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Paolo Monelli

giornalista e scrittore italiano

Citazioni di Paolo MonelliModifica

  • Sa spalmare [Indro Montanelli] una così giusta misura di miele sull'orlo del nappo avvelenato che prepara per questo o per quello, che spesso la vittima muore senza accorgersene, ingannata dai soavi licori.[1]

Avventura nel primo secoloModifica

IncipitModifica

Ormai dopo quindici giorni i componenti la mia illustre famiglia, mio padre dell'antichissima gente Valeria, mia madre nata dalla gente Julia, le mie due giovani sorelle, mio fratello di qualche anno maggiore di me e già divorziato dalla prima moglie, si sono persuasi che il mio è soltanto un caso di amnesia, conseguenza d'una malattia che avevano creduta di poco conto e che ora invece definiscono misteriosa. Una strana amnesia che da due settimane li tiene perplessi, per cui li sorprendo a studiarmi di soppiatto, a seguire con curiosità e meraviglia i miei gesti, a scuotere melanconicamente il capo quasi mi giudichino matto.

CitazioniModifica

  • Ora Napoli ha un nome greco, e se vuoi fare un complimento a qualche mio compatriota che m'intendo io puoi chiamarla l'Atene dell'occidente; ma prima di essere Neapolis era Paleopolis, città antichissima come dice il nome, e prima era Partenope, la città delle sirene, chiamata così dalla sirena Parthenope che ci ebbe la tomba. (p. 124)
  • I napoletani discendono dagli dèi, questa è la verità, non sono né greci né oschi né romani, sono dèi. Che per vivere sulla terra si sono fatti come siamo; un misto di spirito attico grazie agli ateniesi, di tenacia al lavoro osca, di intelligenza indulgente ed acuta quale si conviene ad esseri divini. (p. 124)
  • «Otiosa Neapolis»
    Sì, così la chiama Orazio che se ne deve intendere, se c'era un uomo pigro e ozioso era lui; tanto pigro da non sapere nemmeno inventare un'ode tutta sua, e traduceva quanto poteva dagli alessandrini. (p. 126)
  • Il napoletano non è ozioso; è filosofo. Sa che la vita è labile, l'avvenire è fallace, il lavoro è pena; accetta ogni fatica perché deve dar da mangiare ai piccirilli e alla donna; ma non lo esalta, non ne fa una missione nella vita come avrebbe voluto quello scocciatore di Catone. È povero e non è avido di denaro, è sobrio e non s'ingozza se la fortuna gli mette davanti una tavola imbandita. (p. 126)
  • Ha detto Cicerone che Napoli è la città dove i sospettosi diventano confidenti, e gli infelici trovano consolazione. Perciò, quando sono seccato della politica vengo a Napoli a dimenticare tutto. (p. 126)
  • «Locu evitandu» diceva di Baja un cavaliere spagnolo, storico e retore, che si era fatta grande fama a Roma per i suoi studi e la rigidezza delle sue concezioni sociali, Lucius Annaeus Seneca. (p. 136)
  • Baja aveva il suo porto, vastissimo, che era poi il lago Lucrino comunicante con il mare grazie ad un canale; sulla riva orientale stavano i famosi allevamenti di ostriche creati da quel Sergio Orata che aveva avuto per il primo l'idea, un centinaio di anni prima, di allevare le ostriche gustosissime di quelle tiepide acque. (p. 137)
  • Baja, sulla curva occidentale del golfo di Pozzuoli, a metà strada fra questo porto attivissimo e il capo Miseno, tra boschi di mirti, di elci e di quercioli, era una graziosissima città termale che si avviava a diventare sontuosissima. (p. 137)
  • Affrettati ad abbandonare il più presto possibile la corrotta Baja, e quella spiaggia che fu sempre nemica del pudore delle caste fanciulle, litora quae fuerant castis inimica puellis. (p. 143)

Mussolini piccolo borgheseModifica

IncipitModifica

«Sono nato il 29 luglio 1883 a Varano dei Costa, vecchio casolare posto su di una altura nel villaggio di Dovìa, frazione del comune di Predappio. Sono nato in giorno di domenica, alle due del pomeriggio, ricorrendo la festa del patrono della parrocchia delle Caminate, la vecchia torre cadente che dall'ultimo dei contrafforti appenninici digradante sino alle ondulazioni di Ravaltino domina, alta e solenne, tutta la pianura forlivese. Il sole era entrato da otto giorni nella costellazione del Leone.» Il ventottenne [Benito Mussolini] che rinchiuso nella cella numero 39 delle carceri di Forlì, condannato come agitatore e promotore di uno sciopero generale di protesta contro l'impresa di Tripoli[2], scriveva queste righe all'inizio di una sua autobiografia, rivelava in queste poche parole la sua educazione letteratoide, con gli aggettivi carducciani e le dondolanti proposizioni, ed un carattere ambizioso e teso ad attendere chissà cosa dal futuro in quella compiaciuta citazione astronomica, ricordo forse di calendari appiccicati in cucina o nella stalla.

