Ulisse

re di Itaca nella mitologia greca, figlio di Laerte, marito di Penelope e padre di Telemaco

Ulisse, adattamento di Odìsseo, personaggio della mitologia e della letteratura greca.

Testa di Odisseo, particolare del gruppo marmoreo Polyphemus, Grecia, II sec. aev, Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga

Citazioni di Ulisse

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  • Considerate la vostra semenza: | fatti non foste a viver come bruti, | ma per seguir virtute e canoscenza. [...] e volta nostra poppa nel mattino, | de' remi facemmo ali al folle volo. (Divina Commedia)
  • Crise, il re sommo Agamennón mi manda | A ti render la figlia, e offrir solenne | Un'ecatombe a Febo, onde gli sdegni | Placar del nume che gli Achei percosse | D'acerbissima piaga. (Iliade)
  • La vita del mare segna false rotte, | ingannevole in mare ogni tracciato, | solo leggende perse nella notte | perenne di chi un giorno mi ha cantato | donandomi però un'eterna vita | racchiusa in versi, in ritmi, in una rima, | dandomi ancora la gioia infinita | di entrare in porti sconosciuti prima. (Francesco Guccini)
  • Se tu mi prometti d'aiutarmi sicché io ottenga la mano di Penelope, io farò col mio ingegno in modo, che per cagione di lei nessuna discordia nasca tra i pretendenti. (Pseudo-Apollodoro, Biblioteca)
  • Sonno è la vita quando è già vissuta: | sonno; chè ciò che non è tutto, è nulla. | Io, desto alfine nella patria terra, | ero com'uomo che nella novella | alba sognò, né sa qual sogno, e pensa | che molto è dolce a ripensar qual era. | Or io mi voglio rituffar nel sonno, | s'io trovi in fondo dell'oblio quel sogno. (L'ultimo viaggio)
  • [A Calipso] Se ancora qualcuno dei numi vorrà tormentarmi sul livido mare, | sopporterò, perché in petto ho un cuore avvezzo alle pene. | Molto ho sofferto, ho corso molti pericoli | fra l'onde e in guerra: e dopo quelli venga anche questo! (libro V)
  • [A Nausicaa] Niente è più bello, più prezioso di questo, | quando con un'anima sola dirigono la casa | l'uomo e la donna. (libro VI)
  • È difficile, mia regina, narrare dal principio alla fine le mie sventure,[1] perché gli dei del cielo me ne inflissero molte. Ma ti dirò quello che mi chiedi e domandi. Lontano di qui, in mezzo al mare, c'è un'isola, Ogigia, dove vive la figlia di Atlante, la scaltra Calipso dai bei capelli, dea potentissima. Alla sua casa nessuno va, né uomo né dio. Un demone condusse me, solo, infelice, dopo che Zeus con la sua vivida folgore colpì la mia nave veloce e la spezzò, in mezzo al mare color del vino. (libro VII)
  • [Ad Alcinoo] Certo non agli uomini tutti fanno bei doni | i numi, bellezza, senno, parola eloquente. (libro VIII)
  • [Ad Alcinoo] Ulisse, il figlio di Laerte, io sono, | per tutti accorgimenti al Mondo in pregio, | e già noto per fama in sino agli astri. | Abito la serena Itaca, dove | lo scuotifronde Nerito si leva | superbo in vista, ed a cui giaccion molte | non lontane tra loro isole intorno, | Dulichio, Same, e la di selve bruna | Zacinto. All'orto, e al mezzogiorno queste, | Itaca al polo si rivolge, e meno | dal continente fugge: aspra di scogli, | ma di gagliarda gioventù nutrice. (libro IX)
  • [Ad Alcinoo] Da Ilio il vento mi spinse vicino ai Ciconi, a Ismaro. Qui devastai la città, uccisi gli uomini. Dalla città portammo via le donne e molte ricchezze che dividemmo perché nessuno partisse privo della sua parte. (libro IX)
