Theodor W. Adorno

filosofo, musicologo e aforista tedesco

Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno (1903 – 1969), filosofo, sociologo, musicologo ed accademico tedesco.

Theodor Adorno
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Dialettica dell'illuminismo.

Citazioni di Theodor AdornoModifica

  • I movimenti occultistici moderni, inclusa l'astrologia, sono ammodernamenti più o meno artificiali di vecchie e superate superstizioni, la sensibilità per le quali viene mantenuta viva da certe condizioni sociali e psicologiche, mentre le credenze riesumate restano fondamentalmente estranee all'universale situazione odierna di diffusione della cultura. L'assenza di una «serietà» di fondo che, per inciso, non rende affatto tali fenomeni meno seri per quanto riguarda le loro implicazioni sociali, è significativa del nostro tempo quanto l'emergere dell'occultismo secondario in sé.[1]
  • Il merito di Croce fu di far piazza pulita, con spirito dialettico, di ogni misura estrinseca alla sostanza delle opere; Hegel ne fu impedito dal suo classicismo.[2]
  • Il pensiero che non si decapita sfocia nella trascendenza sino ad arrivare all'idea di un assetto del mondo dal quale sarebbe eliminata non solo la sofferenza esistente, ma anche revocata quella irrevocabilmente trascorsa.[3]
  • [La musica moderna] Essa ha preso su di sé tutta la tenebra e la colpa del mondo: tutta la sua infelicità sta nel riconoscere l'infelicità, tutta la sua bellezza nel sottrarsi all'apparenza del bello. Nessuno vuole avere a che fare con lei, né i sistemi individuali né quelli collettivi; essa risuona inascoltata, senza echi. Quando la musica è ascoltata, il tempo le si rapprende intorno in un lucente cristallo. Ma non udita, la musica precipita simile a una sfera mortale nel tempo vuoto. A questa esperienza tende spontaneamente la musica nuova, a che l'assoluto venga dimenticato. Essa è veramente il manoscritto nella bottiglia.[4]
  • Spengler appartiene a quei teorici dell'estrema reazione la cui critica al liberalismo in molti punti si è rivelata superiore a quella progressista.[5]

AttribuiteModifica

[Citazione errata] Benché Adorno sia noto, insieme a Horkheimer, anche per aver dato un «contributo ineludibile» al «tema dell'oppressione animale e del suo ruolo nelle strutture del dominio sociale» (cfr. Annamaria Rivera), la frase sopra riportata — citata per la prima volta nel libro Un'eterna Treblinka (Eternal Treblinka, 2002) di C. Patterson e ripresa dall'organizzazione animalista PETA in apertura del proprio sito — risulta errata, dato che l'unico passaggio simile negli scritti di Adorno esprime un concetto più ampio:[7]
Citazione corretta: «Le atrocità sollevano un'indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono "more", "sudice", dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. Forse lo schema sociale della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli ebrei come uomini. L'affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell'istante in cui l'occhio di un animale ferito a morte colpisce l'uomo. L'ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – "non è che un animale" – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il "non è che un animale", a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell'animale». (da Minima moralia, n. 68)

