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Quando ero Capo della PoliziaModifica

IncipitModifica

La sorte ha voluto che io assistessi da vicino agli avvenimenti più notevoli della vita politica italiana nella prima metà del nostro secolo. Infatti, sin dal 1908, molti anni prima che fossi vice Capo e poi Capo della Polizia e partecipassi infine al colpo di Stato del 25 luglio 1943, mi fu dato seguire da un osservatorio eccellente la guerra libica, fino alla pace di Ouchy[1], la guerra europea[2], dallo scoppio alla pace di Versailles, e quasi tutti gli eventi del torbido periodo dalla nascita del fascismo alla Marcia su Roma.
Ciò dipese dal fatto che, entrato nel 1908 per concorso nell'Amministrazione dell'Interno, fui chiamato, poco dopo, a scelta al Ministero, e il Presidente del Consiglio onorevole Giolitti mi destinò nel 1911 quale segretario all'Ufficio Stampa dove rimasi, caso unico, ben undici anni ininterrotti, durante i successivi Ministeri di Salandra, Orlando, Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta.

CitazioniModifica

  • Su Bocchini le opinioni sono discordi: debbo, però, onestamente riconoscere, né mi fa velo l'amicizia, che egli non abusò mai dei suoi poteri a danno di cittadini non fascisti. Bocchini non guardava con la mia stessa indifferenza l'alea di perdere il posto e perciò faceva mostra di sentimenti fascisti; ma in realtà non fu mai un fascista ed ebbe il grande merito di salvare la Polizia dalla infiltrazione di elementi provenienti dalle file del partito.
    Molto a lui si deve se la Polizia non divenne addirittura, come in Germania, un organo del partito, il che avrebbe costituito per il paese una grave iattura. (cap. 2, p. 18)
  • L'Arpinati era un ex anarchico. [...]
    In origine era stato un acceso fascista: il decorso degli anni, la delusione subita al contatto delle più alte gerarchie del fascismo, la lettura delle opere di Benedetto Croce e i giornalieri rapporti con Mario Missiroli avevano operato una profonda trasformazione del suo pensiero e poteva essere, allora, considerato assai più un liberale, che un fascista. (cap. 2, pp. 19-20)
  • Uomo onesto e leale, [Arpinati] non fu un profittatore ed ebbe sempre il coraggio di esprimere il suo pensiero, anche di fronte al suo duce, anche quando sapeva di non fargli cosa gradita. A questa lealtà egli sacrificò non solo la sua posizione politica, ma anche la sua libertà; finì infatti al confino, dove tenne un contegno assai dignitoso, senza abbassarsi mai a dichiarazioni di pentimento, che gli avrebbero fatto riconquistare almeno la perduta libertà. (cap. 2, p. 20)
  • Anche fisicamente Arpinati, con la sua alta statura, con gli abbondanti capelli neri, con gli occhi assai vivi, con l'espressione aperta e franca del volto, sembrava fatto apposta per accattivarsi la simpatia di coloro che lo avvicinavano. Il suo aspetto dovette però non poco contribuire alla sua caduta, a causa dell'avversione che, come è noto, Mussolini nutriva contro tutti coloro che avevano folta capigliatura ed erano più alti di lui. (cap. 2, p. 21)
  • Buffarini invece [a differenza di Arpinati] era di statura bassa e di complessione tozza e tarchiata: aveva occhi piccoli e sguardo sfuggente, fronte stretta su gote gonfie e di pelle untuosa: il suo fisico aveva, nel complesso, qualcosa di repulsivo, non certo fatto per attrargli il favore di coloro che per la prima volta lo avvicinavano. (cap. 2, p. 21)
  • Erano contrari tutti [all'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale]: anche i fascisti nella loro grande maggioranza. Dei gerarchi, che io sappia, l'unico favorevole, fu Starace, il quale pronunziò la storica frase: «Per me la guerra è come mangiare un piatto di maccheroni». Non so che analogia egli potesse trovare tra i due termini del paragone, né è facile vederne; ma sono sicuro che neppure egli credesse a ciò che diceva e parlava così unicamente per riuscire gradito al suo duce, in un momento nel quale era forse il solo che avesse l'audacia di fare adesione ad un evento deprecato da tutti. (cap. 6, pp. 35-36)
  • Il Papa Pio XI, quando Mussolini dopo la conclusione del Concordato si recò a fargli visita, gli offrì una medaglia che fu ritenuta di oro. Avvennero anni dopo le sanzioni[3] e Mussolini mandò alla Banca d'Italia una quantità di medaglie d'oro[4] a lui offerte, tra le quali quella del Papa.
    Quando la Banca d'Italia glie la restituì perché non era di oro, ma soltanto patinata in oro, il duce se ne offese profondamente, come di una mancanza di riguardo alla sua persona e mai dimenticò l'incidente. (cap. 20, p. 107)
  • Il Generale Carboni, che era stato già in passato Comandante del S.I.M.[5], aveva riassunto tale comando sotto il Governo Badoglio, col titolo di Commissario.
    Era un uomo intelligente ma non aveva chiara visione del suo compito, in quanto amava molto ingerirsi in affari che non lo riguardavano non essendo di interesse militare, e non so perché si ingeriva molto di polizia politica. (cap. 38, p. 234)
  • L'arresto di Muti ebbe un tragico epilogo: i carabinieri si recarono nottetempo a Fregene, dove il Muti abitava in un villino insieme con un'amica. I carabinieri picchiarono, Muti uscì di casa; vistosi circondato, tentò di fuggire verso un vicino accampamento militare e i carabinieri gli tirarono dietro: un colpo lo raggiunse in parte vitale e morì immediatamente.
    La sua fine fece pessima impressione in Roma. Muti era stato un violento; ma succeduto a Starace aveva avuto il gran merito di abolire le intollerabili disposizioni da questi adottate per rendersi gradito al Capo del Governo. Di ciò fascisti e non fascisti gli erano grati.
    Non tutti credettero che la morte di Muti fosse avvenuta come ho narrato riportando nella cruda verità il rapporto dell'Arma; si fecero anzi molte congetture e si arrivò persino ad attribuire a Badoglio e a me la responsabilità di un assassinio. (cap. 38, pp. 235-236)

