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Bruno Zevi

architetto, urbanista e storico italiano

Citazioni di Bruno ZeviModifica

  • [Su Danilo Dolci] Evitiamo di creare un mito di comodo, per liquidarlo. Basta dire: «è un essere superiore, un apostolo, un eroe» per sottintendere: «noi, con lui, non c'entriamo». Si tratta invece di un architetto, come noi, che ha optato per una via alternativa senza la quale l'architettura scade nel mestierantismo avaro, perde ogni forza di «profezia», [...] diviene un mezzo sconsolato per campare magari agiatamente, ma privi di felicità.[1]
  • No all'architettura della repressione, classicista barocca dialettale. Si all'architettura della libertà, rischiosa antidolatrica creativa.[2]

Architettura della modernitàModifica

  • Josef Maria Olbrich possedeva una fantasia inesauribile, incandescente, che lo induceva ad esperimenti eretici e sconcertanti, ad immagini prestigiose in cui masse edilizie aritmiche e spezzate venivano ricoperte di magici colori. (p. 25)
  • È tempo di riconoscere che l'eclettismo ottocentesco non fu peggiore del nostro [del Novecento]; la speculazione trovò anzi un freno nelle mode stilistiche, sì che i quartieri della fine del secolo appaiono più umani di quelli contemporanei. Manca indubbiamente un linguaggio originale, gli architetto dotati intristivano, ma le loro case avevano almeno una nobiltà, un decoro, una dignitosa inibizione che le rende significative, se non di un'età artistica, almeno di un contesto psicologico civile. Milano, Torino, Genova dell'Ottocento sono pregevoli se paragonate con le città attuali, soffocate da quartieri intensivi in cui il commercialismo ha perso ogni ritegno. La negatività dell'Ottocento fu meno violenta. (p. 26)
  • Dopo i grandiosi lavori parigini di Haussmann[3], che affrontarono i problemi del traffico moderno ma non quelli delle comunità sociali, l'idea della città giardino, formulata da un economista inglese, Ebenezer Howard, costituì una risposta concreta al dilagante inurbamento. Alle disastrose conseguenze dell'industrializzazione e all'inarrestabile immigrazione di masse rurali che cercavano lavoro nelle fabbriche, oppose un programma di decentramento delle industrie e della popolazione. (p. 27)
  • Molte sono, in Europa e in America, le cosiddette città giardino, ma hanno poco in comune con l'idea originaria: infatti sono quartieri a edilizia estensiva, privi di industrie che consentano agli abitanti di lavorare vicino alle loro residenze, nonché di una fascia agricola che ne protegga la dimensione; perciò non sono né funzionalmente né fisionomicamente autonome. Ma l'idea di Howard sarà ripresa nelle New Towns britanniche del secondo dopoguerra con esiti positivi e spesso brillanti. (pp. 27-28)
  • Nel 1903, configurando la casa parigina di rue Franklin, Auguste Perret ebbe il coraggio di lasciare la struttura in cemento armato in vista. È un'opera perfettamente conservata e di elevata ispirazione. L'intelaiatura di travi e pilastri vitalizza i pannelli di rivestimento elegantemente decorati che, così incorniciati, acquistano ritmo dinamico e penetrabilità. (p. 28)
  • Silurò la Secessione e l'Art Nouveaux, in nome di una prospettiva decisamente moderna, il viennese Adolf Loos. Le sue invettive, l'articolo «Ornamento e delitto» divenuto proverbiale, i suoi edifici ascetici, purissimi nei volumi e nelle superfici quanto complessi nella pluralità dei livelli e negli incastri altimetrici, segnarono l'atto di morte delle evasioni ottocentesche. (p. 29)
  • Ludwig Mies van der Rohe è, a confronto di Le Corbusier, il poeta silenzioso del razionalismo; eppure, benché reticente e appartato, venne accusato di esercitare una dittatura. Gli strali anti-corbusieriani s'appuntano sulla celeberrima frase «la casa è una macchina per abitare»; quelli diretti contro Mies attaccano il sofisma «il meno è il più» con cui presentava le sue costruzioni americane. L'uno è tacciato di meccanicità, di esasperazione logica e dottrinarismo; l'altro di imporre una visione sterilizzatrice e paralizzante. (p. 49)
  • Il focolaio del razionalismo [in architettura] risiede a Milano perché lì agiva Giuseppe Pagano. Impetuoso, polemico, estroverso, egli impersona la resistenza contro la retorica monumentalistica; travestito apostata del regime, fu l'eroe, vicino a Terragni e Persico[4], della moderna architettura italiana. (p. 72)
  • Quando [Pagano] sferzava con la sua tagliente ironia il megalomane culto della «romanità», parlava a nome di tutti gli artisti onesti, sapeva di garantire al paese, con il suo sacrificio, una continuità di cultura che il nazismo aveva stroncato in Germania e che veniva oppressa ovunque si estendesse la sua sfera d'influenza. (p. 72)
  • Come architetto, [Pagano] perorava un linguaggio sano, calzante, realista, scevro di virtuosismi costruttivisti e tecnocratici, alieno da utopie astrattiste. [...], puntò non sull'attimo di rapimento fantastico, ma su un impegno di lavoro serio, competente e socialmente illuminato. Morì a Mauthausen perché inverò questi princìpi anche nella lotta partigiana. (p. 72)

ExplicitModifica

L'architettura è il termometro e la cartina di tornasole della giustizia e della libertà radicate in un consorzio sociale. Decostruisce le istituzioni omogenee del potere, della censura, dello sfascio premeditato, e progetta scenari organici. Fuori di una modernità impegnata, sofferta e disturbata non c'è poesia architettonica.

