Natalia Ginzburg

scrittrice italiana

Natalia Levi Ginzburg (1916 – 1991), scrittrice italiana.

Sandro Pertini e Natalia Ginzburg

Citazioni di Natalia GinzburgModifica

  • A una ragazza le fa tanto piacere pensare che forse un uomo è innamorato di lei, e allora anche se non è innamorata è un po' come se lo fosse e diventa molto più carina con gli occhi che splendono e il passo leggero e la voce più leggera e più dolce. (da È stato così)
  • Come può rimanere impunito un delitto contro la persona? Come può sottrarsi alle forze dell'ordine chi ha commesso uno stupro semplicemente perché la vittima ha deciso di non denunziarlo?[1]
  • In Anna Karenina è rappresentata la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità; mentre al di fuori della colpa, lungo le strade di chi ha creato senza nulla distruggere, la felicità fiorisce e germoglia consentendo una più vasta ed intensa comprensione umana.[2]
  • Io non avrei potuto fare che un mestiere, un mestiere solo: il mestiere che ho scelto, e che faccio, quasi dall'infanzia. (da Le piccole virtù)
  • L'Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l'incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l'intelligenza, come un vivido sangue. È un'intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d'un ingannevole, e forse insensato, conforto. (da Le piccole virtù)
  • Se c'è Dio non importa pregarlo, è Dio e capisce da sé cosa bisogna fare. (da Tutti i nostri ieri, Einaudi)
  • Se dovessi descrivere Paolo Poli a qualcuno che non l'avesse mai visto, direi di lui che la sua figura è quella di un giovinetto esile: ignoro la sua età, ma ho l'idea che comunque resterà sempre come un esile giovinetto; che il suo linguaggio è un puro toscano; che i suoi spettacoli sono, in genere, parodie di romanzi o di commedie dell'Ottocento, o del primo Novecento, inframmezzate da canzoni; che quando canta alza nell'aria le sue lunghe braccia snodate e le mani fini e soavi, assomigliando a una bella ragazza, o a un cigno, o a un fiore dall'altissimo stelo; che suscita ilarità con la grazia, in un tempo in cui la comicità sembra poter nascere soltanto su note stridenti e odiose, da volti e gesti scomposti e ripugnanti. Lui è comico restando sé stesso, conservando i suoi tratti lindi e gentili. Non c'è tuttavia nulla di lezioso o vezzoso nella sua grazia: non c'è in lui nessuna civetteria, e nessuna timidezza, nei confronti della realtà. La sua grazia sembra rispondere a un'armonia intima, sembra sprigionarsi da un'intima e lucidissima intelligenza. Fra i suoi molteplici volti nascosti, c'è essenzialmente quello d'un soave, ben educato e diabolico genio del male: è un lupo in pelli di agnello, e nelle sue farse sono parodiati insieme gli agnelli e i lupi, la crudeltà efferata e la casta e savia innocenza.[3]
  • [Sull'elezione del 7° Presidente della Repubblica Italiana] Se venisse per esempio Norberto Bobbio alla presidenza della Repubblica, ne sarei veramente felice. Ma poiché mi viene chiesto quale sarebbe, riguardo alla scelta del Presidente, il mio personale e vivissimo desiderio, rispondo con questi due nomi, Vittorio Foa e Umberto Terracini. Penso che nell'uno e nell'altro si radunino le qualità che ho detto, l'esperienza del carcere lunga e acerba, la libertà di giudizio e il rigore morale e civile, una conoscenza lucidissima e presente della realtà attuale, e che tali qualità regnino in loro in una forma incontrovertibile, visibile a tutti e luminosa.[4]
  • Ti auguro ogni bene possibile, e spero che tu sia felice, ammesso che la felicità esista. Io non credo che esista, ma gli altri lo credono, e non è detto che non abbiano ragione gli altri. (da Caro Michele)

