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Franz Lenhart

pittore e disegnatore italo-austriaco

Citazioni di Franz LenhartModifica

  • [Sulla Secessione viennese] A causa dei miei studi accademici, io non sentii l'influenza della "Secession"[1], la quale era rappresentata da nomi famosi, ad esempio Klimt e Schiele, morti ambedue nel 1918. Schiele era un disegnatore formidabile. Cercava l'osceno. A volte collocava le modelle su un pianoforte a coda, con pose erotiche. Conobbi personalmente Kokoschka, un matto da legare, che aveva dieci anni più di me. Non c'erano buoni rapporti tra la scuola della "Kunstakademie", basata sulla tradizione, e la scuola della "Secession", che mirava a scardinare l'arte classica. [2]
  • [Sul debutto come cartellonista] Nel 1923, per caso. Un amico del Club che frequentavo a Merano mi chiese un bozzetto per il manifesto del Torneo Internazionale di Tennis. Lo feci e piacque. Poi, sempre a Merano, mi contattarono dei produttori di confetture che erano rimasti colpiti da alcuni miei ritratti di bambini che sembravano avere la pelle di pesca. Mi fu ordinato un bozzetto che finì sulle confezioni di marmellata. Ma il lancio vero e proprio avvenne a Cortina, meta delle mie sciate d'inverno e delle mie arrampicate (sempre in cordata, però) d'estate. Lì venni "scoperto" da due intraprendenti impresari napoletani – Fusco e Paduano – una coppia che aveva in mano l'intera "macchina" della propaganda ampezzana. Dopo alcuni apprezzati lavori, divenni per tutti Il biondo pittore delle dolomiti.[3]
  • [Sulla preminenza della figura femminile nei suoi manifesti] Perché la figura femminile cattura di più l'attenzione della gente. Riguardo alla mia passione per la figura femminile, le dirò che, per sciogliermi la mano, sovente disegno nudini. È un esercizio che consiglio a tutti i pittori perché equivale ai solfeggi del cantante e alle scale musicali del pianista.[4]
  • [Sul Giappone] Quando entrammo in porto la nostra nave, che ancora per qualche istante sembrava piccolissima, improvvisamente apparve come una enorme balena in un acquario. […] Il nostro capitano stava al timone della nave, che un tempo era appartenuta a suo padre, e ci raccontava tutto quello che sapeva, cercando di rispondere ad ogni nostro quesito. Io ero particolarmente interessato alle anziane signore che sedevano in una barca e al loro inusuale abbigliamento. Egli mi spiegò che il fazzoletto è un accessorio dell'abbigliamento da uomo e quelle che io avevo creduto anziane signore erano in realtà vecchi uomini in mare per la pesca. Il fazzoletto viene indossato nei modi più fantasiosi: in testa contro il freddo e la pioggia, a fascia sulla fronte contro il caldo. Tutti i lavoratori lo indossano al collo oppure, quando il caldo si fa insopportabile e si rinuncia ad ogni abbigliamento, ecco che il fazzoletto si trasforma in perizoma. Le grandi ditte commerciali donano quei fazzoletti col loro marchio come articolo da réclame: Birra-Kirin, Liquirizia Sen-Sen, il borotalco per bambini Banzai, e ancora le testate dei quotidiani, i biscotti di farina di riso, ecc.[5]

Tipi della Vecchia MeranoModifica

IncipitModifica

Ero un giovane insegnante, poco meno di 30 anni, quando giunsi a Merano per la prima volta. Quanti ricordi di quei tempi, quante emozioni! Molte di queste sensazioni le ho potute mettere nei dipinti che ho dedicato alla mia città. Fra i ricordi più cari, anche quelli, che ho fortunatamente conservato, dei personaggi tipici di quel tempo. I "tipi" di Merano, appunto.

