Francesco Florimo

compositore, musicologo e bibliotecario italiano
Francesco Florimo

Francesco Florimo (1800 – 1888), compositore, musicologo e bibliotecario italiano.

Cenno storico sulla scuola musicale di NapoliModifica

IncipitModifica

La musica nel secolo decimosesto era qui in Napoli tuttavia bambina quando le arti del disegno si trovavano all'apogeo della loro grandezza. Quando queste cominciarono alquanto a decadere dal primiero splendore, surse la musica e si fece prontamente gigante, quasi per compensare l'eclissato splendore delle arti sorelle. L'immaginoso ingegno dei Napoletani e la versatilità del loro intelletto innalzò quest'arte a tanta gloria da averne il primato sopra ogni nazione. Nel secolo XVI furono aperti in questa città varii Istituti d'istruzione musicale che si è detto di sopra essere chiamati Conservatorii, dai quali uscirono molti valenti artisti; ma il primo che quei conservatorii fece salire a grande rinomanza fu il cavaliere Alessandro Scarlatti, che senza esitanza può dirsi il primo anello della catena dei grandi maestri della scuola di Napoli, la quale mai non sarà per terminare.

CitazioniModifica

  • Lulli di Firenze, invitato da Luigi XIV a Parigi, divenne il riformatore della musica francese, che tolse dalla scipitezza in cui era fino allora languita, spianando col suo genio la via a coloro che lo seguirono. (vol. I, Introduzione, p. 20)
  • Nel pubblicare le biografie di tutti i grandi maestri compositori educati nei nostri Conservatorii [di Napoli], sono stato alquanto in dubbio se vi si dovesse o pur no aver luogo quella del cav. Alessandro Scarlatti. Ma considerando che la musica va a lui di molto debitrice, ch'egli ne è stato il primo restauratore, ed il maestro da cui tutti gli altri possono dirsi derivati, mi è sembrato che il cav. Alessandro Scarlatti, anziché essere omesso, dovesse prima d'ogni altro venirvi compreso. (vol. I, p. 201)
  • Audace genio, [Alessandro Scarlatti] univa alla ricchezza ed all'arditezza dell'immaginazione un sapere esteso. Le sue modulazioni, spesso inattese e delle più ardite, erano sì ben preparate e disposte, che si rendevano di facile esecuzione per le voci e di piacevole e maraviglioso effetto a chi le ascoltava. (vol. I, p. 208)
  • Il Durante, freddo per temperamento e timido per carattere e per condizione sociale, sfornito del tutto di quell'ardimento drammatico, non compose mai pel teatro, e si dedicò quasi esclusivamente alle musiche di chiesa[1], e riuscì in quanto a renderle gravi, serie, maestose ed ispiranti devozione e raccoglimento, non ponendo niuna nota che avesse del teatrale, facendo sì che tutte per la chiarezza del concetto rivelassero la fermezza dei suoi sentimenti religiosi. (vol. I, p. 222)
  • [Francesco Durante] Il gusto puro ed il rispetto delle tradizioni sono il vero carattere del suo ingegno. Il suo stile è devoto, solenne, e qualche volta anche brillante, come composizione; e comunque nella sua musica vi sia poca immaginazione, con motivi comuni, semplici, e talora spinti sino al triviale, pure sono questi così bene concepiti, maneggiati con tanta arte e sapere, e sviluppati ed arricchiti di un'armonia così vigorosa e vibrata, che ne traeva effetti prodigiosi. (vol. I, p. 222)
  • Pergolesi è considerato come il rinnovatore della musica del suo tempo. Pieno di estro vivace, egli seppe maneggiare con incomparabile facilità lo stile forte ed armonioso nei ripieni delle voci, con accompagnamento strumentale, ma pur tuttavia melodico. Brillò per la novità delle idee, per la sublimità de' concetti, e per la naturalezza delle sue cantilene semplici e flessibili. I suoi pensieri sono espressivi, e ben distinta è l'unità del disegno, la vaghezza delle armonie, e lo squisito artifizio con cui sono orditi i tessuti. Diede movimento con andamento cantabile ai bassi, per lo addietro quasi sempre caminanti. Egli fu il primo che compose le arie con un accompagnamento strumentale diverso dalla cantilena dell'attore; ed egli il primo che fece parlare alla musica il linguaggio del cuore. (vol. I, pp. 249-250)