Da Non togliete quel crocifisso: è il segno del dolore umano

l'Unità, 25 marzo 1988, p. 2

  • Se uno solo dei bambini lo volesse, dargli ascolto e ubbidire. A un bambino che desidera un crocifisso appeso al muro, nella sua classe, bisogna ubbidire. Il crocifisso in classe non può essere altro che l'espressione di un desiderio. I desideri, quando sono innocenti, vanno rispettati.
  • Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini, fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo «prima di Cristo» e «dopo Cristo». O vogliamo forse ora smettere di dire così?
  • Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager?
  • Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce, che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
  • Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per una loro fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c'è l'immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti.
  • Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere atei, laici, quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto «ama il prossimo come te stesso». Erano parole scritte già nell'Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell'indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l'esatto contrario del modo come oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando estremamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo così abituati a vedere quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte del muro. Ma se ci avviene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: «Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati». Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti.
  • Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi, non farebbe che scacciare mercanti.
  • Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e ai non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere e il non credere vanno e vengono come le onde del mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. È tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.

La famiglia ManzoniModifica

IncipitModifica

Giulia Beccaria aveva i capelli rossi e gli occhi verdi. Nacque a Milano nel 1762. Suo padre era Cesare Beccaria e sua madre era figlia d'un colonnello. Il matrimonio era stato aspramente contrastato. I due avevano difficoltà di denaro, ma vissero sempre in maniera dispendiosa.