Minima moraliaModifica

Parte prima - 1944Modifica

  • Con la famiglia – perdurando il sistema – è scomparso non solo l'organo più efficiente della borghesia, ma la resistenza che, se opprimeva l'individuo, d'altro canto lo rafforzava, o addirittura lo produceva. La fine della famiglia paralizza le controforze. L'ordine collettivistico nascente è una tragica parodia di quello senza classi: e col borghese liquida l'utopia che si nutriva dell'amore della madre. (§ 2, La panchina sull'erba)
  • Da ogni spettacolo cinematografico, m'accorgo di ritornare, nonostante ogni vigilanza, più stupido e più cattivo. (§ 5, Signor dottore, è molto bello da parte vostra)
  • La tecnicizzazione – almeno per ora – rende le mosse brutali e precise, e così anche gli uomini. Elimina dai gesti ogni esitazione, ogni prudenza, ogni garbo. Li sottopone alle esigenze spietate, vorrei dire astoriche delle cose. [...] Nei movimenti che le macchine esigono da coloro che le adoperano c'è già tutta la violenza, la brutalità, la continuità a scatti dei misfatti fascisti. Tra le cause del deperimento dell'esperienza c'è, non ultimo, il fatto che le cose, sottoposte alla legge della loro pura funzionalità, assumono una forma che riduce il contatto con esse alla pura manipolazione, senza tollerare quel surplus – sia in libertà del contegno che in indipendenza della cosa – che sopravvive come nocciolo dell'esperienza perché non è consumato dall'istante dell'azione. (§ 19, Non bussare)
  • Quando il tempo è denaro, sembra morale risparmiare tempo, soprattutto il proprio, e si legittima questa parsimonia col riguardo per l'altro. (§ 20, Pierino Porcospino)
  • La vera felicità del dono è tutta nell'immaginazione della felicità del destinatario: e ciò significa scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l'altro come un soggetto: il contrario della smemoratezza. (§ 21, Non si accettano cambi)
  • Nel migliore dei casi uno regala ciò che desidererebbe per sé, ma di qualità leggermente inferiore. (§ 21, Non si accettano cambi)
  • La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia che cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo. (§ 21, Non si accettano cambi)
  • L'accentuazione dell'elemento materiale di fronte allo spirito come menzogna dà origine ad una preoccupante affinità elettiva con l'economia politica di cui si conduce la critica immanente: un'affinità simile a quella tra polizia e bassifondi. Dacché è stata liquidata l'utopia ed è stata posta l'esigenza dell'unità di teoria e prassi, si è diventati troppo pratici. Il senso angoscioso dell'impotenza della teoria diventa un pretesto per consegnarsi all'onnipotente processo di produzione, e riconoscere così definitivamente l'impotenza della teoria. (§ 22, Il bagno col bambino dentro)
  • Nella psicoanalisi non c'è nient'altro di vero che le sue esagerazioni. (§ 29, Frutta nana)
  • Anche l'uomo più miserabile è in grado di scoprire le debolezze del più degno, anche il più stupido è in grado di scoprire gli errori del più saggio. (§ 29, Frutta nana)
  • Primo ed unico principio dell'etica sessuale: l'accusatore ha sempre torto. (§ 29, Frutta nana)
  • Non c'è correzione, per quanto marginale o insignificante, che non valga la pena di effettuare. Di cento correzioni, ognuna può sembrare meschina e pedante; insieme, possono determinare un nuovo livello del testo. (§ 31, Dietro lo specchio)
  • Se la filosofia della storia di Hegel avesse compreso il nostro tempo, le V2 hitleriane avrebbero trovato il loro posto, accanto alla morte precoce di Alessandro e ad altre immagini del genere, tra i fatti empirici scelti in cui si esprime immediatamente e simbolicamente lo stato dello spirito del mondo. Come il fascismo, le V2 sono lanciate e senza soggetto nello stesso tempo. Come il fascismo, uniscono la massima perfezione tecnica alla cecità assoluta. Come il fascismo, suscitano il massimo terrore e sono perfettamente vane. «Ho visto lo spirito del mondo», non a cavallo, ma alato e senza testa: e questo confuta, nello stesso tempo, la filosofia della storia di Hegel. (§ 33, Fuori tiro)
  • La logica della storia è distruttiva come gli uomini che produce: e dovunque tende la sua forza di gravità, riproduce l'equivalente del male passato. Normale è la morte. (§ 33, Fuori tiro)
  • L'esortazione alla happiness, in cui il direttore di sanatorio, scienziato e uomo di mondo, concorda coi nervosi capipropaganda dell'industria dei divertimenti, fa pensare al padre furente che tuona contro i figlioletti perché non gli corrono incontro festosi per le scale quando torna di cattivo umore dall'ufficio. Appartiene al meccanismo dell'oppressione vietare la conoscenza del dolore che produce, e una via diretta conduce dal vangelo della gioia alla costruzione di campi di sterminio in Polonia, abbastanza lontano perché ciascuno dei Volksgenossen possa persuadersi di non udire le grida. Questo è lo schema dell'intatta capacità di godere. Chi lo denuncia avrà, dallo psicoanalista, la conferma di essere afflitto da un complesso edipico. (§ 38, Invito alla danza)
  • Ogni psicologia, a cominciare da quella di Protagora, esaltando l'uomo con l'affermazione che egli è la misura di tutte le cose, ha fatto di lui, nello stesso tempo, l'oggetto, il materiale dell'analisi, e, una volta collocatolo tra le cose, lo ha assegnato alla loro nullità. (§ 39, L'io è l'es)

