Ion Heliade Rădulescu

poeta rumeno

Ion Heliade-Rădulescu (1802 – 1872), poeta rumeno.

Ion Heliade-Rădulescu

La Dacia e la Romania

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Incipit

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La Valacchia, la Moldavia con la Bessarabia e la Bucovina, la Transilvania, il Banato di Temesvar e una parte dell'Ungheria, avevano nell'antichità il nome di Scizia europea; poi furono chiamate Dacia o Davia.

Citazioni

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  • I Daci costituivano un popolo prode, semplice e geloso delle sue libertà, buoni saettatori e buoni cavalieri; per la maggior parte pastori o nomadi, come gli odierni Mocani. Zalmose fu il loro legislatore, istituì loro costumanze e feste, fece credere loro nell'unità di Dio e nell'immortalità dell'anima. (p. 1)
  • I Daci, secondo le istituzioni di Zalmose, erano divisi in quattro classi: le famiglie dei principi o reali; i preti, ai quali non erano permesso di ammogliarsi; i vecchi, dai quali si formava il Senato; e il popolo in generale, dal quale si eleggevano le tre prime classi. (p. 2)
  • I Daci erano molto ricchi; ma essi avevano in orrore il lusso, che consideravano come un vizio degli stranieri; e il vino lo abborrivano per principio religioso. (p. 4)
  • Boirebiste distrusse la vite in Dacia, esercitò i Daci alle armi, li disciplinò e li riorganò; per questi prudenti mezzi egli pervenne a sottomettere al suo regno questi i popoli di qua dal Danubio, a sterminare dalla Pannonia i popoli di stirpe gallica, che si chiamavano Boi, e dai quali forse prese il suo nome la Boemia, a sottomettere i Galli di qua e di là dal Danubio, e a dominare molte città elleniche del mar Nero. (p. 6)
  • Orole, o per indurre i Daci a unirsi più strettamente, o per distorli da un sì ardito disegno, si servì del linguaggio dei simboli, che è naturale e molto espressivo presso i popoli primitivi. Fece portare dinanzi ai Daci due cani che non potevano soffrirsi l'un l'altro, e quando essi assalivansi con più rabbia, ordinò che fosse lasciato libero un lupo. I cani, tosto che lo videro, ristettero dall'azzuffarsi, e presero ambidue a cacciarlo. Orole disse allora ai Daci: «Cessate le contese civili; poiché se noi ci mostreremo ai Romani in piccolo numero, essi lasceranno le loro contese e si azzufferanno con noi. Se non siamo tutti uniti lasciamo i nostri nemici combattere tra di loro.» (p. 7)
  • Domiziano fu uno dei più crudeli e sfrenati imperatori di Roma, e persecutore dei primi cristiani; il suo nome è posto accanto a quello di Nerone. (p. 10)
  • Lungi dal biasimare Decebalo, noi troviamo in lui un alto sentimento; poiché grande è quel principe di una nazione, il quale non soffre il giogo che opprime coloro che lo hanno eletto loro capo. L'oppressione, l'ingiustizia e il ratto non possono certamente essere tollerati. Decebalo sentiva che il suo dovere verso se stesso e verso il popolo era di scuotere il giogo romano; e Traiano non sarebbe stato così grande se non avesse avuto un avversario così grande e formidabile quale era Decebalo. (pp. 13-14)
  • La lingua rustica romana, o i dialetti dei popoli italiani, furono introdotti in Dacia, e si conservano fino ad oggi quali erano nei primi tempi. Ma i romani trovando nella Dacia oggetti locali, sconosciuti in Italia, come, prodotti, vestiti, strumenti, e adottandoli pel loro uso, adottarono pure il nome che i Daci avevano dato loro. Perciò si trovano nell'odierna lingua rumena dei vocaboli che non sono né latini, né greci moderni, né slavi, né di qualunque altro popolo vicino; tali vocaboli se indicano oggetti locali della Dacia, ci danno tutto il diritto di affermare che vi sono dei residui della lingua indigena, il che gli uomini sapienti dell'Europa non vogliono ancora affermare. Molti vogliono dimostrare che i Daci erano di stirpe slava, e che i Rumeni di oggi sono popoli prodotti dal miscuglio dei Romani coi Daci; e che per conseguenza noi siamo Romano-Slavi. Ma i Rumeni sono romani quali sono gl'Italiani, quantunque questi si fossero mischiati ad altre genti vicine, come i Greci sono Elleni, come gli Ungheri sono Magiari, quantunque si fossero essi uniti co'Germani, con gli Slavi e co'Rumeni. Quando si parla di stirpe, di popoli e di nazione, s'intende l'elemento dominante nella lingua, nel carattere, nel diritto di governare e di fare leggi. Perché altrimenti la natura non conosce che uomini. (pp. 17-18)