CitazioniModifica

  • Il Gmeiner aveva un magnifico strumento a 12 corde, una chitarra unica nel suo genere per quei tempi. Aveva inoltre una splendida voce e gli ammiratori lo chiamavano "Knödeltenor". Girava per i vari caffè della città e del circondario, vestiva con un impeccabile costume tirolese che era chiamato "Kurze Wichs": pantaloni corti di cuoio, calze bianche sorrette da cordoncini viola, scarpe ricamate, camicia sempre bianca di vecchia fasson, aveva un fazzoletto rosso-viola, il cappello con le piume di gallo a due colori. (Da Il cantastorie, p. 8)
  • A Merano, dopo la prima guerra mondiale, esistevano ancora un'ottantina di confortevoli carrozzelle a due ruote grandi davanti ed una piccola dietro. Erano foderate in elegante velluto roso, avevano le pareti decorate con tarsie in legno prezioso. Su queste carrozzelle, le persone anziane o che avevano difficoltà a camminare si facevano spingere lungo le passeggiate da robusti facchini. [...] Alle ospiti di maggior riguardo, il direttore dell'Azienda di Soggiorno offriva di volta in volta una rosa, prima che il facchino desse la prima spinta alla carrozzella per la romantica passeggiata attraverso gli angoli più belli di Merano. (Da Le carrozelle di Tommele, p. 12)
  • C'era il tram a Merano. E c'era anche l'incaricato che doveva tenere pulite le rotaie dei tram. Era dotato di una speciale asta che passava sui binari. Una vecchia canzone, del cabaret viennese, lo chiamava "l'uomo delle pulizie delle fonditure delle rotaie dei tram". Era una figura simpatica e caratteristica. Usava ripetere, cantando, questa frase: "se mi hanno chiamato telegraficamente dall'estero, è perché la mia professione è di fama mondiale. Sono un ingegnere aziendale". E poi aggiungeva, mentre stava lavorando, un simpatico "Bem, berembem, bemben!". (Da L'ingegnere delle rotaie, p. 16)
  • Con il tram di Lana arrivava in piazza Teatro un omino tipico in costume meranese: era il Bretz'n-Lex. Aveva sulle spalle la gerla del pane fresco e sulla pancia un grande anello di filo di ferro con attaccati un centinaio di "Bretzln" croccanti che vendeva in piazza Teatro, in via delle Corse ed anche lungo i Portici. Suoi clienti erano sia i meranesi che gli ospiti. Ma l'omino entrava anche nelle varie osterie che sistemavano i “Bretzln” su appositi supporti in legno che erano sui vari tavoli. (Da L'omino dei "Bretzln", p. 22)
  • Quando passava l'asinello che trainava un carrettino con gli strumenti musicali, tutti sapevano che in giornata si sarebbe tenuto un concerto presso la "Wandelhalle". Ma la fama di questo simpatico animale era rimbalzata anche nel teatro civico dove, in quegli anni, si esibiva l'incantevole soubrette. "Io sono Resl – cantava l'artista – e questo è il mio asinello. Quando mi vuole salutare, raglia e fa così: I-ha,I-ha!" (Da L'asinello della musica, p. 28)
  • Per mantenere l'ordine sulla passeggiata c'era un responsabile. Era il signor Laudon che aveva lo stesso nome del vecchio generale austriaco. Considerava il suo mestiere come una vera e propria missione e s'era inventato una bella uniforme: quella dell'artiglieria austriaca. L'uniforme era di colore marron con le decorazioni da ufficiale. Il signor Laudon non perdeva una sola occasione per farsi rispettare e per mantenere l'ordine. Salutava con riverenza tutti. Agli ospiti più abituali si rivolgeva con un corretto saluto militare. (Da La guardia delle passeggiate, p. 30)