CitazioniModifica

  • Giulia era molto bella, robusta, intelligente e di carattere forte. Subito ebbe violenti contrasti col padre. Poi s'innamorò di Giovanni Verri, fratello di Pietro, cavaliere di Malta, uomo sfaccendato, elegante, dai tratti femminei. Però di un matrimonio fra i due non era il caso di parlare. (p. 8)
  • Don Pietro Manzoni viveva con sette sorelle nubili, una delle quali ex monaca, e aveva un fratello Monsignore, canonico del Duomo. Giulia fu subito molto infelice. Litigava col marito e le cognate si mostravano ostili. La casa sui Navigli era brutta, piccola, umida e buia. Il marito le sembrava una misera persona, senza impegno, senza grandi ricchezze e senza prestigio. Era conservatore e clericale e lei aveva respirato, sia nella casa paterna sia nella famiglia Verri, idee nuove e libere. S'annoiava perdutamente. (p. 8)
  • Carlo Imbonati era di famiglia ricca e nobile. Ragazzo, aveva avuto come precettore Parini. Adulto, soggiornò lungo tempo all'estero. Era appena tornato in Italia quando lui e Giulia s'incontrarono. Diventarono amanti. Giulia prontamente decise di separarsi dal marito. L'amore le aveva dato forza e chiarezza. (p. 9)
  • Don Pietro Manzoni fece allora un tentativo per trattenere a sé la moglie. Per il fatto ch'egli non apparteneva all'alta nobiltà, essa lo disprezzava; egli allora convinse i fratelli a muovere un'istanza per essere ammessi nel libro d'oro del patriziato. L'istanza fu respinta. Il rifiuto comunque gli giunse quando Giulia già se n'era andata di casa. La separazione fu accordata dal giudice, nel febbraio 1792; Don Pietro Manzoni s'impegnava a versare alla moglie duemila lire al trimestre; Giulia era tenuta a trasferirsi presso il suo zio materno, Michele de Blasco, il quale era tornato indietro dal Sudamerica; nulla veniva detto riguardo al bambino, ed era perciò inteso che restava affidato alla tutela del padre legittimo. Giulia accompagnò il bambino a Merate, nel collegio dei Padri Somaschi, e qui lo lasciò. (p. 10)
  • Sophie de Condorcet era allora sui trent'anni. Era bruna, con la carnagione olivastra. Aveva avuto un'esistenza ricca di vicende. Suo marito, marchese Condorcet, filosofo e matematico, era girondino; caduti i girondini nel 1792, lo cercavano per arrestarlo; si nascose in una casa di contadini; la moglie veniva a trovarlo vestita da contadina, e intanto aveva chiesto il divorzio, per salvare i beni confiscati. Poi Condorcet tentò di fuggire, fu preso, e s'avvelenò con lo stramonio; aveva avuto lo stramonio da un amico medico, Pierre Cabanis. (p. 12)
  • Vedova, Sophie per mantenere la figlia, la sorella e una vecchia governante, andava ogni giorno alle carceri e faceva il ritratto ai condannati alla ghigliottina. Riebbe in parte i beni confiscati. Conobbe Claude Fauriel un giorno mentre passeggiava per il Jardin des Plantes; amavano la botanica entrambi. Essa lo soffiò a Madame de Staël, con la quale egli aveva una relazione in quel periodo. Rimasero comunque amici, Madame de Staël e Fauriel. (p. 12)
  • Fauriel era un filologo. Era nato in un villaggio delle Cevenne, Saint-Étienne, da una famiglia modesta. Fece gli studi a Tournon. Nel 1793, fu nominato luogotenente di un battaglione di fanteria. Durante il Direttorio, si ritirò a Saint-Étienne e studiò il greco, il latino e il turco. Tornato a Parigi, essendo amico di Fouché divenne suo segretario e ispettore di polizia. Come funzionario di polizia, era estremamente attento alle necessità del prossimo, sensibile alle disgrazie del prossimo e rapido nel soccorrerle. Diede le dimissioni quando fu sul punto di far carriera. Non aveva ambizioni e quando stava per raggiungere un grado troppo alto, prontamente si dimitteva. Era, disse di lui Sainte-Beuve, un eterno dimissionario. (p. 12)
  • Era l'uomo più bello di Parigi, disse di lui Stendhal. Era alto e bruno, con labbra grosse e tumide, lineamenti forti e marcati, occhi tristi e pensosi. Sentiva fortemente l'amicizia. S'appassionava agli argomenti che i suoi amici studiavano e li studiava a sua volta. Era dotato della facoltà di ascoltare e tutti gli si confidavano. Ebbe molti amici: Cabanis, Madame de Staël, Benjamin Constant; più tardi, Manzoni. (p. 13)
  • Sophie de Condorcet visse con lui vent'anni, ma non volle sposarlo, perché egli non era nobile e apparteneva a una classe inferiore alla sua. Sarebbe stata una mésalliance. C'era stata la rivoluzione e Sophie de Condorcet era persona per molti aspetti spregiudicata, ma rimase incrostata nella sua mente l'idea che si sarebbe umiliata sposando un uomo di origine umile. Molti anni dopo, quando Sophie de Condorcet morì, Fauriel venne respinto e disprezzato dai parenti di lei, con i quali per tanto tempo era vissuto in stretta intimità. Essi lo lasciarono solo. (p. 13)
  • Carlo Imbonati aveva fatto testamento, anni prima, a Milano, quando lui e Giulia stavano partendo per la Francia. Alla sua morte il testamento venne aperto, a Milano, davanti a un notaio, e comunicato a Giulia, che non s'era mossa da Parigi. Il contenuto del testamento lei già lo conosceva, perché Imbonati a suo tempo glielo aveva detto; non ne conosceva le parole. Quattordici legati erano a favore dei parenti di lui e delle persone di casa; il resto del patrimonio era destinato a Giulia. (p. 14)
