Theodor W. Adorno

filosofo, musicologo e aforista tedesco

Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno (1903 – 1969), filosofo, sociologo, musicologo ed accademico tedesco.

Theodor Adorno
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Dialettica dell'illuminismo.

Citazioni di Theodor AdornoModifica

  • I movimenti occultistici moderni, inclusa l'astrologia, sono ammodernamenti più o meno artificiali di vecchie e superate superstizioni, la sensibilità per le quali viene mantenuta viva da certe condizioni sociali e psicologiche, mentre le credenze riesumate restano fondamentalmente estranee all'universale situazione odierna di diffusione della cultura. L'assenza di una «serietà» di fondo che, per inciso, non rende affatto tali fenomeni meno seri per quanto riguarda le loro implicazioni sociali, è significativa del nostro tempo quanto l'emergere dell'occultismo secondario in sé.[1]
  • Il merito di Croce fu di far piazza pulita, con spirito dialettico, di ogni misura estrinseca alla sostanza delle opere; Hegel ne fu impedito dal suo classicismo.[2]
  • Il pensiero che non si decapita sfocia nella trascendenza sino ad arrivare all'idea di un assetto del mondo dal quale sarebbe eliminata non solo la sofferenza esistente, ma anche revocata quella irrevocabilmente trascorsa.[3]
  • [La musica moderna] Essa ha preso su di sé tutta la tenebra e la colpa del mondo: tutta la sua infelicità sta nel riconoscere l'infelicità, tutta la sua bellezza nel sottrarsi all'apparenza del bello. Nessuno vuole avere a che fare con lei, né i sistemi individuali né quelli collettivi; essa risuona inascoltata, senza echi. Quando la musica è ascoltata, il tempo le si rapprende intorno in un lucente cristallo. Ma non udita, la musica precipita simile a una sfera mortale nel tempo vuoto. A questa esperienza tende spontaneamente la musica nuova, a che l'assoluto venga dimenticato. Essa è veramente il manoscritto nella bottiglia.[4]
  • Spengler appartiene a quei teorici dell'estrema reazione la cui critica al liberalismo in molti punti si è rivelata superiore a quella progressista.[5]

AttribuiteModifica

[Citazione errata] Benché Adorno sia noto, insieme a Horkheimer, anche per aver dato un «contributo ineludibile» al «tema dell'oppressione animale e del suo ruolo nelle strutture del dominio sociale» (cfr. Annamaria Rivera), la frase sopra riportata — citata per la prima volta nel libro Un'eterna Treblinka (Eternal Treblinka, 2002) di C. Patterson e ripresa dall'organizzazione animalista PETA in apertura del proprio sito — risulta errata, dato che l'unico passaggio simile negli scritti di Adorno esprime un concetto più ampio:[7]
Citazione corretta: «Le atrocità sollevano un'indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono "more", "sudice", dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. Forse lo schema sociale della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli ebrei come uomini. L'affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell'istante in cui l'occhio di un animale ferito a morte colpisce l'uomo. L'ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – "non è che un animale" – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il "non è che un animale", a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell'animale». (da Minima moralia, n. 68)