  • [Ad Alcinoo] Di lì navigammo ancora, col cuore dolente. E arrivammo alla terra dei Ciclopi superbi e senza legge, i quali, fidando negli dei immortali, non piantano, non arano mai: nasce tutto senza semina e senza aratura, il grano, l'orzo e le viti che fioriscono di grappoli sotto la pioggia di Zeus. (libro IX)
  • Tu chiedi il mio nome glorioso, Ciclope; io te lo dirò, ma tu dammi il dono che mi hai promesso. Nessuno è il mio nome, Nessuno mi chiamano padre e madre e tutti gli altri compagni. (libro IX)
  • Così dicevano, e il cattivo consiglio dei compagni prevalse. Aprirono l'otre, tutti i venti ne uscirono, e il turbine li afferrò all'improvviso e li riportò al largo, piangenti, lontani dalla patria terra. Mi risvegliai, incerto nel cuore se gettarmi giù dalla nave e morire nel mare o sopportare in silenzio e restare ancora fra i vivi. Sopportai e rimasi: avvolto nel mantello, giacqui sulla mia nave. (libro X)
  • E giungemmo all'isola Eea. Circe dai bei capelli viveva qui, la dea tremenda che parla con voce umana, sorella del crudele Eeta: figli entrambi del Sole che illumina gli uomini, e di Perse, che fu generata da Oceano. (libro X)
  • Chi potrìa de' numi | scorgere alcun che qua o là si mova | quando dall'occhio uman voglion celarsi? (libro X)
  • Giunti al divino mare, il negro legno | prima varammo, albero ergemmo, e vele, | e prendemmo le vittime, e nel cavo | legno le introducemmo: indi con molto | terrore, e pianto, v'entravam noi stessi. (libro XI)
  • Ed anche Sisifo vidi, che dure pene soffriva: un masso enorme reggeva con entrambe le braccia e, puntando i piedi e le mani, lo spingeva in alto, verso la cima di un colle. Ma quando stava per superare la vetta, allora una forza violenta lo precipitava all'indietro: rotolava di nuovo a terra quel masso dannato. Ancora una volta spingeva, con il corpo teso, dalle membra scorreva il sudore, dal capo saliva la polvere. (libro XI)
  • Fuori dall'Erebo si affollano le anime travolte da morte: | giovani donne e ragazzi con vecchi che | molto soffrirono; anche fanciulle tenere con fresco dolore nell'anima; | molti feriti dalle aste con la punta di bronzo; | guerrieri uccisi in lotta con armi intrise di sangue. | Molti, spingendosi tra loro, intorno alla buca | gridavano orribilmente ghiacciandomi di orrore. | Quindi spinsi subito i compagni ed ordinai di scannare le bestie con il bronzo spietato | scuoiandole per arderle supplicando gli dèi: l'invincibile Ade e la terribile Persefone. | Intanto io sfoderavo la spada affilata dall'anca | e sedendo non lasciavo avvicinare al sangue, | prima d'interrogare Tiresia, i teschi esangui dei morti. (libro XI)
  • [Ai compagni, avvicinandosi a Scilla] Miei cari, noi non siamo ignari di mali, e questo | che incombe non è più grande di quando il Ciclope | con la sua forza violenta ci serrò nell'antro profondo. | Di là grazie al mio valore e intendimento e pensiero | sfuggimmo. E anche delle cose di ora, credo, ci ricorderemo. (libro XII)
  • Non permise il padre degli dei e degli uomini che mi vedesse Scilla: non avrei potuto sfuggire all'abisso di morte. Per nove giorni vagai, la decima notte gli dei mi gettarono sull'isola Ogigia, dove vive Calipso dai bei capelli, la dea che parla con voce umana. Lei mi accolse ed ebbe cura di me.
