Denis Mukwege

attivista congolese (Repubblica Democratica del Congo)

Denis Mukwege (1955 – vivente), medico e attivista congolese.

Mukwege nel 2014
Medaglia del Premio Nobel
Medaglia del Premio Nobel
Per la pace (2018)

Citazioni di Denis Mukwege

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  • Il silenzio è alleato degli stupratori. La vittima tace per vergogna e per paura di essere discriminata. Io devo combattere al loro fianco perché le donne sono forti, sono capaci di vivere per gli altri. Ho curato 50mila donne, ma pensiamo sempre che dietro a un numero c'è un essere umano, è questa consapevolezza che deve farci reagire.[1]

Repubblica.it, 5 ottobre 2018

  • Chi è oggi al potere [nella Repubblica Democratica del Congo] non ha mai dovuto affrontare neanche un'elezione.
  • Come ho già detto altre volte, anche a diverse personalità e organizzazioni del Congo, non sono candidato ad alcunché. Non sono un politico. Tuttavia se la popolazione dovesse manifestare questa volontà, da cittadino responsabile potrei valutare la richiesta. Tutto dipenderà dal contesto.
  • Un leader deve avere la statura di un uomo di Stato. La gente non può nutrire nessuna speranza da un sistema politico in cui la corruzione è la regola della gestione.
  • L'Africa deve limitare la fuga dei suoi cervelli e favorire anzi il loro ritorno sul continente, perché con le loro competenze e la loro conoscenza delle culture contribuiranno certamente allo sviluppo interno e serviranno da ponte tra l'Europa e l'Africa.

Vaticannews.va, maggio 2019

  • [Su Papa Francesco] È un Papa che conosce molto bene i problemi del mio Paese e che si interessa alle persone svantaggiate, alle persone povere e a quelle più umili.
  • Credo che le donne abbiano bisogno di essere rispettate e credo che per rispettare le donne bisogna innanzitutto considerarle uguali a noi uomini. Penso che sia la differenza che noi facciamo tra l'uomo e la donna che permette di considerare la donna come un essere inferiore e in questo modo si entra nel processo anche della sua distruzione, dimenticando completamente che è uguale a noi e che è il nostro "faccia a faccia" e che Dio l'ha creata a sua immagine. Penso che la nostra società congolese non potrà mettersi in moto se non si dà alla donna il posto che merita. Le donne sono ovunque, al supermercato, nei trasporti, nel commercio.
  • Prima passavo il 25 percento del mio tempo per cercare di far sapere al mondo ciò che accade qui ma oggi, con il Premio Nobel, passo un po' più del 50 percento del mio tempo a lanciare appelli. Penso che sarà un breve periodo, ma spero tanto che insieme - i congolesi con tutti i loro amici e le persone che pregano e agiscono per noi - un giorno potremo dire finalmente che il Congo è un Paese in pace, dove i bambini possono crescere senza aver paura della morte, senza aver paura di non poter andare a scuola.

Famigliacristiana.it, 23 maggio 2019

  • Là dove si trovano le miniere di coltan e oro, là si trovano i gruppi armati che si combattono per controllarle: là avvengono gli stupri. Il conflitto che ha luogo in Congo è per il controllo delle sue risorse naturali.
  • Tutte riferiscono la stessa storia, di aver subìto stupro di gruppo e violenze di ogni sorta, tanto estreme che presentavano ferite, lacerazioni, ustioni, conseguenze di colpi d’arma da fuoco nei genitali. Non avevo mai visto cose del genere.
  • Dobbiamo curare anche bambine e bambini. Da qualche anno le donne che vengono da noi hanno figli piccoli, e spesso sono anche loro, e persino i neonati, ad aver subito violenza sessuale. Un nuovo livello di atrocità. [...] Si sa chi sono: gruppi armati e soldati dell’esercito governativo. Il problema è che vige un totale stato di impunità che, se finisse, porterebbe a una sensibile diminuzione dei casi.
  • Lo stupro non distrugge solo i corpi, ma spezza l'anima e rompe il rapporto con i familiari. I sopravvissuti hanno il diritto al sostegno che li aiuti a riprendersi completamente, e non solo per l’aspetto medico. Ogni donna con cui ho avuto a che fare ha avuto in sé stessa una capacità di recupero incredibile per superare il trauma.