  • I Daci rimasero con le loro usanze, coi loro costumi, coi loro mestieri, e perché gli antichi autori dicono che i Daci erano piuttosto pastori, è probabile che i Mocani d'oggidì siano discendenti dei Daci rifuggiti nei monti e nelle spelonche; soprattutto perché il loro vestire ci rammenta i costumi dei Daci che si vedono rappresentati sulla colonna di Traiano. I Mocani portano ordinariamente la berretta frigia, la sarica ed il cappuccio; la loro arte è la pastorizia; e gli agricoltori rumeni ancora oggidì non s'imparentano volenterosamente con loro. (p. 18)
  • Fra le armi dei Daci si vedono la lancia e l'alabarda; la loro spada si trova d'ordinario incurvata in sopra ed in dentro come la falce. Lo scudo, l'arco e la fionda sono in provenienza scitica; i loro elmi imitano la forma dei berretti frigi. Siccome dalla testa si può distinguere un uomo dall'altro, e così pure nei vestiti dal berretto si può meglio ritrovare l'origine di un popolo, se egli conserva ancora gli abiti primitivi. Lo stendardo dei Daci era di forma quadrata, come gli stendardi delle chiese orientali; e rappresentavano un drago volante. (p. 20)
  • La già repubblica romana, perdendo la semplicità e le virtù che fecero la sua grandezza, cadde snervata sotto l'impero, e il despotismo e la corruzione giunsero al colmo. La crudeltà dei patrizi verso gli schiavi e dei creditori verso i loro debitori; il diritto del patrizio sulla vita dello schiavo, e del creditore di vendere il suo debitore, l'inumanità dell'usura; gli anfiteatri scandalosi nei quali si gittavano gli uomini per lottare colle fiere, e per essere da quelle divorati; erano queste tutte cagioni per cui i popoli spaventati, aspettavano un liberatore. A questo si aggiungevano ancora i bagni di sangue umano che le donne patrizie si permettevano, credendo di mantenere così in migliore stato la salute, o per abbellir la loro pelle; lo spettacolo di vedere filosofi, matematici, retori, poeti, artisti, uomini scienziati venduti e comprati come schiavi, per formare con le loro scuole, licei, nei quali s'istruivano fanciulli comprati, di ambi i sessi, per poterli poi vendere con gran prezzo come architetti, professori, istrioni, cortigiani, meretrici; il diritto del più forte sul più debole; il diritto sovrano dell'imperatore sopra ogni suddito, sia schiavo, sia plebeo, sia cittadino, sia patrizio. In tutte le nazioni soggiogate, dal palazzo fino alla capanna, e fino ai limiti dell'impero, regnava il terrorismo e l'orrore. (pp. 21-22)
  • Se si considerasse la forza della Dacia al tempo in cui Roma imperiale era snervata e tributaria di Decebalo, non può supporsi altro, se non che le legioni le quali invasero la Dacia fossero veramente scelte nell'esercito romano, comandate dai migliori generali, e quegli eroi non potevano essere complici snervati del despotismo. Tutto quello che fu di più eroico e di più forte venne in Dacia per conquistarla, colonizzarla, e difenderla più tardi. (pp. 23-24)
  • Nessun imperatore non assoggettò colle armi tanti popoli stranieri, quanti ne sottomise Tito colla sua mansuetudine e colle sue virtù. (p. 26)
  • Niente lega gli uomini tanto strettamente quanto la Verità e la Virtù. Tito fu pietoso e pieno di bontà; e Marco Aurelio era istruito e vero filosofo, cioè amico della sapienza. Egli seppe ammirare ed imitare Tito, ed insieme colla virtù e colla scienza riuniva il coraggio ed il genio degli eroi, de'numi e dei grandi capitani, come pure l'arte o le qualità dei grandi amministratori. (p. 26)
