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Luigi Fenizi (1944), scrittore italiano.

Indice

Icaro è cadutoModifica

IncipitModifica

Ou-topos o eu-topos? Luogo che non sta da nessuna parte o luogo felice? Alla luce del processo storico, la risposta non pare dubbia: un luogo di felicità che in realtà non esiste. Forma di compensazione per i drammi dell'epoca in cui si ha la ventura di vivere, l'utopia è un sogno antico. Aspirazione a una felicità impossibile, essa in origine si rivolge al passato Non costruzione razionale, ma ricordo: rievocazione di un tempo lontano, immunizzato contro la precarietà, l'ingiustizia, il dolore. Tale è il senso dell'età dell'oro, epoca anteriore al tempo, iscritta in una sorta di meta-storia costituita da un eterno presente felice.

CitazioniModifica

  • All'appello di Muntzer, i contadini, animati dalla fede nel prossimo avvento del regno di Dio, insorgono. La visione di quel regno, espressa da Muntzer e dai suoi seguaci, per quanto appena abbozzata, è mobilitante: essa, ispirandosi alla Sacra Scrittura, promette contestualmente la salvezza dell'anima e la comunanza dei beni, la scomparsa della miseria e l'eliminazione dei malvagi. (cap. 1, p. 5)
  • Per dar vita al Millennio comunista, Muntzer si rivolge ai poveri, agli oppressi. Sono loro, gli umili, ad essere gli eletti, e a loro spetta il compito di combattere coloro che si oppongono all'avvento del Tempo Finale: i nemici di Dio sono anche i loro nemici[1]. (cap. 1, pp. 5-6)
  • Capo carismatico di masse sradicate dal processo di modernizzazione, Thomas Muntzer fu nel XVI secolo il propheta più eroico e conseguente. In lui millenarismo e gnosticismo si congiungevano, presentandosi come una forza spirituale che conferiva a chi ne era investito i tratti del portatore di salvezza. Egli davvero incarnò un nuovo tipo antropologico il «santo armato» [...]. (cap. 1, p. 6)
  • Ghermito dall'irresistibile fascinazione del sogno, Icaro pretese di oltrepassare il principio di realtà, al quale il padre Dedalo lo aveva invano richiamato: un mito che riassume la duplicità delle pulsioni che da sempre attraversano la storia e la coscienza degli uomini: Dedalo, il «riformista», incarnazione dello spirito scientifico, cioè di colui che sa che la realtà non può essere ricostruita sulla base dei desideri umani; Icaro, il «rivoluzionario», cioè colui che non si accontenta di essere chimico, ma vuole invece essere alchimista. (cap. 4, pp. 93-94)
  • Dotato di una straordinaria forza di suggestione, costantemente alimentata dal dolore e dall'ingiustizia che pervade la storia, il mito di Icaro ha attraversato i secoli filtrando in quel terrain vague che è la dimensione mitopoietica dell'uomo, sempre tentato dall'azzardo impossibile, dalla scalata al cielo nel tentativo di uscire dalla dolorosa precarietà della sua condizione cancellando i limiti che gli sono imposti dalla struttura ontologica del mondo. (cap. 4, p. 94)
  • Nella Città ideale di Cabet l'adulterio e il concubinaggio sono sconosciuti, dato che in essa non ci sono che ragazze caste, giovani rispettosi, sposi fedeli e rispettati. Gli ospedali hanno sede in magnifici palazzi, mentre i malati giacciono in letti flessibili e muovibili in tutte le direzioni. Però, per ragioni di prudenza, i libri pericolosi sono stati bruciati o riscritti, e una severa censura viene applicata alle opere recenti. Non esistono giornali o altri strumenti di critica organizzata, eccettuato il diritto di presentare proposte alle assemblee popolari. (cap. 4, p. 96)
  • Puritano pessimista in un'epoca segnata dal distacco dell'economia dall'etica, Mandeville invita al realismo: la libertà e il benessere non possono essere ottenuti mutilando la natura umana. Ogni utopia che intenda eliminare il male alla radice mina infatti la vita sociale stessa, poiché una società esiste grazie ai suoi vizi e non malgrado essi. (cap. 5, p. 103)
  • Marx metteva ovviamente in conto la resistenza alle sue tesi. Maestro nell'arte della battaglia politica e della polemica intellettuale, per farle prevalere egli non esitava a usare l'arma della critica a seconda dell'interlocutore: attaccava i borghesi per il loro spietato realismo, attaccava gli anarchici per il loro ingenuo utopismo. (cap. 8, p. 158)
  • [...] diversamente che in Kant, dove la Città dei fini risponde all'«etica dell'intenzione», in Marx domina l'«etica dell'efficacia». Ciò fa del marxismo una filosofia che occulta il carattere soggettivo delle scelte morali, che vengono infatti presentate come imperativi imposti dalla storia. Dal momento che il fine da perseguire non è il frutto di una scelta, bensì un compito assegnato dai rapporti sociali, esiste un solo problema: trovare i mezzi più idonei per accelerare la marcia della rivoluzione. Sarà il successo, in omaggio alla sentenza hegeliana secondo la quale la storia del mondo è il tribunale del mondo, a decidere dalla parte di chi si trova la Ragione. (cap. 8, p. 160)