    Ma perché sto a raccontare? Già l'ho narrato ieri, in questa sala, a te e alla tua nobile sposa, non amo ripetere cose già dette. (libro XII)
  • [A Eumeo] Odioso quell'uomo | che, da miseria astretto, s'induce a spacciare menzogne. (libro XIV)
  • [A Eumeo] Varj dell'uom sono i desiri. (libro XIV)
  • [A Eumeo] Io millantarmi alquanto | voglio qual mi comanda il folle vino, | che talvolta i più saggi a cantar mosse | più in là d'ogni misura, a mollemente | rider, spiccar salti improvvisi, ed anche | quello a parlar, ch'era tacere il meglio. (libro XIV)
  • [A Eumeo] Non c'è per i mortali cosa peggiore dell'andare errabondo; | ma per colpa del ventre maledetto soffrono miseri patimenti | gli uomini, a cui tocchi vita raminga e pena e dolore. (libro XV)
  • [Ad Anfinomo] Sai tu di quanto | spira e passeggia su la terra o serpe, | ciò che al Mondo havvi di più infermo? È l'uomo. | Finchè stato felice i déi gli dànno, | e il suo ginocchio di vigor fiorisce, | non crede che venir debbagli sopra | l'infortunio giammai. Sopra gli viene? | Con repugnante alma indegnata il soffre. (libro XVIII)
  • [Ad Anfinomo] La mente degli uomini terreni si muta, come varia il giorno che manda[2] su di loro il padre degli uomini e degli dèi. (libro XVIII)
  • [Ad Anfinomo] Nessuno mai per nessuna ragione sia iniquo, | ma si tenga in silenzio i doni degli dèi, qualunque cosa gli | diano. (libro XVIII)
  • [A Telemaco] Il ferro da solo trascina la gente. (libro XIX)
  • Presto, | se la sciagura li opprime, divengono vecchi i mortali. (libro XIX)
  • [A Euriclea] Non è lecito menar vanto sui cadaveri degli uccisi. (libro XXII)
  • Il mondo a te appare semplice, amico mio, ma per chi è re poche scelte sono semplici.
  • In guerra i giovani muoiono e i vecchi parlano.
  • L'uomo è ossessionato dalla dimensione dell'eternità e per questo si chiede: – Le mie azioni riecheggieranno nei secoli a venire? Gli altri, in gran parte, sentono pronunciare i nostri nomi quando siamo già morti da tempo e si chiedono chi siamo stati, con quanto valore ci siamo battuti, con quanto ardore abbiamo amato.
  • Se mai si racconterà la mia storia, si dica che ho camminato coi giganti. Gli uomini sorgono e cadono come grano invernale, ma questi nomi non periranno mai. Si dica che ho vissuto al tempo di Ettore, domatore di cavalli. Si dica che ho vissuto al tempo di Achille.
  • Tu hai la tua spada, io i miei trucchi. Ognuno usa i doni che gli dei gli hanno dato. Salpiamo per Troia fra tre giorni. Questa guerra non sarà mai dimenticata, né gli eroi che la combatteranno.
  • Tu non sai cos'è la paura, è questo il problema! La paura è utile.

Citazioni su Ulisse

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Circe e Odisseo (H. Maurer, 1785 ca.)
  • Bello di fama e di sventura | Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse. (Ugo Foscolo)
  • E il vecchio vide che le due Sirene, | le ciglia alzate sulle due pupille, | avanti se miravano, nel sole | fisse, od in lui, nella sua nave nera. | E su la calma immobile del mare, | alta e sicura egli inalzò la voce. | "Son io! Son io, che torno per sapere! | Che molto io vidi, come voi vedete | me. Sì; ma tutto ch'io guardai nel mondo, | mi riguardò; mi domandò: Chi sono?" (Giovanni Pascoli)
  • Forse una lenta, immensa e soavissima onda di quel mare, dove Ulisse ha tanto viaggiato e che ha amato e odiato, supera la riva, il porto di Forco, l'ulivo dalle foglie sottili, la grotta delle Naiadi, e trascina via, per sempre, l'uomo pieno di colori e dolori. (Pietro Citati)