  • Commodo, dopo la morte di suo padre, salì sul trono in età molto giovanile. Egli era stato educato a riconoscere ed apprezzare le arti e le scienze: ma corrotto dai cortigiani adulatori, che sempre circondano i principi giovani ed inesperti, egli lasciò il governo nelle mani di costoro, e si occupà, come dilettante, a mostrarsi sul teatro sotto il sembiante di Apollo colla lira, negli anfiteatri come atleta o gladiatore, a caccia come Diana ed Apollo. Senza essere forse di natura tiranno, egli lasciò l'impero nelle mani dei tirannelli che sono gli adulatori e gl'intriganti delle corti, e si abbandonò nelle braccia delle dissolutezze, e di tutte le comodità della vita. (p. 28)
  • L'impero romano designato da Cesare, cominciò con Augusto; ma con la morte di Marco Aurelio, andò declinando. (p. 28)
  • Eliogabalo regnò come un fanciullo sfrenato e misero, commise tutte le inumanità; l'eccesso della sfrenatezza lo fece divenire il modello di tutti i giovani sfrenati. Egli non poteva regnare a lungo, perché, se non lo avessero ucciso i malcontenti, sarebbe stato ucciso dai suoi stessi vizi, come accade sempre ai giovani sfrenati. (p. 30)
  • I Romani della Dacia, pieni delle credenze e delle speranze rigeneratrici, avvezzi ad innalzare il principio della libertà fino al domma, tosto o tardi hanno cercato di fare quello che nel secolo passato fecero gl'Inglesi colonizzati nell'America Settentrionale, scotendo il giogo di Albione. Il Franklin della Rumenia fu il duce Sava, più l'eroismo di soffrire il martirio per la libertà della sua patria e per la legge di Cristo. Belle pagine della storia dei nostri avi! (p. 36)
  • I Romani della Dacia, divenendo Cristiani, furono soprannominati Goti, Geti... ed essi si contentavano di questo nome solo perché li distingueva dagli altri Romani; come anche oggidì gl'Inglesi degli Stati Uniti si compiacciono chiamarsi Americani, abbandonando il nome d'Inglesi. (p. 36)
  • La Grecia ha la sua storia, perché i suoi avvenimenti furono scritti dai poeti e dagli storici; per la stessa ragione anche Roma ha la sua storia, e se la Chiesa ha scritto le biografie dei più grandi e santi uomini della Rumenia, persisteremo noi a dire che il principio della nostra storia è oscuro e sconosciuto? (p. 40)
  • Mentre il faraonismo, restaurato e rinnovato nella Roma dei Cesari, ardì profanare la divinità, incarnandola nei più immondi e mostruosi individui degl'imperatori e faceva tremare il mondo intiero, dal patrizio al plebeo, dalle madri dei Cesari a quelle degli schiavi; dalla storia della Chiesa rileviamo che il primo popolo che ebbe il coraggio e la forza di scuotere il giogo del paganesimo cesareo, furono i Romani della Dacia. (p. 40)
  • Dal fondo degli altari la voce della Chiesa penetra nei vostri animi, o Rumeni, e vi mostra chiaro che nelle vostre vene scorre sangue di Apostoli, di Martiri e di grandi predicatori; sangue di eroi che difesero continuamente la loro legge e la Patria. La terra della Rumenia è impregnata e fecondata dal più sacro sangue dei vostri antenati. (pp. 41-42)
  • La luce non viene che dall'Oriente; da Occidente non vengono che tempeste e oscurità. (p. 52)
  • [Su Giustiniano I] Fu imperatore dotto, e occupato collo studio del diritto e delle leggi, nominò una commissione di dieci uomini dotti per radunare tutte le legislazioni romane, e formarne dei codici. Questi furono terminati, e fino ad oggi servono di base a tutte le leggi civili degli Stati inciviliti. (p. 53)
  • Giustiniano ebbe grandi e buone qualità, ma commise pure alcuni errori, tra i quali quello di lasciarsi ingannare da coloro che invidiavano Belisario. (p. 54)
  • I Rumeni o vincevano o battezzavano i pagani, ma il loro più grande male veniva da coloro che si dicevano Cristiani.