  • Chiamato dapprima Piccinni in Roma nel 1758, scrisse Alessandro nell'Indie. [...]. Due anni dopo, nel 1760, vi ritornò e compose la Cecchina, libretto tratto dal Goldoni, la più perfetta di tutte le opere buffe rappresentate sino a quel tempo, la quale eccitò un entusiasmo spinto sino al fanatismo. La Cecchina fu chiesta in tutt'i teatri d'Italia, e da per tutto ebbe lo stesso favorevolissimo incontro, e non vi è esempio di un successo più brillante nei fasti teatrali di quel tempo e più universalmente sostenuto. Le mode e le insegne dei caffè erano tutte alla Cecchina; in una bettola si vendeva il vino alla Cecchina; la casa Lepri acquistò una villa nelle vicinanze di Roma che chiamò Villa Cecchina; ed i ragazzi di strada non ripetevano da mattina a sera che le melodie della Cecchina[2]. (vol. I, p. 293)
  • Questi [Niccolò Piccinni] fu il primo che nel teatro buffo pensò a prolungare i finali degli atti in due ed in tre scene, che davano luogo a diversi ritmi, e perciò alla frequenza delle modulazioni secondo il carattere dei diversi personaggi; onde tutto ciò portava novità e cangiamento, vedendosi spesso passar dal tristo al lieto e dal buffo al serio. Novità fu questa che produsse gran sorpresa nell'azione, adottata poscia nelle commedie buffe di tutti i teatri d'Italia, la quale si riconosce dal solo Piccinni, che fece sentire per la prima volta nella Cecchina finali con cambiamenti di toni e movimenti che racchiudevano più scene. Questa idea originale, e la forma di questi finali in perfetto accordo colle situazioni sceniche immaginate dal Goldoni, furono principali cause del successo grandioso dell'opera. (vol. I, p. 295)
  • Dato il fatto per vero, [la necessità di una colletta per pagare i funerali di Nicola Porpora] è gran vergogna per la memoria di Farinelli e Caffarelli, i quali notando nelle ricchezze, lasciavan languire, il vecchio loro maestro negli orrori di un'estrema povertà. (vol. I, p. 375)
  • L'opinione generale intorno a lui [Nicola Porpora] è che fosse profondissimo nella teoria e nella pratica del contropunto, ma poco provveduto di genio inventore, perocché lo stile delle sue opere mancava di varietà. Carattere generale della sua musica era il grande ed il serio; ma per quanto fosse ammirevole nelle cantilene, che erano prodotti della sua profonda meditazione e della grand'arte che in grado eminente possedeva, altrettanto era stentato negli accompagnamenti. (vol. I, p. 375)
  • Nella sua gioventù [Nicola Porpora] avea molta gaiezza e viva e pronta la risposta; ma fatto vecchio era divenuto impaziente, abbandonandosi sempre ad eccessi di collera. Sovente era di cattivo umore, sempre burbero, non mancando spesso di dire disdicevoli cose, che tutti gli perdonavano in riguardo della sua vecchiezza, degli acciacchi di salute e di quella tale miseria. (vol. I, p. 375)
  • [...] gran dottrina e gran metodo dominano nelle composizioni del Porpora, senza che vi apparisca l'impronta del genio come in Pergolesi, Paisiello e Cimarosa. Con somma valentia trattava il declamato nel recitativo, e fu preso a modello da tutti del tempo suo per tal genere di musica e fu chiamato il Papà del recitativo, espressione usata dai Napoletani nel dialetto loro per denotare l'eccellenza di alcuno in qualche arte o branca di essa. (vol. I, pp. 375-376)
  • La musica del Duni era variata, naturale, pittoresca, ed aveva canti graziosi e soavi. La sua maniera di strumentare era debole e molto inferiore, non solo a Pergolesi, slanciatosi, come abbiamo indietro fatto notare, alle novità nel campo della sua fervida immaginazione, ma benanche a tutti i compositori suoi contemporanei. (vol. I, p. 383)
  • Nell'espressione drammatica spesso [Duni] mancava di energia, ma però mostrava gajezza e nel tempo stesso forza comica. Molti lo addebitavano di poco chiasso, ed egli rispondeva loro: Io desidero lunga vita al mio canto. Ciò nondimeno seppe fare nelle occorrenze delle arie quali la scena esigeva e la passione drammatica richiedeva. (vol. I, p. 383)
