Yahweh

dio degli ebrei e prima persona della santissima Trinità
Yahweh rappresentato su un Dracma del IV secolo a.C.

Yahweh, in italiano anche Jahvè o Iahvè, Dio nazionale del popolo ebraico.

Citazioni su YahwehModifica

  • Abbiamo chiare testimonianze in tutto il testo biblico che il Signore Yahweh era egli stesso un aspetto del potere del serpente; era lo sposo-serpente della dea-serpente del caduceo, la Madre Terra. Pensiamo anzitutto al bastone con cui Mosè spaventò il faraone. [...] Quello stesso bastone fece scaturire in seguito acqua dalla roccia del deserto. E quando il popolo del deserto se la prese con Yahweh, questi, come leggiamo, inviò fra il popolo serpenti feroci, che morsero la gente, cosicché molti morirono... Allora Mosè pregò per Israele. E Yahweh gli disse: «Costruisci un serpente e mettilo sopra un palo; chi sarà morsicato e lo guarderà, si salverà», Così Mosè fece un serpente di bronzo e lo pose su un palo; e se un serpente morsicava qualcuno, questi guardava il serpente di bronzo e restava in vita. [...] Non ci meraviglieremo allora di apprendere che il nome della tribù sacerdotale di Levi, la preferita di Yahweh, derivò dalla stessa radice verbale del termine Leviatano e che, quando alla fine apparvero pitture del dio non-raffigurabile, la sua forma fu quella di un dio con gambe a forma di serpente. (Joseph Campbell)
  • Era un dio del deserto, di tribù nomadi. La concezione sua, nelle forme più antiche, era ricca più di determinazioni e di caratteri morali che di caratteri fisici. Concepito nel deserto, mancava di molte di quelle caratteristiche proprie delle divinità della natura. Era sì concepito come una personalità completa, con caratteri antropomorfici. Ma la sfera della sua azione era principalmente nei rapporti col suo popolo. Era il patriarca delle tribù israelitiche, collerico, ma insieme giusto, vindice tremendo delle iniquità che si commettevano: custode di quella relativa eguaglianza e di quella semplicità rozza e magnanima che fioriva sotto le tende dei nomadi del deserto. Dio della guerra accompagnava nelle guerre e nelle conquiste le sue tribù: concedeva ad esse il territorio conquistato, ed esigeva una parte del bottino, che rimaneva consacrato a lui, e colpito da interdetto. La lotta del suo popolo contro le altre stirpi era la lotta di Jahvè contro gli dei degli altri popoli ancora concepiti come esseri reali. (Adolfo Omodeo)
  • La maschera di Dio chiamata Allah è un prodotto di quello stesso deserto da cui provenne, secoli prima, la maschera di Yahweh. In effetti, il termine Yahweh [...] non ha un'origine ebraica, ma araba. Quindi siamo costretti, in qualche misura, a dar credito all'affermazione di Maometto secondo cui un popolo di origine semitica era stato il primo adoratore del Dio proclamato nella Bibbia. (Joseph Campbell)
  • La santità di Jahvé consiste più che altro nella visibile sua potenza e maestà, per la quale, attorniato di tempesta e di fulmini, ei signoreggia gli esseri e distrugge tutto ciò che in natura gli è contrario o nemico. Di tal guisa Jahvé, terribile e invincibile guerriero, dalle Alpi del Sinai, dove scoppiano i suoi tremendi uragani, e dov'egli già fu solito di abitare antichissimamente, ha condotto pei deserti di Seir e di Pharan il suo popolo d'Israele alla conquista del felice paese che il Giordano impetuoso divide e feconda. Potenze celesti invisibili e incomprensibili son l'esercito di Dio, ma l'armata visibile di Jahvé si forma delle stesse tribù israelitiche, le quali, inspirate da un tanto Duce, si slanciano per le valli palestinesi a porvi tutto quanto a ferro e fuoco, distruggerne l'odiata gente Cananea, e ridurre gli scampati all'eccidio suoi schiavi perpetui. Così aspirano i Figli di Israele a stabilirsi per sempre in quella terra della Palestina sua, dove splendidi fiori germogliano, soavissimi frutti maturano, e i fiumi corrono di latte e di miele. (Salvatore Minocchi)
  • La tradizione biblica è concorde nel riconoscere il carattere del dio Jahvé, come di un dio meteorico, abitante fra le nubi della tempesta, tratte via da un vento possente. Il tuono è la sua voce, ed arma il fulmine. Jahvé nel panteon semitico è un tipo fra il Marte e il Giove della mitologia greco-latina; se, col fulmine in mano, egli è contro i nemici un vero dio di guerra e della morte, egli è un dio invece di bontà e di benessere per il suo popolo. La sua nube, portata da leggiero zeffiro, tempera allora sul nomade gli ardenti meriggi del deserto, e sui prati, le vigne, i giardini de' suoi fedeli sciogliesi in pioggia feconda. «Chày Jahvéh», Viva Jahvé; ecco il grido di guerra con cui Mosè dovette agitare i connazionali verso la ribellione e la libertà, come due mil'anni dopo, Maometto suscitava l'incendio degli Arabi nel nome di Allah. (Salvatore Minocchi)
  • Per quale ragione prestare fede questa pretensione degli Ebrei di essere prescelti e protetti da un Dio che essi chiamano El-Shaddai o Elohim o Jahveh, anziché agli Egiziani che si dicevano protetti o da Ra, o da Osiride, o da Horo; o agli Indiani, che invocavano Indra, o Brama o Visnu; o ai Persi, che credevano in Ahuramazda; o agli Assiri e Babilonesi, che sappiamo attribuivano le loro vittorie o ad Assur, o a Bel, o a Marduk o a Nebo; o ai Greci, che credevano essere più degli altri favoriti da Zeus; o finalmente ai Romani che dicevansi figli di Marte? Oh! si risponde, questi erano Dei vani, erano idoli, anzi non erano nulla, e il Jahveh o l'Elohim degli Ebrei, è il Dio eterno che ha creato il cielo e la terra. Ma è questa appunto un'asserzione che ha bisogno di prova. (David Castelli)