    All'Oriente i Cristiani degenerarono sotto la corruzione dell'Impero bizantino; e per quanto più degeneravano, tanto l'Islamismo si estendeva di più. (p. 64)
  • [Sulla prima crociata] Più di 300 mila uomini tra vari popoli dell'Europa, assicurati dai loro predicatori che Dio perdonerebbe i loro falli, presero le armi, si segnarono col segno della croce, e partirono verso Gerusalemme, devastando i paesi per dove passavano. Nei nostri paesi e nella Bulgaria essi non lasciarono dietro di loro che bestemmie e da per ogni dove furono ricevuti con ingiurie, come tutti i rivoluzionari, e battuti. (pp. 64-65)
  • A noi non piace essere fatalisti, né credere che gli avvenimenti sieno portati da un caso cieco e senza giudizio. I secondi, i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni ed i secoli si succedono senza interruzione, e similmente si succedono gli avvenimenti; ognuno ha la sua logica, la sua ragione di essere; ogni effetto ha la sua causa. (pp. 71-72)
  • Ancora fino ad oggi i Rumeni non si sono lasciati né si lasciano governare così facilmente da chiunque. L'origine del Rumeno sin dal principio lo rese pretensioso e le sue pretensioni giunsero anche in proverbio: Puoi portare il Rumeno tutta la giornata in sue spalle, e ancor si lagnerà di dolor di piedi. Vuol dire dunque che lo si deve portare anni ed anni in sulle spalle affinché egli riconoscesse il servizio fattogli. (p. 73)
  • La storia ci dice che da Traiano fino a Radu-Negru e fino a più tardi ancora i Rumeni non ebbero più pace, ma dovettero sempre soffrire le incursioni di tante genti, e per mantenersi indipendenti cercarono sempre o di sconfiggere o di convertire i Barbari. Per conseguenza le loro braccia e le loro armi si lasciarono sempre condurre dalla mente, e la loro mente fu sostenuta dalle armi. (p. 80)
  • Sotto Radu II cominciarono la propaganda del papato, e la tendenza verso l'introduzione dei titoli e dei privilegi feudali; e la sua morte ha grande importanza nella politica dei Rumeni gelosi della loro libertà e della loro religione. (p. 100)
  • [Su Radu II Chelul] Con questo principe termina la prima epoca della fondazione del nostro gran ducato, che fu un'epoca di creazione, di lotta e d'indipendenza. (p. 100)
  • Nel mentre l'Europa intera giaceva sotto il regime feudale e sotto il diritto pagano, Radu-Negru diede un modello di governo costituzionale, fondato sul diritto Mosaico e sulla carità evangelica. (p. 101)
  • Dan morì e dal suo cadavere uscirono i vermi del boiardismo, la nazione cominciò a dividersi in fazioni Boiardi e Ciocoi, gli uni conservatori delle usanze e delle libertà della nazione, e gli altri con innovazioni degli stranieri, colle usanze ora dei bizantini ora dei baroni feudali. (p. 101)
  • [Sulla Battaglia della Piana dei Merli] La battaglia fu sanguinosa e da ambe le parti perirono moltissimi; però la vittoria rimase ai Turchi. Allora un giovane boiardo dell'esercito cristiano, serbo, secondo alcuni, nome Milose Cobilovici, rumeno secondo altri e soprannominato Vitejescu (il prode), disperato, fece sembiante di essere un disertore, ed entrando nel campo turco, fu condotto dinanzi ad Amurat. Là il giovane eroe uccise il soldano e cadde egli stesso vittima assalito dalle guardie. (p. 104)
  • [Su Vlad II Dracul] Fu crudele in verità, ma giusto e buon soldato. (pp. 114-115)
