colazione, Hitler parlò per un ora e quaranta minuti ininterrottamente all'ospite visibilmente tediato, senza dargli la possibilità da lui sospirata di interloquire. (Parte prima: Adolf Hitler: dal Männerheim alla cancelleria del Reich, Capitolo 4 Il cancelliere del Reich, p. 75)
  • «Lasciatelo, è un uomo del Rinascimento!», soleva ribattere Hitler a chi veniva a parlargli del carattere compromettente della condotta di Göring.[9] Ma egli impersonava solo un lato della natura rinascimentale, e cioè la mancanza di scrupoli, l'avidità e l'imperturbabile decisione dell'animale da preda. Ma di tutto il resto, dell'incomparabile sensibilità estetica e del gusto raffinato della vita del Rinascimento, egli non aveva la più pallida idea, nonostante tutto il suo ostentato eudemonismo[10]. (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 1 Hermann Göring: il numero due, p. 124)
  • Il nazionalsocialismo ebbe il genio della propaganda. Essa, oltre a procurargli i trionfi più clamorosi, costituì il suo unico originario contributo alle condizioni della sua ascesa e fu qualcosa in più di un semplice strumento del potere: la propaganda fu la sua linfa vitale. (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 2 Joseph Goebbels: «una canaglia», p. 135)
  • Quando nel 1933 [Joseph Goebbels] giunse a Ginevra come rappresentante del Reich, la stampa locale pubblicò una caricatura che rappresentava un nano storpio dai capelli neri, con sotto la didascalia: «Chi è costui? Ma è nientemeno che il rappresentante di quella razza nordica, alta, sana, bionda e dagli occhi azzurri!». (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 2 Joseph Goebbels: «una canaglia», p. 139)
  • [...] egli [Joseph Goebbels] si consacrò anima e corpo al Führer, passando sopra alle ragioni dell'intelletto, del libero arbitrio e della dignità. Poiché tale asservimento era un atto di volontà più che un atto di fede, esso si mantenne intatto fino alla fine attraverso tutte le vicissitudini. «Chi abbandona Adolf Hitler perde ogni ragione di vita», era solito dire. (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 2 Joseph Goebbels: «una canaglia», p. 144)
  • In lui [Reinhard Heydrich] le capacità intellettuali si accompagnarono ai caratteri somatici, per cui egli poteva apparire la conferma della teoria della «stretta relazione tra psiche e razza»: l'anticipazione di quel nuovo tipo d'uomo che avrebbe dovuto essere distillato dal torbido materiale biologico del popolo tedesco attraverso «una serie d'incroci obbligati» e allevato in scuole speciali; «il tipo d'uomo», come Hitler dichiarò, «padrone della vita e della morte, che comanda sulla paura e sulla superstizione, che ha imparato a dominare il suo corpo, i suoi muscoli e i suoi nervi... ma che non si lascia vincere dalle tentazioni dello spirito e da una sedicente libertà scientifica». (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 3 Reinhard Heydrich: il successore, p. 162)
  • [...] Heydrich fu una personalità tutt'altro che solida. Dietro la statura minacciosa nella sua inumanità solo apparentemente salda e imperturbabile, si nascondeva un temperamento nervoso facilmente eccitabile, che conosceva i suoi tormenti segreti ed era continuamente assalito da angosce, amarezze e odio verso se stesso. [...] Reinhard Eugen Heydrich era segnato da un marchio indelebile che lo faceva soffrire le pene dell'inferno: aveva antenati ebrei. (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 3 Reinhard Heydrich: il successore, p. 163)
  • Due maschere furono rilevate dal volto di Heinrich Himmler dopo che egli, il 23 maggio 1945, durante una minuziosa visita medica compiuta da un medico militare britannico, aveva morso in fretta quella capsula di cianuro di potassio che lo aveva portato alla morte nello spazio di pochi minuti; la prima mostra una fisionomia contraffatta, brutale e impudente quanto mai, la cui impronta diabolica è messa ancora più in rilievo dalle contrazioni della morte e dalla smorfia della bocca; la seconda rappresenta un volto inespressivo e piuttosto impassibile, che non esprime nulla di mostruoso. È come se la morte stessa avesse cercato ancora una volta di dimostrare a quale singolare connubio essa dovesse uno dei suoi più terribili e miserabili servitori di questo mondo.[11] (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 4 Heinrich Himmler: piccolo borghese e grande inquisitore, p. 180)
  • Nessuno era più odiato di lui [Martin Bormann]. Il disprezzo, ad esempio, che suscitava la boria neroniana di Göring, la comicità di Ribbentrop o la fama di sanguinario di Himmler, tutti questi sentimenti di reciproca repulsione che circolavano nel gruppo direttivo e che si erano acuiti nei lunghi anni di rivalità, erano di altra natura e non erano paragonabili al grado di intensa animosità che venne portata a questo Machiavelli da tavolino dai suoi numerosi nemici. (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 5 Martin Bormann: l'eminenza grigia, p. 204)
