Giorgio Terruzzi

giornalista italiano

Giorgio Luca Maria Terruzzi (1958 – vivente), giornalista e scrittore italiano.

Citazioni di Giorgio TerruzziModifica

  Citazioni in ordine temporale.

  • [Su Michael Schumacher] Alla Ferrari arrivò nel 1996, dopo due vittorie Benetton precoci e travolgenti. Noi, venuti su con Senna, non è che lo guardassimo con simpatia. Imparammo a rispettarlo prima, ad ammirarlo poi. Lavoravo, in quegli anni, in coppia con Pepi Cereda. Era un caro amico, prima che collega, ed era un tifoso di Schumacher della prima ora. Ci andava lui ad intervistarlo, così sempre, gara dopo gara. Sino alla fine. Perché Pepi si ammalò gravemente e ci ha lasciati con una rapidità dolorosissima. Smise di seguire i Gran Premi e Schumacher chiese come mai, dove fosse. Lo presi da parte, gli spiegai. Gli dissi che Pepi, porcapaletta, non sarebbe più tornato a vagare per i box. Lui volle il numero di telefono del nostro amico. Lo chiamava, la sera, dopo le prove, lo fece per molti giorni. Pretese informazioni dettagliate sulla malattia e nelle corse successive fissavamo un appuntamento il giovedì pomeriggio, per parlarne, a costo di apparire come due cospiratori. Era autenticamente coinvolto, sinceramente vicino. Quando Pepi volò via, alla vigilia del Gran Premio del Belgio 2001, fu difficile per me andare avanti. Mi diede conforto, fu meraviglioso. E a Pepi dedicò la vittoria il giorno successivo, mentre facevo fatica a tenere in mano il microfono, preso da una struggente commozione. Le persone, ecco... le persone si rivelano prima o poi. [...] Perché parliamo di un uomo importante, nascosto da un pilota immenso.[1]
  • Di Räikkönen si parla tanto, ma resta un pilota sopravvalutato. [...] Räikkönen resta un pilota con doti enormi uguali alle sue carenze, mentre se parliamo di un leader, significa che stiamo considerando un conduttore in grado di combattere battaglie sempre ad alto livello, cioè stiamo parlando di campioni, soggetti molto diversi dal Kimi dei nostri giorni.[2]
  • Massa non ha mai detto "ba" nei momenti grami [...], non l'ha messa giù dura nei momenti felici. Più semplicemente, ha fatto il suo mestiere con una dignità e una onestà palesi. [...] L'unico pilota salutato, in questi mesi successivi all'annuncio del ritiro, con sincero affetto da chiunque. Ex squadre, ex tecnici, ex meccanici, colleghi di ieri, di oggi, giornalisti: tutti a dirgli grazie e buona fortuna, come si fa con un vecchio amico. Con un uomo che raccoglie ora ciò che ha seminato. Educazione, rispetto, determinazione, umiltà e ambizione. Non è una cosa facile e non è frequente vedere una dimostrazione così larga di stima, dentro un universo che non conosce affatto il bon ton. [...] Grazie Felipe. Con orgoglio.[3]
  • [Su François Cevert] Ogni foto, un sospiro. Allora come ora. Sospiri femminili ovviamente, visti i tratti, gli occhi blu tra i riccioli neri. [...] La storia di questo ragazzo è smaltata, brillantissima, sino al penultimo capitolo. Cevert — in gara, come avrebbe fatto Ayrton Senna, con il cognome della madre — non è soltanto un bellissimo ragazzo. Va forte. Aiutato da una serie di coincidenze fortunate. Il fidanzato della sorella Jacqueline si chiama Jean Pierre Beltoise, pilota celebre e celebrato in Francia, pronto ad aiutarlo nei primi chilometri. Un percorso che François completa mostrando intelligenza e talento. Abbastanza da portarlo alle soglie della Formula 1 e quindi nei Gran Premi, su una March gestita da Ken Tyrrell, grazie a una doppia circostanza curiosa. Johnny Servoz Gavin, pilota del team inglese, decide improvvisamente di smetterla con le corse, e in aggiunta Jackye Stewart, primo pilota Tyrrell e campione del mondo 1969, lo nota e lo vuole al suo fianco. [...] Cevert diventa rapidamente una specie di figlio per Stewart. Al fianco del grande scozzese cresce, migliora. E vince. [...] Per la Francia è un eroe fresco e perfetto. Non solo velocità. François suona il piano, pilota personalmente il proprio aereo, con largo anticipo su una moda che diverrà ricorrente, conquista traguardi e cuori, compreso — si dice, si dirà — quello di Brigitte Bardot. [...] Alto, magro, con le dita delle mani lunghe e sottili, un sorriso dolce da padrone. Del destino, del panorama. Consapevole di essere guardato, ammirato, amato, invidiatissimo. Cammina per i box a Monza e sembra un principe arabo, gli occhiali da sole sopra quello sguardo naturalmente formidabile. Occhiali da togliere all'improvviso, come un sipario spalancato su una consapevolezza collettiva. [...] Ottobre '73, Cevert arriva a Watkins Glen con una caviglia ferita dopo un cattivo incidente in Canada, con la voglia di prendersi la pole sull'asfalto che più ama. Ci prova, ci riprova, in lotta con Ronnie Peterson, velocissimo svedese della Lotus. Per cercare di abbassare il proprio tempo, decide di affrontare la esse, a inizio pista, scalando in terza marcia. Secondo Stewart è questa la decisione che determina l'incidente. Un incidente devastante. La corsa felice di Cevert finisce qui [...]. François resta lì, intrappolato, quasi decapitato, senza vita tra i rottami della Tyrrell. Morto a 29 anni nel momento in cui si apprestava a diventare prima guida. Jackye Stewart rinuncia alla corsa, alle corse. Si ferma, con il suo terzo Mondiale appena conquistato. Il viso bellissimo di Cevert resta una icona struggente da osservare, ormai e soltanto, nelle fotografie.[4]