Citazioni su Carmine SeniseModifica

  • È un napoletano intelligente e ignorante, uno strano miscuglio di istintivo e di ricercatore, nel fondo buon uomo, ma chiacchierone, superficiale, gesticolatore. Basta pensare che un uomo come lui è, in anno ventesimo, il Capo della Polizia, per convincersi che in questo Paese, plus ça change et plus c'est la même chose. Potrebbe essere con molta maggiore verosimiglianza un Ministro borbonico. Diario 1937-1943. 1° novembre 1941. (Galeazzo Ciano)
  • Egli aveva rinunciato a mille e più lire di compenso per «operosità» concesse a tutti i grandi funzionari e a duemila lire d'indennità di carica, mentre, appena divenuto Capo della Polizia alla morte di Bocchini, volle che si riducesse sensibilmente il capitolo dei fondi segreti e quando nell'aprile del 1943 fu dimissionato da Mussolini riconsegnò, senza avere toccato un solo soldo, i residui cinquecento milioni di cui egli avrebbe potuto disporre senza controllo. (Cesare Rossi)
  • Per lui essere tutore dell'ordine non significava davvero servire il fascismo, ma continuare a servire lo Stato, sotto Mussolini, come sotto Giolitti, Salandra, Nitti, Boselli, Orlando: era un fatto naturale nella sua vita di funzionario. (Cesare Rossi)

NoteModifica

  1. Trattato di Ouchy (o di Losanna): trattato di pace che nel 1912 pose fine alla guerra italo-turca. Cfr. voce su Wikipedia.
  2. Si riferisce alla prima guerra mondiale (1914-18), combattuta prevalentemente in Europa.
  3. Sanzioni economiche deliberate nel 1935 dalla Società delle Nazioni per l'attacco italiano all'Etiopia. Cfr. voce su Wikipedia.
  4. Oro alla Patria: campagna promossa dal regime fascista in risposta alle sanzioni della Società delle Nazioni. Cfr. voce su Wikipedia.
  5. Servizio informazioni militare (SIM), servizio segreto italiano dal 1925 al 1945.

BibliografiaModifica

  • Carmine Senise, Quando ero Capo della Polizia 1940-1943, Nicola Ruffolo Editore, Roma, 1946.

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