Minima moraliaModifica

  • All'inizio dell'imperialismo tedesco c'è il Crepuscolo degli dèi wagneriano, l'entusiastica profezia del proprio tramonto: l'inizio della sua composizione coincide con la vittoriosa guerra del '70. Nello stesso spirito, due anni prima della seconda guerra mondiale, i tedeschi hanno assistito alla catastrofe del loro Zeppelin a Lakehurst, proiettata sui loro schermi. Tranquilla, imperterrita, la nave percorre la sua rotta, per precipitare d'improvviso a picco. Quando non c'è più via di scampo, diventa perfettamente indifferente, per l'impulso di distruzione, rivolgersi verso altri o verso il proprio soggetto: due cose tra cui, del resto, non ha mai fatto una netta distinzione. (da Dismisura per dismisura, 1974, p. 100)
  • All'interno della società repressiva, l'emancipazione dell'individuo non va senz'altro a suo vantaggio. La libertà dalla società lo spoglia della forza di essere libero. Per quanto reale, infatti, possa essere l'individuo nel suo rapporto con altri, concepito come assoluto è una pura astrazione. [...] Realizzandosi astrattamente, nel senso hegeliano del termine, l'individuo si annulla da sé: gli innumerevoli che non conoscono più nulla al di fuori di sé e del loro nudo, volubile interesse, sono gli stessi che capitolano non appena cadono nelle reti dell'organizzazione e del terrore. (da Monade, 1974, pp. 144-145)
  • Amare significa saper impedire che l'immediatezza sia soffocata dall'onnipresente pressione della mediazione, dall'economia, e in questa fedeltà l'amore si media in se stesso, accanita contropressione. Non ama se non chi ha la forza di tener fermo all'amore. (da Costanza, 1974, p. 167)
  • Anche l'uomo più miserabile è in grado di scoprire le debolezze del più degno, anche il più stupido è in grado di scoprire gli errori del più saggio. (da Frutta nana, 1974, p. 40)
  • C'è un criterio quasi infallibile per stabilire se un altro ti è veramente amico: il modo in cui riporta giudizi ostili o scortesi sulla tua persona. Questi ragguagli sono, per lo più, superflui, pretesti per lasciar trapelare la malevolenza senza assumerne la responsabilità, anzi in nome del bene. (da Parlar franco, 1974, p. 173)
  • Comunque agisca, l'intellettuale sbaglia. Egli sperimenta radicalmente, come una questione di vita, l'umiliante alternativa di fronte alla quale il tardo capitalismo mette segretamente tutti i suoi sudditi: diventare un adulto come tutti gli altri o restare un bambino. (da Giovannino, 1974, p. 127)
  • Con la famiglia – perdurando il sistema – è scomparso non solo l'organo più efficiente della borghesia, ma la resistenza che, se opprimeva l'individuo, d'altro canto lo rafforzava, o addirittura lo produceva. La fine della famiglia paralizza le controforze. L'ordine collettivistico nascente è una tragica parodia di quello senza classi: e col borghese liquida l'utopia che si nutriva dell'amore della madre. (da La panchina sull'erba, 1974, p. 13[8])
  • Credere che il pensiero abbia da guadagnare una superiore obbiettività, o, perlomeno, non abbia nulla da perdere dalla decadenza delle emozioni, è già espressione del processo d'inebetimento. [...] L'aforisma di Nietzsche «Grado e qualità della sessualità di un individuo penetrano fino nella sommità del suo spirito» non riflette solo uno stato di fatto psicologico. Poiché anche le più remote oggettivazioni del pensiero traggono alimento dagli impulsi, il pensiero, distruggendoli, distrugge le condizione di se stesso. [...] Certo, con la crescente oggettivazione del mondo, il senso oggettivo delle conoscenze si è sempre più svincolato dal loro fondo impulsivo; e la conoscenza manca al suo compito, quando la sua attività oggettivante resta sotto l'influsso dei desiderî. Ma se gli impulsi non sono superati e conservati nel pensiero che si sottrae a questo influsso, non si realizza conoscenza alcuna, e il pensiero che uccide suo padre, il desiderio, è colpito dalla nemesi della stupidità. (da Intellectus sacrificium intellectus, 1974, pp. 112-113)
