Apri il menu principale
Beppe Fenoglio

Giuseppe Fenoglio detto Beppe (1922 – 1963), scrittore italiano.

Indice

Citazioni di Beppe FenoglioModifica

  • Indugiarono un po' a considerare le orme che i partiti avevano lasciato e poi mossero gli occhi intorno e in alto. C'era da restare accecati a voler fissare là dove il cielo d'un azzurro di maggio si saldava alla cresta delle colline, di tutto nude fuorché di neve cristallizzata. Una irresistibile attrazione veniva, col barbaglio, da quella linea: sembrava essere la frontiera del mondo, da lassù potersi fare un tuffo senza fine.[1]
  • – Non ti senti bene? diceva Leo con la sua querula pazienza. – Ti sto chiedendo se giocavi a tennis nella vita.
    – No no. – rispose a precipizio. – Troppo caro. Sentivo che quello era il mio gioco, ma troppo caro. Il solo prezzo della racchetta mi faceva rimordere la coscienza. Così mi diedi alla pallacanestro.
    – Magnifico sport – disse Leo. – Tutto anglosassone. Milton, non ti è mai passato per la testa, allora, che chi praticava la pallacanestro non poteva esser fascista?
    – Già. Ora che mi ci fai pensare.
    – E tu, eri un buon cestista?.
    – Ero... discreto.[2]
  • Ricordatevi, o giovani, che le donne sono bestie. Non le potete acchiappare perché non hanno la coda, ma se le picchiate in testa sentono.[3]
  • Tu non devi sapere niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te. Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori, istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti.[4]

I ventitré giorni della città di AlbaModifica

IncipitModifica

Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944.
Ai primi d'ottobre, il presidio repubblicano, sentendosi mancare il fiato per la stretta che gli davano i partigiani dalle colline (non dormivano da settimane, tutte le notti quelli scendevano a far bordello con le armi, erano esauriti gli stessi borghesi che pure non lasciavano più il letto), il presidio fece dire dai preti ai partigiani che sgomberava, solo che i partigiani gli garantissero l'incolumità dell'esodo. I partigiani garantirono e la mattina del 10 ottobre il presidio sgomberò.

CitazioniModifica

  • Scesero la collina, molti piangendo e molti bestemmiando, scuotendo la testa guardavano la città che laggiù tremava come una creatura. (I ventitré giorni della città di Alba)
  • Essere una ragazza è la cosa più cretina di questo mondo.
  • Se si sfrega a lungo e fortemente le dita di una mano sul dorso dell'altra e poi si annusa la pelle, l'odore che si sente, quello è l'odore della morte. Carlo lo aveva imparato fin da piccolo, forse dai discorsi di sua madre con le altre donne del cortile, o più probabilmente in quelle adunate di ragazzini nelle notti estive, nel tempo che sta tra l'ultimo gioco e il primo lavoro.
  • Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano.
  • Sentì il rumore della fine del mondo e tutti i capelli gli si rizzarono in testa. Qualcosa al suo fianco si torse e andò giù morbidamente. Lui era in piedi, e la sua schiena era certamente intatta, l'orina gli irrorava le cosce, calda tanto da farlo quasi uscir di sentimento. Ma non svenne e sospirò: – Avanti!

Il partigiano JohnnyModifica

IncipitModifica

Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s'era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell'8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell'Italia centrale.