Storia dell'architettura modernaModifica

IncipitModifica

Al quesito «perché è nata l'architettura moderna?» gli storici rispondono con quattro ordini di motivazioni che riflettono premesse concettuali diverse, l'idealistica e la meccanicistica, l'astratto-figurativa e l'economico-positivista:
per evoluzione naturale del gusto;
in seguito al progresso scientifico e tecnico delle costruzioni;
come risultato di nuove teorie della visione estetica;
per effetto di una radicale trasformazione sociale.

CitazioniModifica

  • L'idea basilare della città giardino parte dal proposito di salvare sia l'organismo urbano che il territorio rurale: la città dal congestionamento, dallo squallore, dai tuguri, la campagna dall'abbandono e dalla fatiscenza. (Volume primo, II. La prima età dell'architettura moderna, Arts and Crafts e città giardino, p. 52)
  • In termini culturali, il movimento [dell'Art Nouveau] ebbe immensa levatura: nel giro di un quinquennio, affrancò l'avanguardia dai revivals stilistici, plasmando e diffondendo un linguaggio inedito che, sin dall'esordio, assimilò i processi industriali in chiave delle sue finalità espressive. (Volume primo, II. La prima età dell'architettura moderna, Art Nouveau, p. 55)
  • Al nome belga Art Nouveau corrisponde in Francia «Art Moderne», in Germania «Jugendstil», in Spagna «Modernismo», in Italia «Liberty», in Austria «Secession»; in Inghilterra, nulla. Fedele alle posizioni Arts and Crafts[5], la Gran Bretagna osteggia il movimento continentale pur arricchendolo di un favoloso, inimitabile poeta: lo scozzese Charles Rennie Mackintosh[6]. (Volume primo, II. La prima età dell'architettura moderna, Art Nouveau, p. 63)
  • Malgrado una diffusione capillare, dal Brasile ai paesi scandinavi e alla Russia, l'Art Nouveau rimane un movimento d'élite, decoro dell'alta borghesia industriale progressista e colta; osserva Robert Schmutzler che «quando decadde al livello della piccola borghesia, diventò Kitsch, robaccia». (Volume primo, II. La prima età dell'architettura moderna, Art Nouveau, p. 66)
  • L'architettura moderna, in ogni sua fase, è calata nei problemi urbanistici. L'Art Nouveau non riesce però a formulare una politica globale a scala di città. [...] Il contributo Art Nouveau si esplica invece rigoglioso a livello di arredo urbano: lampioni, aiuole, stazioni metropolitane, allestimento arguto di piazze, strade e giardini, in genere regía del verde pubblico e privato. (Volume primo, II. La prima età dell'architettura moderna, Auguste Perret e Tony Garnier, p. 81)
  • Temperamento da orologiaio svizzero e, insieme, pittore astratto; maniaco di codificazioni e propagandista di straordinaria versatilità; categorico assertore di schemi, ansioso di primeggiare, più che per l'eccellenza dei risultati poetici, per geniale chiarezza metodologica; scontroso, egocentrico, sarcastico e lirico, sensibile ai temi sociali non tanto per reale partecipazione, quanto per l'esigenza di racchiudere i comportamenti umani entro sistemi algebrici. In breve, astrattismo figurale, astrattismo tecnico, astrattismo sociologico fusi da una prodigiosa capacità di intervento. Questo è Le Corbusier uomo, architetto e trattatista. (Volume primo, III. I maestri del periodo razionalista, Charles-Edouard Jeaneret - Le Corbusier, p. 98)
  • Cosa ha significato il Bauhaus? Largamente paralizzato dalle proprie antinomie almeno cinque anni prima che il nazismo ne decretasse la fine, ebbe risonanza internazionale, ma non seppe penetrare nell'apparato universitario tedesco. Ne incarnò tuttavia la cattiva coscienza, assurgendo a simbolo non di una precisa metodologia didattica, bensì di un approccio sperimentale aperto, ricettivo di ogni contributo valido nell'ambito del design, dalla grafica al mobilio, dall'architettura alla fotografia, dal pezzo artigianale al prototipo industriale. (Volume primo, III. I maestri del periodo razionalista, Walter Gropius, p. 114)
  • È «realismo socialista» chiedere agli operai che passano per una strada: in che stile volete il tubercolosario di Dnepropetrovsk? (Volume primo, IV. La crisi del razionalismo architettonico in Europa, La parabola dell'architettura sovietica, p. 152)