  • Da ogni spettacolo cinematografico, m'accorgo di ritornare, nonostante ogni vigilanza, più stupido e più cattivo. (da Signor dottore, è molto bello da parte vostra, 1974, p. 17)
  • Dacché il mondo ha tolto la parola agli uomini, colui a cui non si può parlare ha sempre ragione. Egli non ha che da insistere ciecamente sul proprio interesse e sulla propria natura, per avere la meglio. L'altro, nel vano sforzo di stabilire un contatto, assume un tono di apologia o di preghiera: e basta questo per metterlo in condizione d'inferiorità. (da In basso e sempre più in basso, 1974, p. 178)
  • Di uomini molto cattivi non si può neppure immaginare che muoiano. (III, "Monogrammi")[9] (da Monogrammi, 1974, p. 184)
  • È per la felicità come per la verità: non si ha, ma ci si è. Felicità non è che l'essere circondati, l'«esser dentro», come un tempo nel grembo della madre. Ecco perché nessuno che sia felice può sapere di esserlo. Per vedere la felicità, dovrebbe uscirne: e sarebbe come chi è già nato. Chi dice di essere felice mente, in quanto evoca la felicità, e pecca contro di essa. Fedele alla felicità è solo chi dice de essere stato felice. Il solo rapporto della coscienza alla felicità è la gratitudine: ed è ciò che costituisce la sua dignità incomparabile. (da Seconda lettura, 1974, pp. 103-104)
  • I comportamenti via via conformi allo stato più avanzato dello sviluppo tecnico, non si limitano ai settori in cui sono effettivamente richiesti. Così il pensiero non si sottomette al controllo sociale solo dove questo gli è professionalmente imposto, ma adegua a controllo tutta la sua conformazione. Proprio perché il pensiero degenera nella soluzione di compiti assegnati, anche ciò che non è assegnato è trattato secondo lo schema del compito. [...] Anche dove non c'è nulla da macinare, il pensiero diventa un allenamento all'esecuzione di ogni sorta di esercizi. Considera i suoi oggetti come semplici ostacoli, come un test permanente del proprio essere-in-forma. Considerazioni che vorrebbero rendere conto di sé attraverso il rapporto alla cosa e quindi di fronte a se stesse, sono subito sospettate di vanità, di autocompiacimento visionario e asociale. [....] Il pensiero che ha disappreso a pensare se stesso, è diventato – nello stesso tempo – l'assoluta istanza di controllo di se stesso. Pensare non significa ormai altro che sorvegliare – in ogni istante – la propria capacità di pensare. ( da I. Q., 1974, pp. 190-191)
  • Il compito attuale dell'arte è di introdurre caos nell'ordine. (da In nuce, 1974, p. 213)
  • Il tedesco è una persona che non può dire una bugia senza crederci.
  • L'accentuazione dell'elemento materiale di fronte allo spirito come menzogna dà origine ad una preoccupante affinità elettiva con l'economia politica di cui si conduce la critica immanente: un'affinità simile a quella tra polizia e bassifondi. Dacché è stata liquidata l'utopia ed è stata posta l'esigenza dell'unità di teoria e prassi, si è diventati troppo pratici. Il senso angoscioso dell'impotenza della teoria diventa un pretesto per consegnarsi all'onnipotente processo di produzione, e riconoscere così definitivamente l'impotenza della teoria. (da Il bagno col bambino dentro, 1974, p. 35)
  • L'amore è la capacità di avvertire il simile nel dissimile. (n. 122) (da Monogrammi, 1974, p. 184)
  • L'arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità. (da In nuce, 1974, p. 213)