  • Il coraggio di chi corre. Quello dei piloti, così in evidenza, quello di ciascuno di noi, più o meno esposto, trattato, considerato. Che poi definire il coraggio non è facile. A me viene in mente la parola "responsabilità". Vale a dire prendersi carico, prendere in carico ciò che ci sta attorno, a cominciare dal proprio destino. Autenticamente, quotidianamente, per quello che è. Ovvio, chi svolge un mestiere a rischio lo fa a prescindere. Ma ciò che a noi che guardiamo pare uno sproposito, a chi corre pare una modalità consueta. Dunque è questione di parametri. Non è detto che un pilota, la cui soglia è spostata rispetto alla nostra, abbia più coraggio di chi fa il capofamiglia, la madre, il parroco, il volontario. Perché è intima la dimensione della scelta, assolutamente personale. Di fronte alla quale serve sempre uno sforzo, un rigore, una tenuta. Forte quanto il passo da affrontare, da compiere, in relazione alla linea di partenza. Non è coraggioso chi fila a 300 all'ora. Non necessariamente. Mentre è coraggioso chi persegue un ideale dentro una dimensione ostile. Questo conta direi. Perseguire una responsabilità presa nei confronti di noi stessi. Grande o piccola non importa: tutto serve, fa allenamento e alla fine consuetudine, addirittura esempio. In Formula 1 ho incontrato molte persone coraggiose: la maggioranza non guida affatto una macchina da corsa. Ma decide e tiene duro, senza metterla giù dura, se mi concedete il gioco di parole. Credo che ciascuno di noi abbia avuto o abbia a che fare con persone coraggiose, con atti di coraggio propri. Compiuti o mancati. E credo anche che il coraggio sia l'ingrediente più utile alla qualità dello stare al mondo. Persone coraggiose. Più coraggiose. Fondamentali.[5]
  • [Sul campionato di Formula 1] Si dice che vincono sempre gli stessi, ma d'altronde non è che nel campionato di calcio si faccia tutto per far vincere il Chievo.[6]
  • [Su Andrea Dovizioso] Questo giovane uomo "sbocciato" non proprio per caso nel suo tempo adulto, mostra sempre una capacità analitica profonda, una semplicità nei modi che ha a che fare con una complessità del ragionamento percorsa per vie intime.[7]
  • Il tifo, per me, è un sintomo gioioso. Vale a dire: scelgo questo o quel campione per simpatia, per affinità, per un motivo qualsiasi e spero di ricavare una soddisfazione dal suo comportamento. È una scelta parziale a prescindere perché questo comporta la simpatia. Un punto di vista — quello lì, uno soltanto — che privilegia una figura, un oggetto, un colore. Ma che non impedisce ad altri di scegliere diversamente. Io, lo ammetto faccio il tifo per i campioni che manifestano una umanità simile alla mia, comprensibile e dunque vicina al mio vivere che non è quello di un campione. Mi basta e facendo il tifo per questo o quello non ho alcun bisogno di veder soffrire o perdere un altro. Perché questo fa parte del gioco. Visto che di un gioco si tratta. Sport, del resto: il reparto giocattoli della vita.[8]
  • Mura ha significato per me, credo per molti di noi, un riferimento alto e costante, sia pensando alla qualità dello scrivere, sia al significato dello sport, sia alle storie di chi con lo sport traccia una via, una avventura preziosa. Ci conoscemmo quando ero un ragazzo, grazie a Beppe Viola. Lavoravamo nelle stesse stanze di viale Arbe a Milano, in quello che Beppe definì "il marchettificio" perché si trattava di guadagnare il pane scrivendo per chiunque chiedesse pezzi di varia umanità. Era un appartamento trasformato in ufficio, c'era una piccola cucina dove mettevamo su delle moka in continuazione, dove mettevamo in tavola roba varia e unta in arrivo da improbabili rosticcerie limitrofe, dove Beppe, Gianni e Sergio Meda soprattutto giocavano a carte arrabbiandosi moltissimo. Avere attorno gente così è stato un privilegio e un onore per me, visto che si impara meglio da chi sa cosa significa non accontentarsi, non piegarsi, non metterla giù dura. E chi ha ricevuto da Gianni una quantità straordinaria di racconti e storie sa benissimo di cosa sto parlando. Parole scelte, se possibile, sempre. Era una persona non sempre facile; era una persona per bene.[9]
  • I piloti che più entusiasmano e che conquistano gli appassionati, di un calcolo non sanno che farsene. Tanto è vero che ancora oggi viaggia nel firmamento il mito Gilles Villeneuve, un pilota che non riuscì mai a trattenersi, a fare della tattica una filosofia, macché. Cuore e piede destro, il bello del gas. Con aggrappati alla sua tuta molti presentimenti, l'ipotesi di una fine tragica, puntualmente avvenuta.[10]
  • Sia Schumacher sia Hamilton, pur con caratteri diversi e stili appartenenti a due generazioni molto più lontane di quando non indichi l'anagrafe, hanno svolto un lavoro fondamentale dentro le rispettive squadre. Sia l'uno, sia l'altro hanno avuto infanzie non semplici e hanno vinto con due squadre diverse. Schumacher sembrava più adulto rispetto a Hamilton ma sono dettagli connessi ad un panorama mutato sia in termini di lavoro dentro le squadre, sia in termini di comunicazione. Del resto, un uomo sposato con figli da una parte; uno scapolo preso da una quantità di temi tipici di chi ha la sua età o meno anni di lui. Schumacher, nei suoi modi, forse più leggibile di Lewis che, a mio avviso, mostrando e mostrandosi, in realtà nasconde molte verità sulla sua persona, sui suoi sentimenti. Forti in qualifica entrambi; resistenti nella forma fisica e mentale lungo intere stagioni. Affamati e feroci. Ma è vero che entrambi hanno vinto dei titoli guidando macchine decisamente superiori. In che termini esattamente? Credo che nessuno possa dirlo perché, francamente, è impossibile sapere. E conoscere la forza o la reale difficoltà di chi contro di loro si è battuto, perdendo la partita. Chi dei due è meglio? Ragazzi, ma perché si deve per forza determinare una classifica? Lo dico in valore assoluto. Secondo me è impossibile. Anzi, considero un regalo avere avuto di fronte, nel giro di pochi anni, due fenomeni così. Il resto possiamo lasciarlo da parte. O tenercelo per chiacchierare con gli amici al bar. Senza il bisogno, celebrando uno dei due, di criticare l'altro. Un conto sono le preferenze del tifo, un altro sono gli accanimenti contro chi minaccia il proprio beniamino. Solo che qui, per un vero appassionato, i beniamini sono per forza due. Per fortuna.[11]
  • [Su Frank Williams] Era un reduce, protagonista di un'epoca che vive nella memoria di vecchi innamorati.[12]
  • [Su Charles Leclerc] [...] pare un divo, un cannibale, il ragazzo ideale per mamme, figlie e tifosi dal palato fine.[13]