  • Di Enrichetta Blondel giovane c'è un ritratto con il velo nuziale. ha un viso rotondo e infantile, dai tratti miti e incerti. Era nata nel 1791 a Casirate d'Adda, in provincia di Bergamo. Il padre si chiamava Francesco Blondel, la madre, Maria Mariton. Il padre era svizzero, la madre della Linguadoca. Erano calvinisti. (p.23)
  • Enrichetta era piccola, bionda, graziosa, con le ciglie bionde. Aveva modi sottomessi e modesti e parlava poco. A Giulia sembrò la nuora ideale, quella che aveva a lungo formulato nell'imemginazione. Le sembrò perfetta. Pareva essere stata creata per insinuarsi nel loro paesaggio, mitemente e armoniosamente. (p. 23)
  • Enrichetta e Alessandro si sposarono a Milano nel febbraio del 1808. Si sposarono con il rito calvinista. Per sposarsi con il rito cattolico, egli avrebbe dovuto chiedere la dispensa, essendo lei di religione diversa nonostante il battesimo. Ma aveva fretta e quella dispensa trascurò di chiederla. Scrisse a Fauriel che i preti si erano rifiutati di celebrare il suo matrimonio a causa della differenza di culto. (p. 24)
  • Rimpatriato a Genova nel 1805, l'abate Degola vi si fermò. Aveva con sé i due figli della signora Geymüller. Teofilo si convertì nel 1806; Luca, il più giovane, due anni dopo. La madre risiedeva a Parigi. Enrichetta la conobbe, anche da lei sentì parlare dell'abate Degola; e chiese d'incontrarlo, quando fosse venuto in Francia. (p. 26)
  • Enrichetta aveva visto una prima volta l'abate Degola nell'autunno del 1809: egli era venuto a Parigi perché lo avevano invitato a Port-Royal. Nella primavera del 1810, ebbero inizio i suoi colloqui con l'abate. Manzoni volle assistervi, rimanendo in silenzio. (p. 28)
  • L'abate Degola era un prete giansenista di Genova, allora sui cinquant'anni. Nel 1801, a Parigi, aveva preso parte al secondo Concilio; e qui aveva stretto amicizia con il vescovo Grégoire, a cui prestò aiuto nella compilazione degli Annali di Religione. Fra il 1804 e il 1805, fece con Grégoire un viaggio, visitò l'Inghilterra, l'Olanda, la Germania e la Prussia; ad Amburgo apprese che la Liguria era stata da Napoleone unita all'Impero e mandò una protesta contro quest'atto. Fondò, a Genova, con l'amico padre Assarotti, un istituto per sordomuti. (p. 26)
  • Convulsionario era anche Degola: e questo, probabilmente, creò fra Manzoni e Degola una reciproca comprensione. (p. 29)
  • Il canonico Luigi Tosi era nato a Busto Arsizio nel 1763. Era, come Degola, giansenista. Non aveva grande ingegno, era uomo limitato e modesto; ma aveva un'alta coscienza dei propri doveri di prete e un grande calore umano. (pp. 32-33)
  • Al canonico Tosi sempre cuoceva il fatto che Manzoni avesse lasciato l'Italia, che non avesse portato a termine La morale cattolica, e che negli ultimi tempi avesse pensato unicamente a quella sua tragedia, Il conte di Carmagnola. Poiché a Parigi viveva l'abate Lamennais, sperò che andasse a conoscerlo. Così anche desiderava che andasse a conoscere il vescovo Grégoire. Dell'abate Lamennais, Manzoni aveva tradotto in parte, anni prima, un'opera, Saggio sull'indifferenza in materia di fede. Il canonico Tosi scrisse all'abate Lamennais parlandogli di Manzoni. Gli mandò La morale cattolica, di cui era uscito il primo volume. L'abate Lamennais, in una lettera di risposta al canonico, si espresse su La morale cattolica in termini lusinghieri. (pp. 50-51)
  • L'esistenza di Enrichetta trascorse fra questi quattro punti cardinali: il matrimonio, la maternità, la malattia, la fede. Non ebbe mai grandi svaghi, né molte amicizie; scriveva qualche volta a Rosa Somis, a Torino, o a Carlotta de Blasco, una cugina di Giulia, figlia di Michele de Blasco, zio di Giulia per parte materna. A loro raccontava piccole minuzie domestiche, i malanni delle signore del vicinato, i malesseri delle sue gravidanze, i salassi, e i progressi dei suoi bambini. Quando voleva confidarsi a qualcuno, scriveva all'abate Degola. Le era caro anche il canonico Tosi, ma Degola fu e rimase la sua vera guida spirituale. (p. 40)
  • Nel 1823, il canonico Tosi fu nominato vescovo a Pavia; Li lasciò. «È inutile ch'io le ridica quanto viva sia rimasta la memoria di Lei nella nostra famiglia, – Manzoni gli scrisse. – ... Non avrei ardito di richiederle ch'Ella mi scriva qualche volta nei pochi momenti che le rimarranno dalle sue occupazioni; ma poi ch'Ella si è degnata di prometterlo, ritengo questa promessa con la più vera riconoscenza.» (p. 69)
  • I disegni di Hayez non parvero soddisfacenti. Fu chiamato il francese Boulanger. Nemmeno di disegni di Boulanger furono giudicati con favore. Poi d'Azeglio venne con un certo pittore Gonin. I disegni di Gonin, Manzoni li trovò bellissimi. Egli iniziò a scrivere a Gonin quasi giornalmente. «Mio caro Gonin». Furono fatti venire da Parigi degli incisori. Fu messa in piedi una piccola tipografia in via San Pietro dell'Orto. (pp. 167-168)