CitazioniModifica

  • Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita... (p. 1)
  • Si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell'autentico popolo d'Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente piú inebriante la coscienza dell'uso legittimo che ne avrebbe fatto". (da Il partigiano Johnny, Torino 1968, p. 40; citato in Ginsborg 1989, p. 14)
  • Tu sei comunista, Tito? - Io no, - sbottò lui. - Io sono niente e sono tutto. Io sono soltanto contro i fascisti. Sono nella Stella Rossa perché la formazione che ho incocciata era rossa, il merito è loro d’averla organizzata e d’avermela presentata a me che tanto la cercavo, come finora non ho cercato niente altrettanto intensamente. Ma a cose finite, se sarò vivo, vengano a dirmi che sono comunista! (cap. V, p. 62)
  • Ora camminavano verso la suprema specola, sul ciglione assolutamente nudo ed un poco riverberante. E Johnny seguì con l’occhio tutta la giogaia dell’immensa collina, gli parve l’accosciata posante moglie di Polifemo... L’occhio si perdeva abissalmente ne lo sbalzante digradare, ai fondovalle, alle pinete ed alle macchie intorno ai raggelati corsi d’acqua; anche a chilometri di distanza eventuali fascisti dovevano apparire come nudi. (cap. V, p. 66)
  • Il cuore di Johnny s’apriva e scioglieva, girò tutto apposta per farsi partecipe e sciente d’ogni uomo. Erano gli uomini che avevano combattuto con lui, che stavano dalla sua parte ché all’opposta. E lui era uno di loro, gli si era completamente liquefatto dentro il senso umiliante dello stacco di classe, è come loro, bello come loro se erano belli, brutto come loro, se brutti. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine, giochi, lavori, vizi, solitudine e sviamenti, per trovarsi insieme a quella battaglia. (cap. VII, p. 91)
  • Poi nella sua spina dorsale si spiralò, lunga e lenta, l’onda della paura della battaglia ripensata. Anche agli altri doveva succedere lo stesso, perché tutti erano un po’ chini, e assorti, come a seguire quella stessa onda nella loro spina dorsale. Una battaglia è una cosa terribile, dopo ti fa dire, come a certe puerpere primipare: mai più, no mai più. Un’esperienza terribile, bastante, da non potersi ripetere, e ti dà insieme l’umiliante persuasione di aver già fatto troppo, tutta la tua parte con una battaglia. (cap. VII, p. 92)
  • Verso mezzanotte, le ultime due squadre erano pronte per la partenza. - Abbiamo probabilità, Biondo? - domandò un uomo. - Fattore campo, disse il Biondo semplicemente, ma con una serietà sinistra. Allora Johnny pensò che fra un paio d’ore, su questa particolare terra, sotto quella universale luna, sarebbe stato, novanta su cento, morto o prigioniero, e pensò «how sorry he ought to be». {cap. X, p. 123)
  • Quanto all’etichetta politica, i capi badogliani erano vagamente liberali e decisamente conservatori, ma la loro professione politica bisogna riconoscere, era nulla, sfiorava pericolosamente il limbo agnostico, in taluni di essi si risolveva nel puro e semplice esprit de bataille. L’antifascismo però, più che mai considerato, oltre tutto, come una armata, potente rivendicazione del gusto e della misura contro il tragico carnevale fascista, era integrale, assoluto, indubitabile. (cap. XII, p. 146)
  • Pierre sospirò: - Io e quelli dovremmo essere fratelli per vocazione. Eppure io non do un soldo per loro. Essi hanno calcolato tutto e noi niente. Essi cominciano dalla città e noi abbiamo cominciato dalle colline. Se perderemo la città [Alba] noi torneremo sulle colline senza batter ciglio, nella vena del nostro destino, ma essi non lasceranno la città. Svestiranno precipitosamente la divisa, pregheranno che chi li ha visti non li tradisca, malediranno la loro ingenuità, il loro sentimentalismo, il loro patriottismo, malediranno noi che li abbiamo costretti a rimetter la divisa e che non siamo veri soldati. Credimi Johnny, io non mi sento di scambiare con loro una sola parola. (cap. XIX, p. 243)
  • Johnny sedeva e fumava al limite della pioggia. Fare il partigiano era tutto qui: sedere, per lo più su terra o pietra, fumare (ad averne), poi vedere uno o più fascisti, alzarsi senza spazzolarsi il dietro, e muovere a uccidere o essere uccisi, a infliggere o ricevere una tomba mezzostimata, mezzoamata. (cap. XX, p. 261)
  • Tutta la gente stava cambiando, gradualmente, dappertutto. La disfatta partigiana in città aveva influito anche su loro, sulla loro speranza di una fine della guerra ragionevolmente vicina. Per mesi e mesi avevano dato ed aiutato e rischiato, unicamente in cambio di assicurazioni di un progresso verso la vittoria, per i loro raccolti e i loro greggi e il loro tranquillo andare a fiere e mercati, questa brutta faccenda di tedeschi e fascisti seppellita una volta per tutte. Ora dopo la secca lezione della città, dovevano continuare a dare, aiutare e rischiare testa e tetto, nella brumosa lontananza della vittoria e della liberazione. Per mesi avevano dato e aiutato sorridendo, ridendo e facendo un mondo di fiduciose domande, ora dovevano cominciare a dare in silenzio, poi quasi sullenly, infine in muta e poi non più muta protesta. (cap. XXII, p. 296)