Parte seconda - 1945Modifica

  • All'inizio dell'imperialismo tedesco c'è il Crepuscolo degli dèi wagneriano, l'entusiastica profezia del proprio tramonto: l'inizio della sua composizione coincide con la vittoriosa guerra del '70. Nello stesso spirito, due anni prima della seconda guerra mondiale, i tedeschi hanno assistito alla catastrofe del loro Zeppelin a Lakehurst, proiettata sui loro schermi. Tranquilla, imperterrita, la nave percorre la sua rotta, per precipitare d'improvviso a picco. Quando non c'è più via di scampo, diventa perfettamente indifferente, per l'impulso di distruzione, rivolgersi verso altri o verso il proprio soggetto: due cose tra cui, del resto, non ha mai fatto una netta distinzione. (§ 50, Dismisura per dismisura)
  • [...] lo sguardo lungo e contemplativo, a cui solo si dischiudono gli uomini e le cose, è sempre quello in cui l'impulso verso l'oggetto è spezzato, riflesso. La contemplazione senza violenza, da cui viene tutta la felicità della verità, impone all'osservatore di non incorporarsi l'oggetto: prossimità nella distanza. (§ 54, I masnadieri)
  • Nulla di più reazionario che contrapporre i dialetti popolari alla lingua scritta. Ozio, e perfino superbia e arroganza, hanno conferito alla lingua della classe superiore un carattere d'indipendenza e d'autodisciplina, che la mette in opposizione all'ambiente sociale in cui si è formata. Essa si rivolge contro i signori, che ne abusano per comandare, pretendendo di comandar loro a sua volta, e si rifiuta di servire ai loro interessi. Nella lingua degli oppressi, invece, resta solo l'espressione del dominio, che l'ha privata anche della giustizia che la parola autonoma, non deformata, promette a tutti coloro che sono abbastanza liberi per pronunciarla senza rancore. (§ 65, Stomaco vuoto)
  • Le atrocità sollevano un'indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono «more», «sudice», dago[8]. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. Forse lo schema sociale della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli ebrei come uomini. L'affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell'istante in cui l'occhio di un animale ferito a morte colpisce l'uomo. L'ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – «non è che un animale» – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il «non è che un animale», a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell'animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell'uomo è la parodia dell'uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della «proiezione morbosa» che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l'umano proprio come il diverso. L'assassinio è quindi il tentativo di raddrizzare la follia di questa falsa percezione con una follia ancora maggiore: ciò che non è stato visto come uomo, eppure lo è, viene trasformato in cosa, perché non possa confutare, con un movimento, lo sguardo del pazzo. (§ 68, Gli uomini ti guardano[9])
  • Il tedesco è una persona che non può dire una bugia senza crederci. (§ 72, Spigolature)
  • È per la felicità come per la verità: non si ha, ma ci si è. Felicità non è che l'essere circondati, l'«esser dentro», come un tempo nel grembo della madre. Ecco perché nessuno che sia felice può sapere di esserlo. Per vedere la felicità, dovrebbe uscirne: e sarebbe come chi è già nato. Chi dice di essere felice mente, in quanto evoca la felicità, e pecca contro di essa. Fedele alla felicità è solo chi dice di essere stato felice. Il solo rapporto della coscienza alla felicità è la gratitudine: ed è ciò che costituisce la sua dignità incomparabile. (§ 72, Spigolature)
  • Credere che il pensiero abbia da guadagnare una superiore obbiettività, o, perlomeno, non abbia nulla da perdere dalla decadenza delle emozioni, è già espressione del processo d'inebetimento. [...] L'aforisma di Nietzsche «Grado e qualità della sessualità di un individuo penetrano fino nella sommità del suo spirito» non riflette solo uno stato di fatto psicologico. Poiché anche le più remote oggettivazioni del pensiero traggono alimento dagli impulsi, il pensiero, distruggendoli, distrugge la condizione di se stesso. [...] Certo, con la crescente oggettivazione del mondo, il senso oggettivo delle conoscenze si è sempre più svincolato dal loro fondo impulsivo; e la conoscenza manca al suo compito, quando la sua attività oggettivante resta sotto l'influsso dei desiderî. Ma se gli impulsi non sono superati e conservati[10] nel pensiero che si sottrae a questo influsso, non si realizza conoscenza alcuna, e il pensiero che uccide suo padre, il desiderio, è colpito dalla nemesi della stupidità. (§ 79, Intellectus sacrificium intellectus)
  • La libertà non sta nello scegliere tra nero e bianco, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. (§ 85, Esame)
  • Comunque agisca, l'intellettuale sbaglia. Egli sperimenta radicalmente, come una questione di vita, l'umiliante alternativa di fronte alla quale il tardo capitalismo mette segretamente tutti i suoi sudditi: diventare un adulto come tutti gli altri o restare un bambino. (§ 86, Giovannino)
  • Lo stato di cose in cui l'individuo sparisce, è insieme quello dell'individualismo scatenato, in cui «tutto è possibile»: «ora si celebrano individui al posto degli dèi»[11]. La «liberazione» dell'individuo dalla polis svuotata dall'interno, non rafforza, ma elimina la resistenza, e, con la resistenza, l'individualità: questo processo, che trova il suo compimento negli stati dittatoriali, è il modello di una delle contraddizioni fondamentali che, dal secolo decimonono, ci hanno spinto verso il fascismo. (§ 97, Monade)
  • All'interno della società repressiva, l'emancipazione dell'individuo non va senz'altro a suo vantaggio. La libertà dalla società lo spoglia della forza di essere libero. Per quanto reale, infatti, possa essere l'individuo nel suo rapporto con altri, concepito come assoluto è una pura astrazione. [...] Realizzandosi astrattamente, nel senso hegeliano del termine, l'individuo si annulla da sé: gli innumerevoli che non conoscono più nulla al di fuori di sé e del loro nudo, volubile interesse, sono gli stessi che capitolano non appena cadono nelle reti dell'organizzazione e del terrore. (§ 97, Monade)
  • L'umano è nell'imitazione: un uomo diventa uomo solo imitando altri uomini. (§ 99, Pietra di paragone)