Le piccole virtùModifica

CitazioniModifica

  • Per quanto riguarda l'educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l'indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l'astuzia, ma la schiettezza e l'amore alla verità; non la diplomazia, ma l'amore al prossimo e l'abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere. Di solito invece facciamo il contrario: ci affrettiamo a insegnare il rispetto per le piccole virtù, fondando su di esse tutto il nostro sistema educativo. (p. 121)
  • L'Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l'incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l'intelligenza, come un vivido sangue. È un'intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d'un ingannevole, e forse insensato, conforto. (p. 41)
  • E ci sono poi tutte le cose che si fanno per non dover parlare: alcuni passano le serate addormentati in una sala di proiezioni, con al fianco la donna alla quale, cosi, non sono tenuti a dover parlare; alcuni imparano a giocare a bridge; alcuni fanno l'amore, che si può fare anche senza parole. Di solito si dice che queste cose si fanno per ingannare il tempo: in verità si fanno per ingannare il silenzio. (p. 93)

Lessico famigliareModifica

IncipitModifica

Nella mia casa paterna, quand'ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: – Non fate malagrazie!
Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate potacci!
Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire.
Diceva: – Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi!
E diceva: – Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste a una table d'hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via.

CitazioniModifica

  • – Come vorrei essere un re fanciullo – diceva mia madre con un sospiro e un sorriso, perché le cose che più la seducevano al mondo erano la potenza e l'infanzia, ma le amava combinate insieme, così che la seconda mitigasse la prima con la sua grazia, e la prima arricchisse la seconda di autonomia e di prestigio.
  • Il fascismo non aveva l'aria di finire presto. Anzi non aveva l'aria di finire mai. Erano stati uccisi, a Bagnole de l'Orne, i fratelli Rosselli. Torino, da anni, era piena di ebrei tedeschi, fuggiti dalla Germania. Anche mio padre ne aveva alcuni, nel suo laboratorio, come assistenti. Erano dei senza patria. Forse, tra poco, saremmo stati anche noi dei senza patria, costretti a girare da un paese all'altro, da una questura all'altra, senza più lavoro né radici, né famiglia, né case. (p. 126)
  • Il suo parlare correva sul filo d'una ricerca disinteressata, pura e del tutto destituita di scopo. Ma usava far defluire alla casa editrice una parte di ciò che aveva appreso, come chi, cacando per pura necessità di cacare, è tuttavia consapevole di concimare un campo.
  • Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall'infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze, i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno. [Riferito ad Adriano Olivetti] (p. 164)
  • Lo incontrai a Roma per la strada, un giorno, durante l'occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio, sembrava. [Riferito ad Adriano Olivetti] (p. 163)
  • Fra questi amici ce n'era uno che si chiamava Olivetti, e io ricordo la prima volta che entrò in casa nostra, vestito da soldato perché faceva in quel tempo il servizio militare. Adriano aveva allora la barba, una barba incolta e ricciuta, di un colore fulvo; aveva lunghi capelli biondo fulvi, che si arricciolavano sulla nuca ed era grasso e pallido. La divisa militare gli cadeva male sulle spalle, che erano grasse e tonde; e non ho mai visto una persona, in panni grigio verdi e con pistola alla cintola, più goffa e meno marziale di lui. Aveva un'aria molto malinconica, forse perché non gli piaceva niente fare il soldato; era timido e silenzioso, ma quando parlava, parlava allora a lungo e a voce bassissima, e diceva cose confuse ed oscure, fissando il vuoto con i piccoli occhi celesti, che erano insieme freddi e sognanti. [Riferito ad Adriano Olivetti]