  • In Francia, poiché volle quasi lasciare indietro i precetti e le severe tradizioni del Durante, per ardere anche egli il suo granello d'incenso agli usi ed al gusto di quel paese, [Duni] scrisse delle operette assi frivoli e meschine, come colà si volevano in quel tempo, ed avvenne perciò che trasportò nell'opera comica francese alcuni modi che la scuola napolitana tollerava soltanto nel genere leggiero. Ciò gli fece molto torto sì cogl'intelligenti che con gli artisti, i quali consapevoli del suo merito e della sua valentia nell'arte, lo credevano e lo reputavano capace di ottenere gli stessi e forse molto più meritati successi nel genere più elevato. Ciò non pertanto rese un gran servizio ai musicisti francesi, che imitando questo cominciarono a scrivere più correttamente ed in uno stile migliore che fino allora non avevano fatto. (vol. I, p. 385)
  • A qualcuno piacque con poco accorgimento collocare Guglielmi tra i compositori di second'ordine, dicendo che aveva poco genio ed era molto inferiore ai suoi rivali Paisiello e Cimarosa. Gl'Italiani, che non debbonsi ritenere come ultimi in questa specie di giudizii, lo mettono a livello di quelli co' quali lottò per venti anni, e di cui parecchie volte riuscì vincitore. (vol. I, p. 402)
  • Guglielmi avea preso moglie molto giovine, ed ebbe otto figliuoli; ma per la famiglia mostrò un'indifferenza colpevole. Non solamente abbandonò la consorte, bella e giovine ancora, ma, trapassata costei, non si occupò né punto né poco della sorte dei suoi figli, raccolti caritatevolmente da un negoziante di Napoli suo antico amico, che prese cura di farli educare. Questo procedere, che fa poco onore alla sua fama, riesce anche più grave quando si conosce che non tralasciava di coltivare aliene relazioni che assorbivano quanto guadagnava con le sue opere, non meno che i ricchi donativi che da' sovrani riceveva. Nel tempo del suo soggiorno a Londra dissipò tutto per le sue favorite. (vol. I, pp. 403-404)
  • [...]; e se a Cimarosa non fu dato essere il riformatore della musica italiana, egli, prepotente ingegno, con Piccinni, Guglielmi e Paisiello costituì quel glorioso gruppo di sommi artisti che tanto decoro fruttò all'Italia e precorse l'epoca prossima di Rossini. (vol. I, p. 455)
  • L'Olimpia [di Carlo Conti, rappresentata al San Carlo di Napoli nel 1829] ebbe splendidissimo successo, ed è considerata come la migliore di tutte le sue composizioni teatrali per fattura, per ispontaneità di felici pensieri e per una forbita e bene intesa orchestrazione. Il gran finale di quest'opera è un pezzo degno di un gran maestro. Quivi tutto è grandioso, imponente: solenne il tempo che precede l'andante, l'andante stesso, il secondo tempo e la stretta; l'istrumentazione elaborata e ricercata; [...]. A sentimento di tutti l'Olimpia è l'opera che diede al Conti più rinomanza e lo mise a livello dei primi compositori di quel tempo, ricco per altro di begl'ingegni. (vol. II, p. 681)
  • I pregi della musica del Conti sono una scolastica perfezione; stile corretto e ricercato; idee spontanee e semplici, ma non originali; ragionato sempre ed esatto nell'espressione della parola, e dagl'intelligenti reputato inappuntabile nelle musiche sacre. Egli non praticò come Mercadante, Donizetti, Pacini, che cominciarono la loro carriera imitando Rossini, e poi a man a mano cercarono, chi più chi meno, di scostarsene, formandosi uno stile tutto proprio; invece rimase sempre fedele imitatore del gran Pesarese; ed ecco perché, come è detto sopra, la sua musica poco di nuovo offre, ma solo si trova correttamente scritta, bene elaborata, ottimamente disposte e concertate le voci, e conservando sempre l'unità di stile e di colorito, la verità del concetto, ed una forbita ed elegante maniera d'istrumentare senza esagerazioni di sorta od inconcludenti effetti di sonorità [...]. (vol. II, pp. 693-694)
  • Camminando sulle tracce del suo maestro Zingarelli[3], [Carlo Conti] ebbe inclinazione e buon gusto per le lettere, e la coltura di esse, non che la meritata fama di dotto maestro, gli procacciarono quella universale stima e rispetto che l'accompagnarono sino al sepolcro. Giammai però faceva pompa del suo sapere, e nell'elogiare gli altri maestri suoi emuli e colleghi, parlava il meno che poteva, ma sempre modestamente di se [...]. (vol. II, p. 694)
  • Bellini facendo risonare la sola corda elegiaca del dolore sulla sua lira, ha conquistato l'affetto di tutti i cuori sensibili; egli è il benvenuto d'ogni anima amante e sventurata, Per tal modo ha preso il suo posto d'onore sul trono della gloria, donde non potrebbe esser più smosso, se prima il cuore umano non fosse atrofizzato.