CitazioniModifica

  • La donna alla quale [Mussolini] parlava di queste cose[3], Leda Rafanelli, era una socialista umanitaria che si era fatta anarchica; e diceva di essere musulmana, anzi all'infatuato Mussolini faceva credere di essere vissuta tanti secoli addietro nell'antico Egitto e di avere «un legame intimo e segreto con la piramide di Cheope». Cesare Rossi la descrive come una donna «stagionatella», dalle grosse labbra e le forme voluttuose, anzi, come si diceva allora, procaci; e si vestiva con paludamenti orientali e turbanti neri in testa e grosse dondolanti boccole. (cap. 5, p. 69)
  • [Leda Rafanelli] Una sera [Mussolini] la baciò di sorpresa; la donna si difese male ma, come narra, non rispose al bacio; dopo di che i due restarono senza sapere cosa dirsi, e lui se ne andò. La Leda pensò che quel gesto, senza suo consentimento, senza una promessa, fosse una cosa senza importanza, da dimenticare. Ma lui ne fu sconvolto, arse come un collegiale, le scrisse, «dopo quattro anni di quiete apro – col tuo, col nostro amore, – una parentesi nella mia vita». La Leda si spaventò, lo fece venire a casa per mettere le cose a posto; non l'amava, era innamorata di un altro. Tuttavia volle premunirsi. Invece della solita veste leggiera egiziana con cui era solita riceverlo, una galabiat bianca, si avviluppò in una vera e propria cintura di castità: «indossai una vecchia veste egizia, di seta nera, coperta di un velo ricamato d'argento e serrata sul petto da un largo collare di pietre brillanti, pesanti e pungenti. Una cintura ornata di scarabei mi cingeva alla vita, e per la sua pesantezza metallica mi faceva pensare ad una mummia acconciata per il sarcofago». Il povero Mussolini arrivò alacre e trepido, ma capì ben presto come stavano le cose; dopo poco si sentì mummia egli stesso, le disse «mi pare proprio di essere nell'Egitto di altri tempi». (cap. 5, p. 71)
  • I primi incontri con la ancor signorina Petacci avvennero nel descritto salone del Mappamondo a palazzo Venezia; e furono convegni sentimentali, seduti sul duro sedile di marmo sotto il finestrone, guardando il crepuscolo che scendeva sulla piazza, parlando di rondini e di poesia; l'uomo che soleva buttarsi sulle visitatrici appena la porta si chiudeva loro dietro, al primo appuntamento con la giovinetta si contentò di farle una confessione sdolcinata, che non aveva dormito pensando a lei. I rapporti amorosi veri e propri cominciarono l'anno 1936 (e si conoscevano da quattro anni), se vogliamo accettare per buono il racconto che la Claretta stessa fece ad una amica, e l'amica ripetette a me. (cap. 12, p. 181)
  • [...] Mussolini è sempre stato tirchio con le sue amanti, e più che tirchio con la Claretta. Per razza e per educazione pensava che gli omaggi delle donne gli fossero dovuti, ed esse dovevano ringraziarlo per quello che faceva loro. (cap. 12, p. 187)
  • Davanti al male [Mussolini] era pauroso e trepido, non aveva più quella sicurezza delle sue qualità fisiche che in altre occasioni ostentava. Anche da giovanotto, quando faceva l'eversore e il rivoluzionario, aveva una gran paura delle malattie; gli amici di Forlì sapevano di questa sua debolezza, si divertivano a spaventarlo, chiedendogli quando lo incontravano: «Cos'hai professore, che sei così pallido?» E lui impallidiva davvero. (cap. 15, p. 228)

Roma 1943Modifica

IncipitModifica

Il primo gennaio del 1943 incontrai un amico, e ci scambiammo melanconici auguri. «Questo anno comincia di venerdì, e per di più c'è anche la cometa». Poi mi raccontò di una veglia di capodanno in casa d'un certo cinematografaro, a cui avevano partecipato artisti, attori, attrici, e persone d'ambigui costumi; la festa era finita male, e i particolari erano repugnanti. L'amico era tornato da poco dall'Africa, in volo, con rischio di vita, ed era stomacato. Ma è di sua natura un disperato ottimista, e si sforzava di veder luce nell'avvenire. Gli chiesi: «Ma tu cosa credi, cosa speri ancora?». «Ormai,» mi rispose «tutti gli errori sono stati commessi. Ma sono come il giocatore che ha messo le ultime cento lire sopra un numero della roulette; sa che ha trentasei probabilità contro uno, eppure spera ancora di salvarsi.»

