Gaetano Salvemini

storico, meridionalista, politico e antifascista italiano (1873-1957)

Gaetano Salvemini (1873 – 1957), storico e politico italiano.

Gaetano Salvemini

Citazioni di Gaetano Salvemini

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  • Colpire uniti, quando è il caso; marciar divisi sempre, ad ogni costo.[1]
  • Conobbi personalmente Giustino Fortunato non prima del 1909; e solo nel 1910 mi si rivelò in tutta la sua originalità e genialità il pensiero di quell'uomo singolare. Lo avessi conosciuto dieci anni prima, quanta maggiore ricchezza di informazioni e quanto minore ottimismo mi avrebbero accompagnato nel trattare una materia, che era da lui ben più profondamente conosciuta che da me.[2]
  • Giolitti odia sempre a morte Nitti: dice che è un ladro; vive troppo largamente per i suoi mezzi di insegnante universitario. Io credo che l'odio accechi Giolitti. Nitti non è uno stinco di santo. Ma nessuno ha mai potuto finora fargli in pubblico le accuse di disonestà che tutti gli fanno in privato. E i suoi guadagni di avvocato commercialista possono permettergli una vita che non è poi sardanapalesca.[3]
  • [Su Ettore Tolomei] Il boia del Tirolo [...] l'uomo che escogitò gli strumenti più raffinati per tormentare le minoranze nazionali in Italia. I suoi ammiratori gli attribuiscono il merito di aver 'creato' l'Alto Adige e lui accetta senza riserve quella gloria.[4]
  • Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale.[5]
  • Le parole non definite posseggono un fascino che manca alle parole il cui significato è chiaro.[6]
  • Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L'imparzialità è un sogno, la probità è un dovere.[7]
  • Non basta che l'idea federalista venga affermata nelle pagine di un libro; bisogna che diventi programma politico dei partiti democratici. Il federalismo è utile economicamente alle masse del Sud, politicamente ai democratici del Nord, moralmente a tutta l'Italia.[8]
  • Detestavo i fascisti ma non avevo fiducia negli antifascisti. Me ne stavo tra i miei libri, risoluto a non entrare più nella politica attiva. Ma quando Lui fu ucciso, io mi sentii in parte colpevole della sua morte. Lui aveva fatto il suo dovere: e per questo era stato ucciso. Io non avevo fatto il mio dovere: e per questo mi avevano lasciato stare. Se tutti avessimo fatto il nostro dovere, l'Italia non sarebbe stata calpestata, disonorata da una banda di assassini. Allora presi la mia decisione. Dovevo ritornare ad occupare il mio posto in battaglia. Ed ho fatto il possibile per attenuare in me il rimorso di non aver sempre fatto il mio dovere.[9]
  • Questo è il lato più atroce dell'insegnamento morale quale è impartito dai papi e dal clero: che esso sviluppa i lati vili della natura umana, avvezzandola a non sentire le proprie responsabilità, ma a mettere le decisioni finali nelle mani di un sacerdozio, che non dà il consiglio dell'amico, ma dà l'assoluzione o la condanna del giudice. È solo dopo essere vissuto in paesi protestanti, che io ho capito pienamente quale disastro morale sia per il nostro paese non il "cattolicismo" astratto che comprende 6666 forme di possibili cattolicismi, fra cui quelle di san Francesco e di Gasparone, di Savonarola e di Molina, di santa Caterina e di Alessandro VI, ma quella forma di "educazione morale," che il clero cattolico italiano dà al popolo italiano e che i papi vogliono sia sempre data al popolo italiano. È questa esperienza dei paesi protestanti che ha fatto di me non un anticlericale, ma un anticattolico: non darei mai il mio voto a leggi anticlericali (cioè che limitassero i diritti politici del clero cattolico o vietassero l'apostolato cattolico); ma se avrò un solo momento di vita nell'Italia liberata dai Goti, quell'ultimo momento di vita voglio dedicarlo, come individuo libero, alla lotta contro la fede cattolica. Se morirò avendo distrutto nel cuore di un solo italiano la fede nella Chiesa cattolica, se avrò educato un solo italiano a vedere nella Chiesa cattolica la pervertitrice sistematica della dignità umana, non sarò vissuto invano.[10]
  • Se dall'unità il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata: ha perduto la capitale, ha finito di essere il mercato del Mezzogiorno, è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone.[11]
  • Sopprimiamo la discussione, e non ci resterà che la scomunica (in mancanza del rogo), o il manganello, o il colpo alla nuca.[1]
  • Tra i fattori dell'avvenire esiste anche la nostra volontà, la nostra azione, la nostra testardaggine. Ciascuno di noi troverà nell'avvenire quel tanto che vi avrà messo di se stesso. E forse combinazioni di forze impensate moltiplicheranno fino a proporzioni incalcolabili quel tanto che ciascuno di noi avrà contribuito al processo della storia. Solo chi si arrende ai fatti compiuti non vi troverà nulla, perché non vi avrà messo nulla.[12]