    Rossini poi prevale in questo, egli non ha trattato un genere solo, non ha commosso il cuore umano per un verso solo; e questo costituisce la sua preminenza su Bellini. Egli è stato grandissimo nella trattazione generale delle passioni, nessuna delle quali fu curata meno potentemente delle altre dal suo ingegno portentoso. L'arte musicale fu compresa da lui nella sua totalità; egli la modificò, l'innovò, le impose la legge: Bellini si accontentò a coltivare una faccia sola di quell'arte, ma fu la più intima, la più profonda, la più necessaria. Furono grandi entrambi, ma uno fu l'aquila, l'altro fu l'usignolo. (vol. II, pp. 783-784)
  • [...] pur troppo fra noi si vede sempre più progredire il mal vezzo di favorire le cose straniere alle proprie. Dobbiamo rispettare, anzi venerare sino all'adorazione il bello da qualunque parte ci venga, e questo lo abbiamo detto altre volte; ma non perciò tenere in non cale il bello che fra noi stessi sorge. E ciò debbe più particolarmente dirsi per la musica, della quale per tanto spazio di tempo maestra l'Italia, ora che mira d'intorno altre nazioni con lei rivaleggiare, dovrebbe maggiormente affrettarsi a produrre e proteggere i giovani ingegni che vede spuntare nel suo seno, e continuare a sostenere la sua rinomanza concatenando nuovi nomi a quelli di Rossini, Bellini, Donizetti, Mercadante, Ricci, Verdi, ed altri, se non di simile valore, che possano almeno a questi avvicinarsi. (vol. II, p. 1064-1065)
  • Giovanni Moretti conta ora 64 anni. Oltre ad essere stato piuttosto felice compositore di opere semiserie e buffe e castigato compositore di opere chiesastiche, esercita con lode anche la professione di maestro insegnante il contropunto ed il canto, ed a preferenza a coloro che vogliono dedicarsi alla carriera teatrale; ed intanto Giovanni Moretti dopo tanta operosità vive una vita mediocre e sempre appoggiandosi a nuovi lavori. Onde un tale stato di cose?... Bastantemente modesto, rinchiuso nella cerchia dei teatri di ordine inferiore in Napoli, contentandosi del poco, cioè di quanto basta a provvedere al presente, senza curarsi dell'indomani, non ha mai procurato di spingersi, di farsi valere, di mostrare tutto il suo ingegno ed il suo merito; e comeché non mai si farà a nulla dimandare, vogliamo sperare che nell'epoca di risorgimento in cui siamo, quantunque non molto favorevole per le belle arti, pure si abbia a cuore che quei maestri di merito che per un mezzo secolo diedero belle pruove del loro ingegno e percorsero una onorata carriera artistica, trovassero poi nella loro vecchiezza un pane onesto, onde finire i loro giorni, se non nell'agiatezza, non però nel bisogno. (vol. II, p. 1081)
