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Personaggi di ieri e di oggiModifica

IncipitModifica

Questa collana di «schizzi» più che di «profili» – 67 esattamente − appartiene alla letteratura giornalistica invece che a quella librario-biografica; riguarda uomini politici, scrittori, artisti, agitatori, regicida ed altri nomi che hanno interessato la cronaca ed alcuni la storia. Sono appunto articoli buttati giù alla svelta e senza alcuna pretesa in occasione della morte dei protagonisti dei varî Capitoli, di ritorni polemici e cronistici, dell'uscita di libri clamorosi e di altre rievocazioni del momento.
Alcuni amici e colleghi benevoli mi hanno suggerito l'idea di raccoglierli in volume perché costituiscono frammenti di vita politica italiana ed internazionale, che possono sempre servire alle giovani generazioni, ignare di tante vicende personali e collettive, a fornire loro qualche elemento di giudizio. (Prefazione)

CitazioniModifica

  • L'On. Palizzolo era un tipico prodotto della politica municipale, inteso questo termine nel senso più deteriore, quando le cariche rappresentative dipendevano non dal largo suffragio elettorale, ma da ristrette camarille locali; [...] (Raffaele Palizzolo, deputato della maffia, p. 27)
  • L'uomo Palizzolo era di una vanità sconfinata tanto da rasentare la morbosità, per cui una mancanza anche involontaria alla sua onnipotenza diventava un'offesa sanguinosa che meritava una punizione adeguata. (Raffaele Palizzolo, deputato della maffia. Il primo assassinio: Miceli, p. 29)
  • Il colpo di grazia al Palizzolo lo dette il figlio del Notarbartolo[1] che si era votato alla scoperta degli assassini del padre: «Fu lui il mandante, lui che, disonesto e ribaldo, odiava mio padre perché si ribellava alle sue ribalderie», disse fremente di sdegno ai giurati di Milano. (Raffaele Palizzolo, deputato della maffia. Il «J'Accuse» del figlio di un secondo assassinato: Notarbartolo, p. 31)
  • Baratieri, con quel suo pince-nez cerchiato d'oro e retto da un cordoncino nero – come lo ritraevano i fotografi e i caricaturisti dell'epoca – [di fronte al Tribunale speciale di guerra che lo giudicava] indossava l'alta uniforme con decorazioni su cui erano appuntate due medaglie d'argento guadagnate nell'impresa dei Mille e nella guerra del 1866[2]. Era disarmato. Questa l'umiliazione più cocente per un Soldato. (Il generale Baratieri, il vinto di Adua, p. 35)
  • Il 9 novembre del 1903 Napoli e l'Italia furono scosse dalla notizia che un Ministro del Re, fatto segno in quei giorni ad esasperate accuse d'indole morale, si era suicidato nella notte precedente con un colpo di rivoltella alla tempia. Si trattava di Pietro Rosano, grande penalista, deputato di Aversa, già Sottosegretario all'Interno e da una settimana Ministro delle Finanze del nuovo Governo di Giolitti. Anzi in questa recente nomina risiedeva la causa della sua tragica fine. (Pietro Rosano, il ministro suicida, p. 51)
  • Egli [Filippo Corridoni] patì fame, freddo, dileggi, vituperi, mortificazioni senza mostrare ad alcuno i suoi patimenti. Fece nella sua breve esistenza di profugo tutti i mestieri, dal manovale di muratore al venditore di castagne. Visse sempre di poco pane e di molta fede; le sue idee gli procurarono prigione e povertà, ma chi lo conobbe non poté che amarlo. Ebbe degli avversari, ma non nemici. (Filippo Corridoni, agitatore nato, p. 84)
  • L'ultima visita di Musco al Viminale[3] che io posso ricordare fu la più clamorosa e provocò una delle sue sortite comiche divenute di pubblico dominio. Quella mattina Musco si mise in testa di vedere il Consiglio dei Ministri che era riunito in seduta. Naturalmente era un desiderio destinato a restare insoddisfatto. Senonché, essendomi dovuto allontanare perché chiamato da Mussolini, Musco, quatto quatto, in punta di piedi, mi seguì ammiccando furbescamente al vecchio usciere – che stava al Ministero dell'Interno dai tempi di Crispi – il quale rimase intimidito e pensò ad un mio consenso. Musco riuscì a ficcare la testa attraverso l'uscio che dalla stanza del Presidente del Consiglio immette nel salone delle riunioni de Ministri. Diaz, che si era voltato al mio ingresso, sì accorse dell'intruso e invece di adontarsi per tanto arbitrio, tutto contento, annunziò: «C'è Musco! C'è Musco!». Il Consiglio che stava per terminare la sua seduta si chiuse in anticipo in mezzo alla generale allegria dei presenti che circondarono lo straordinario ospite, inatteso ma gradito. (Angelo Musco al Viminale. Voglio vedere o Consiglio riunito, p. 97)
  • Caratteristico e perenne fu l'amore di Chiesa per le lotte di piazza. Egli aveva l'istinto amoroso delle folle in agitazione ed in tumulto. I cavatori di Carrara, anche se guidati da un probo libertario come Alberto Meschi, i metallurgici di Piombino, di Terni e di Milano lo videro al loro fianco anche quando la protesta operaia sfociava nelle strade. A Milano ed a Roma il focoso deputato repubblicano fu più volte caricato dalla Polizia e dai cavalleggeri; si vedeva allora la sua figura bassa e tarchiata – il viso congestionato, i tratti furenti, la voce divenuta rauca – sospinta fra i dimostranti acclamanti e gli agenti inferociti. (Eugenio Chiesa, il Cavallotti minore. L'uomo di piazza, p. 110)