  • Ho letto i mitografi, che di solito vengono trascurati, e in Apollodoro ho trovato questa variante su Penelope: Odisseo l'avrebbe uccisa perché aveva scoperto che lo aveva tradito con uno dei Proci. Di varianti su Penelope e Odisseo i mitografi ne riferiscono molte, pur raccomandando cautela: ma è il loro mestiere, sono i giornalisti dell'epoca e devono dare conto anche delle "chiacchiere". Da questa "notizia", di una Penelope uccisa da Odisseo per adulterio, mi è venuta l'idea di un'"altra" Penelope e il resto è nato dall'immaginazione. Non amo le "riscritture" dei classici, ma per una Penelope che nell'Odissea non fa che piangere e lamentarsi, ho pensato a una donna che in segreto può coltivare anche altri pensieri e passioni. Anche suo malgrado. (Maria Grazia Ciani)
  • I greci hanno tramandato due figure le cui vite reali o mitiche esprimono queste due concezioni: Platone e Ulisse. Uno ha in comune la ragione con gli dèi, e l'altro l'ha in comune con le volpi. (Alfred North Whitehead)
  • Infine, esaminate sia singolarmente, sia nel loro complesso, le avventure di Ulisse sulla via del ritorno si rivelano, in più di un'occasione, come le gesta di un soggetto – contrariamente a quanto spesso si afferma – già "intero" e compatto, capace di autodeterminarsi e di agire, non solo indipendentemente, ma a volte addirittura contro la volontà degli dèi. (Eva Cantarella)
  • Il più astuto di tutti gli eroi greci, dal multiforme ingegno, ma anche il più umano e la personificazione stessa del coraggio. A lui che fra tutti mi è il più caro, a lui che di tutti è il più fico, dedico la parte finale di questo libro. (Luciano De Crescenzo)
  • L'uomo, cantami, dea, l'eroe dal lungo viaggio, colui che errò per tanto tempo dopo che distrusse la città sacra di Ilio. Vide molti paesi, conobbe molti uomini, soffrì molti dolori, nell'animo, sul mare, lottando per salvare la vita a sé, il ritorno ai suoi compagni. Desiderava salvarli, e non riuscì; per la loro follia morirono, gli stolti, che divorarono i buoi sacri del Sole: e Iperione li privò del ritorno. (Odissea)
  • Là dentro si martira | Ulisse e Dïomede, e così insieme | a la vendetta vanno come a l'ira; | e dentro da la lor fiamma si geme | l'agguato del caval che fé la porta | onde uscì de' Romani il gentil seme. (Divina Commedia)
  • Quando gli Atridi Agamennone e Menelao stavano radunando i principi che si erano impegnati ad allearsi per attaccare Troia, giunsero all'isola di Itaca da Ulisse, figlio di Laerte, al quale era stato predetto che, se fosse andato a Troia, sarebbe ritornato a casa dopo vent'anni solo e povero, dopo aver perduto tutti i suoi compagni. Perciò, quando venne a sapere che stavano arrivando gli ambasciatori, si pose in capo un pileo, fingendo di essere pazzo, e aggiogò all'aratro un cavallo e un bue insieme. Palamede, non appena lo vide, capì che fingeva; prese allora il figlio di Ulisse, Telemaco, dalla culla e lo pose davanti all'aratro, dicendo: «Lascia questa commedia e unisciti agli alleati!». E così Ulisse promise che sarebbe venuto, ma da quel momento fu ostile a Palamede. (Fabulae)
  • Scaltro sarebbe davvero chi ti superasse nelle tue astuzie, anche se fossi un dio. O uomo tenace, mai sazio di inganni, neppure adesso che sei nella tua terra vuoi rinunciare alla bugie, alle invenzioni che ti sono care. Ma ora finiamola, entrambi sappiamo essere astuti, tu fra tutti gli uomini sei il migliore per la parola e i pensieri, e io fra tutti gli dei sono famosa per intelligenza e saggezza. (Atena: Odissea)
  • Se d'un compagno | mi comandate a senno mio l'eletta, | come scordarmi del divino Ulisse, | di cui provato è il cor, l'alma costante | nelle fatiche, e che di Palla è amore? | S'ei meco ne verrà, di mezzo ancora | alle fiamme uscirem; cotanto è saggio. (Diomede: Iliade)
  • Si dice che Ulisse fosse così astuto, che egli fosse una volpe talmente scaltra che neppure la dea del destino riusciva a penetrare nel suo animo. Forse egli (sebbene questo non sia più afferrabile dell'intelletto umano) si è veramente accorto che le Sirene tacevano, e non ha fatto altro che opporre, sia a loro che agli dèi, per così dire a guisa di scudo la finzione precedentemente riferita. (Franz Kafka)