  • La Delfina di Francia Principessa di Sassonia che amava molto la musica, desiderosa di sentire [Caffarelli] questo vero portento, che come tale tutti lo decantavano, lo fece venire a Parigi nel 1750. Ivi arrivato, cantò prima alla corte e dopo in molti concerti particolari, e quantunque contasse 47 anni, pure ebbe successo non meno entusiastico di quel che aveva altrove ottenuto. Luigi XV incaricò uno dei suoi ciambellani di regalarlo di qualche giojello. Il gentiluomo stimò conveniente inviargli per mezzo del suo segretario una superba tabacchiera d'oro da parte del Re: "E che, disse Caffarelli, in vedendola, il Re di Francia manda a me questa scatola?... Guardate (ed aprì il suo armadio), ecco trenta tabacchiere, la menoma delle quali vale assi di più di quella che venite a presentarmi." E restituendola, continuò a dire: "La riceverei volentieri, se almeno fosse adorna del ritratto del Re." – "Signore," alla sua volta prese a dire freddamente il segretario, "il Re di Francia non usa di far regalo del suo ritratto che solo agli ambasciatori[4]." Arditamente risposegli il Caffarelli: "Ebbene, che il Re li faccia cantare codesti signori: tutti gli ambasciatori del mondo riusciranno mai a fare un Caffarelli?" (vol. II, p. 2043-2044)
  • Gaetano Majorano detto Caffarelli morì nel suo feudo di Santo Dorato [...], colla riputazione di uno dei cantanti più sorprendenti d'Italia. La bellezza della sua voce in allora non poteva essere paragonata ad alcuna altra, tanto per l'estensione che per la forza dei suoni. Egli era valente egualmente nel canto largo che nei passaggi di gran difficoltà, ed eseguiva con una prodigiosa perfezione quasi inarrivabile il trillo e le scale cromatiche, le quali pretesero alcuni che fosse stato il primo che le avesse introdotte nell'arte del canto, e particolarmente nei movimenti rapidi. (vol. II, p. 2044-2045)
  • [Caffarelli] ... sonava benissimo il gravicembalo, leggeva qualunque musica a prima vista, e sovente altresì improvvisavane con buon successo. Sicché fu generale opinione che nella prima metà del secolo XVIII non vi furono che Farinelli e Gizziello che potessero stargli al paragone, quantunque il Farinelli pel complesso de' pregi che riuniva a preferenza de' suoi emuli, si fosse poi a più alta sfera elevato; ma però, più modesti, quelli seppero farsi perdonare la superiorità tra i loro rivali, mentre che Caffarelli, spesso indispettiva e sollevava contro di lui e pubblico ed artisti a causa del suo smodato orgoglio. Ne aveva a tal grado, che in mezzo alle sue fortune, si udiva spesse volte a dolersi che i posteri non avrebbero mai potuto comprendere quanto egli fosse stato grande e portentoso nell'arte del cantare. (vol. II, p. 2045)
  • Per vero, riesce difficile il conciliare la distinta nascita de' parenti dell'artista [Farinelli] con l'infame mercato ch'essi fecero della sua virilità, nella lontana speranza di assicurarsi una vistosa fortuna. Ma in quella trista epoca erano non solo tollerate, ma ancora permesse tali depravazioni, e non si mancava di trovare un pretesto qualunque onde giustificare la turpitudine del fatto. Una ferita, un morso di cignale, impossibile a guarirsi senza operare la castrazione, una caduta, come si disse di lui, che nella sua infanzia l'obbligò alla mutilazione ecc. ecc., insomma non vi era musico in quel tempo che non avesse potuto o saputo raccontare la sua piccola istoriella, che nel fondo si somigliavano tutte.