  • L'esortazione alla happiness, in cui il direttore di sanatorio, scienziato e uomo di mondo, concorda coi nervosi capipropaganda dell'industria dei divertimenti, fa pensare al padre furente che tuona contro i figlioletti perché non gli corrono incontro festosi per le scale quando torna di cattivo umore dall'ufficio. Appartiene al meccanismo dell'oppressione vietare la conoscenza del dolore che produce, e una via diretta conduce dal vangelo della gioia alla costruzione dei campi di sterminio in Polonia, abbastanza lontano perché ciascuno dei Volksgenossen possa persuadersi di non udire le grida. Questo è lo schema dell'intatta capacità di godere. Chi lo denuncia avrà, dallo psicoanalista, la conferma di essere affetto da un complesso edipico. (da Invito alla danza, p. 55)
  • L'intelligenza è una categoria morale. (da Wishful thinking, 1974, p. 192)
  • L'umano è nell'imitazione; un uomo diventa uomo solo imitando altri uomini. (da Pietra di paragone, 1974, p. 150)
  • La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia che cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo. (da Non si accettano cambi, 1974, p. 33)
  • La libertà non sta nello scegliere tra nero e bianco, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. (da Esame, 1974, p. 125)
  • La logica della storia è distruttiva come gli uomini che produce: e dovunque tende la sua forza di gravità, riproduce l'equivalente del male passato. Normale è la morte. (n. 33, Fuori tiro) (da Fuori tiro, 1974, p. 46)
  • La tecnicizzazione rende le mosse brutali e precise, e così gli uomini. Elimina dai gesti ogni esitazione, ogni prudenza, ogni garbo. Li sottopone alle esigenze spietate, vorrei dire astoriche delle cose. [...] Nei movimenti che le macchine esigono da coloro che le adoperano c'è già tutta la violenza, la brutalità, la continuità a scatti dei misfatti fascisti. [...] Tra le cause del deperimento dell'esperienza c'è, non ultimo, il fatto che le cose, sottoposte alla legge della loro pura funzionalità, assumono una forma che riduce il contatto con esse alla pura manipolazione, senza tollerare quel surplus – sia in libertà del contegno che in indipendenza della cosa – che sopravvive come nocciolo dell'esperienza perché non è consumato dall'istante dell'azione. (da Non bussare, 1974, pp. 29-30)
  • La vera felicità del dono è tutta nell'immaginazione della felicità del destinatario.
  • Le atrocità sollevano un'indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono «more», «sudice», dago[10]. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. Forse lo schema sociale della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli ebrei come uomini. L'affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell'istante in cui l'occhio di un animale ferito a morte colpisce l'uomo. L'ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – «non è che un animale» – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il «non è che un animale», a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell'animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell'uomo è la parodia dell'uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della «proiezione morbosa» che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l'umano proprio come il diverso. L'assassinio è quindi il tentativo di raddrizzare la follia di questa falsa percezione con una follia ancora maggiore: ciò che non è stato visto come uomo, eppure lo è, viene trasformato in cosa, perché non possa confutare, con un movimento, lo sguardo del pazzo. (n. 68, Gli uomini ti guardano[11]) (Gli uomini ti guardano, 1974, p. 101)
  • [...] lo sguardo lungo e contemplativo, a cui solo si dischiudono gli uomini e le cose, è sempre quello in cui l'impulso verso l'oggetto è spezzato, riflesso. La contemplazione senza violenza, da cui viene tutta la felicità della verità, impone all'osservatore di non incorporarsi l'oggetto: prossimità nella distanza. (da I masnadieri, 1974, p. 85)
  • Lo stato di cose in cui l'individuo sparisce, è insieme quello dell'individualismo scatenato, in cui «tutto è possibile»: «ora si celebrano individui al posto degli dèi». La «liberazione» dell'individuo dalla polis svuotata dall'interno, non rafforza, ma elimina la resistenza, e, con la resistenza, l'individualità: questo processo, che trova il suo compimento negli stati dittatoriali, è il modello di una delle contraddizioni fondamentali che, dal secolo decimonono, ci hanno spinto verso il fascismo. (da Monade, 1974, p. 144)