  • Portato per temperamento verso i giovani e i combattenti, nel primo periodo [Eugenio Chiesa] mantenne verso il fascismo – che appariva come il rivendicatore della vittoria – un contegno di controllata indulgenza, finché la crescente dittatura mussoliniana lo ritrovò in linea contro di essa. (Eugenio Chiesa, il Cavallotti minore. L'uomo di piazza, p. 111)
  • Angiolo Cabrini appartiene ai due periodi distinti del movimento socialista italiano: al primo, quello romantico della lontanissima vigilia perché fu tra i fondatori del «Partito dei Lavoratori Italiani», [...]. Al secondo periodo, quello delle realizzazioni a favore delle classi operaie, che chiameremo possibilista e tradizionalmente noto come «riformista», periodo dominato da Filippo Turati e Leonida Bissolati. (Angiolo Cabrini, lo specialista della legislazione sociale, p. 112)
  • In Cabrini si sposavano armonicamente due elementi, l'idealistico ed il concretista. Da giovanissimo era stato poeta e aveva dato alle stampe un libro di versi, «Peccati» – con un'arguta prefazione di Turati –, e queste sue ingenue tendenze letterarie lo accompagnarono un po' in tutta la sua esistenza perché infatti l'ardore dell'apostolo è pure autentica poesia, anche quando si materia di leggine e di statistiche. (Angiolo Cabrini, lo specialista della legislazione sociale. Autodidatta, giornalista ed organizzatore, p. 113)
  • [...] il paese nativo della famiglia Bocchini da secoli si chiamava San Giorgio alla montagna, ma siccome i suoi colleghi ed amici solevano canzonarlo dicendogli: «Senti uomo della montagna... Vieni qua, montanaro...», Don Arturo [Arturo Bocchini] fece fare un Decreto con cui quel nome veniva cambiato in quello più ambito e meno equivoco di San Giorgio del Sannio. (Arturo Bocchini, il superdittatore giocondo, ovvero la storia della polizia fascista. Le oneste origini familiari, p. 209)
  • L'origine etimologica della parola «O.V.R.A.» pare sia il frutto di un errore dattilografico: avendo Mussolini detto a Bocchini che il nuovo organismo di spionaggio e d'informazione doveva distendersi come una «piovra» su tutto il Paese in una relazione a lui diretta la riproduzione di questa parola grazie al salto delle lettere P ed I era diventata «ovra». Mussolini si entusiasmò di quel termine così amputato anche perché la sigla poteva ora dire varie cose sempre attinenti allo scopo intimidatorio e misterioso: «Opera volontaria repressione antifascismo», oppure «Organizzazione vigilanza e rastrellamento antifascisti». Se si fosse detto subito «piovra» la gente avrebbe capito a volo e non ci sarebbe stato proprio niente di nuovo e di pauroso, mentre un qualche brivido di spavento bisognava pur farlo provare. (Arturo Bocchini, il superdittatore giocondo, ovvero la storia della polizia fascista. La fortuna di una sigla, pp. 224-225)
  • La lettura delle liste [dei confidenti] dell'«O.V.R.A.» se da un lato è penosa dall'altra procura anche delle distrazioni perché vengono fuori certi inattesi nomi e cognomi e certe professioni così singolari che qualche volta provocano il riso e lasciano dubbiosi. Ci si imbatte in barbe austere di antichi democratici, che magari ricoprirono in passato cariche pubbliche; in giornalisti di punta che sembrava avessero nei loro discorsi un fatto personale col vile denaro; in ex ufficiali disposti solo a battersi al di là di ogni ostacolo; in illustri insegnanti tutti intenti a meditazioni filosofiche; in donne di tutte le età e condizioni sociali, dalla femminuccia da conio alla dama del patriziato nero, dalla cocotte d'alto bordo all'onesta vedova di un prode generale; dal tranquillo funzionario di P.S. in pensione al lestofante matricolato; dal tenutario di case da the all'umile fascista carico di figliolanza; dal vecchio corridoista sussidiato da tutti i Governi a qualche prelato illustre, magari promosso Cardinale; dall'uomo politico discorsivo e grafomane che vuole conciliare le espettorazioni cerebrali con l'incasso di qualche foglietto da mille ai vecchi arnesi di polizia che hanno fatto sempre le spie e gli agenti provocatori, così, per consuetudine e per temperamento oltre che per lucro sotto tutti i regimi. (Arturo Bocchini, il superdittatore giocondo, ovvero la storia della polizia fascista. Un Carlo Marx nelle liste dell'OVRA, pp. 225-226)
  • All'inizio del governo fascista la Regina fu diffidente e magari ostile. Ho già raccontato in un libro, «Mussolini com'era», l'incidente del Costanzi[4], in una serata di gala in onore dei Sovrani di Spagna, quando proprio la Regina Elena aveva tirato bruscamente per un lembo della mantiglia castigliana l'ospite Alfonso XII perché si era prontamente alzato in piedi alle prime note di «Giovinezza»[5], che non era ancora un inno ufficiale. L'indomani Mussolini era fuori di sé per il gesto notato dai palchi vicini ed aveva concluso con questa frase: «È inutile, questa gente non ci ama». (Croce. Elena di Savoia e Orlando di fronte a Mussolini. Un incidente al Costanzi, pp. 256-257)
