Edith Bruck

scrittrice e poetessa ungherese

Edith Bruck (1932 – vivente), scrittrice e poetessa ungherese naturalizzata italiana.

Citazioni di Edith BruckModifica

  • La maggior parte degli ungheresi sono fascisti. Non torno in Ungheria, nella mia Ungheria guidata da Orban, perché ho paura di essere offesa. Io spero che ci sarà un dopo Orban, la democrazia.[1]
  • Mi sono molto arrabbiata quando Primo Levi si è tolto la vita. Ero fuori di me. La vita non appartiene soltanto a noi, urlavo. La sua figura manca, era il suo dovere vivere.[1]
  • Per me la lingua italiana è stata la salvezza. La lingua ungherese procura ricordi negativi, immagini dolorose. Mi sento più libera a esprimermi in italiano, è una lingua fatta per la poesia, attira la scrittura in qualche maniera.[1]

Da Edith Bruck: "Vado allo Strega per ricordare la storia ai ragazzi"

Intervista di Paolo Rodari, la Repubblica, 23 febbraio 2021, p. 29.


  • Sopravvissuta ai campi di sterminio, tornai in Ungheria con mia sorella Judit da una sorella più grande. Non voleva ascoltarci. Aveva sofferto per i bombardamenti e la perdita del marito, ma nulla rispetto a quanto avevamo vissuto noi. Così decisi di scrivere, lì potevo dire tutto.
  • Ungheria e Polonia ancora oggi faticano a fare i conti con la Shoah, ad ammettere le loro colpe. La Germania al contrario ha fatto un percorso diverso.
  • Primo Levi mi disse che se non gli avessero pubblicato Se questo è un uomo non avrebbe più scritto nulla. "Non è vero", gli dissi. "Avresti continuato a scrivere per tutta la vita".
  • Mi trovai nuda davanti agli americani quando ci liberarono e provai vergogna. Non così davanti ai tedeschi. I ragazzini tedeschi ci sputavano sulle parti intime. Per me erano solo dei poveri di mente di fronte ai quali non mi potevo vergognare.

Incipit di Quanta stella c'è nel cieloModifica

Da viaggiatrice clandestina appena fuggita dal paese natio né potevo né osavo respirare, schiacciata com'ero contro la parete del corridoio maleodorante di un vecchio treno freddo e stracolmo. La moltitudine babelica, che sapeva di miseria e fame, di vita salvata come la mia, si spintonava con brusca prepotenza per qualche centimetro di spazio per i piedi. Eli, cognato di mia zia Monika, incaricato di condurmi da lei e di custodirmi fino all'arrivo, mi stava troppo addosso — per caso? — o premeva intenzionalmente contro il mio corpo di quindicenne a ogni scossa dello scompartimento e al passaggio quasi impossibile di qualcuno alla ricerca affannosa del bagno, che era sotto il mio sguardo vigile e rappresentava l'unico rifugio all'avvisaglia di un controllo.

NoteModifica

  1. a b c Citato in Micol Lavinia Lundari, RepIdee, Edith Bruck: "Il Papa, Dio e la Shoah. Non torno nella mia Ungheria guidata da Orban", bologna.repubblica.it, 10 luglio 2021.

BibliografiaModifica

FilmografiaModifica

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