  • Nei migliori dei casi uno regala quello che gli piacerebbe per sé, ma di qualità lievemente inferiore.
  • Nell'incanto di ciò che si rivela in assoluta impotenza, del bello, che è perfetto e nullo ad un tempo, l'apparenza dell'onnipotenza si rispecchia negativamente come speranza. Il bello è sottratto ad ogni prova di efficienza. La totale assenza di scopi smentisce la totalità di tutto ciò che è conforme agli scopi nel mondo del dominio, ed è solo in virtù di questa negazione, che il sussistente opera sul proprio principio razionale conducendolo alle streme conseguenze, che la società esistente è stata consapevole, fino ad oggi, della possibilità di una società diversa. La beatitudine della contemplazione consiste nell'incanto disincantato. Ciò che scintilla, è la conciliazione del mito. (da Flauto magico, 1974, pp. 214-215)
  • Nella psicoanalisi non c'è nient'altro di vero che le sue esagerazioni.[12]
  • Non c'è correzione, per quanto marginale o insignificante, che non valga la pena di effettuare. Di cento correzioni, ognuna può sembrare meschina o pedante; insieme, possono determinare un nuovo livello del testo. (da Dietro lo specchio, 1974, p. 81)
  • Nulla di più reazionario che contrapporre i dialetti popolari alla lingua scritta. Ozio, e perfino superbia e arroganza, hanno conferito alla lingua della classe superiore un carattere d'indipendenza e d'autodisciplina, che la mette in opposizione all'ambiente sociale in cui si è formata. Essa si rivolge contro i signori, che ne abusano per comandare, pretendendo di comandar loro a sua volta, e si rifiuta di servire ai loro interessi. Nella lingua degli oppressi, invece, resta solo l'espressione del dominio, che l'ha privata anche della giustizia che la parola autonoma, non deformata, promette a tutti coloro che sono abbastanza liberi per pronunciarla senza rancore. (da Stomaco vuoto, 1974, pp. 96-97)
  • Ogni psicologia, a cominciare da quella di Protagora, esaltando l'uomo con l'affermazione che egli è la misura di tutte le cose, ha fatto di lui, nello stesso tempo, l'oggetto, il materiale dell'analisi, e, una volta collocatolo tra le cose, lo ha assegnato alla loro nullità. (da L'io è l'es, 1974, p. 55)
  • Ogni satira è cieca verso le forze che si liberano nello sfacelo. (da L'errore di Giovenale, p. 205)
  • Primo ed unico principio dell'etica sessuale: l'accusatore ha sempre torto. (n. 29) (da Frutta nana, 1974, p. 40)
  • Quando il tempo è denaro, sembra morale risparmiare tempo, specialmente il proprio.
  • Quel che temiamo più d'ogni cosa, senza un motivo reale, tanto che sembriamo ossessionati da idee fisse, ha una proterva tendenza a succedere realmente. (da Il ragazzo della landa, 1974, p. 158[13])
  • Se la filosofia della storia di Hegel avesse compreso il nostro tempo, le V2 hitleriane avrebbero trovato il loro posto, accanto alla morte precoce di Alessandro e ad altre immagini del genere, tra i fatti empirici scelti in cui si esprime immediatamente e simbolicamente lo stato dello spirito del mondo. Come il fascismo, le V2 sono lanciate e senza senza soggetto nello stesso tempo. Come il fascismo, uniscono la massima perfezione tecnica alla cecità assoluta. Come il fascismo, suscitano il massimo terrore e sono perfettamente vane. «Ho visto lo spirito del mondo», non a cavallo, ma alato e senza testa: e questo confuta, nello stesso tempo, la filosofia della storia di Hegel. (da Fuori tiro, 1974, p. 45)
  • Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza. (n. 122) (da Monogrammi, 1974, p. 184)
  • Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi. (da Monogrammi, 1974, p. 184)