Fondieuropei.regione.emilia-romagna.it, 27 maggio 2019

  • La realtà preoccupante è che l'abbondanza delle nostre risorse naturali - oro, coltan, cobalto e altri minerali strategici - è la causa alla radice della guerra, della violenza estrema e della povertà nella Repubblica democratica del Congo.
  • Quando guidi la tua auto elettrica; quando usi il tuo smartphone o ammiri i tuoi gioielli, prenditi un minuto per riflettere sul costo umano della produzione di questi oggetti.
  • Il popolo congolese è stato umiliato, maltrattato e massacrato per più di due decenni sotto gli occhi della comunità internazionale.
    Oggi, grazie alle nuove tecnologie di informazione e di comunicazione, nessuno può dire: 'Non lo sapevo'.

Intervista di Paolo Tognina, Voceevangelica.ch, 30 settembre 2019

  • Il conflitto nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo non è un conflitto etnico, o tra nazioni, o tra provincie in guerra tra di loro, ma è un conflitto legato alle ricchezze naturali, ai minerali. Abbiamo fatto delle ricerche che dimostrano come i conflitti scoppino soprattutto là dove si trovano il tungsteno, lo stagno, il tantalio e l'oro.
  • Oggi cresce, in tutti i Paesi occidentali, la domanda di vetture elettriche. Per costruire le batterie di quelle auto serve il cobalto. Purtroppo quel minerale si trova in grandi quantità nella Repubblica democratica del Congo. Abbiamo perciò paura che l'avvento delle auto elettriche possa segnare l'inizio di un nuovo conflitto, che potrebbe causare molte vittime, originato dalla caccia al cobalto.
  • Il fatto che io sia stato insignito del Premio Nobel è risaputo all'estero, ma non nel mio Paese. Il giorno in cui ho ricevuto il Nobel, a Oslo, la televisione nazionale ha trasmesso una partita di pallacanestro. Questo aneddoto vi può far capire come non mi senta affatto al sicuro. Ogni giorno ricevo minacce. Quando sono in Congo vivo sotto la costante protezione delle Nazioni Unite. E anche il personale con cui lavoro riceve continuamente delle minacce.
  • Come cristiano credo nel ruolo profetico della chiesa. In una società alla deriva e che non cammina secondo la volontà di Dio, questo ruolo consiste nel dire ai dirigenti quale sia la volontà di Dio. Quando io denuncio le violenze e gli stupri, dico che si tratta di violenze commesse per distruggere l'individuo, la comunità e anche la chiesa. La violenza compiuta su di una donna, stuprata davanti ai suoi bambini e a suo marito, equivale a distruggere quella donna, creata a immagine di Dio. Lottare per i diritti umani per me non significa affatto allontanarmi dalla mia fede cristiana, e anche quando curo le vittime della violenza non mi allontano dalla fede perché anche Gesù, quando ha incontrato dei malati, li ha curati, fisicamente e spiritualmente.
  • Ci sono due cose che mi aiutano quando mi sento disperato. La prima cosa è la mia fede. La seconda cosa sono le donne che curo. Curando delle donne, ho scoperto che esse hanno una forza eccezionale. Molte donne arrivate da me, in ospedale, erano in condizioni disperate. Avevano perso il marito, tutta la loro famiglia, ed erano entrate in ospedale in stato di coma. Ma non appena si svegliano - dal coma, o dall'anestesia -, la prima domanda che quelle donne pongono è "dove sono i miei figli? Dov'è mio marito?". Si chiedono dove stiano gli altri, e in quali condizioni. Quando vedo questa reazione da parte delle donne, rimango colpito. Le donne tendono a occuparsi degli altri, e si preoccupano che gli altri - che stanno intorno a loro -, stiano bene. Dunque io dico a me stesso: "Se c'è qualcosa che io posso fare per quelle donne coraggiose di cui mi prendo cura, è aggiungere una goccia all'oceano d'amore che esse per prime donano". Più volte mi sono perso d'animo, ma attraverso le loro parole, attraverso le loro azioni, ho ritrovato la forza di riprendere il mio lavoro.
  • Gli uomini possono fare la differenza. Le donne si sono battute per oltre cento anni per ottenere la parità, è ora che gli uomini rispondano a loro volta in modo positivo.