Alfred LoisyModifica

  • La religione mosaica era ben lungi dall'essere un rigoroso monoteismo. Per trovare questo monoteismo negli antichi testi bisognerebbe farvelo entrare per forza. Ma coloro che si figuravano Jahvè nello spirito della notte, in atto di battersi con Giacobbe e collo stesso Mosè, in atto di fermare l'asina di Balaam, ed anche in atto di viaggiare nell'arca, a meno che ciò avvenisse nel serpente di rame, avendo un nome, alla pari degli dei vicini, ed, alla pari di questi, un popolo da custodire, e proteggere, costoro, evidentemente, lo concepivano come un dio particolare, potentissimo nella sua sfera d'azione, ed in atto di operare meraviglie nell'interesse dei suoi fedeli, ma pur sempre un dio frammezzo ad una schiera di dei, quantunque, infallantemente, fosse il più forte, il più grande, e forse anche il migliore.
  • La santità di Jahvè consiste nella sua inviolabilità, nella sua inaccessibilità, nella potenza che di cui è fornito di far rispettare la sua volontà, e non nella perfezione morale della sua natura. Si è detto che il suo carattere possiede dei tratti morali, ma non è precisamente un carattere morale. La sua potenza, la sua scienza, la sua bontà, sopratutto, hanno dei limiti. Quel dio del quale si crede che uccida istantaneamente coloro che rimirano la sua arca, o che stendono la mano per impedirle di cadere, non è un giudice che renda il castigo proporzionato alla colpa, sibbene un essere terribile che viene irritato quando lo si avvicina più di quello che convenga. La più leggera infrazione commessa contro la sua volontà, il più leggero attentato alla maestà del suo nome, lo ricolmano qualche volta di furore, ed a piacer suo o punisce le offese, oppure non vi bada nemmeno.
  • Quanto più una catastrofe è spaventosa, tanto più nella stessa si riconosce il suo intervento. Si trova esser naturale che egli estermini in una sola notte tutti i primogeniti degli egiziani: è il passaggio di Jahvè. Opera sua sono la peste e le malattie, come le stesse sono opera degli spiriti. Acceca o fa impazzire coloro che vuol perdere. Provoca il delitto che poi punirà. Siccome ogni trasporto violento dell'anima veniva attribuito agli spiriti, buono o cattivo che potesse essere, ogni eminente attitudine come ogni disordine dell'intelligenza la si attribuisce a Jahvè, il quale, in tal modo, viene ad essere, al tempo stesso, il genio del bene ed il genio dal male dei suoi sudditi.
  • Si è fatto osservare che il Sinai di Madian era una regione vulcanica, e che questa circostanza verrebbe a spiegare il perché Jahvè era un dio igneo, un dio della tempesta, del quale riusciva altresi facile il fare un dio della guerra. Dalla stessa causa potrebbe provenire il suo esclusivismo. Questo spirito formidabile, adorato da un certo numero di tribù incolte, non si era trasmutato in un capo di una famiglia divina, come era avvenuto per gli dei delle altre nazioni. Egli bastava a se stesso, e non tollerava la vicinanza di altri dei. Questa caratteristica si trova testificata in modo incontestabile.

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