CitazioniModifica

  • La tessera del partito [fascista], fu detto, era la tessera del pane. I giovani allo scoccare dei diciotto anni erano iscritti d'ufficio al partito. I neonati vi erano iscritti insieme col certificato battesimale; questi innocenti eran chiamati, come si sa, i figli della lupa. (Né il capo, né i suoi consiglieri avevan fatto il liceo, né letto Tito Livio; se no si sarebbero accorti che quella espressione, figlio della lupa, ha il suo corrispettivo esatto nel romanesco figlio di mignotta [...][4]). (cap. 2, p. 20)
  • Ciano era un curioso ministro degli esteri di Mussolini. Dal devoto ed entusiastico fedele dei primi tempi si era sviluppato a poco a poco un critico che parlava spesso del suocero come si parla, appunto, del suocero o di una suocera; e faceva capire che certe cose non andavano come dovevano, ma a suo tempo ci avrebbe messo rimedio lui; e molto si agitava per aumentare il proprio potere, sorretto ed incoraggiato da una piccola corte di banchieri, di giornalisti, di diplomatici, di industriali. (cap. 2, p. 35)
  • [Il ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone] [...] un genovese duttile, astuto, esperto di affari e di convenzioni mondane; capace di dir poco con molte parole, e di far capire molte cose senza compromettersi, con un'occhiata, un sorriso; abile a leggere nel silenzio del sovrano [Vittorio Emanuele III] e ad interpretarne i sentimenti repressi; capace anche, all'occorrenza, di forzar la mano, di assumersi la responsabilità di un atto che al re repugnasse, e che potesse poi sconfessare. (cap. 4, pp. 78-79)
  • [...] Ambrosio fu consigliato, spronato, incoraggiato continuamente da quel suo giovane generale, il Castellano, il più giovane generale dell'esercito, un siciliano vivace, acuto, coraggioso, che quando si metteva in borghese aveva l'aria d'un pratico funzionario di banca; che si cacciava nella giungla dei sospetti, degli spionaggi, delle intercettazioni telefoniche come di pattuglia; e temperava con una certa spregiudicatezza la rigidità corretta e fredda di Ambrosio, quella sua durezza militare intollerante di infingimenti e di accomodamenti; «Ambrosio è tutto militare, resta sempre capo e militare anche quando è in pigiama», disse un suo intimo. (cap. 4, p. 79)
  • [Il 25 luglio 1943] Cinque minuti dopo che la radio ha parlato[5] il senatore Morgagni presidente dell'Agenzia Stefani si uccide con un colpo di pistola, e lascia sulla scrivania un biglietto in cui è scritto: "Il duce ha dato le dimissioni. La mia vita è finita. Viva Mussolini". L'unico forse che ha fatto oggi i conti con la facile fortuna della sua vita, il solo fedele fino alla morte dei tanti che questa fedeltà si contentavano di cantare con voce di tuono nelle radunate ("Duce, duce, chi non saprà morir? Duce, duce, il giuramento chi mai rinnegherà?"). Insomma proprio un colpo di Stato "senza spargimento di sangue" come il re voleva, come il re si raccomandava. (cap. 5, pp. 112-113)
  • Muti dopo il 25 luglio [1943][6] offrì i suoi servigi a Badoglio; «Ma se mi fate arrestare,» disse, «mi ammazzo». I suoi servigi furono accettati, ebbe l'incarico di tener dietro ai maneggi dei tedeschi; ma una notte il capo del S.I.M.[7], Carboni, succeduto al generale Amé, mandò ad arrestarlo nella sua villa di Fregene. Muti, fu narrato, tentò di fuggire, i carabinieri spararono e l'uccisero. Carboni disse a Badoglio che Muti tramava contro di lui; ma altri affermano che non c'eran motivi per l'arresto, che non tentò affatto di fuggire, e che fu proditoriamente ucciso. (cap. 6, p. 154)
  • La sera del 6 [ottobre 1943][8] Carboni che quando andava da Ambrosio era tutto confidenza e ottimismo, e lo assicurava che il corpo d'armata "marciava" benissimo, ricevette nel suo ufficio Roatta[9], e la mattina dopo si recò da Badoglio, e disse loro tutto il contrario. La difesa di Roma non era possibile, la posizione del corpo d'armata dava motivo ad apprensione, della Centauro non ci si poteva fidare[10], non era assolutamente possibile garantire la protezione degli aeroporti, ad ogni modo le divisioni difettavano di carburante e di munizioni. (cap. 8, p. 228)
