Luca Canali

latinista e scrittore italiano

Luca Canali (1925 – 2014), latinista, poeta e scrittore italiano.

DeliriDiscepole in sognoModifica

  • L'utopia da salvare è una rivoluzione | di giorni inventati, lo scarto beffardo | da un cupo corteo di protesta, | la fuga dei figli da padri | costretti all'ossequio, allo stampo, | nell'ombra di schemi coniati | dal nulla, l'alone di tedio | e disprezzo incapace persino di abbagli. (da Deliri)
  • Piuttosto che una sentenza | di morte s'infligga una sete | d'amore in un deserto di affetti. (da Deliri)
  • Spero di resistere alle mattutine | serenate della morte. (da Deliri)
  • Vi assolvo, fraterne canaglie, | in nome della vita, e inseguo tra le rughe | dei vostri cipigli il sembiante | dei fanciulli che foste – che fummo – in violenta | innocenza di affetti. (da Deliri)
  • Ai tuffi | del sangue sempre più rari, | si alternano fulminei | capricci del vizio presto | mutati in affetto | sublustre, in malinconica | ma mai tetra saggezza. (Eloisa, da Discepole in sogno)
  • L'ultimo nostro orgasmo | unanime esplose | al dire | epistemologia. (da Sara, in Discepole in sogno)
  • Non credere poi tanto | al mio male, so ancora trafiggere | fino all'elsa. (da Eloisa, in Discepole in sogno)
  • Sgonnellavi orgogliosa delle tue | terga. Riuscii | a spillarti farfalla ancora | ad ali tese nella mia bacheca | da collezione contro i poligami knock- | down cui sono votato. (da Serena, in Discepole in sogno)
  • Un'ombra di | smarrimento e di resa velava | i tuoi occhi mentre | mi cavalcavi selvaggia | e maliziosa, | ma solo in apparenza | vittoriosa. (da Domitilla, in Discepole in sogno)
  • Vorrei | lasciare alla tua esatta | generosità, alla tua calma | tensione, non orme | di gratitudine ma il dono d'una trepida | erezione. (da Floriana, in Discepole in sogno)

Svetonio "La lingua più affilata dell'antico Ovest". Le vite (indiscrete) di dodici CesariModifica