Note per la letteraturaModifica

  • L'insetticida, che sin dall'inizio tende implicitamente al campo di sterminio, diventa il prodotto finale del dominio dell'uomo sulla natura, dominio che liquida se stesso.
  • L'irrazionalità della società borghese nella sua fase più tarda è restia a farsi comprendere: erano ancora bei tempi quelli in cui si poteva scrivere una critica dell'economia di questa società, cogliendola pienamente nella ratio a lei propria. Perché la società ha ormai gettata questa ratio tra i ferri vecchi sostituendola virtualmente con una disponibilità immediata su ogni cosa.
  • La comunicazione, legge universale della convenzione, annuncia che non è più possibile alcuna comunicazione.

Citazioni su Theodor AdornoModifica

  • Adorno, del cui pensiero mi sono innamorata. Minima moralia è uno dei miei libri "da comodino". A volte, la notte, prima di addormentarmi, invece di meditare sui versetti della Bibbia, rileggo e medito su qualche suo aforisma. Sul tema dell'oppressione animale e del suo ruolo nelle strutture del dominio sociale, Adorno e Horkheimer hanno dato un contributo ineludibile, secondo me. (Annamaria Rivera)
  • Adorno possedeva davvero l'arte magica di suggestionare con la sua vasta cultura, con la sua brillante oratoria e con la sua pessimistica permeata d'ironia. Quel suo gusto a guazzare nella disperazione culminava talvolta con la «resa». Una della sue asserzioni: «dopo Auschwitz non è più possibile la poesia» lo prova. (Ester Dinacci)
  • Come Marcuse non disdegnava la pubblicità servendosi del video e della stampa. Non si rifiutava mai agli inviti della mondanità letteraria tenendo conferenze anche in lingue straniere. Intervistarlo non era difficile. Bastava chiedergli per telefono l'ora e il luogo di suo gradimento e l'incontro avveniva nel migliore dei modi. Il difficile era rivolgergli domande che non provocassero risposte troppo erudite perché l'intervistatore finiva con l'annegare in quel pozzo di scienza e di erudizione. (Ester Dinacci)
  • Ebbi l'occasione di incontrarlo a Napoli [...] e – confesso – mi trovai a disagio in una conversazione con l'uomo più problematico del nostro tempo. (Ester Dinacci)
  • A giudizio di Horkheimer e Adorno, l'illuminismo, nel tentativo di liberare gli uomini dal mito, dalla magia e dalla superstizione, ha elaborato una scienza che rinuncia intenzionalmente al significato e che identifica il sapere con la calcolabilità dell'universo; da qui la nascita e l'espansione planetaria di una formazione sociale che è «dominata dall'equivalente», e che, avendo relegato nel mondo delle apparenze tutto ciò che non si risolve in numeri, esige la distruzione degli dèi e delle qualità. (Luigi Fenizi)

NoteModifica

  1. Da Stelle su misura.
  2. Da Beethoven: filosofia della musica, a cura di Rolf Tiedemann, traduzione di Luca Lamberti, Einaudi, Torino, 2001. ISBN 978-88-06-13745-8. Citato in Mario Bortolotto, Così Beethoven portò l'ultima sfida all'assoluto, repubblica.it, 6 gennaio 2002.
  3. Da Dialettica negativa, p. 361.
  4. Citato in Fabio Barbieri, Il Sessantotto lo usò e lo distrusse, repubblica.it, 1 luglio 1989.
  5. Citato in Mercello Veneziani, Imperdonabili, Ed. Marsilio, 2017, ISBN 978-88-317-2858-4. p. 77
  6. Citato in Charles Patterson, Un'eterna Treblinka: Il massacro degli animali e l'Olocausto, Editori Riuniti, Roma, 2003, p. 57; citato in Barbara De Mori, Che cos'è la bioetica animale, Carocci, Roma, 2007, p. 110.
  7. Cfr. Susann Witt-Stahl, Auschwizt non sta sul vostro piatto: Note critiche sul paragone tra olocausto e massacri animali, traduzione di Marco Maurizi, Liberazioni.org.
  8. Con questa traduzione: "Con la famiglia – perdurando il sistema – è scomparso non solo l'organo più efficiente della borghesia, ma la resistenza che, se opprimeva l'individuo, d'altro canto lo rafforzava, o addirittura lo produceva. La fine della famiglia paralizza le controforze. L'ordine collettivistico nascente è un insulto ai senza classe: e col borghese liquida l'utopia che si nutriva dell'amore della madre."
  9. Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, BUR, 1992. ISBN 88-17-14603-X
  10. Termine spregiativo con cui, nello slang americano, si indicano italiani, iberici e ibero-americani.
  11. Riferimento al titolo del libro di Paul Eipper Le bestie ci guardano
  12. Citato in Citato in Remo Bodei, Le logiche del delirio: ragione, affetti, follia, p. 28, Laterza, Roma-Bari, 2015. ISBN 9788858121368
  13. Con questa traduzione: "Ciò che temiamo più di ogni altra cosa, senza un reale motivo, apparentemente ossessionati da idee fisse, ha la proterva tendenza ad accadere realmente."

BibliografiaModifica

  • Theodor Adorno, Dialettica negativa, introduzione e cura di S. Petrucciani, Einaudi, Torino, 2004.
  • Theodor Adorno, Minima moralia, traduzione di Renato Solmi, Einaudi, Torino.
  • Theodor Adorno, Minima moralia, traduzione di Renato Solmi, Einaudi, Torino, 1974.
  • Theodor Adorno, Note per la letteratura, 1943 – 1961, traduzione di A. Ferioli, E. De Angelis, G. Manzoni, Einaudi, Torino.

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