  • La borghesia è in fondo l'altro nome della società moderna. Indica una classe di persone che attraverso la libera attività ha distrutto l'antica società aristocratica, fondata sulle gerarchie di nascita. Pur essendo una categoria definita dall'economico, essa sbandiera valori universali. (cap. 9, p. 182)
  • Seguace di Feuerbach, laico e socialista radicale, Marr sosteneva che gli ebrei, sfruttando abilmente debolezze e lotte dei democratici, avevano raggiunto l'emancipazione non già per diventare liberi insieme ai tedeschi quanto piuttosto per garantirsi posizioni di predominio come «gruppo a parte» nella società tedesca, configurando una sorta di «stato nello stato». (cap. 9, p. 191)
  • [...] in Zamjàtin il «paradosso dell'utopia» si manifesta con estrema chiarezza: quando l'utopia si realizza, e diventa potere dispiegato, essa si converte in Stato totalitario poiché se si vuole materializzare la perfetta e stabile armonia – la meta di tutti i progetti utopici – occorre annullare l'individuo nel collettivo con la conseguenza di trasformare la società in un gigantesco termitaio, soggetta ad un potere assoluto e dominata dal conformismo intellettuale e morale. (cap. 10, pp. 210-211)
  • Prima di Marx, Rousseau aveva argomentato l'idea che il cristiano fosse un cattivo cittadino, poiché, essendo ossessionato dall'idea dell'aldilà, era incline a disinteressarsi dell'organizzazione della società. Rousseau censurava tale atteggiamento poiché rafforzava l'ingiustizia esistente. Ante litteram, la religione era ritenuta l'oppio del popolo poiché aiutava gli uomini a supportare e a dimenticare le loro sofferenze, anziché a guarirle. (cap. 10, p. 214)
  • Sistemi diversi, e tuttavia comparabili all'interno della categoria ideal-tipica del totalitarismo, il comunismo e il nazionalsocialismo presentano entrambi gli elementi tipici della visione gnostico-manichea della storia: la corruzione generale, la conoscenza salvifica, l'autoinvestitura carismatica dell'aristocrazia degli illuminati, la guerra escatologica tra i «figli della Luce» e i «figli della Tenebra», la violenza purificatrice, il Regno finale. Ed è precisamente tale visione del mondo lo sfondo ideologico della rivendicazione del monopolio della rappresentanza esistenziale in tutti i movimenti totalitari. (cap. 12, p. 249)
  • Ancor più dei milioni di morti, la cifra specifica dei sistemi totalitari è la distruzione dell'umano: il musulmano[2] ad Auschwitz, il dochodjaga[3] nella Kolyma[4], simboli di anime e di corpi violati fino all'estremo. E in effetti, per quanto in apparenza indistruttibile, l'umano è stato infinitamente distrutto. Il paradosso più tragico del Novecento sta nel fatto che lo Stato totalitario, sebbene criminale nella sua essenza, è riuscito a proporsi come l'incarnazione storica della Verità, del Bene, della Legge. (cap. 13, p. 293)
  • Figura sconvolgente e tuttavia pienamente rappresentativa della mentalità nazionalsocialista, Rudolf Höss è la sintesi del rapporto tra presunzione filistea e sentimentalismo da un lato, e la più gelida implacabilità nell'adempimento del dovere dall'altro. Insomma: la camera a gas come strumento dell'assassino sentimentale, perché non turba eccessivamente l'animo, perché fa dello sterminio di massa una tecnica impersonale, una mera questione organizzativa. (cap. 13, p. 294)
  • Nella sua Theory of Film, Siegfried Kracauer aveva colto un'analogia fra i mattatoi e i campi nazisti, sottolineando, attraverso un confronto fra i documentari su quei campi e il film Le sang des bêtes, il carattere metodico dei dispositivi di ammazzamento e l'organizzazione geometrica dello spazio che regnava nei due luoghi. In fondo, notava Kracauer, i lager nazisti erano mattatoi in cui individui declassati dal genere umano venivano uccisi come animali. (cap. 13, p. 295)
  • Forse l'idea che ancora oggi abbiamo del male è condizionata da Dostoevskij, che ne descrisse in modo superbo la «grandezza» e che genialmente preconizzò l'assalto rivoluzionario che i moderni cavalieri dell'Apocalisse avrebbero sferrato nei confronti del vecchio mondo. Gli orrori del gulag e del lager hanno confermato quella intuizione, mostrando come nessuna forma di immaginazione superi quella del male: come se il proibito e l'intentato suscitassero, nell'uomo, una fantasia sinistra, che non può mai placarsi e trovare un limite. (cap. 13, p. 297)
  • In Religione e socialismo, Anatolij Lunacarskij, il bolscevico «cercatore di Dio», aveva definito il messianesimo marxista «una religione della specie» che facendo leva sulla categoria della necessità dialettica in un mondo disertato dalla divinità eliminava dall'orizzonte dell'avventura umana l'incertezza e la possibilità dello scacco. (cap. 15, p. 332)