  • In piazza Teatro, proprio nel punto dove oggi un carrettino motorizzato vende i tradizionali Würstel, c'era un volt un omino pieno di fantasia che aveva realizzato uno “stand” davvero singolare per ricordare la propria, precedente attività. Il vecchio "Würstelmann", con il suo grembiule blu ed il berretto di ex-macchinista delle Ferrovie, si era costruito una locomotiva in miniatura con tanto di stufa a legna per riscaldare i saporiti Würstel […]. Il fantasioso ex-ferroviere aveva costruito una locomotiva con tutti i dettagli, tenendo ovviamente conto anche di quelle che erano le esigenze dei Würstel. I salamini avevano un odore talmente appetitoso all'angolo di piazza Teatro che nessuno poteva resistere a quel richiamo e alla curiosità di quella locomotiva che... fumava per cucinare i Würstel nel migliore dei modi. (Da L'uomo dei "Würstel", p. 32)
  • Di fronte al vecchio Municipio, che allora era decorato di bellissimi affreschi, aveva il suo “stand”, sotto un arco dei Portici, la signora Pattis. Era una donna sempre distinta, pur nella sua semplicità. Lavorava sia d'estate che d'inverno. Nella stagione fredda usava uno “scaldino” che teneva sotto le gonne. Pattis Klare vendeva di tutto: dai grembiuli alle caramelle, al formaggio di Marlengo. Aveva bastoni da passeggio, scope, carta da scrivere, brillantina per i capelli. Quando venne demolito il Municipio, per lasciare il posto all'attuale, bruttissimo palazzo, Pattis Klare spostò il suo punto-vendita in via Haller, nel cuore della città vecchia. Un bel (meglio dire: brutto) giorno sparì sia lo “stand” che la simpatica donna, autentica figura originale di Merano. (Da La Pattis Klare, p. 34)
  • Molti anni fa giunse da Vienna un tranquillo musicante che suonava l'organetto. Andava su e giù per i Portici ed allietava i giovani con le sue allegre melodie. Erano soprattutto le ragazze che restavano affascinate da quelle romantiche note che uscivano dall'organetto. Ora, probabilmente, è seduto su una nuvola rosa e continua ad allietare gli angeli con le sue melodie... (Da L'uomo dell'organetto, p. 38)
  • Dopo aver ballato sotto i Portici, i giovani meranesi per rinfrescarsi si dirigevano verso il ponte della Posta dove si era sistemato, con il suo triciclo, il primo gelataio meranese. Vendeva, a quel tempo, i "sorbetti" che continuarono a chiamarsi così fino a quando una discutibile decisione dello Stato ne modificò il nome contribuendo a cambiare, un po' alla volta, anche il gusto di chi amava il gelato. (Da Il gelataio, p. 40)
  • Il signor Jochberger era impiegato dell'azienda del gas. Munito di una lunga asta accendeva le caratteristiche lanterne lungo le strade e nei parchi della città che a quei tempi era ancora illuminata a gas. Gli innamorati quando vedevano arrivare il signor Jochberger sapevano che erano le 6 in punto e potevano quindi dosare le loro effusioni prima di lasciarsi. Quando l'illuminazione a gas fu sostituita con l'energia elettrica ed il signor Jochberger andò fatalmente in pensione, proprio gli innamorati furono i primi a comperarsi un orologio per essere informati dell'ora... (Da La luce di Jochberger, p. 44)
  • Il padre di un idraulico di Maia Alta andava, quando era giovane, con una gerla sulle spalle a vendere il legno resinoso che serviva per accendere i caminetti delle ville di lusso. Saliva fino all'alta Baviera per vendere questo raro tipo di legno. In deposito, in un albergo, aveva lasciato parte della sua preziosa merce ed anche la sua automobile. Che affari avrebbe fatto se si fosse presentato come un ricco commerciante? (Da Il commerciante di legno resinoso, p. 46)