Incipit di Il ministro della mala vita

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Quindici anni or sono Vito De Bellis era a Gioia del Colle direttore della banca Vito De Bellis & C. Dopo essere stato contabile in un molino e licenziato da quest'impiego non su propria domanda; dopo aver tenuto per breve tempo e con scarsa fortuna dei suoi creditori un negozio di tessuti, aveva fondato una società bancaria, a cui il Banco di Napoli dava i capitali, e lui l'ingegno. La banca fu l'albero della cuccagna per molti amici nullatenenti del direttore della medesima. Più d'uno straccione di Gioia del Colle ottenne allora dalla banca, contro semplici cambiali avallate da altri straccioni, somme vistosissime; e le impiegò a comprar terre sotto il nome della propria moglie. Un bel giorno la banca fu messa in liquidazione. Il Banco di Napoli ci rimise sette milioni. Ma intorno a Vito De Bellis i debitori non solvibili della ex-banca formarono una solida e fedele clientela, ottima base per una elezione politica.

Citazioni su Gaetano Salvemini

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  • Forse, come tutti i profeti, tocca a Salvemini la sorpresa di non veder bene il presente. L'idea è quasi sempre giusta, i mezzi sono a lui quasi sempre sbagliati. Ottimo umo di battaglia, non lo si vede al governo. Critico felice, sebbene talvolta troppo acerbo, è spesso inabile per troppa schiettezza e per il desiderio di non volere essere mai sospettato di un'ambizione o di un calcolo. Non è un temperamento politico, e tanto meno poi in un ambiente come il nostro. (Giuseppe Prezzolini)
  • Giolitti amministrò il flusso delle rimesse migratorie con un criterio tuttora sub judice: per Gaetano Salvemini, veemente accusatore del "ministro della malavita", ingrassò cinicamente il Nord a spese del Mezzogiorno, rendendo cronica e insolubile la "questione meridionale". (Paolo Pavolini)
  • In Salvemini parla spesso l'uomo del popolo, e sul popolo egli attira la nostra attenzione e le nostre speranze per il rinnovamento del paese. Le sue idee per il Mezzogiorno si concentrano soprattutto nel chiedere che il popolo venga lasciato a se stesso, senza corruzione elettorale, senza tortura e oppressione fiscale, senza protezionismo che lo rende schiavo del settentrione, senza l'intromissione di cattivi impiegati. Ma oltre questi mali, che dipendono dal governo di Roma, egli dipinge il male della piccola borghesia meridionale, loquace, oziosa, litigiosa, oppressiva, usuraia, proprio l'opposto del popolo paziente e lavoratore; la classe che, per non lavorare manualmente o nel commercio, per spagnolesca alterigia, invade l'Università di Napoli alla ricerca di un diploma per entrare nei pubblici impieghi. (Giuseppe Prezzolini)
  • Salvemini fino al suo ultimo respiro è stato fedele al suo temperamento fondamentalmente schietto ed onesto ed alle sue consuetudini di intransigenza morale. In fondo è questo il più degno epitaffio per un uomo politico, quali che possano essere i giudizi sugli animosi scontri provocati nella sua lunga battaglia personale. (Cesare Rossi)
  1. a b Da Italia scombinata, Einaudi.
  2. Da La mia autobiografia politica, Molfetta, 1873 – Sorrento, 1957.
  3. Da Scritti sul Fascismo, Feltrinelli, 1961, p. 141.
  4. Da Mussolini diplomatico (1922-1932), Éditions Contemporaines, Parigi, 1932 (La Pleiade, III); rist. Bari, Laterza, 1952.
  5. Da Memorie di un fuoriuscito, a cura di Gaetano Arfè, Feltrinelli, Milano, 1960.
  6. Da La Rivoluzione francese, 1788-1792, Feltrinelli.
  7. Dalla Prefazione a Mussolini diplomatico, Éditions Contemporaines, Parigi, 1932; nuova edizione Laterza, Bari, 1952.
  8. Da Critica Sociale, agosto-settembre 1900.
  9. Dalla lettera a Velia Matteotti (1926/1927); in Velia Titta Matteotti, Lettere a Giacomo, a cura di Stefano Caretti, Pisa, Nistri Lischi, 2000, p. 314.
  10. Dalla lettera a F. L. Ferrari, agosto 1930; in Opere, Feltrinelli, 1969, vol. 2, parte 3.
  11. Da Scritti sulla questione meridionale, 1896-1955, Einaudi, 1955, p. 115.
  12. Dalla prefazione a Oggi in Spagna domani in Italia di Carlo Rosselli, 1938. Citato in Raffaele Carcano, Adele Orioli, Uscire dal gregge, Luca Sossella editore, 2008, p. 269. ISBN 9788889829646

Bibliografia

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  • Gaetano Salvemini, Il ministro della mala vita: notizie e documenti sulle elezioni giolittiane nell'Italia meridionale; a cura di Sergio Bucchi; con una nota di Gaetano Arfé, Bollati Boringhieri, Torino, 2000. ISBN 88-339-1289-2

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