  • Sol con quell'arco e con la nera | sua nave, lungi dalla casa | d'alto colmigno sonora | d'industri telai, proseguiva | il suo necessario travaglio | contra l'implacabile Mare. (Gabriele D'Annunzio)
  • Ulisse è il primo uomo che ci viene descritto come astuto, bugiardo, falsatore della verità; e Omero, che racconta della nascita della menzogna, di questa seconda nascita dello spirito umano, ci fa capire che con ciò Ulisse ha ricevuto dagli dei un prezioso dono; e Pallade Atena, la protettrice dello spirito, uscita dal cervello di Giove, si gode dell'inesauribile capacità di mentire del suo eroe prediletto. (René Fülöp-Miller)
  • Ulisse torna per affrontare un nuovo presente. Dante lo fa ripartire perché lo reputa degno di rendersi ancora vivo. (Elio Pecora)
  • Ulisse vuole ascoltare il canto delle sirene, a costo di mettere in pericolo la propria vita. Egli percorre l'occidente fino ai suoi confini; senza di lui, esso non potrebbe nemmeno sussistere. Non ci sarebbe stato nessuno sbarco sulla luna. (Ernst Jünger)
  • Certo, il mondo della poesia epica e lirica, sulla quale Achille regna come un sovrano, gli è precluso. Ma apriamo l'Odissea, dove tutti fingono e raccontano. Il più grande narratore – il maestro degli scrittori di romanzi fino a Cervantes, a Stevenson, a Proust, a Joyce – è lui, quando racconta i suoi viaggi nella reggia di Alcinoo. Appena apre la bocca, cade il silenzio.
  • Forse una lenta, immensa e soavissima onda di quel mare, dove Ulisse ha tanto viaggiato e che ha amato e odiato, supera la riva, il porto di Forco, l'ulivo dalle foglie sottili, la grotta delle Naiadi, e trascina via, per sempre, l'uomo pieno di colori e dolori.
  • Non c'è psicanalista, né storico, né critico letterario a cui ci affideremmo più volentieri che a Ulisse. Egli ci insegna che non potremmo vivere senza la gioia di «capire» i misteri della realtà: senza interrogare i segni e gli indizi, che ogni mattina il caso sparge sulla nostra strada. Ma ci insegna anche che capire non basta. Il piacere supremo, a cui dobbiamo consacrare tutti noi stessi, è quello di raccontare quanto abbiamo capito, vissuto, immaginato o sognato – i Lestrigoni, i Ciclopi, le Circi, le Scille e le Cariddi, gli Inferi, le Itache che stanno nascosti dentro ciascuno di noi – mentre gli altri pendono, insonni nella lunga notte, dalle nostre labbra.
  • Proprio Platone, il supposto nemico di Ulisse e della metis, ci racconta che l'Amore-filosofo (il modello di Socrate) è il nipote della dea Metis. Il vero filosofo deve essere dunque cacciatore, versatile, curioso, sinuoso, ingegnoso: deve conoscere tutti i colori, i labirinti e le curve della realtà, prima di iniziare il cammino che lo conduce verso la contemplazione delle Idee. Senza Ulisse, non ci sarebbe mai stato Socrate: questo vagabondo, questo nuovo Proteo, questo attore comico, questo principe dei dilettanti, questo signore dei parodisti.
  • Volgendo le spalle a qualsiasi rigida geometria, Ulisse ama ciò che è sinuoso, tortuoso, obliquo, curvo: come il marinaio che attraversa il mare a zig-zag, seguendo i capricci del vento, o come il granchio, che cammina contemporaneamente verso tutte le direzioni.
    Con questo passo tortuoso e avvolgente, Ulisse disegna strade intellettuali sull'oscura vastità del mondo, e lo illumina col suo sguardo di fuoco.
  1. Qui prende inizio la narrazione di Odisseo presso la corte dei Feaci, che proseguirà descritta nei libri dal IX al XII.
  2. prop.; «è tale quale (è) il giorno (che) adduce» ecc. La sentenza si trova ripetuta quasi con le stesse parole da Archiloco; e fu proverbiale; e anche rivolta a scusa di opportunismo.

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