ExplicitModifica

Ma come non ricordare quelle vecchiette che all'inizio dell'inverno si mettevano in piazza del Grano, in piazza del Duomo, vicino al ponte della Posta a vendere le castagne arrostite? Qualcuna è rimasta ancora oggi. Ma tanti anni fa la loro presenza era un fatto di costume. Quando si cominciavano a sentire gli odori inconfondibili dei marroni arrostiti, voleva proprio dire che quelle vecchiette avevano iniziato a lavorare. E significava anche che era giunto l'inverno. I clienti non mancavano. Si portavano via il sacchetto con le castagne che mangiavano piano piano. Finché restavano calde servivano anche per combattere il freddo alle mani.

Citazioni su Franz LenhartModifica

  • Ma la vera "trovata" cartellonistica di Lenhart consiste nell'assegnare alla donna il ruolo di testimonial degli svaghi montani. E che donna: bella, elegante e “nuova”, cioè fortemente rinnovata nelle sue classiche proporzioni grazie a un buon numero di centimetri in più distribuiti lungo le gambe (prefigurazione della top model di oggi?). Ed ecco il manifesto tipo: sullo sfondo le guglie dolomitiche, in primo piano una bellezza femminile che mette tutto il suo fascino al servizio dell'appeal del bozzetto, espressamente finalizzato – mai scordarlo – a "sedurre" lo "spettatore" e ad accendere in lui il desiderio di trascorrere una vacanza in montagna. Certo, è il gusto personale che fa iscrivere Lenhart al partito del rinnovamento, ma è anche vero che il suo passo modernista e l'impulso a tratteggiare donne slanciate trovano un naturale incoraggiamento nel supporto cartaceo: 70 centimetri di base per 100 centimetri di altezza il manifesto più diffuso, il cosiddetto "elefante". Ossia, le "misure" giuste per contenere donne con misure "superbe". [...] D'altronde, perché stupirsi: non ci aveva insegnato Marshall McLuhan che il medium è il messaggio? (Lillo Gullo)
  • Nel secondo dopoguerra, Lenhart volta le spalle al Pacifico e affronta l'oceano Atlantico: la "scoperta" dell'America è datata 1950. Grazie al suo multiforme talento, “il biondo pittore delle Dolomiti” non fatica a trovare estimatori che parlino inglese e portoghese: vive così una bohème di lusso tra i grattacieli di New York e la baia di Rio de Janeiro. Padrone indiscusso di generi e tecniche, è in Brasile, in particolare, che il vulcanico Lenhart si sbizzarisce a fissare su carnets ciò che più lo colpisce: ponti e passanti, palazzi e favelas, camerieri in livrea e ballerine in costume (poco costume). A proposito di ballerine, un aneddoto: abituate ad essere molestate dai maschi, alcune ballerine di San Paolo rimasero così colpite dal comportamento del “biondo pittore” che decisero di soprannominarlo "O Pintor Santo", il pittore santo. (Lillo Gullo)
  • Se poi lasciamo questo versante "astratto", decisamente coraggioso quando sia sviluppato nell'ambito del manifesto, per rientrare in un più accattivante linguaggio figurativo, constatiamo che anche qui i migliori cartellonisti del decennio non rinunciano allo spirito di una sintesi forzata: è l'occasione di elevare un peana al lavoratore, visto appunto come una "macchina" protesa nello sforzo, anche quando si concede al tempo libero dello sport o del turismo, di cui il regime è tenuto a farsi carico, come vuole il modello delle grandi dittature nazional-socialiste di quegli anni. Si veda in tal senso una splendida serie di contributi realizzati da F. Lenhart, che ci dà anche una specie di vocabolario dei piaceri "generosamente" orchestrati allora dal regione dominante: la partita a tennis, la gita sociale, in treno o in autobus, e infine il piacere allo stato puro, alquanto vizioso e dissipatorio, cioè l'elogio delle cartine per sigarette Modiano, affidato alla seduzione di una figura femminile redatta secondo canoni di moda anch'essi condotti con estrema essenzialità. (Renato Barilli)

NoteModifica

  1. La Secessione viennese. Cfr. voce su Wikipedia.
  2. Citato in Elio Baldessarelli, Lenhart, Casa Editrice Pötzelberger, Merano, 1989, p. 22
  3. Da Lillo Gullo, Franz Lenhart: il biondo pittore delle Dolomiti, citato in Le Dolomiti nei manifesti, a cura di Roberto Festi e Eugenio Manzato, Priuli & Verlucca Editori, Ivrea, 1990.
  4. Citato in Lillo Gullo, Pittura da re, Alto Adige, 31 agosto 1990.
  5. Citato in L'album giapponese di Franz Josef Lenhart. 1936-1937, a cura di Rosanna Pruccoli, Mairania 857, Merano, 2007 p. 39.

BibliografiaModifica

  • F. J. Lenhart, Alt-Meraner Typen – Tipi della Vecchia Merano, a cura di Ezio Danieli, Merano, 1988.
  • Conte di Savoia. La prima classe, Disegni originali di Franz Lenhart, Brochure compilata a cura dell'Ufficio Pubblicità “Italia”, Milano, 1932 – X.
  • Lido Venezia. Festeggiamenti 1929, Tavole e Vignette di F. Lenhart, Studio Editoriale Dolomiti, Cortina d'Ampezzo, 1929

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