  • Ma l'errore comune era sempre credere che tutto si potesse trasformare in poesia e parole. Ne conseguì un disgusto di poesia e parole, così forte che incluse anche la vera poesia e le vere parole, per cui alla fine ognuno tacque, impietrito di noia e di nausea. Era necessario tornare a scegliere le parole, a scrutarle per sentire se erano false o vere, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano soltanto le effimere radici della comune illusione. Era dunque necessario, se uno scriveva, tornare ad assumere il proprio mestiere che aveva, nella generale ubriachezza, dimenticato. E il tempo che seguì fu come il tempo che segue l'ubriachezza, e che è di nausea, di languore e di tedio; e tutti si sentirono, in un modo o nell'altro, ingannati e traditi: sia quelli che abitavano la realtà, sia quelli che possedevano, o credevano di possedere, i mezzi per raccontarla. Così ciascuno riprese, solo e malcontento, la sua strada.
  • Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: "Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna" o "De cosa spussa l'acido solfidrico", per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti piú diversi della terra, quando uno di noi dirà — egregio signor Lippman — e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: "Finitela con questa storia! L'ho sentita già tante di quelle volte!". (p. 20)
  • [...] lui [Cesare Pavese], della politica, «se ne infischiava». (1963, p. 125)
  • Leone [Ginzburg], la sua passione vera era la politica. Tuttavia aveva, oltre a questa vocazione essenziale, altre appassionate vocazioni, la poesia, la filologia e la storia. (1963, p. 126)
  • [...] la vecchiaia, che è starsene ripiegati in disparte piangendo lo sfacelo del passato. (1963, p. 164)
  • Era, il dopoguerra, un tempo in cui tutti pensavano d'essere dei poeti, e tutti pensavano d'essere dei politici; tutti s'immaginavano che si potesse e si dovesse anzi far poesia di tutto, dopo tanti anni in cui era sembrato che il mondo fosse ammutolito e pietrificato e la realtà era stata guardata come di là da un vetro, in una vitrea, cristallina e muta immobilità. Romanzieri e poeti avevano, negli anni del fascismo, digiunato, non essendovi intorno molte parole che fosse consentito usare; e i pochi che ancora avevano usato parole le avevano scelte con ogni cura nel magro patrimonio di briciole che ancora restava. Nel tempo del fascismo, i poeti s'erano trovati ad esprimere solo il mondo arido, chiuso e sibillino dei sogni. Ora c'erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano; perciò quegli antichi digiunatori si diedero a vendemmiarvi con delizia. E la vendemmia fu generale, perché tutti ebbero l'idea di prendervi parte; e si determinò una confusione di linguaggio fra poesia e politica, le quali erano apparse mescolate insieme. Ma poi avvenne che la realtà si rivelò complessa e segreta, indecifrabile e oscura non meno che il mondo dei sogni; e si rivelò ancora situata di là dal vetro, e l'illusione di aver spezzato quel vetro si rivelò effimera. Cosí molti si ritrassero presto sconfortati e scorati; e ripiombarono in un amaro digiuno e in un profondo silenzio. Cosí il dopoguerra fu triste, pieno di sconforto dopo le allegre vendemmie dei primi tempi. Molti si appartarono e si isolarono di nuovo o nel mondo dei loro sogni, o in un lavoro qualsiasi che fruttasse da vivere, un lavoro assunto a caso e in fretta, e che sembrava piccolo e grigio dopo tanto clamore; e comunque tutti scordarono quella breve, illusoria compartecipazione alla vita del prossimo. Certo, per molti anni, nessuno fece piú il proprio mestiere, ma tutti credettero di poterne e doverne fare mille altri insieme; e passò del tempo prima che ciascuno riprendesse sulle sue spalle il proprio mestiere e ne accettasse il peso e la quotidiana fatica, e la quotidiana solitudine, che è l'unico mezzo che noi abbiamo di partecipare alla vita del prossimo, perduto e stretto in una solitudine uguale. (1963, pp. 165–166)
  • Palermino Palermino | sei più bello di Torino.[5]
  • Pavese commetteva errori piú gravi dei nostri. Perché i nostri errori erano generati da impulso, imprudenza, stupidità e candore; e invece gli errori di Pavese nascevano dalla prudenza, dall'astuzia, dal calcolo e dall'intelligenza. Nulla è pericoloso come questa sorta di errori. Possono essere, come lo furono per lui, mortali; perché dalle strade che si sbagliano per astuzia, è difficile ritornare. Gli errori che si commettono per astuzia, ci avviluppano strettamente: l'astuzia mette in noi radici piú ferme che non l'avventatezza o l'imprudenza: come sciogliersi da quei legami cosí tenaci, cosí stretti, cosí profondi? La prudenza, il calcolo, l'astuzia hanno il volto della ragione: il volto, la voce amara della ragione, che argomenta con i suoi argomenti infallibili, ai quali non c'è nulla da rispondere, non c'è che assentire. (1963, pp. 198–199)