Parte terza - 1946-47Modifica

  • Ciò che temiamo più di ogni altra cosa, senza un reale motivo, apparentemente ossessionati da idee fisse, ha la proterva tendenza ad accadere realmente. (§ 103, Il ragazzo della landa)
  • Amare significa saper impedire che l'immediatezza sia soffocata dall'onnipresente pressione della mediazione, dall'economia, e in questa fedeltà l'amore si media in se stesso, accanita contropressione. Non ama se non chi ha la forza di tener fermo all'amore. (§ 110, Costanza)
  • C'è un criterio quasi infallibile per stabilire se un altro ti è veramente amico: il modo in cui riporta giudizi ostili o scortesi sulla tua persona. Questi ragguagli sono, per lo più, superflui, pretesti per lasciar trapelare la malevolenza senza assumerne la responsabilità, anzi in nome del bene. (§ 115, Parlar franco)
  • Dacché il mondo ha tolto la parola agli uomini, colui a cui non si può parlare ha sempre ragione. Egli non ha che da insistere ciecamente sul proprio interesse e sulla propria natura, per avere la meglio. L'altro, nel vano sforzo di stabilire un contatto, assume un tono di apologia o di preghiera: e basta questo per metterlo in condizione d'inferiorità. (§ 118, In basso e sempre più in basso[12])
  • Odi profanum vulgus et arceo, disse il figlio del liberto. (§ 122, Monogrammi)
  • Di uomini molto cattivi non si può neppure immaginare che muoiano. (§ 122, Monogrammi)
  • L'amore è la capacità di avvertire il simile nel dissimile. (§ 122, Monogrammi)
  • Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi. (§ 122, Monogrammi)
  • Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza. (§ 122, Monogrammi)
  • I comportamenti via via conformi allo stato più avanzato dello sviluppo tecnico, non si limitano ai settori in cui sono effettivamente richiesti. Così il pensiero non si sottomette al controllo sociale solo dove questo gli è professionalmente imposto, ma adegua al controllo tutta la sua conformazione. Proprio perché il pensiero degenera nella soluzione di compiti assegnati, anche ciò che non è assegnato è trattato secondo lo schema del compito. [...] Anche dove non c'è nulla da macinare, il pensiero diventa un allenamento all'esecuzione di ogni sorta di esercizi. Considera i suoi oggetti come semplici ostacoli, come un test permanente del proprio essere-in-forma. Considerazioni che vorrebbero rendere conto di sé attraverso il rapporto alla cosa e quindi di fronte a se stesse, sono subito sospettate di vanità, di autocompiacimento visionario e asociale. [....] Il pensiero che ha disappreso a pensare se stesso, è diventato – nello stesso tempo – l'assoluta istanza di controllo di se stesso. Pensare non significa ormai altro che sorvegliare – in ogni istante – la propria capacità di pensare. (§ 126, I. Q.)
  • Ogni satira è cieca verso le forze che si liberano nello sfacelo. (§ 134, L'errore di Giovenale)
  • Il compito attuale dell'arte è di introdurre caos nell'ordine. (§ 143, In nuce)
  • L'arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità. (§ 143, In nuce)
  • Nell'incanto di ciò che si rivela in assoluta impotenza, del bello, che è perfetto e nullo ad un tempo, l'apparenza dell'onnipotenza si rispecchia negativamente come speranza. Il bello è sottratto ad ogni prova di efficienza. La totale assenza di scopi smentisce la totalità di tutto ciò che è conforme agli scopi nel mondo del dominio, ed è solo in virtù di questa negazione, che il sussistente opera sul proprio principio razionale conducendolo alle estreme conseguenze, che la società esistente è stata consapevole, fino ad oggi, della possibilità di una società diversa. La beatitudine della contemplazione consiste nell'incanto disincantato. Ciò che scintilla, è la conciliazione del mito. (§ 144, Flauto magico)