  • Lukács era, in definitiva, un cattolico senza fede che guardava con favore alla restaurazione del sistema gerarchico e cosmopolita della Chiesa medievale, vedendo in esso ciò che mancava costitutivamente al capitalismo: un ordine animato da una grande fede, regolato da rigorosi princìpi morali e fondato sull'ascetismo spirituale. Per questa ragione, egli aveva manifestato scarsa simpatia per il socialismo della Seconda Internazionale, troppo laico e imbevuto di spirito illuministico, e perciò privo del pathos social-religioso che aveva caratterizzato il cristianesimo delle origini. (cap. 15, p. 333)
  • A giudizio di Horkheimer e Adorno, l'illuminismo, nel tentativo di liberare gli uomini dal mito, dalla magia e dalla superstizione, ha elaborato una scienza che rinuncia intenzionalmente al significato e che identifica il sapere con la calcolabilità dell'universo; da qui la nascita e l'espansione planetaria di una formazione sociale che è «dominata dall'equivalente», e che, avendo relegato nel mondo delle apparenze tutto ciò che non si risolve in numeri, esige la distruzione degli dèi e delle qualità. (cap. 15, p. 341)
  • Secondo i canoni marxisti, il comunismo doveva costituire l'ultima forma di organizzazione sociale della famiglia umana, in cui avrebbe finalmente trovato realizzazione il sogno faustiano di un uomo liberato dalle necessità della natura e dalle violenze della storia. Dunque, ancor prima che una sfida sociale, esso ha configurato una sfida metafisica, costituendo in questo senso il principale avatara dello gnosticismo post-cristiano. (cap. 17, p. 371)
  • La Misura era la dea suprema dell'Olimpo greco. Se il Novecento avesse tratto insegnamenti da questa dimenticata verità ci avrebbe risparmiato le sue catastrofi. (cap. 17, p. 378)
  • Di fatto nel mondo occidentale (ma non solo in esso), un numero crescente di persone – vuoi per ragioni economiche, vuoi per ragioni ludico-emotive – trascorre oggi una parte sempre più ampia del proprio tempo in una rete di relazioni prive di riferimenti spazio-temporali. L'indirizzo virtuale sta così soppiantando, progressivamente, l'indirizzo geografico: la facilità con cui un grande numero di persone ha accettato di eliminare quasi completamente i riferimenti geografici nelle proprie intraprese economiche e sociali è davvero notevole, e questa è un'ulteriore testimonianza della perdita di significato del luogo nella vita delle persone. (cap. 17, p. 387)
  • Il nuovo realista democratico: ecco una figura di cui il XXI secolo avrà di sicuro bisogno, non foss'altro che per quella sua capacità di comprendere che se l'unica alternativa che abbiamo è tra i mullah e i centri commerciali, tra l'egemonia dell'assolutismo religioso e quella del determinismo del mercato, né la libertà né lo spirito umano potranno prosperare. (cap. 18, p. 406)
  • [...] la ricetta liberista, talvolta presentata per nuova e per molto efficace, è in realtà vecchia e poco convincente. Fu Keynes stesso a rilevarlo, nel 1940, quando – a fronte del grande sviluppo delle capacità tecnico-produttive del capitalismo – definì insany, folle, sia il livello di disoccupazione che le diseguaglianze sociali esistenti nei paesi industrializzati. (cap. 18, p. 419)
  • C'è un'immagine che può rappresentare efficacemente il rapporto fra crescita e diseguaglianze nel mondo, negli ultimi decenni. Prendiamo un pallone e gonfiamolo dopo aver segnato due punti di riferimento nella sua superficie. Le dimensioni del pallone aumentano, ma aumenta anche la distanza fra i due punti. (cap. 18, p. 422)
  • [...] Max Weber aveva fatto notare che dove il mercato è abbandonato alla sua autonormatività esso conosce soltanto la dignità della cosa e non della persona. Affinché i diritti di cittadinanza (civili, economici e politici) siano universalmente fruiti, il mercato deve essere cioè corretto dalla presenza di istituzioni pubbliche specificamente deputate a ridurre l'area della povertà e dell'esclusione. (cap. 18, pp. 423-424)
  • [...] ragionando sul rapporto tra mercato economico e democrazia politica negli Stati Uniti, Theodore Lowi ha osservato che nella nazione che anticipa e prefigura le tendenze delle società più avanzate «ciò che si è soliti definire libero mercato» sta diventando un'espressione impropria, mentre ben più realistica è l'immagine di «autogoverno delle corporations»[5]. (cap. 18, p. 427)
  • Viene qui da chiedersi, con una qualche ironia: ecologismo, ultimo stadio del capitalismo? Ai sostenitori dell'ecologismo radicale – di solito pervasi da spirito anti-occidentale – va ricordato che nell'era preindustriale pestilenze e carestie devastavano, ciclicamente, intere comunità. (cap. 21, p. 504, nota 376)