It.gariwo.net, 7 aprile 2020

  • Ciò che conta di più è il comportamento di ogni individuo e di tutti noi. Ognuno di noi deve accettare, di adattare le proprie abitudini, quindi evitare il più possibile di spostarsi e rimanere a casa, adottare misure di distanza sociale - come mantenere un minimo di un metro tra le persone, evitare strette di mano e abbracci.
  • Temo l'ecatombe perché non abbiamo i mezzi per combatterlo e perché gli africani sono costretti a uscire di casa per procurarsi il cibo.
  • A causa delle disparità di genere, così profondamente radicate, le ragazze e le donne saranno colpite da questa pandemia in modi diversi. Anche se le morti per coronavirus finora sono più maschili, le donne rappresentano il 70% delle badanti e degli assistenti sociali di tutto il mondo. Ciò le espone a grandi rischi. Le donne occupano anche, per la maggior parte, lavori di servizio, nei negozi locali e per i lavori meno remunerativi. Ciò le rende più vulnerabili economicamente, sia ora che in futuro, dopo questa crisi. La pandemia di Covid-19 e le misure di contenimento che essa impone hanno, inoltre, già causato un aumento allarmante della violenza domestica contro donne e bambini. In diversi Paesi, poi, i diritti sessuali e riproduttivi di base e l'accesso alle cure e ai servizi che ne derivano sono stati drasticamente ridotti.