  • Gli Elleni, da pagani divenendo cristiani e conservando la lingua ellenica, non solamente questa non li ricondusse al paganesimo, ma ancora spiegò loro il Cristianesimo e gli fece conservare la loro nazionalità. Così anche coi Rumeni, la lingua latina, come lingua colta e precisa, avrebbe potuto spiegare loro meglio l'ortodossia e impedire che la loro nazionalità si esponesse a gravi pericoli. La lingua schiavona invece, straniera, del tutto priva di classici autori, li fece molto indietreggiare. (p. 116)
  • [Su Vlad II Dracul] Vlad era uno dei più valorosi militi del suo tempo e sapeva come cominciare e continuare una guerra. (p. 119)
  • [Su Vlad II Dracul] Regnò 24 anni, da buon governatore, buon generale, difensore della religione contro il cattolicismo e difensore dei Rumeni contro la servitù. (p. 121)
  • Uniade fu un gran generale, ma come rinnegato combatté tanto i Rumeni quanto la religione ortodossa. Il suo esempio fu seguito da molti Rumeni della Transilvania fino al giorno d'oggi, i quali abbandonarono la loro religione e la loro nazionalità; perciò i Rumeni li chiamarono fino ad oggidì, non già Ungari, bensì Ungureni. (p. 122)
  • [Su Dan II di Valacchia] Fu un principe crudele e vendicativo, perciò fece morire tutti coloro che erano sospetti di essere del partito dei Dracu, in modo che si sdegnarono persino i Turchi contro la sua crudeltà. (p. 122)
  • [Su Vlad III di Valacchia] Uomo pieno di energia e di spirito vendicativo, avendo molto sofferto dalla parte dei Dani alleati e consanguinei coi cattolici; avendo a vendicare la morte di suo padre, quella dei boiardi conservatori delle istituzioni di Radu-Negru e di Mircea, nemico implacabile delle novazioni ed imitazioni secondo la feudalità cattolica dell'Ungheria e della Polonia, si determinò a sagrifichare insieme colla vita, il nome, l'onore e l'anima, solo per purgare il paese dalla grande gangrena. (p. 125)
  • [Su Vlad III di Valacchia] Giusto fino all'estremo si determinò di non perdonare più nulla. Giurò sul palo con tutto il fuoco dell'odio, come neppure un pietoso giurerebbe sulla croce. Sventurato il nemico della Patria, della religione e dei suoi disegni! lo aspetta il suo palo. (pp. 125-126)
  • [Su Vlad III di Valacchia] Organando il paese militarmente, punendo con rigore e con giustizia, non perdonando alcuna cattiva azione, come un secondo Dracone di Atene, applicando la pena di morte alla minima trascuranza delle leggi, per mezzo del terrore giunse a moralizzare il paese ed a stabilire la sicurezza pubblica. Ma se Vlad era terribile verso i Rumeni, pure non fuvvi mai una tigre che difendesse i suoi figli con più furore contro i nemici, di quel che difese Vlad V i Rumeni contro i Turchi e gli altri nemici tanto esterni quanto interni. (p. 126)
  • [Su Radu III il Bello] Si dice che costui fosse fratello di Vlad, ma vivendo coi Turchi aveva contrattato i loro abiti, e gli sarebbe piaciuto fare del paese un pascialato. Era quindi un candidato favorito dei Turchi perché aveva promesso di sottoporre loro il paese. (p. 129)
  • In quanto a Mattia nell'Ungheria e nella Transilvania, se come re d'Ungheria aveva interesse ad ingrandire questo regno colla perdita dei Rumeni di qua dai Carpazi, dove fu il suo sentimento di nazionalità verso quelli là? Nessun diritto politico per loro, eccetto se abbandonavano l'ortodossia, e per conseguenza la loro nazionalità. Per causa di questa persecuzione tutte le famiglie illustri rumene della Transilvania, divenendo cattoliche, sono oggidì considerate come famiglie ungare. Si glorifichi chi ha interesse con Giovanni e con Mattia Corvin, perché i Rumeni in generale non possono dir altro di loro che quel che possono dire i Greci di quelli tra loro che hanno abbracciato l'Islamismo e sono ora Pascià e Visiri. (pp. 130-131)