  • Per la sua debolezza, la sua instabilità e le sue contraddizioni, egli [Hans Frank] fu, tra gli esponenti del nazionalsocialismo, la personalità meno solida. A un attento esame, dietro il ritratto disegnato col sangue dell'«assassino della Polonia» e primo giurista del partito, non possono sfuggire i tratti dell'uomo incerto e debole il quale, nella persona di Hitler e nel programma – che per tutta la vita si ostinò ciecamente a fraintendere – del Partito nazionalsocialista, aveva trovato gli oggetti confacenti al proprio idealismo esteriorizzante, ai quali rivolgere una devozione illimitata che arrivava al delitto. (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 6 Hans Frank: copia dell'uomo brutale, p. 331)
  • Schirach non proveniva dalla Hitlerjugend[12] in senso stretto, ma si era reso benemerito del partito come capo della Lega degli studenti nazionalsocialisti tedeschi (NSDStB) conquistando buona parte della gioventù accademica al nazionalsocialismo, prima che Hitler , nel 1931, lo designasse «capo della gioventù del Reich del NSDAP[13]». [...] Idealista, sentimentale e affettato, egli non poté mai divenire il vero rappresentante della Hitlerjugend, sia nell'aspetto, sia perché non proveniva da un ambiente operaio o della media borghesia. [...] I suoi tratti poco marcati e piuttosto delicati avevano qualcosa di effeminato, per tutto il tempo che fu in carica non cessarono mai di correre le voci sulla sua camera da letto bianca, adatta per una fanciulla. (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 7 Baldur von Schirach e la «missione della giovane generazione», p. 357)
  • Blomberg era una personalità tentennante, facilmente influenzabile, che alle arti persuasive di Hitler non aveva da opporre altro che la volubilità di un carattere che aveva cambiato colore varie volte passando dalle idee democratiche all'antroposofia, quindi al socialismo prussiano e – quasi – al comunismo (dopo un viaggio in Russia) ed infine a tendenze sempre più autoritarie, finché si era lasciato sedurre da Hitler con tutto l'entusiasmo della sua natura esaltata e in fondo priva di consistenza. (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 8 Il generale von Icks e il ruolo del corpo ufficiali nel Terzo Reich, pp. 373-374)
  • Freddo quanto intelligente, risoluto, generoso, non senza una traccia di frivolezza, Reichenau impersonava alla perfezione il tipo dell'ufficiale moderno, preparato tecnicamente, senza prevenzioni sociali, che non aveva esitato a gettare a mare i principi feudali della propria classe, estendendo la sua mancanza di preconcetti anche ai principi morali. (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 8 Il generale von Icks e il ruolo del corpo ufficiali nel Terzo Reich, p. 374)
  • Beck tentò [...] in tutti i modi di ostacolare i piani di guerra di Hitler o almeno di ritardarli, senza però riuscire ad ottenere altro che di essere obbligato a presentare al Führer le proprie dimissioni: «Come può esserci un simile bastardo nella nostra bella Germania!», esclamò Beck subito dopo, disperato per la situazione. Fu per questo che nel 1938, in seno a una ristretta cerchia di alti ufficiali, si sentì tentato di intraprendere una opposizione al nazismo che sarebbe dovuta culminare, nelle sue intenzioni, in un colpo di Stato. La sua disperazione derivava non soltanto da un senso di impotenza individuale nei confronti del regime autoritario, ma soprattutto rispecchiava il disagio – e forse l'odio – dell'aristocratica e conservatrice casta militare prussiana nei confronti di Hitler e del nazionalsocialismo. (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 8 Il generale von Icks e il ruolo del corpo ufficiali nel Terzo Reich, p. 380)
  • Comandante del campo di concentramento di Dachau, [...], era lo Standartenfuhrer[14] degli SS Theodor Eicke, un uomo che univa l'energia e lo spirito organizzativo dell'ex ufficiale con la mancanza di scrupoli e la brutalità del lanzichenecco: la sua carta da lettere recava stampato in alto: «Esiste solo una cosa che ha valore: il comando!». (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 11 Rudolf Höss: l'uomo della folla, p. 442)
  • Come molti altri individui simili a lui, egli [Rudolf Höss, comandante del campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz] fu aiutato nella realtà del Lager dalla capacità continuamente rafforzata di vivere su due piani diversi, distinti tra loro, di separare il «servizio» da quelle zone della vita privata in cui regnano i sentimenti, in cui le donne e i bambini sono circondati dalle cure di un padre o in cui possono manifestarsi degli entusiasmi e tanti altri paradossi. (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 11 Rudolf Höss: l'uomo della folla, p. 443)
  • Il cieco bisogno di un capovolgimento radicale della situazione, in cui le speranze divergenti trovavano il loro denominatore comune, è stato espresso perfettamente da Gregor Strasser con la sua frase secondo cui il nazionalsocialismo era «esattamente il contrario di tutto ciò che allora esisteva», mentre Hitler, dal canto suo, dichiarava: «A noi non verranno mai coloro che considerano lo scopo principale della loro vita il mantenimento della situazione esistente»:[15] rerum novarum cupidi. (Il volto del Terzo Reich, p. 459)