Figlie ferite dell'Africa

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  • Certo, le violenze sessuali non sono fenomeni visibili come le catastrofi naturali o i conflitti armati. Sono aggressioni che vengono perpetrate in segreto, in luoghi nascosti e spesso con il favore dell'oscurità. I testimoni sono rari e, quando ci sono, scompaiono o scelgono di non parlare. L'unica traccia che rimane è quella impressa sui corpi delle donne e, per ovvie ragioni, è negli ospedali che la realtà viene alla luce. (p. 23)
  • Dopo lo stupro molte donne non riescono a trattenere le urine e le feci. Sporche e maleodoranti, faticano a compiere le loro attività quotidiane. Avere rapporti sessuali diventa impossibile. Spesso il loro apparato riproduttivo è talmente danneggiato da non permettere loro di avere figli. I mariti le rifiutano non tanto perché menomate, quanto piuttosto per il disonore di essere state toccate da un altro uomo. Il fatto che ciò sia avvenuto sotto costrizione non sembra importare. Ripudiate, si trovano di fronte a un solo destino: l'esclusione sociale. L'unica speranza è che qualche parente o conoscente le accompagni al nostro ospedale perché possano essere curate. (p. 34)
  • Il fatto è che la nostra famiglia è di etnia bashi, un gruppo etnico stanziato nel Sud Kivu, dove la maggioranza della popolazione è cattolica. Tuttavia, l'etnia affonde le sue radici nella zona di Kaziba, dove da più di un secolo è insediata la missione protestante norvegese, che è riuscita ad affermare la propria tradizione religiosa. In altre parole, gli abitanti di Kaziba o quelli che ci vivono da più generazioni si distinguono agli altri bashi, formando una specie di sottogruppo chiamato bazibaziba. È una comunità molto coesa, dove regna un forte spirito di solidarietà, e la maggior parte dei matrimoni è contratta all'interno del gruppo. Sono rari i casi in cui un cattolico viene ammesso all'interno di una famiglia. (p. 50)
  • I matrimoni interreligiosi dovrebbero diventare la norma, perché è la relazione con Dio a salvare l'uomo, non la religione. (p. 51)
  • [Sulla Rivolta dei Simba] Il loro capo era il giovane politico Pierre Mulele che, come Kashamura, aveva ricoperto la carica di ministro nel governo di Lumumba. Per attrarre nuove leve nel suo esercito si serviva della superstizione e della stregoneria. Ogni nuovo soldato doveva compiere un rito d'iniziazione in cui veniva asperso con un'acqua benedetta composta da varie erbe. Quella pozione magica avrebbe dovuto neutralizzare le pallottole dei nemici: invece che colpirli, sarebbero cadute a terra come gocce di pioggia.
    Molte delle reclute erano ragazzini sbandati. Il volto dipinto con caolino bianco e argilla rossa, il capo acconciato con foglie di banano, seminudi ed esaltati per l'effetto di droghe, si lanciavano all'attacco al grido di «Maji ya Mulele!» («L'acqua di Mulele!»), certi di essere invulnerabili. Gli stessi soldati dell'esercito regolare, spaventati dalla stregoneria di Mulele, ricoprivano i loro fucili con corone di foglie per proteggersi dal pericoloso effetto della pozione. (p. 55)
  • [...] nel 1996, quando ci trovammo intrappolati in quella che fu definita «la prima guerra del Congo», dovetti scontrarmi con la dura verità che al mondo non c'è niente di sacro e che nessuno è intoccabile. Chiunque può essere aggredito. (p. 71)
  • Nella nostra cultura, i figli maschi ereditano la terra e, prima che raggiungano l'età da matrimonio, i padri devono provvedere ad accumulare una mandria di mucche abbastanza numerosa da poter pagare una dote. Senza una famiglia alle spalle, ci si presenta in società a mani vuote e diventa molto difficile prendere moglie. (p. 74)
  • Sento dire spesso che Dio sarebbe stato portato in Africa dai missionari europei, che ci avrebbero imposto una religione diversa dalla nostra. Io rifiuto questa interpretazione della storia e credo invece che quando i missionari sbarcarono con i loro Vangeli e il messaggio di un Dio onnipotente, gli africani lo accolsero perché era un principio a loro familiare. Da tempi antichi era diffusa nel nostro continente l'idea di un Padre protettore e garante di una vita nell'aldilà. Celata dietro nomi e forme diverse, l'idea di Dio era presente nelle credenze popolari della maggior parte delle tribù e dei gruppi etnici. Quello a cui appartenevo io, i bashi, non faceva eccezione. Dio era chiamato Namuzinda, che significa «l'Ultimo». In altre parole, colui che sarebbe rimasto anche dopo la fine del mondo. (p. 80)
  • Dopo una visita alla Cina di Mao Tse-tung, Mobutu tornò in patria carico di idee nuove. Avrebbe restituito al Congo la sua «autenticità», segnando così la fine dell'epoca coloniale e dell'influenza occidentale. Ogni aspetto della vita del paese doveva «ritornare africano», a partire dal suo stesso nome, prontamente sostituito con Zaire - un termine che non era poi così autentico, considerando che si trattava della storpiatura portoghese di una parola locale. (p. 84)
  • Dalla Cina Mobutu importò anche l'idea di imporre un culto della personalità intorno alla proprio figura. Non c'era limite alla devozione che pretendeva dal suo popolo. Ogni giornata scolastica o lavorativa doveva cominciare con un omaggio al presidente. Tutte le mattine nelle scuole e negli uffici le persone si riunivano per meditare in silenzio sulla grandezza e l'importanza di Mobutu per il paese. Il silenzio veniva poi rotto da un applauso, cui seguivano canti e danze. (pp. 84-85)
  • Conosciuto con il nome di «Rumble in the Jungle» o «Il combattimento», quell'incontro rappresentò il trionfo politico di Mobutu, che era all'apice della sua gloria. Fu un evento sportivo dai costi ingenti - i soldi non erano un problema per Mobutu - che si inseriva perfettamente nel suo programma di ritorno all'autenticità. Fu presentato come il rientro in Africa dell'America nera e in quella occasione molti artisti afroamericani tennero concerti a Kinshasa. (p. 88)