ExplicitModifica

Ciò che penso, in conclusione, è che gli umani dovrebbero coltivare la passione per il possibile, non per l'impossibile. Gli assoluti che meritano davvero rispetto sono il limite, la misura, la pietas. Tradotto in termini più concreti, tutto questo significa che dobbiamo misurarci – umilmente, coraggiosamente – con la difficile arte della politica, piuttosto che con la nebulosa metafisica della perfezione. A me pare che sia questa la strada da seguire per migliorare la condizione dell'uomo, per promuoverne la libertà e la dignità. Il dolore del mondo è già molto grande. Perciò, Icaro, pensi bene a quello che fa. E poi... Guardi questo mare! Meraviglioso... È meglio nuotarvi dolcemente, piuttosto che cadervi di nuovo dentro, rovinosamente, da altezze stratosferiche. Lei ha manifestato l'intenzione di riprendere il volo, ed io sono propenso a crederle. Mi permetta però un suggerimento: la prossima volta si tenga a mezz'aria.

NoteModifica

  1. Al di là del sistema comunitario delineato da Platone nella Repubblica, ciò da la misura di quanto sia antico il comunismo come ideale morale. Del resto, una forte passione egualitaria e un'intensa indignazione contro il dio Mammona è rinvenibile perfino nella predicazione dei profeti d'Israele. [...]. [N.d.A., p. 6]
  2. Prigioniero sfinito dal lavoro e dalla fame, senza più alcuna volontà di sopravvivenza.
  3. Nel gergo dei gulag sovietici, termine analogo a quello di musulmano usato nei lager nazisti.
  4. Nell'epoca delle repressioni staliniane, la regione attraversata dal fiume Kolyma ospitava uno dei più importanti campi di lavoro forzato.
  5. Cfr. T. Lowi, La scienza delle politiche Il Mulino, Bologna, 1999, p. 315. [N.d.A.]

BibliografiaModifica

  • Luigi Fenizi, Icaro è caduto Parabola storica dell'utopia moderna, Bardi Editore, Roma, 2003. ISBN 88-88620-01-X

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