  • Il generale Carboni era un beniamino del comando supremo. Era reputato intelligente, ambizioso, coraggioso, odiatore dei tedeschi. Come mai appariva ora così mutato, incerto, turbato, schivo di responsabilità? Sussurravano che fosse irritato per non essere stato prescelto a negoziare l'armistizio, e per questo aveva indotto Roatta a mandare a Lisbona il generale Zanussi, per averci le mani in pasta anche lui; e fallita la missione Zanussi, tornato Castellano con le dure condizioni, le aveva criticate, diceva che il governo doveva sconfessare il plenipotenziario, andava in giro diffondendo pessimismo e depressione. (cap. 8, p. 229)
  • Grosso errore, nato da precipitazione e da scarsa preveggenza, commise il governo [Badoglio] non curandosi di lasciare a Roma alcuno, un rappresentante responsabile del re e del governo, con chiare e perentorie istruzioni, un uomo di coraggio, di carattere, che non avesse paura di morire per la Patria, come è in fondo la missione di ogni militare (solo che troppo spesso al momento buono se ne scordano). (cap. 9, p. 278)
  • [...] Carboni, che pure si era dato pensiero fin dall'agosto [1943] di distribuire armi alla popolazione per assalire i tedeschi, non si cura poi di provvedere al rifornimento di carburante e di munizioni al suo corpo d'armata, anzi non si dà premura nemmeno di conoscere quanta benzina, quante munizioni le sue divisioni abbiano; e appena saputo che il governo se ne va, corre a casa a mettersi in borghese e abbandona il comando, nelle ore decisive per la sorte della capitale e per la salvezza delle divisioni affidategli, e in una macchina truccata corre dietro agli altri; e se anche sia vero che egli non pensava a questo, è difficile menargli buono il suo racconto, di essere andato personalmente a fare una ricognizione logistica che un generale affida, in casi come questi, a un suo ufficiale, né fa un bell'effetto sapere che passò la mattina ad Arsoli, mentre a Roma si combatteva, in compagnia di una divetta del cinema. (cap. 9, p. 280)
  • [Rastrellamento del ghetto di Roma] Un'alba piovosa d'ottobre squadre armate [di SS tedesche] circondarono il ghetto, mentre altre andavano a sforzare gli appartamenti degli ebrei ricchi ai quartieri alti; portarono via tutti con meticolosa ferocia, non lasciarono addietro un bambino un malato una puerpera, ne caricarono gli autocarri con furia sgarbata, cacciavan su a pedate a urtoni i malati i vecchi gli storpi, non lasciarono portar via dalle case che una valigetta di biancheria e di oggetti personali; i lattanti erano strappati dalle braccia della madre e lanciati sul carro come fagotti, un paralitico fu scaraventato con tutta la poltrona sul mucchio. Furono portati alla stazione, sigillati in un treno, mandati in Germania a morire chissà dove. (cap. 10, p. 296)
  • I tedeschi in via Tasso[11], gli sgherri fascisti in via Romagna[12], volevano confessioni dagli arrestati, volevano nomi di compagni, indicazioni di luoghi di radunata, per aumentare il bottino d'ostaggi, per avere nuovi pretesti a ruberie e ricatti; e tormentavano e torturavano secondo una tecnica di cui Kappler si vantava inventore, «meine eigene Technik, meine eigene raffinierte Technik», diceva, subito ridendo grosso, perché il tedesco non sorride mai. Ma non era soddisfatto il tenente colonnello Kappler, «diese Italiener» diceva, «sono più duri di quanto credessi, la maggior parte non vogliono aprir bocca, tun den Mund nicht auf, vanno a morire senza aver detto niente». (cap. 10, p. 300)

Incipit di Le scarpe al soleModifica

Esame di coscienza.
Ho sradicato l'anima ciondolona dalle vigliaccherie mattutine del letto, me la staffilo santamente secondo il consiglio di Santo Cherubino. Che orgoglio fino ad ora il mio, della penna d'aquila e del destino di portarla alla buona guerra, se m'indugiavo nelle blandizie della retrovia? Ora nel mattino freddo parto per il battaglione. Cercherò negli occhi dei colleghi che mi hanno preceduto, dei soldati che mi saranno affidati che cosa vi segni l'avere indugiato ai confini della vita, ed esserne ritornati. E notomizzerò il mio cuore, per sapere con che purità si prepari all'olocausto.