La malattia totalitaria sopravvive in molte manifestazioni cui spesso oggi non si dà peso. Lo sviluppo politico mondiale dl dopoguerra ha accordato al popolo tedesco, perlomeno nella Repubblica federale, un periodo di indulgenza, nel corso del quale non sembra finora che esso abbia dato prova di un mutamento della coscienza. Molti, tuttavia, si chiedono se il tono apologetico che spesso il nostro popolo assume verso la sua «ragione storica» non rispecchi semplicemente un modo di reagire ad una situazione contingente. La risposta a questo interrogativo è ancora lontana, ma chi potrebbe biasimare coloro che l'attendono con paura?

  1. Così si legge nel volantino anonimo, diffuso dalla fronda interna del partito, del 20 luglio 1921, [...]. [N.d.A.]
  2. Ernst Hanfstaengl, soprannominato "Putzi" (1887–1975), uomo d'affari tedesco-americano e amico intimo di Hitler.
  3. Loggia monumentale di Monaco di Baviera, luogo di uno scontro armato durante il fallito putsch di Hitler.
  4. Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, in tedesco Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei.
  5. Osservatore popolare, giornale ufficiale del Partito nazista fin dal 1920.
  6. Capo di una sezione locale del Partito Nazista, oppure capo di un Reichsgau (una suddivisione amministrativa dello Stato).
  7. Casa di Adolf Hitler nell'Obersalzberg delle Alpi Salisburghesi, in Baviera.
  8. Ospizio per soli uomini. [N.d.T]
  9. Martin H. Sommerfeldt, Ich war dabei. Die Verschwörung der Dämonen. Ein Augenzeungenbericht, cit., p. 49. [N.d.A., p. 132]
  10. "Eudemonismo", Cfr. voce su Wikipedia
  11. Una delle due maschere fu riprodotta nell'estate 1945 dal periodico di New York «Time»; l'altra è riportata tra le illustrazioni del presente volume. [N.d.A., p. 197]
  12. "Gioventù hitleriana", Cfr. voce su Wikipedia
  13. "Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori" (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei), Cfr. voce su Wikipedia
  14. Grado paramilitare corrispondente al grado militare di colonnello.
  15. Adolf Hitler, Mein Kampf, München, 1937 (37ª ed.), p. 441; la famosa ed efficace formula di Strasser figurava in un discorso tenuto il 20 ottobre 1932, davanti al NSBO [Nationalsozialistische Betriebszellenorganisation (Organizzazione delle cellule aziendali nazionalsocialiste)], al Palazzo dello Sport di Berlino. [N.d.A., n. 15, p. 474]
  1. Da Il sogno distrutto, cit., pp. 76-77; citato in Luigi Fenizi, Icaro è caduto Parabola storica dell'utopia moderna, Bardi Editore, Roma, 2003, p. 379.

Bibliografia

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  • Joachim Fest, Hitler. Una biografia (Hitler. Eine Biographie), traduzione a cura di Francesco Saba Sardi, La Biblioteca di Repubblica, Edizione speciale per la Repubblica, 2005.
  • Joachim C. Fest, Il volto del Terzo Reich (Das Gesicht des Dritten Reiches), traduzione di Licia Berlot, Garzanti, Milano, 1977.

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