Gaston Vuillier

illustratore francese

Gaston Vuillier (1845 – 1915), scrittore e disegnatore francese.

Gaston Vuillier, La Grande cascade

Citazioni di Gaston VuillierModifica

  • Le rovine di Solunto sono state studiate con grande amore dal prof. Cavallari che ha cercato di ricostruire un vasto edificio ornato di colonne da lui chiamato Gimnasium.
    Dalla cima della collina dove si trovano queste rovine, la veduta è mirabile; l'occhio dove Palermo riposa a pie' del Pellegrino, andando dalla Conca d'oro a Monreale, al mare infinito dove le isole Eolie innalzano verso il cielo un fumo azzurrognolo. Ai piedi dello spettatore, lo strano capo Zafferano, specie di mostro in pietra, si schiaccia sulla riva. Il golfo di Termini si distende come un immane lago cinto di sabbie d'oro, ove rifulgono le case bianche di Porticello e Salunto; i suoi monti dalle tinte calde sono sempre dominanti dall'Etna prodigiosa, perennemente biancheggiante di neve e coronata di fumo.[1]
  • Solaeis o Soluntum, fondata, si dice, dai Sicani del XV secolo avanti Cristo, fu occupata in seguito dai Fenici, sotto nome di Saphara.
    Secondo Tucidide è uno dei tre luoghi che i Fenici conservano in Sicilia, dopo che l'isola fu invasa dalle colonie greche. Al tempo di Dionisio era alleata ai Cartaginesi, ma nella prima guerra punica, si mise dalla parte dei Romani, che la ricostruirono. Dopo tante peripezie, Solunto fu saccheggiata e distrutta dai Saraceni.[1]
  • Un oceano di verzura scendeva impetuoso l'erta che noi salivamo e si distendeva sulla pianura, fino alle rive lontane, dove Palermo scintillava in un polverio luminoso. Dai boschi presso di noi, venivano fuori luccicori smeraldini e le sfaccettature rilucenti delle foglie scintillavano come pietre preziose. Le arance dorate ed i limoni gialli, residui dell'inverno, rilucevano attraverso il fogliame, tutte le masse verdeggianti formavano sfumature d'una delicatezza infinita, perdendosi poi nello spazio. Le ville sparse nella pianura mettevano dei punti d'una marmorea bellezza in tutto quel verde, e gli aranceti fioriti si svolgevano in lontananza come immense sciarpe ricamate d'argento. Palermo sonnecchiava laggiù, presso il monte Pellegrino mostruoso dalle fenditure sanguinanti. L'antica città sovrana era bella, facendo così mostra di sé, sotto quel sole d'oro, dinanzi ai flutti mormoranti, cinta di fiori e coronata di edifizi, con la basilica di re Ruggero, che lanciava nell'aria infiammata, le sue guglie ardenti.[1]

La danzaModifica

  • Nel 1373, sotto il regno di Carlo V, re di Francia, detto il Saggio, una malattia ignota piombò sulla Francia e sulla Fiandra, per punire il popolo degli abusi e dei misfatti che profanavano le danze sacre, dicono i vecchi storici. Moltissima gente fu allora presa dalla frenesia della danza. Quegli strani malati, si toglievano gli abiti, si coronavano di fiori e, tenendosi per mano, andavano per le vie e per le chiese ballando e cantando. Non pochi, a forza di girare, restavano senza fiato e cadevano spossati. «Tale agitazione li faceva talmente gonfiare, dice Mézeray, che sarebbero scoppiati se non si avesse avuto la precauzione di serrar loro il ventre con buone fascie.» E, cosa singolare, quelli che guardavano il turbine dei danzatori erano presi alla lunga dalla medesima frenesia e si univano alle bande forsennate. La terribile malattia prese il nome di danza di San Giovanni. (cap. II, p. 43)
  • Con la sua fantasia e il carattere d'improvvisazione della sua arte, con cui ella sembrava ridersi delle più ardue difficoltà d'esecuzione, la Camargo fece una vera rivoluzione nel ballo dell'Opéra. I vecchi classicisti brontolavano chiamandola «grande croqueuse d'entrechats» (abbozzatrice di capriole). (cap. V, p. 119)
  • [Marie-Madeleine Guimard] Verso la line del millesettecento, una brillante ballerina apparve, e per ventisei anni di fila appassionò la corte e la città. «È un'ombra che percorre i boschetti dell’Eliseo – scriveva un autore contemporaneo; – è una musa graziosa che attira a sé i mortali.» Non paga d'incatenare gli spettatori con la dolcezza della sua danza, con la grazia voluttuosa dei suoi movimenti, con la squisita cadenza dei suoi passi, la Guimard abbagliò i suoi contemporanei col fasto, col lusso inaudito delle sue feste che rivaleggiarono spesso con quelle della corte: e fece stupir la gente con le sue prodigalità. (cap. VI, p. 143)
  • [Marie-Madeleine Guimard] Natura vibrante e lieta, generosa e appassionata, ella spendeva le sue ricchezze senza contare, dispensando con la medesima foga i tesori del suo cuore. (cap. VI, p. 145)
  • [Emma Livry] È nota la tragica fine di questa sventurata ballerina; durante le prove dell' intermezzo, la Muette, il fuoco si appiccò alle sue gonnelle, le fiamme l'avvilupparono ed ella dovette soccombere dopo una lunga e crudele agonia. (cap. XI, pp. 317-318)
  • Chi abbia assistito, almeno una volta, ad una prova coreografica diretta dal Manzotti asserisce facilmente che il merito di lui è superiore a quello che può riconoscersi a un direttore di compagnia drammatica, a un maestro concertatore o ad un architetto. (cap. XII, p. 356)

NoteModifica

  1. a b c Citato in Rina La Mesa, Viaggiatori stranieri in Sicilia, Cappelli, 1961.

BibliografiaModifica

  • Gaston Vuillier, La danza, edizione fuori commercio, Tipografia del Corriere della Sera, Milano, 1899.

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