Note per la letteraturaModifica

  • L'insetticida, che sin dall'inizio tende implicitamente al campo di sterminio, diventa il prodotto finale del dominio dell'uomo sulla natura, dominio che liquida se stesso.
  • L'irrazionalità della società borghese nella sua fase più tarda è restia a farsi comprendere: erano ancora bei tempi quelli in cui si poteva scrivere una critica dell'economia di questa società, cogliendola pienamente nella ratio a lei propria. Perché la società ha ormai gettata questa ratio tra i ferri vecchi sostituendola virtualmente con una disponibilità immediata su ogni cosa.
  • La comunicazione, legge universale della convenzione, annuncia che non è più possibile alcuna comunicazione.

Terminologia filosoficaModifica

  • [...] la filosofia è lo sforzo del concetto di guarire le ferite che il concetto necessariamente produce. (lezione 4, «Il concetto di filosofia», 17 maggio 1962; p. 50)
  • La verità non è qualcosa di stabile, che si tiene in mano e si può portare tranquillamente a casa; non per nulla questa esigenza è avanzata proprio da Mefistofele, il simbolo del pensiero reificato. La verità è sempre e senza eccezione qualcosa di eccezionalmente fragile [...] (lezione 7, «L'esperienza filosofica», 5 giugno 1962; p. 79)
  • Chiamo Weltanschauung quelle rappresentazioni dell'essenza e della connessione delle cose, del mondo, dell'uomo, che si conformano al bisogno soggettivo di unità, di spiegazione, di risposte ultime, e che a questa soddisfazione di un bisogno di conoscenza soggettivo sacrificano preliminarmente l'esigenza della verità oggettiva. In altre parole, la sfera della Weltanschauung è l'opinione eretta a sistema, e si può ben dire che una caratteristica generale di coloro che pensano in termini di Weltanschauung è la loro tendenza a usare l'espressione «la mia Weltanschauung». (lezione 10, «Filosofia e Weltanschauung», 26 giugno 1962; p. 113)
  • Il materialismo di Marx è indicato in genere come dialettico o economico. Ora questa definizione non si riferisce solo alla tesi fondamentale della teoria marxista, che postula il primato dell'economia, del processo della vita sociale sulle forme e attività spirituali, ma si riferisce insieme anche al concetto specifico di materialismo. La teoria marxista, può essere intesa, nel suo complesso o in ogni caso per un suo aspetto, come una critica della filosofia, proprio in quanto la filosofia crede di poter dedurre la realtà da certi principî universali e ultimi. In quanto combatte questo concetto della filosofia, Marx è erede della tradizione nominalistica; nei suoi scritti ci sono numerose espressioni come «fantasticheria» o «concetti che esistono solo nella testa» che lo dimostrano chiaramente. (lezione 41, «Il materialismo di Marx», 5 febbraio 1963; p. 449)