  • [Su Ștefan III cel Mare] Egli aveva visto molte cose e molte gli erano accadute; si era disilluso di tutti quelli che si dicevano Cristiani; ed alla sua morte lasciò per testamento a suo figlio Bogdan di non fare più assegnamento né sui Polacchi né sui Tedeschi, ma di cercare ad accordarsi in Oriente coi Turchi, che sono più tolletanti, più costanti e più primitivi; di cercare inoltre che il paese non perda né la sua autonomia né la sua religione; di combattere fino alla morte per questi due principi. (pp. 138-139)
  • [Su Bogdan III cel Orb] Non simigliò molto a suo padre. Volle anch'egli far guerre, però queste erano guerre per capricci e non per necessità di difesa. (p. 142)
  • Le guerre di Bogdan non ebbero il sigillo dell'eroismo paterno; contro i Turchi non iscambiò neppure una lancia. Il suo motto contro la Polonia era: «Amami se no, ti taglio»; mentre le sue guerre contro la Muntenia, e quelle della Muntenia contro la Moldavia possono assomigliarsi a quelle delle città italiane e greche dell'antichità. (p. 142)
  • Vlad V e Stefano V conservarono l'indipendenza dei paesi; i loro figli Rodolfo V e Bogdan III diedero principio alla sottomissione, ed erano davvero sottomessi. (p. 143)
  • [Su Ştefan IV di Moldavia] Somigliava molto al suo avolo Stefano il Grande, tanto nell'arte militare, quanto nella scelta delle opportunità per fare guerra. (p. 146)
  • Tutti gli uomini pervengono dal nulla alla grandezza, ma pervenuti si dicono sopra tutto quelli che giungono alla grandezza e non sanno mantenere la dignità della loro alta posizione. Pietro Rares cominciò bene, ma verso la fine della sua carriera cadde in uno stato più basso di quello di un pescatore. La sua condotta crudele verso il paese, la sua andata a Costantinopoli e la sua caduta sotto i piedi del sultano, come dice il cronista moldavo, la sua condotta spensierata nel suo secondo regno lo degradarono del tutto. (p. 151)
  • [Su Ilie II Rareș] Questo principe fu uno scandalo nella storia di ambi i paesi, un secondo Eliogabalo. (p. 151)
  • Il popolo rumeno era grande, purgato e santificato dal fuoco delle sofferenze; ed aveva bisogno solo di un uomo valoroso. Michele ebbe tutto il coraggio e tutta la prodezza voluta, capì il carattere della sua epoca, e non gli rimaneva altro che a prendere le dovute misure. (pp. 157-158)
  • Chi guarda Michele vede un uomo che, se non avesse potuto somigliare all'arcangelo Michele non sarebbe rimasto più basso di Lucifero. (p. 165)
  • Ecco le cause che portarono così rapidamente Michele sull'orlo del precipizio; non gli erano rimasti altri amici, fuorché i cortigiani, e dove non vi è virtù non vi è amicizia. (p. 173)
  • A Michele i contemporanei ed i posteri diedero il nome di Valoroso, ma non di Grande, perché non vi è grandezza dove non vi è giustizia e virtù. (p. 177)
  • Se alcuno comparasse la prodezza e le crudeltà di Vlad l'Impalatore con quelle di Michele il Bravo, vedrebbe che l'Impalatore fu crudo per purgare la Rumenia dai suoi esterni nemici, per moralizzarla, e perché la posterità trovasse, come trovò Michele, uomini liberi per difenderla. Michele fece tante battaglie e prodezze con uomini preparati dalle vecchie istituzioni, insoffiò terrore alla Turchia ed alla Transilvania, per dare alla fine, credendosi forte, un colpo alle vecchie istituzioni, e fare dal figlio di ogni soldato e di ogni contadino un servo della gleba. D'allora in poi la Rumenia non ebbe più soldati, ma mercenari stranieri. L'Impalatore preparò l'epoca di Michele, e questi preparò l'epoca dei Bei del Fanar. I principi che gli successero non si servirono più che di mercenari, finché, battuti dai Turchi, e lacerati dagli intrighi interni, diedero il regno in mano degli stranieri. (p. 178)