    Siccome l'evirazione non sempre apportava i buoni risultati che si desideravano, sovente avveniva che molti disgraziati perdevano la qualità d'uomo senza guadagnare una voce per divenire cantori. Farinelli fu tra i fortunatissimi, perché egli ebbe la più sorprendente voce di soprano che fosse mai esistita. (vol. II, pp. 2048-2049)
  • Farinelli era dotato di prudenza e di accorgimento. La sua condizione era delicata e difficile, e gli alti personaggi della corte erano gelosi dell'illimitato favore ch'egli godeva presso il sovrano, quantunque con loro si mostrasse umile e non abusasse mai del suo potere. Egli ebbe il dono della scelta nei suoi protetti, tanto che durante il suo lungo regno di favorito si procurò pochi nemici. Si raccontano di lui alcuni aneddoti, che, per mostrare la bontà del carattere e l'eccellenza del suo cuore, vale il pregio di riferire. Recandosi un giorno agli appartamenti del re, ove in tutte le ore aveva libero accesso, traversando un'anticamera intese a dire da un uffiziale delle guardie: "Gli onori piovono su di un miserabile istrione, ed io che servo da trent'anni non ottengo nulla." Farinelli con bel garbo fece presente al re, che qualche volta dimenticava gli uomini devoti al suo servizio, e gli fece segnare un brevetto di avanzamento, che uscendo dalle stanze del re consegnò all'uffiziale, dicendogli: "Io ho inteso a dire che servite da oltre trent'anni, ma avete torto di aggiungere che nulla otteneste." (vol. II, pp. 2056-2057)
  • Gioacchino Conti, soprannominato Gizziello, fu uno dei più grandi cantanti del secolo XVIII. [...]. Abbiamo dalle nostre tradizioni che una grave malattia sofferta quando era bambino, fu solo ed unico mezzo alla sua guarigione assoggettarlo all'evirazione. Qualcuno ha preteso che la troppa povertà dei suoi parenti gli avesse determinati a speculare sulla mutilazione del proprio figliuolo; ma qualunque sia stata la vera e positiva ragione di atto sì nefando e brutale, rare volte esso ha recato più felice risultamento per l'arte musicale, quanto nel presente caso. Pare proprio che la Provvidenza avesse voluto, quasi per compensarlo in parte, accordare al disgraziato giovinetto tutte le doti necessarie onde farlo divenire un portento: voce dolce, eguale, estesa, intonatissima, insinuante, pura, unita ad espressione naturale e ad un sentimento squisito e profondo del bello. (vol. II, p. 2061)
  • [Gioacchino Conti] Per sette anni continui [il maestro Domenico Gizzi[5]] gli prodigò le più affettuose cure, istruendolo nel canto con paterna carità; e quando lo credé provetto abbastanza da poter affrontare il giudizio del pubblico, lo diresse a Roma, e ben raccomandato, a personaggi di alta portata. Questi lo fecero cantar prima nelle chiese e poi nelle adunanze private, ed in questo primo esperimento riportò successo immenso. Fu allora che imitando i suoi antecessori Caffarelli e Farinelli, come tributo di riconoscenza all'impareggiabile suo maestro, decise di farsi chiamare , in vece di Conti, Gizziello, nome che portava con orgoglio e che conservò sempre nell'arte. (vol. II, pp. 2061-2062)
  • L'aria che [Gizziello] doveva cantare [al San Carlo di Napoli, subito dopo l'esibizione di Caffarelli] era nello stile patetico, genere che a lui stava meglio che quello di bravura: il suono della sua voce puro e toccante, il finito della sua esecuzione, l'accento tenero, passionato, espressivo, ch'egli seppe insinuare nel proprio canto, e probabilmente la grande emozione che cagionata gli aveva il successo del suo rivale, tutto insomma lo fece salire a tal grado di sublimità, che per primo il re, entusiasmato, dimenticando qualunque etichetta, si levò in piedi a batter le mani a più non posso. Tutta la corte ed il pubblico stivato in quell'immenso teatro l'imitarono, e la sala sembrava crollare dagli applausi prolungati, per parte di quella moltitudine divenuta fremente di gioja e di contento. Il verdetto che all'unanimità allora si pronunziò, fu che Caffarelli fosse il più gran cantante nel genere brillante, come Gizziello lo era nello stile patetico ed espressivo. (vol. II, p. 2064)
