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Eugenio Tanzi

psichiatra italiano
Eugenio Tanzi, prima del 1910

Eugenio Tanzi (1856 – 1934), psichiatra italiano.

Indice

Trattato delle malattie mentaliModifica

IncipitModifica

La psichiatria è ancora, più che altro, un'esposizione di sintomi. Sotto un'apparente ricchezza di quadri clinici, essa nasconde lacune ed incertezze che lasciano insoluti i suoi problemi più essenziali.
Non bisogna dimenticare che lo studio delle malattie mentali cominciò ad acquistare qualche continuità solo verso la fine del secolo XVIII. Fino a quell'epoca, i pregiudizi religiosi e filosofici, se permettevano di cercare, del resto con poca fortuna, la sede dell'anima nel corpo, comprimevano ogni altra tendenza che fosse contraria allo spiritualismo; e la vita della psichiatria, salvo i lucidi intervalli della civiltà greca e latina, fu letargo prolungato, senza acquisti nuovi e senza nemmeno la memoria degli acquisti precedenti.

CitazioniModifica

  • Un classico tipo di paranoico religioso fu Davide Lazzaretti. [...]
    Lazzaretti era un bell'uomo, dalla fisionomia intelligente. Aveva la fronte spaziosa, la barba alla nazarena, l'incesso grave, e parlava bene. La sua conversione pareva un miracolo; miracolo la sua istruzione tardiva, improvvisa sfolgorante. Il suo stile, nell'improvvisazione e nella stampa, sovrabbondava di metafore e di neologismi, ma non mancava né di nobiltà, né di chiarezza. Le sue imprese, ideate con grandiosità e con audacia, erano benedette dalla fortuna. (cap. 24, p. 688)
  • Il suo era un neo-cristianesimo impregnato di comunismo, ma non molto diverso, ne più incoerente di quello bandito dal Gesù autentico; e Lazzaretti non esitò a proclamarsi profeta, santo, redentore. Fu ascoltato e creduto dai propri fratelli, dagli antichi compagni di mestiere, da uomini e donne, e persino da preti e frati. La Curia papale lo scomunicò. Intervenne anche il Governo e lo imprigionò; ma nel proselitismo di Lazzaretti non c'era né volenza, né dolo, e bisognò liberarlo. Il doppio martirio crebbe l'ardore dei proseliti, e in breve tutto il paese si strinse intorno a lui: il mondo aveva (ed ha ancora) una religione in più[1]. (cap. 24, p. 689)
  • Tito Livio Cianchettini, morto pochi anni fa in istato di onesta indigenza e di serena vecchiaia, fu un mattoide celebre in tutta Italia. Era il 1871 quando lanciava per le strade di Milano il primo numero del suo Travaso delle idee, ragione e principio della sua fama. Io lo ricordo ancora, all'ingresso del Liceo Parini, dov'ero scolaro, mentre attendeva di buon mattino il nostro arrivo a frotte. Alto, esile, silenzioso, riservato, niente importuno, niente accigliato, niente scortese, pareva piuttosto un asceta di buona pasta che uno strillone. Certamente era uno strillone d'élite: il suo giornale non costava che due centesimi, e non c'era pericolo che Cianchettini non rendesse il resto a chi gli dava un soldo o più: anche se gli si offrivano con buona grazia, non accettava regali, ma li respingeva con semplicità garbata. Il suo contegno serio disarmava i motteggiatori, e Cianchettini fu sempre rispettato. (cap 24, p. 695)
  • Dopo il 1870 un mattoide tipico, Francesco Coccapieller, fu per due o tre anni l'idolo dei Romani. Era figlio d'una guardia svizzera del Papa, cavallerizzo, autodidatta, inventore brevettato d'un freno per le carrozze, pubblicista e fondatore del Carro di Checco, giornale quotidiano: per una legislatura fu, con grave scandalo, deputato di Trastevere[2], e morì in miseria. Cesare Lombroso[3] lo paragonò a Cola di Rienzi. (cap. 24, p. 696)

NoteModifica

  1. Il giurisdavidismo.
  2. Storico rione di Roma
  3. In maiuscolo nel testo.

BibliografiaModifica

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