Mai devi domandarmiModifica

  • [...] è estinta o si sta estinguendo la stirpe dei padri. Da tempo orfani, noi generiamo degli orfani, essendo stati incapaci di diventare noi stessi dei padri [...]. (p. 102)
  • [...] il nostro malcostume ci porta a chiedere all'amicizia, o anche a un semplice sorriso di cortesia, non già il vero ma un nostro immediato vantaggio. (pp. 103–104)
  • [...] ogni essere ha la fortuna che il suo spirito chiede [...]. (p. 130)
  • Essere capiti vuol dire essere presi e accettati per quello che siamo. (p. 149)
  • La vecchiaia vorrà dire in noi, essenzialmente, la fine dello stupore. Perderemo la facoltà sia di stupirci, sia di stupire gli altri. Noi non ci meraviglieremo più di niente, avendo passato la nostra vita a meravigliarci di tutto; e gli altri non si meraviglieranno di noi, sia perché ci hanno già visto fare e dire stranezze, sia perché non guarderanno più dalla nostra parte. [...] L'incapacità di stupirsi e la consapevolezza di non destare stupore farà sì che noi penetreremo a poco a poco nel regno della noia. La vecchiaia s'annoia ed è noiosa: la noia genera noia, propaga noia intorno come la seppia propaga l'inchiostro. Noi così ci prepareremo ad essere assieme e la seppia e l'inchiostro: il mare intorno a noi si tingerà di nero e quel nero saremo noi: proprio noi che il colore nero della noia l'abbiamo odiato e rifuggito tutta la vita. Fra le cose che ancora ci stupiscono c'è questo: la nostra sostanziale indifferenza nel sottostare a un simile nuovo stato. Tale indifferenza è provocata dal fatto che a poco a poco veniamo cadendo nell'immobilità della pietra. (da La vecchiaia[6])

Incipit di alcune opereModifica

Caro MicheleModifica

Una donna che si chiamava Adriana si alzò nella sua casa nuova. Nevicava. Quel giorno era il suo compleanno. Aveva quarantatré anni. La casa era in aperta campagna. In distanza si vedeva il paese, situato su una collinetta. Il paese era a due chilometri. La città era a quindici chilometri. Essa abitava da dieci giorni in quella casa. Infilò una vestaglia di velo color tabacco. Cacciò i piedi lunghi e magri in un paio di pantofole color tabacco, slabbrate, con un bordo di pelo bianco molto frusto e sudicio. Scese in cucina e si fece una tazza di orzo Bimbo, e ci inzuppò diversi biscotti.

È stato cosìModifica

Gli ho detto: – Dimmi la verità, – e ha detto: – Quale verità, – e disegnava in fretta qualcosa nel suo taccuino e m'ha mostrato cos'era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto.
Gli ho sparato negli occhi.
M'aveva detto di preparargli il termos per il viaggio. Sono andata in cucina e ho fatto il tè, ci ho messo il latte e lo zucchero e l'ho versato nel termos, ho avvitato per bene il bicchierino e poi sono tornata nello studio. Allora m'ha mostrato il disegno e ho preso la rivoltella nel cassetto del suo scrittoio e gli ho sparato. Gli ho sparato negli occhi.

La città e la casaModifica

Mio caro Ferruccio,

stamattina ho fatto il biglietto. Parto il 30 di novembre, fra un mese e quindici giorni. Una settimana fa ho spedito i miei tre bauli. Ci sono dentro dei libri, dei vestiti e delle camicie. Quando arrivano, fammi una telefonata. So bene che tu alle lettere preferisci il telefono. Io il contrario.