  • [Luigi Lablache] La sua voce giovanile era di un buon contralto; ma all'età della pubertà, quando la natura opera il cambiamento, obbligato a cantare i soli ed anche nel coro del Requiem di Mozart, nell'occasione di un funerale che il Collegio nel 1809 eseguiva nella Chiesa dello Spirito Santo per onorar la memoria di Haydn, forzò talmente la sua voce infantile, che nel giorno dell'esecuzione non solo non poté giungere alla fuga finale, ma la voce gli si abbassò in siffatta guisa, da non poter più emettere alcun suono, tanto che venne timore a tutti che avesse interamente perduto l'organo vocale. Consigliato dal vecchio maestro Valente ad un riposo di alquanti mesi, un bel giorno, svegliatosi, avvertì che la sua voce erasi trasformata in un magnifico registro di basso, e dell'estensione quasi fenomenale in un giovinetto ancora imberbe, di due ottave, cioè dal mi bemolle grave al mi bemolle acuto, che se non più in estensione, in volume si è sempre ingrandito sino al suo ventesimo anno. (vol. II, p. 2071)
  • Lontano dal centro dell'Italia, [Luigi Lablache] era poco conosciuto; ma la sua riputazione ingigantendosi ogni giorno di più, fe' risolvere i direttori dell'imperial Teatro alla Scala di scritturarlo. Ivi fecesi da prima sentire nella Cenerentola di Rossini, cantando la parte di Dandini, ed ottenne clamoroso incontro, ricevendo i più lusinghieri elogi dagli artisti non solo, ma dai valorosi dilettanti, ché molti ne contava in quel tempo la musicale Milano. Non però si lasciava di farglisi osservazioni sul suo modo di pronunziare, che sentiva troppo il dialetto napoletano; e non fu che a stento e a gran fatica, sempre sussidiato dai consigli della moglie e da una ferrea volontà che lo dominava in tutte le difficili imprese, che riuscì a correggersi e liberarsi a poco a poco delle pecche che gli si addebitavano, nonché a farsi più tardi ammirare per la purezza ed eleganza della sua pronunzia. (vol. II, p. 2074-2075)
  • Al successo di quest'opera [l'Esule di Roma del Donizetti, nella prima rappresentazione del 1º gennaio 1828], che fu veramente splendidissimo, contribuì non poco Luigi Lablache, che nel terzetto del primo atto seppe tanto sublimar la sua parte, da spingere il pubblico più che all'entusiasmo, al delirio. Questo terzetto, superiore ad ogni elogio, che sotto tutt'i rapporti è una delle più spontanee ispirazioni del Donizetti, [...], non poteva avere più fedele, vero e sapiente interprete che Luigi Lablache. Egli seppe talmente trasfondersi, immedesimarsi nel personaggio del protagonista [Murena] e cavarne tanto portentoso effetto, che niuno dopo di lui poté uguagliarlo. Era veramente grande in quei suoi accenti sommessi ed interrotti, con quel volto turbato e contraffatto, quei capelli sconvolti e sollevati sulla fronte, quell'agitata e vacillante destra distesa al tradito Settimio, quel tremito dell'intero corpo: era tale una manifestazione di rimorso, di duolo, di pentimento e di tutta l'affannosa guerra da cui veniva travagliato l'animo del personaggio, che in coloro che quivi l'udirono e il videro, se grande fu la commozione, incancellabile è la ricordanza che ne serbano. (vol. II, p. 2080-2081)

NoteModifica

  1. Scrisse anche delle cantate e de' duetti per camera, delle sonate, de' capricci e degli studii per cembalo, gran numero di partimenti, e della musica strumentale, per quanto questo genere di musica si addiceva a quei tempi. [N.d.A.]
  2. Vuolsi che l'entusiasmo per questo componimento sia arrivato al punto da dilatarsene la fama per quasi tutto il globo terracqueo, e che alcuni Gesuiti italiani in missione nella Cina abbiano portata la partitura a Pekin e siasi eseguita innanzi all'Imperatore del Celeste Impero. Per me la credo un'espressione un poco troppo arrischiata, e da non potersi ammettere. [N.d.A.]
  3. Nicola (o Niccolò) Antonio Zingarelli (1752 – 1837), compositore italiano, esponente della Scuola musicale napoletana.
  4. Qui dobbiamo notare che questo segretario ignorava od aveva dimenticato che lo stesso Luigi XV sedici anni prima, nel 1736, avea fatto dono al Farinelli del suo ritratto ricco di brillanti e di 500 luigi d'oro, siccome nella biografia di lui si riporterà. [N.d.A.]
  5. Domenico Gizzi (1680 – 1758), castrato e maestro di canto italiano.

BibliografiaModifica

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