Citazioni su Theodor AdornoModifica

  • Adorno, del cui pensiero mi sono innamorata. Minima moralia è uno dei miei libri "da comodino". A volte, la notte, prima di addormentarmi, invece di meditare sui versetti della Bibbia, rileggo e medito su qualche suo aforisma. Sul tema dell'oppressione animale e del suo ruolo nelle strutture del dominio sociale, Adorno e Horkheimer hanno dato un contributo ineludibile, secondo me. (Annamaria Rivera)
  • Adorno possedeva davvero l'arte magica di suggestionare con la sua vasta cultura, con la sua brillante oratoria e con la sua pessimistica permeata d'ironia. Quel suo gusto a guazzare nella disperazione culminava talvolta con la «resa». Una della sue asserzioni: «dopo Auschwitz non è più possibile la poesia» lo prova. (Ester Dinacci)
  • Come Marcuse non disdegnava la pubblicità servendosi del video e della stampa. Non si rifiutava mai agli inviti della mondanità letteraria tenendo conferenze anche in lingue straniere. Intervistarlo non era difficile. Bastava chiedergli per telefono l'ora e il luogo di suo gradimento e l'incontro avveniva nel migliore dei modi. Il difficile era rivolgergli domande che non provocassero risposte troppo erudite perché l'intervistatore finiva con l'annegare in quel pozzo di scienza e di erudizione. (Ester Dinacci)
  • Ebbi l'occasione di incontrarlo a Napoli [...] e – confesso – mi trovai a disagio in una conversazione con l'uomo più problematico del nostro tempo. (Ester Dinacci)
  • A giudizio di Horkheimer e Adorno, l'illuminismo, nel tentativo di liberare gli uomini dal mito, dalla magia e dalla superstizione, ha elaborato una scienza che rinuncia intenzionalmente al significato e che identifica il sapere con la calcolabilità dell'universo; da qui la nascita e l'espansione planetaria di una formazione sociale che è «dominata dall'equivalente», e che, avendo relegato nel mondo delle apparenze tutto ciò che non si risolve in numeri, esige la distruzione degli dèi e delle qualità. (Luigi Fenizi)

NoteModifica

  1. Da Stelle su misura.
  2. Da Beethoven: filosofia della musica, a cura di Rolf Tiedemann, traduzione di Luca Lamberti, Einaudi, Torino, 2001. ISBN 978-88-06-13745-8. Citato in Mario Bortolotto, Così Beethoven portò l'ultima sfida all'assoluto, repubblica.it, 6 gennaio 2002.
  3. Da Dialettica negativa, p. 361.
  4. Citato in Fabio Barbieri, Il Sessantotto lo usò e lo distrusse, repubblica.it, 1 luglio 1989.
  5. Citato in Mercello Veneziani, Imperdonabili, Ed. Marsilio, 2017, ISBN 978-88-317-2858-4. p. 77
  6. Citato in Charles Patterson, Un'eterna Treblinka: Il massacro degli animali e l'Olocausto, Editori Riuniti, Roma, 2003, p. 57; citato in Barbara De Mori, Che cos'è la bioetica animale, Carocci, Roma, 2007, p. 110.
  7. Cfr. Susann Witt-Stahl, Auschwizt non sta sul vostro piatto: Note critiche sul paragone tra olocausto e massacri animali, traduzione di Marco Maurizi, Liberazioni.org.
  8. Termine spregiativo con cui, nello slang americano, si indicano italiani, iberici e ibero-americani.
  9. Riferimento al titolo del libro di Paul Eipper Le bestie ti guardano.
  10. Aufgehoben: tolta, cioè negata e conservata. Si tenga presente che l'Aufhebung o soppressione dell'oggettività (soppressione che è nello stesso tempo conservazione) è il fine ultimo della dialettica hegeliana.
  11. Jacob Burckhardt, Griechische Kulturgeschichte.
  12. Hinunter und immer weiter. Titolo di un Lied di Schubert.

BibliografiaModifica

  • Theodor Adorno, Dialettica negativa, introduzione e cura di S. Petrucciani, Einaudi, Torino, 2004.
  • Theodor W. Adorno, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, traduzione di Renato Solmi, Einaudi, Torino, 2014. ISBN 9788858416242
  • Theodor Adorno, Note per la letteratura, 1943 – 1961, traduzione di A. Ferioli, E. De Angelis, G. Manzoni, Einaudi, Torino.
  • Theodor W. Adorno, Terminologia filosofica (Philosophische Terminologie), traduzione di Anna Maria Marietti Solmi, Einaudi, Torino, 2007. ISBN 978-8806187910

Altri progettiModifica

OpereModifica