  • Per alcuni anni gli italiani non sentirono più parlare di Bombacci. Anche i fascisti lo detronizzarono dai loro canti burleschi allorché si ritrovavano nelle adunate commemorative. Quel maccheronico ritornello – «Me ne frego, è il nostro motto, me ne frego di morir, me ne frego di Bombacci e del sol dell'avvenir» – invano si sarebbe udito. Poi nella primavera del 1936 nelle edicole deve essere apparsa una sua rivista dal titolo «La Verità», che ora si può trovare ben rilegata nelle emeroteche della Repubblica. La conquista dell'Impero e lo Stato corporativo erano le due passerelle attraverso le quali l'ex capo comunista entrava «in linea». (Nicola Bombacci, l'apostata impiccato. Esce «la Verità», p. 276)
  • Venuta la guerra, Bombacci ed i suoi furono travolti dai suoi gorghi impetuosi. La considerarono la guerra proletaria per eccellenza ed a suo favore si batterono. E quando dopo la nascita della Repubblica Sociale Italiana[6], l'antico barbuto e lunghichiomato tribuno comunista partì da Roma verso il Nord, egli non ignorava che lassù soltanto la morte lo avrebbe atteso. Ad un amico che lo consigliava a riflettere sull'opportunità di attendere, rispose stanco ed accorato: «Caro mio, già una volta sono stato tacciato di tradimento. Due volte traditore, no. Io parto. Sarà quel che sarà». (Nicola Bombacci, l'apostata impiccato. Traditore due volte, no, p. 278)
  • Mussolini fu verso questo suo fedele seguace [Michele Bianchi] assai mutevole nel giudizio: talvolta lo bombardò astro di prima grandezza, talvolta lo svalutò in maniera ingiusta, eccessiva e villana. In Gran Consiglio[7] una sera oppose a certe confuse e stitiche affermazioni e proposte questo lapidario e stroncante giudizio: «Vi prego di non tenere in alcun conto quello che ha detto Bianchi perché è tutto insensato.» Il colpito ripiegò il capo senza alcuna reazione. (Ai dimenticati n. 2 del regime fascista: i Segretari generali del P.N.F. Aspri giudizi e sgarberie di Mussolini contro Bianchi, p. 314)
  • Farinacci era indubbiamente uno sciatto, un egocentrico, un presuntuoso e naturalmente un temperamento eccessivo che ad un certo punto aveva creduto di dover rappresentare in seno al fascismo l'uomo di punta, la riserva indispensabile dell'intransigenza morale e politica; ma la sua morte coraggiosa[8] induce anche i suoi vecchi nemici ad un minimo di rispetto. (Ai dimenticati n. 2 del regime fascista: i Segretari generali del P.N.F. La breve segreteria di F. Giunta, p. 318)
  • Starace, che a parte le sue manie, proprie dell'ex sottufficiale «firmaiolo», pignolo e scocciatore − e che, comunque, erano sempre o proposte od approvate dal Duce − non era quel cretino storico come lo si vuole fare apparire. Egli era il Segretario ideale per un partito che aveva mandato all'ammasso le idee degli italiani tutti, i fascisti per primi. I «Fogli d'Ordine», le «cartoline-precetto», le divise innumerevoli, i «rapporti» grandi e piccini, le adunate, gli schieramenti, gli incolonnamenti, le prove ginniche per gli ufficiali, i salti nel cerchio e nel fuoco, le sagre, le «mostre» della canapa e del tessile, anche esse militarizzate, le punizioni in cui il punito non ha diritto di parlare, le parole d'ordine a base di «Ti schiaffo dentro!» ed «Arrangiatevi!», e pressappoco i gridi di comando, le nomine a capocchia... erano tutte cose che si intonavano con l'ora politica della subordinazione gerarchica e dell'obbedienza «pronta, rispettosa ed assoluta». (Ai dimenticati n. 2 del regime fascista: i Segretari generali del P.N.F. I Segretari di minore durata, p. 329)
  • Salvemini fino al suo ultimo respiro è stato fedele al suo temperamento fondamentalmente schietto ed onesto ed alle sue consuetudini di intransigenza morale. In fondo è questo il più degno epitaffio per un uomo politico, quali che possano essere i giudizi sugli animosi scontri provocati nella sua lunga battaglia personale. (Gaetano Salvemini, l'anticonformista di sempre. Incontri a Parigi, p. 417)
  • Per lui [Carmine Senise] essere tutore dell'ordine non significava davvero servire il fascismo, ma continuare a servire lo Stato, sotto Mussolini, come sotto Giolitti, Salandra, Nitti, Boselli, Orlando: era un fatto naturale nella sua vita di funzionario. (Carmine Senise, soltanto servitore dello Stato. Di ceppo liberale, p. 426)
  • Egli [Carmine Senise] aveva rinunciato a mille e più lire di compenso per «operosità» concesse a tutti i grandi funzionari e a duemila lire d'indennità di carica, mentre, appena divenuto Capo della Polizia alla morte di Bocchini[9], volle che si riducesse sensibilmente il capitolo dei fondi segreti e quando nell'aprile del 1943 fu dimissionato da Mussolini riconsegnò, senza avere toccato un solo soldo, i residui cinquecento milioni di cui egli avrebbe potuto disporre senza controllo. (Carmine Senise, soltanto servitore dello Stato. Contro le ingiustizie, p. 427)