La strada che va in cittàModifica

Il Nini abitava con noi fin da quando ero piccolo. Era il figlio d'un cugino di mio padre. Non aveva più i genitori ed avrebbe dovuto vivere col nonno, ma il nonno lo picchiava con una scopa e lui scappava e veniva da noi. Finché il nonno morì e allora gli dissero che poteva stare sempre a casa.

Le voci della seraModifica

Avevo accompagnato mia madre dal dottore; e tornavamo a casa, per il sentiero che costeggia il bosco del generale Sartorio, poi l'alto muro muschioso di villa Bottiglia.</> Era ottobre, cominciava a far freddo; nel paese alle nostre spalle s'erano accesi i primi lampioni, e il globo azzurro dell'Albergo Concordia rischiarava d'una luce vitrea la piazza deserta.

SagittarioModifica

Mia madre aveva comprato una casa in un sobborgo della città. Era una casetta a due piani, cintata d'un giardino incolto e umido. Di là dal giardino c'erano degli orti di cavoli, e di là dagli orti i binari della ferrovia. Il giardino, in quel mese d'ottobre, era tutto tappezzato di foglie fradice.

Tutti i nostri ieriModifica

Il ritratto della madre era appeso nella stanza da pranzo: una donna seduta, con un cappello a piume e un lungo viso stanco e spaventato. Era sempre stata di salute debole, soffriva di vertigini e di batticuore e quattro figli erano stati troppi per lei. Era morta poco dopo la nascita di Anna.

ValentinoModifica

Abitavo con mio padre, mia madre e mio fratello in un piccolo alloggio del centro. Avevamo la vita dura e non si sapeva mai come pagare l'affitto. Mio padre era un maestro di scuola a riposo e mia madre dava lezioni di piano: bisognava aiutare un po' mia sorella ch'era sposata con un rappresentante di commercio e aveva tre figli e non ce la faceva a andare avanti; e bisognava mantenere mio fratello agli studi e mio padre credeva che sarebbe diventato un grand'uomo. Io andavo alle magistrali e nelle ore libere davo qualche ripetizione ai bambini della portinaia: la portinaia aveva dei parenti in campagna e ci ripagava in castagne, mele e patate.

Citazioni su Natalia GinzburgModifica

  • Il filone cui la Ginzburg tende è quello della narrativa tutta occhio, tutta episodio, tutta tacita simpatia umana, il grande filone che collega Maupassant a Cechov, e arriva alla Mansfield. (Italo Calvino)

NoteModifica

  1. Da un intervento alla Camera dei Deputati, 15 marzo 1989.
  2. Dalla Prefazione a Lev Tolstoj, Anna Karenina, Einaudi, 1993, p. VII.
  3. Da Nella farsa con soavità, La Stampa, 4 gennaio 1970, p. 3.
  4. Da Per me, dico, Terracini o Foa, La Stampa, 23 giugno 1978.
  5. Citato in Natalia il destino scritto in una strada di Palermo, Repubblica.it, 14 marzo 2004.
  6. Citato in Massimo Mantellini, La traiettoria dell'imbecille, ilPost.it, 11 giugno 2015.

BibliografiaModifica

  • Natalia Ginzburg, Caro Michele, CDE, Milano, 1973.
  • Natalia Ginzburg, È stato così (1947), Einaudi, Torino.
  • Natalia Ginzburg, La città e la casa, Einaudi, Torino, 1984.
  • Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni, Einaudi, Torino, 1983. ISBN 88-06-05551-8
  • Natalia Ginzburg, La strada che va in città, Einaudi, Torino, 1984.
  • Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino, stampa 1972, ISBN 88-06-33027-6
  • Natalia Ginzburg, Le voci della sera, Einaudi, Torino, 1984.
  • Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, introduzione di Cesare Garboli, Einaudi, Torino, 1963. ISBN 8806174290
  • Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, Torino, 2005. ISBN 9788806174293
  • Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi, Garzanti, Milano, 1970.
  • Natalia Ginzburg, Sagittario, in Cinque romanzi brevi e altri racconti, Einaudi, Torino, 1993. ISBN 88-06-13315-2
  • Natalia Ginzburg, Tutti i nostri ieri, Einaudi, Torino, 1980.
  • Natalia Ginzburg, Valentino, Einaudi, Torino, 1978.

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OpereModifica

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