Citazioni su Paolo MonelliModifica

  • È un uomo non grande, un poco curvo, con l'aria sempre di cattivo umore, che ti guarda dal basso in alto; il monocolo alla von Stroheim ficcato in un occhio non gli dà un aspetto marziale e aristocratico ma quello di un osservatore che (come l'orologiaio studia il meccanismo guasto, con un occhio solo, attraverso la lente) scruta attentamente il mondo com'è, il bello, il brutto, l'affascinante, il ripugnante, l'umano, sempre alla ricerca del particolare rivelatore e dell'aneddoto, senza mai stupirsene: nihil per lui è alienum. (Luigi Barzini junior)
  • Fuma la pipa come Churchill il sigaro, cioè soltanto quando lo guardano. (Indro Montanelli)
  • Monelli ha, nel lavoro, una ricerca di probità da artigiano e un accanimento tenace da cacciatore. Non lo ferma nessuno. Il dovere innanzi tutto. Il pezzo per il giornale... (Ricordo una notte, dopo la presa di Axum[13], non dormivamo da due giorni, e ci mettemmo a scrivere a macchina uno accanto all'altro su un tavolo improvvisato alla meglio sotto una tenda. Io crollavo addormentato alla fine di ogni frase. Monelli, che ha quattordici anni più di me, era sveglio e alacre. Mi svegliava con una gomitata ogni volta che mi assopivo e mi diceva: «Lavora!».) (Luigi Barzini junior)
  • Monelli, se seguisse le proprie inclinazioni, andrebbe a letto coi polli. Ma cosa direbbe la gente, se non lo vedesse più vagabondare nei vari ritrovi frequentati dai nottambuli della città? Direbbe senza dubbio: "Comincia a invecchiare". E a questa idea Monelli balza dalla sua poltrona e si attacca al telefono per mobilitare qualche amica che lo accompagni nei suoi vagabondaggi. Giovani colleghe come Livia Serini, attrici giovanissime come Lea Massari sono state ridotte sull'orlo dell'esaurimento nervoso da queste prolungate ronde notturne senz'altro costrutto che quello di ribadire agli occhi di tutti l'intramontabilità di Monelli. Egli non le porta a spasso. Le porta all'occhiello, come gardenie. (Indro Montanelli)

NoteModifica

  1. Citato in Paolo Granzotto, Montanelli, Ti ricordi Indro?, Società Europea di Edizioni S.p.A., Milano, p. 122. ISBN 9 778118 178454
  2. Guerra di Libia tra l'Italia e l'Impero ottomano (1911-1912).
  3. Delle sue idee su Malthus e la fecondità.
  4. Segue il passo di Livio: "Sunt qui Larentiam, vulgato corpore, lupam inter pastores vocatam putent; inde locum fabulae ac miraculo datum". Livio I, 4.
  5. Alle 22.45 la radio diffuse la notizia delle "dimissioni" di Mussolini e della sua sostituzione, quale capo del governo, con Pietro Badoglio.
  6. Giorno dell'arresto di Mussolini e della sua sostituzione, come capo del Governo, con Pietro Badoglio.
  7. Servizio informazioni militare (SIM), servizio segreto italiano dal 1925 al 1945.
  8. Due giorni dopo Badoglio diede l'annuncio dell'avvenuto armistizio con gli Alleati.
  9. Mario Roatta, all'epoca capo di stato maggiore dell'esercito.
  10. La divisione corazzata Centauro doveva essere impiegata per difendere Roma dai tedeschi.
  11. Uno stabile di via Tasso, durante l'occupazione nazista di Roma, fu utilizzato come carcere dal Comando della Polizia di sicurezza, diretto da Kappler.
  12. Qui si trovava la Pensione Jaccarino, luogo di detenzione e di torture della banda guidata da Pietro Koch.
  13. Episodio della guerra d'Etiopia.

BibliografiaModifica

  • Paolo Monelli, Avventura nel primo secolo, I Libri del Pavone, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1964.
  • Paolo Monelli, Le scarpe al sole, L. Cappelli Editore, Bologna, 1921.
  • Paolo Monelli, Mussolini piccolo borghese, II edizione della collezione «I Garzanti», Aldo Garzanti Editore, Milano, 1974.
  • Paolo Monelli, Roma 1943, Oscar documenti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1979.

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