CitazioniModifica

  • Si narra che al momento del passaggio del fiume Rubicone, il quale segnava il confine fra la provincia Cisalpina e il territorio inviolabile dello Stato romano, avvenne un prodigio: apparve improvvisamente un uomo di bellezza e statura straordinarie che suonava il flauto. Erano accorsi a udirne la melodia pastori, soldati, trombettieri. Quel gigante, o quel fantasma, strappata la tromba a uno di essi, dette il segnale di battaglia e attraversò di slancio il fiume. Cesare, vinta l'esitazione, poiché anche i prodigi degli dei gli indicavano la strada – o così finse di credere – varcò il fiume con la famosa frase: «Il dado è tratto». Tutto l'esercito passò dietro di lui. Egli lo radunò in assemblea e, con le lagrime agli occhi e la veste strappata sul petto, ne invocò la fedeltà. (da Cesare, ppp. 24-25)
  • [Su Augusto] Fu nemico giurato della fretta e dell'inutile ostentazione di audacia. Suo motto preferito era: «Affréttati lentamente», con questa aggiunta: «Un condottiero prudente è meglio di uno temerario», oppure: «È fatto abbastanza presto ciò che è fatto abbastanza bene». Di quanti poi si esponevano a un grave pericolo per ottenere un piccolo vantaggio, diceva: «Sono simili a quegli sciocchi che pescano servendosi di ami d'oro perdendo i quali nessuna preda vale a compensarne il valore». (da Augusto, pp. 54-55)
  • [Su Tiberio] Rinunciò a ogni personale esercitazione con le armi e i cavalli, lasciò l'abbigliamento romano e si vestì alla greca, con sandali e mantello. In tale attitudine passò due anni, ora malvisto e disprezzato dagli abitanti dell'isola che abbatterono le sue immagini e statue presenti nel luogo. (da Tiberio, p. 81)
  • Dopo lunghi anni di ritiro gli fu concesso di tornare a Roma a patto che si disinteressasse della vita politica. Andò allora ad abitare all'Esquilino, il quartiere dei ricchi e dei nobili, presso i giardini di Mecenate. (da Tiberio, p. 81)
  • Galba ora non esitò più. Raccolse soldati quanti più poté, fece leva anche tra le popolazioni locali e tra i notabili di quella provincia. Inoltre, con spregiudicata astuzia, si procurò i ritratti di molti personaggi che erano stati fatti giustiziare da Nerone e li fece esporre, in odio all'imperatore, intorno a una tribuna da dove arringò la folla e il suo nuovo esercito. (da Galba, p. 175)
  • Appena giunsero messaggeri che annunziarono la morte di Nerone, Galba si mise in viaggio verso Roma. Qui giunto eliminò immediatamente il comandante dei pretoriani Ninfidio Sabino e altri personaggi legati al defunto e odiato imperatore. Fu preceduto da una fama di crudeltà e di avarizia. Aveva infatti punito le città che non si erano subito schierate dalla sua parte tassandole esosamente, e in alcune abbattendo le mura e giustiziando i loro capi insieme con le mogli e i figli. Aveva fatto anche fondere una corona d'oro offerta dai Taragonesi al tempio di Giove. Premiò un maggiordomo per la sua onestà e il suo zelo donandogli un piatto di lenticchie; a un flautista a lui particolarmente caro regalò cinque soldi. (da Galba, p. 176)
  • [Su Otone] In Senato affermò di essere stato quasi forzato ad assumere il supremo potere, giacché questa era la volontà delle legioni. Del resto egli cercò di rassicurare i senatori, affermando che ogni suo gesto sarebbe stato ispirato al rispetto della loro comune volontà. Ma la notte successiva all'assassinio di Galba, soffrì di terribili incubi, lo si udì lamentarsi nel sonno, e al mattino fu trovato disteso ai piedi del letto. Allora ordinò che si compissero numerosi riti di espiazione per riconciliarsi i Mani dell'imperatore ucciso e oltraggiato. (da Otone, p. 186)
  • [Su Otone] Allora pronunziò esattamente queste parole: «Aggiungiamo questa notte alla vita». Rinviò dunque il suicidio alla mattina seguente per adoprarsi a che a nessuno venisse fatto del male. Poi, lasciata spalancata la porta della sua stanza, ristoratosi bevendo acqua gelida e lasciando entrare chiunque lo desiderasse, saggiò sui polpastrelli la punta di due pugnali, scelse il più aguzzo e affilato, lo pose sotto il cuscino, e sdraiato sul letto dormì profondamente per tutta la notte. Destatosi all'alba, s'inferse un solo colpo mortale a sinistra del petto. Aveva trentotto anni. Era stato imperatore novantacinque giorni. (da Otone, p. 189)

Incipit di Augusto. Braccio violento della storiaModifica

"Ehi Agrippa, dormi? È quasi l'alba, fra poco sbarchiamo".
Seduto su un cerchio di corde, la testa fra i pugni, i gomiti puntati sulle ginocchia, e gli occhi semichiusi, Agrippa non dormiva. Anzi, a quel richiamo di Ottaviano, suo compagno di studi e di vita, sorrise scoprendo, fra labbra bruciate dal vento e dal sole di chi ha vissuto a lungo all'aria aperta, denti corti e saldi che cercavano invano di risplendere al chiaro di luna di quella notte del 15 aprile 44 a.C. Un mese esatto dall'assassinio di Cesare all'ingresso della Curia di Pompeo.

BibliografiaModifica

  • Luca Canali, Augusto. Braccio violento della storia, Bompiani, 2011. ISBN 9788845266966
  • Luca Canali, DeliriDiscepole in sogno, Poesia, n. 193, Crocetti Editore, aprile 2005.
  • Luca Canali, Svetonio "La lingua più affilata dell'antico Ovest". Le vite (indiscrete) di dodici Cesari, Piemme, Casale Monferrato (AL), 1997. ISBN 88-384-2870-0

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