  • Mattia Bassarabo in un savio regno di 21 anni fece molto bene alla Rumenia; fondò scuole per la lingua rumena, la latina e l'ellenica; stabilì biblioteche; edificò monasteri ed ospedali; insomma salvò la nazionalità collo scacciare dal paese la lingua schiavona. Nel mentre la stampa era perseguitata in tutta l'Europa dai papisti come una invenzione infernale, Mattia l'introdusse in Rumenia, facendo stampare libri tradotti in lingua rumena. Oltre a ciò fece fare un codice di leggi, ed incoraggiò l'agricoltura ed il commercio. (p. 183)
  • Tutto quel che possiamo dire è che ogni rigenerazione ed ogni reintegrazione è preceduta da una crisi, e tutto quel che avvenne dal 1812 fino ad oggi non è che una crisi, la quale produrrà o la ricostituzione o la morte. (p. 207)
  • I Rumeni sostennero la religione ortodossa non solamente colle braccia e col sangue, ma anche cogli averi fondando monasteri e lasciando i figli e i discendenti in povertà. I Rumeni diedero asilo ai Greci dopo la presa di Costantinopoli dai Turchi, ed in Rumenia fu inalberato il primo stendardo della libertà greca. I Rumeni si diedero come modello per la rigenerazione dei popoli vicini d'Oriente. Ecco quale fu la loro missione: da repubblicani divennero cristiani, e cristianizzarono tante nazioni; conservarono il Cristianesimo primitivo, cioè la religione ortodossa, la difesero e la sostennero. Essere tutti ortodossi vuol dire essere forti per unione tra di loro e coi popoli d'Oriente oppressi. Coloro che li vogliono dividere per mezzo dell'unione col papa, non fanno che seminare la discordia e preparare la rovina. I Rumeni compirono la loro missione in 17 secoli, e se vi esiste una Porvvidenza, il loro avvenire sarà degno della loro alta missione che hanno esercitato per tanto tempo e con tanti sagrifizi. (pp. 207-208)

Explicit

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Il ministero passato presentò ai rappresentanti della nazione un progetto di legge per istabilire definitivamente le armi o le insegne del paese con sofismi ora di estetica che esso non provò mai, ora di scienza araldica che non conobbe mai, oquel che è peggio fece sembianza di non conoscere. Impedì che il sole, la luna e la stella del vespro riscaldassero ed illuminassero più l'animo della Rumenia, ed aggiunse una divisa del tutto eterogenea, e che non può stare insieme, e tanto meno nel centro dello stemma rumeno. L'esistenza dell'una è la morte dell'altra; e noi vogliamo che ambe vivano separate l'una dall'altra al loro posto rispettivo.
La scienza e i diritti dell'Araldica stessa non permettono tali sacrilegi. Siccome la Russia non può inalberare, per alleanza di famiglia, il suo stendardo sopra una cittadella o una terra prussiana, e viceversa la Prussia non può inalberare il suo sopra quelli della Russia, così neppure un emblema o una divisa prussiana può innestarsi impunita in quella della Rumenia. La croce dell'aquila divenne dal 1848 il supplizio di Aod.. ci fermiamo qui e terminiamo col detto della Chiesa: Diamo occasione ai savi e più savi diverranno.

Bibliografia

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