NoteModifica

  1. Da Terruzzi racconta: Michael Schumacher, redbull.com, 2 settembre 2014.
  2. Dall'intervista di Antonio Azzano, F1. Giorgio Terruzzi, la verità impopolare, formulapassion.it, 18 giugno 2015.
  3. Da Terruzzi racconta: l'ultimo samba di Felipe, redbull.com, 9 novembre 2016.
  4. Da Terruzzi racconta: François Cevert, il Divo, redbull.com, 28 marzo 2017.
  5. Da Terruzzi racconta: il coraggio di chi corre, redbull.com, 9 agosto 2017.
  6. Dall'intervista di Marco Corradi, "Abu Dhabi, gara noiosa. Mercedes dominante anche nel 2017, e sul futuro della F1...", bandieraascacchi.wordpress.com, 27 novembre 2017.
  7. Da Terruzzi incontra Andrea Dovizioso, redbull.com, 27 dicembre 2017.
  8. Da Terruzzi racconta: l'origine del tifo, redbull.com, 13 agosto 2019.
  9. Da un post sul profilo ufficiale facebook.com, 21 marzo 2020.
  10. Da Terruzzi racconta: i confini del coraggio, redbull.com, 29 luglio 2020.
  11. Da Terruzzi racconta: l'onore condiviso, redbull.com, 21 ottobre 2020.
  12. Da Frank Williams morto: il team nato in un negozio di tappeti, i successi, l'incidente, la morte di Senna, corriere.it, 28 novembre 2021.
  13. Citato in Umberto Zapelloni, Rassegna stampa: delirio Ferrari, topspeedblog.it, 11 aprile 2022.

Altri progettiModifica