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L'ulivo sotto la neveModifica

IncipitModifica

Alla svolta della stradicciola che scendeva dalle pendici delle Alpi Marittime, la fanciulla scorse le case annerite del borgo vecchio di Ventimiglia, e l'abside romanica della chiesa di San Michele.
Allora compulsò l'orologino d'oro allacciato al polso e disse a se stessa: – Ho tempo per una preghiera.
Invece di infilare la strada di circonvallazione, entrò nelle strette e complicate viuzze, per girare di fianco al tempio ed entrarvi.
A quell'ora, l'unica navata era quasi deserta, e nella penombra raccolta tremolavano, allungandosi, gli aloni rossi di alcuni ceri accesi ai piedi di un grande Crocifisso.

CitazioniModifica

  • Vi sono segreti che non si possono confidare neppure all'amore. (p. 92)
  • Nulla è più forte di quello che viene dallo spirito. (p. 99)
  • Il bisogno è davvero, secondo il poeta,
    Tiranno signor
    de' miseri mortali
    .[1] (p. 146)

Primo VereModifica

IncipitModifica

C'era una volta... L'indefinito del tempo, messo al principio di una narrazione, crea una particolare malia a cui si abbandonano immediatamente popolo ed infanzia con fiducia gioiosa, perché quell'indefinito è proprio della loro natura incline a trasfigurare le cose e la vita nella meraviglia di una leggenda o di una fiaba.

La leggenda è del popolo, la fiaba è per il fanciullo: ma l'una e l'altra si somigliano fin quasi a identificarsi: infatti, i popoli nelle loro origini storiche e le creature nella loro infanzia vedono il mondo con lo stesso sguardo: par quasi che un prisma azzurro sia posto tra il loro occhio e quello che gli uomini adulti chiamano la Realtà.

CitazioniModifica

  • [...] la leggenda può servire alla storia e la fiaba alla vita: ma storia e vita non sono poi l'una continuazione dell'altra? (p. 9)
  • Gli antichi canti dei Veda, i grandi poemi del Mahâbhârata, del Ramâyana sono tutti tramati di mirabili fiabe, che forse, prima di assorgere alla maestà di poema, furono raccontate ai bambini. (p. 13)
  • Nelle favole di Esopo l'asino travestito da leone, la gallina che ritrova una perla, il lupo che fa strage dell'agnello innocente, gli animali convenuti alla caverna del leone, ed altre ancora hanno rispondenza nella simpatia per le bestie, nel desiderio del fantastico e dell'ignoto, propri all'infanzia. (p. 19)
  • [...] degno di nota nell'età imperiale di Roma è l'africano Lucio Apuleio di Madaura che nel suo Asino d'oro tesse cose talvolta immani e talora sublimi, per adulti, ma intorno ad una fiaba da ragazzi: e tutti i racconti posteriori di cavalli e di asini, si rifanno a quella fonte lontana. (p. 21)
  • [...] il sommo poeta latino fu considerato tôcco dalla grazia divina, circonfuso di luce, dotato di poteri soprannaturali, così da vivere, da apparire come un fantasma benefico dopo la morte. (p. 22)
  • La lampada accesa è il simbolo di Roma eterna, Virgilio ne è l'anima vigile e operante. (p. 23)
  • Care fiabe che commossero i popoli del tempo dei tempi, e che rallegrano, allorché volte in prosa, i ragazzi d'oggi. (p. 25)
  • L'affiorare della coscienza si fonde al rivelarsi delle cose. (p. 79)
  • «Io ero nato per fare il maestro di scuola a segno che quando vedo una stanza, quattro banchi e un tavolino, mi sento rimescolare!»
    Questa passione palpita in tutto il Romanzo d'un maestro, ne costituisce l'essenza pur attraverso la pittura dei più svariati tipi d'insegnanti, d'ispettori, di assessori, di scolari che ci sfilano davanti, secondo la maniera e il gusto dello scrittore: una moltitudine come nel volume Gli amici che egli rievoca «frugando in ogni angolo del nostro cuore». (p. 81)
  • A temperare l'asprezza di [...] giudizi sorge un poeta, Giovanni Cena: «Forse i deboli non si fortificano leggendo il Cuore, ma i forti diventano generosi. Non si raggiunge qualche efficacia nel combattere la crudeltà e l'egoismo che sono nella nostra natura, e che appaiono, malgrado la nostra viltà, nei fanciulli e negli adulti, se non eccitando insistentemente le nostre facoltà di emozione sociale, già così scarse, i nostri impulsi di tolleranza e di fratellanza». (p. 83)

Incipit di MadalèModifica

La fanciulla attraversò quasi di corsa il retroscena del Teatro della Fiera di Milano, evitando gli altri ammessi alla gara a quiz che si stava disputando, turbati dalla sua stessa angoscia di esordiente troppo presto sconfitta; infilò sale e scale come inseguita dalla voce del presentatore: «Mi spiace, signorina», e dagli applausi pietosi del pubblico. Si fermò appena all'aperto, sorreggendosi al muro, investita dall'aria fredda di marzo.

NoteModifica

  1. Giuseppe Parini, dall'ode Il bisogno, vv 1-2: Oh tiranno signore | De' miseri mortali.

BibliografiaModifica

  • Olga Visentini, L'ulivo sotto la neve, Editrice «La Sorgente», Milano, 1955.
  • Olga Visentini, Madalè, Malipiero, s.d.
  • Olga Visentini, Primo Vere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1961.

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