Citazioni su Cesare RossiModifica

  • L'unico con cui [Mussolini] si apriva seguitava ad essere Cesare Rossi, l'uomo che gli era stato accanto dal primo momento, lo aveva seguito in tutte le sue palinodie e gli dava sempre dei consigli che corrispondevano ai suoi desideri. (Indro Montanelli)

NoteModifica

  1. Emanuele Notarbartolo, banchiere e politico siciliano, morto assassinato nel 1893. Cfr. voce su Wikipedia.
  2. Terza guerra d'indipendenza italiana.
  3. Fino al 1960 la Presidenza del Consiglio era ubicata presso il Palazzo del Viminale, sede del Ministero dell'interno. Cfr. voce su Wikipedia.
  4. Antico nome del Teatro dell'Opera di Roma.
  5. Dal 1925 inno del Partito Nazionale Fascista.
  6. Repubblica Sociale Italiana, citata a volte come Repubblica di Salò. Cfr. voce su Wikipedia.
  7. Gran consiglio del fascismo, organo del Partito Nazionale Fascista. Cfr. voce su Wikipedia.
  8. Roberto Farinacci, catturato dai partigiani, fu fucilato il 28 aprile 1945 a Vimercate. Cfr. voce su Wikipedia.
  9. Arturo Bocchini, capo della Polizia dal 1926 al 1940, predecessore di Senise. Cfr. voce su Wikipedia.

BibliografiaModifica

  • Cesare Rossi, Personaggi di ieri e di oggi, Casa editrice Ceschina, Milano 1960.

Voci correlateModifica

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