  • James Mason Fitch si è rivolto il quesito: cos'è specificamente «americano» nell'architettura degli Stati Uniti? Ha risposto indicando tre qualità dominanti: – disponibilità ad acquisire tecniche e forme importate; – vocazione a trasformarle in chiave delle situazioni locali e dei rapidi mutamenti del gusto; – capacità di applicarle su vastissima scala nella produzione seriale. (Volume secondo, VIII. Tradizione moderna e primo razionalismo negli Stati Uniti, p. 281)
  • Un luogo comune tuttora diffuso nella storiografia dell'architettura moderna sostiene che il linguaggio di Wright, dato il suo stretto legame al contesto socio-culturale e psicologico degli Stati Uniti, ha avuto scarsa eco in Europa; il «wrightismo» sarebbe nulla più di una fugace moda emersa all'indomani della seconda guerra mondiale, riverbero della propaganda americana durante il quinquennio 1945-1950. A tale pregiudizio se ne contrappone un altro, di segno inverso ma ugualmente superficiale, reiterato nella critica d'oltreoceano: Wright, profeta inascoltato in patria, per lungo tempo misconosciuto dai suoi concittadini, avrebbe suscitato entusiasmi soltanto in Europa lasciandovi orme durevoli ed incisive. (Volume secondo, X. L'influenza internazionale di Wright, p. 333)
  • Nel mondo domina un patriarca, Frank Lloyd Wright, la cui statura sfugge alle leggi del tempo, ma è troppo isolato e soverchiante per esercitare un influsso di ampia gittata sui più giovani. (Volume secondo, XII. La terza età: itinerari degli anni cinquanta-novanta, p. 376)
  • Collaboratore di Adolf Loos nella Vienna del 1920, poi esponente del movimento De Stijl[7], Frederick Kiesler trascura presto la metodologia della scomposizione e del rimontaggio per abbracciare l'ideale del continuum [...] Si è parlato di Kiesler come del «più grande architetto non-costruttore del nostro tempo» e, in effetti, i suoi schizzi e manifesti sono tutt'ora provocatori [...]. (Volume secondo, XII. La terza età: itinerari degli anni cinquanta-novanta, pp. 404-405)
  • Il termine [brutalismo] deriva da «brut», dal «beton brut» corbusieriano di Marsiglia e, prima ancora, da un aforisma di Vers une Architecture che, già nel 1921, sembra abiurare il purismo: «L'architecture, c'est, avec des matières bruts, établir des rapports émouvants». Per materie grezze s'intende l'esibizione schietta, quasi arrogante, non solo di cemento, vetro, acciaio, mattoni, ma anche di fili elettrici e tubature degli impianti, in modo che l'edificio dichiari esattamente come e cosa è, senza diaframmi formali, anzi con sanguigna rudezza e polemica astinenza da ogni finitura gradevole. (Volume secondo, XII. La terza età: itinerari degli anni cinquanta-novanta, pp. 406-407)
  • Kahn era un «vieux prodige» [...] Piccolo di statura, il volto ustionato e riarso come per ataviche privazioni, con occhi sfavillanti dilatati da spessissime lenti, la sua figura appariva tutt'altro che eroica: profugo, permanentemente sradicato dall'humus americano, l'educazione Beaux Arts[8] non mai superata l'aveva relegato ai margini, anzi fuori del movimento moderno. [...] Tuttavia lanciava nell'insegnamento una carica ipnotica, riproponendo da zero i problemi architettonici e scavandone la genesi e i principi. La sua passione galvanizzò i giovani perplessi e confusi dalla crisi dell'«International Style»[9]. (Volume secondo, XII. La terza età: itinerari degli anni cinquanta-novanta, p. 417)

NoteModifica

  1. da Danilo Dolci: la pianificazione dal basso, in Editoriali di architettura, Einaudi, Torino, 1979, p. 304.
  2. da Zevi su Zevi: architettura come profezia, Marsilio, Venezia, 1993.
  3. Georges Eugène Haussmann, più conosciuto come Barone Haussmann (1809–1891), politico, urbanista e funzionario francese.
  4. Giuseppe Terragni (1904–1943), architetto; Edoardo Persico (1900–1936), critico d'arte e saggista.
  5. Cfr. voce su Wikipedia
  6. Cfr. voce su Wikipedia
  7. De Stijl, conosciuto anche con il nome di Neoplasticismo. Cfr. voce su Wikipedia
  8. Cfr. voce su Wikipedia
  9. International Style o Movimento Moderno. Cfr. voce su Wikipedia

BibliografiaModifica

  • Bruno Zevi, Architettura della modernità, Tascabili Economici Newton, Roma, 1994. ISBN 88-7983-628-5
  • Bruno Zevi, Storia dell'architettura moderna, 2 voll., Einaudi, Torino, 2001.

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