  • [Su The Rumble in the Jungle] Ma a pensarci bene, chi era il vero vincitore se non il presidente Mobutu in persona?
    Mentre quel dittatore con la passione per lo sport e per i copricapo leopardati attirava su di sé gli sguardi di tutto il mondo, poco a poco la popolazione del suo paese cominciò a scoprire l'altra faccia del regime, a vederne i primi segni di decadenza. (p. 89)
  • Come molti altri dittatori, era un uomo carismatico. La sua statura imponente faceva una certa impressione e sapeva atteggiarsi a uomo di stato. I congolesi tendevano a guardarlo con rispetto, anche quando divenne chiaro a tutti il suo modo poco ortodosso di gestire i fondi pubblici. Bisogna riconoscere che aveva un certo fascino. Aveva un modo di parlare educato, direi quasi sofisticato, che affascinava e incuteva timore. Era nato in una famiglia semplice: sua madre faceva le pulizie in un hotel e suo padre, che lavorava come cuoco, non aveva potuto studiare. Ma Mobutu era una persona intelligente e sapeva come manipolare il popolo. (p. 93)
  • Nel caos più totale i soldati di Mobutu cercavano di sottrarsi agli invasori accaparrandosi un posto sugli ultimi voli in partenza. Gli sfortunati passeggeri che avevano comprato il biglietto e pretendevano di imbarcarsi venivano abbattuti senza esitazioni. Nel mezzo di quell'esplosione di violenza fui testimone di crimini inauditi. (p. 118)
  • La guerra nell'Est del Congo era stata pianificata dal Ruanda e diretta da Laurent-Désiré Kabila, un vecchio rivoluzionario congolese che aveva combattuto le prime battaglie per l'indipendenza al fianco di Lumumba. Dopo aver conquistato le province orientali continuò l'avanzata sul resto del paese e in sette mesi riuscì a prendere il potere. Era la fine di Mobutu. (p. 121)
  • La presidenza di Joseph Kabila coincise in buona parte con il periodo in cui sull'Est del Congo si abbatté una nuova piaga. Quella delle violenze sessuali. Da allora i nostri cammini si sono incrociati e, seppur indirettamente, ho avuto la possibilità di rivolgermi a lui. Più volte l'ho supplicato di prendere una posizione netta contro questi crimini abominevoli, di sradicarne le cause. Ma il tema non sembra interessarlo, o almeno questa è l'impressione che mi sono fatto. E lo dico con grande amarezza. (p. 121)
  • Come spiegare l'inizio di quel conflitto? Sicuramente ha avuto un ruolo decisivo il fatto che, l'anno dopo aver rovesciato Mobutu, Laurent-Désiré Kabila abbia voltato le spalle a quegli eserciti e a quei paesi che lo avevano sostenuto. (p. 124)
  • Nella seconda guerra del Congo, nel 1998, i minerali, primo fra tutti i l coltan, ebbero un ruolo fondamentale. Ancora una volta, il nostro territorio si trovava a possedere materie prime contese in tutto il mondo industrializzato. Quando all'inizio del XXI secolo le multinazionali di elettronica cominciarono a richiedere coltan a qualunque prezzo, si mise in moto un mercato illegale che incoraggiava il ricorso alla violenza. Eserciti e centinaia di piccole milizie presero il potere negli eldorado disseminati per la regione e egli enormi guadagni permisero loro di comprare sempre più armi. L'esplosione della violenza contro le donne coincise proprio con il decollo di questo commercio. (p. 126)
  • Mulele era un personaggio decisamente bizzarro e piuttosto crudele. (p. 128)
  • Nei confronti del genere femminile gli ordini di Mulele erano molto chiari: le donne non si potevano toccare. Non si poteva arrecare loro alcun tipo di offesa né tantomeno ucciderle. Questo obbligo inequivocabile prevedeva per i trasgressori la pena di morte. (p. 128)
  • Qui in Congo la condizione della donna non è delle migliori. Anzi, credo sia difficile trovarne di peggiori al mondo. Le donne non possono aspettarsi nulla né dalla loro famiglia né dal resto della società. È una situazione di cui dovremmo vergognarci e che dovremmo sforzarci in ogni modo di cambiare. (p. 153)
  • Dal mio punto di vista, il tribalismo è un segno di debolezza tipico di coloro che non sanno guardare più in là del loro naso e diffidano di ogni cambiamento. Non difenderei mai Mobutu e gli anni del suo regime, perché è innegabile che abbia causato danni gravissimi al paese. Eppure, cerco sempre di guardare le due facce della medaglia e su un aspetto importante credo che Mobutu ci stesse portando nella giusta direzione. [...] Sostenitore di una centralizzazione del potere, creò un grande sistema di amministrazione al quale si accedeva sulla base delle proprie competenze. Inoltre, i funzionari venivano mandati a lavorare un po' dappertutto e molti di loro finivano per sposarzi senza preoccuparsi delle barriere tribali. Ciò rafforzò il sentimento nazionale a discapito delle identità locali. In questo nostro Congo composto da più di 400 etnie, la mobilità interna allo stato attentuò sensibilmente il rischio di conflitti tribali. (pp. 205-206)
  • In Africa il contatto e la conversazione scandiscono il ritmo della vita sociale. Ricercare la solitudine è un fatto anomalo, al contrario che in Nord Europa. (p. 215)
  • Qui in Congo per molti cittadini la lettura richiede uno sforzo sovrumano. Anche coloro che hanno imparato a leggere tendono a prediligere la trasmissione orale. Dunque a poco vale il testo scritto: qui sono le parole che contano. (p. 216)

Citazioni su Denis Mukwege

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  • È un grande onore aver ricevuto questo premio importante con il mio amico, il dottor Denis Mukwege, che ha lavorato incessantemente per aiutare le vittime della violenza sessuale e per essere la voce di quelle donne che sono state oggetto di violenza. (Nadia Murad)

Bibliografia

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  • Denis Mukwege, Figlie ferite dell'Africa, traduzione di Bianca Bernardi, Garzanti, 2019, ISBN 978-88-11-60734-2
  1. Citato in Congo RD: Denis Mukwege, il medico che ripara le donne, Rivistamissioniconsolata.it, 1 aprile 2018

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