  • [I fascisti] Mi hanno portato via tutti i polli e conigli, il vitello e il porcellino. E col fucile mi hanno ucciso il cane che di loro non voleva saperne. Mi dissero che portavano via tutto solo per non lasciarne ai tedeschi che dovevano, debbono passare dopo di loro. Così son qui fuori ad aspettare i tedeschi. E voi per piacere uscite subito dalla mia aia e lontanatevi. (cap. XXVI, p. 348)
  • Così entrando in un altro grande bosco, fecero alt nel più protetto e central suo, accadesse quel che volesse. Si sedettero sulla terra rappresa, appoggiandosi a tronchi crepitanti, senza fiato per il freddo condensantesi, sentendo appieno su e dentro di sé l’integrità dell’umana loro miseria fino ad allora mascherata e narcotizzata dall’eccitazione per la vita. Le teste penzolavano, ma gli occhi non si chiudevano, per tener le mani calde, avevano rilasciato le armi a terra, vi aderivano come metallici pesci in secco. La fame li torturava con dita cinesi. Domani, domani al più tardi, per mangiare avrebbero dovuto sfondare porte sprangate, e puntar le armi contro donne solitarie e mortalmente atterrite. Non era per negar loro cibo, ma non volevano che gli entrassero nemmeno per un attimo sotto il tetto, vi lasciassero il loro odore puro e semplice. Domani. (cap. XXV, p. 335)
  • E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull'ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l'importante: che ne restasse sempre uno. Scattò il capo e acuì lo sguardo come a vedere più lontano e più profondo, la brama della città e la repugnanza delle colline l'afferrarono insieme e insieme lo squassarono, ma era come radicato per i piedi alle colline. – I'll go on to the end. I'll never give up. (cao. XXVIII, p. 373)
  • - Non sei morto, Johnny? - Ettore e Pierre sono morti. Scattò la testa come in una sorta di civetteria. - Sono morti - Loro sono morti. - Pazienza, - disse lei. - Sarai certo distrutto dal gran correre e camminare. Entra, sali nella mia stessa camera e coricati subito nel mio letto. Rullando coi piedi sul piancito affogato dalle patate Johnny arrivò alla scala e salendola sentì un gorgoglio della cagna, subito zittita ed ammansita. Come entrò, qualcuno tenne il respiro, un altro sfregò un fiammifero ed a quella fiamma Johnny vide Pierre ed Ettore seduti sul letto, ridenti in silenzio di lui, con la cagna stesa sulle loro gambe, felice. (cap. XXVIII, p. 378)
  • Riuscì sull’aja, si diresse al forno abbandonato, cacciò una mano nella bocca e tastò le pietre fredde e polverose, finché le sue dita toccarono e gripparono qualcosa di metallico. Era la pistola di Ettore; ecco perché non l’avevano fucilato sul posto. Ma l’avrebbero fatto stanotte o una delle prossime? Ettore non poteva dimostrare che non era partigiano. E non l’avrebbe nemmeno tentato, nemmeno voluto: era orgoglioso e inflessibile, così pronto a pagare il grande prezzo, ma nella sua dimessa, sempre minimizzante maniera. (cap. XXX, p. 395)
  • E li amò come bambini, accettò quel loro esser tanto giovani e così fuori della guerra e sperò che essi dimenticassero poi rapidamente e totalmente quella guerra in cui avevano marginalmente scalpicciato coi loro piedi innocenti, augurò loro bene e fortuna in quel mondo di dopo che egli aveva tanto poche probabilità di dividere con loro. (cap. XXXII, p. 413)
  • Johnny guardò circolarmente i bambini in gioco e disse: - Qualunque cosa accada, badate a loro. Capito? Pensate prima a loro. E noi lasciateci al nostro destino. Pensate soltanto a loro. Non sentirete rimorso col tempo, sarete tranquilli. (cap. XXXII, p. 418)
  • Due soldati mi scortarono fino al posto di blocco: uno, dopo avermi insultata a più non posso, passò avanti ad accelerare le bestie, e l’altro rimasto alla predella trovò il tempo di bisbigliarmi: «Scolpitevi in mente la mia faccia, signora, e salvatemi dai partigiani e spendete per me una buona parola, e datemi rifugio. Non importa che i partigiani mi pestino da sfigurarmi, se capito dalle vostre parti, purché non mi tolgano la vita. Ne ho abbastanza, specie ora che il colonnello se ne va, e a giorni diserterò». Io gli accennai appena di sì con la testa e subito dopo passai il posto di blocco, con tutti loro che mi insultavano dietro, compreso quello che mi si era appena raccomandato. (cap. XXXIII, p. 428)
  • - Io sono ignorante, d’accordo, - cominciò il mugnaio, - e perché abbiamo un po’ di tempo cercherò di spiegarti perché e quanto sono ignorante. Io nacqui nell’ignoranza e ci restai allevato fino a bambino. Ma da ragazzo non ci volli rimanere, come ci restano invece tutti quelli nati e vissuti su queste alte colline, ma ci lottai contro, mi rivoltai e ci lottai contro e ancora ci lotto. Mi basti dirti che pur occupato in questo mestieraccio e vivendo in questi posti selvaggi, io non ho mai mancato di leggermi tutti i giorni il giornale, naturalmente fin quando la corriera ha funzionato e il servìzio postale. Ogni volta rileggevo tre volte lo stesso foglio, per incavare idee sugli uomini e sui fatti e sul mondo -. (cap. XXXIV, p. 439)
  • Lassú si schioccò indietro il berretto e: - Che ve n’è sembrato dell’inverno, ragazzi? - disse. - Non è stata una grande, tremenda cosa? Lo è stata, ve lo dico io, ed è la cosa della quale ci vanteremo maggiormente. Non è così? Vi vedo legnosi e intirizziti. Animo, dunque! L’inverno venturo saremo in pace, forse in una bella camera, calda a ventidue gradi, forse in vestaglia, forse in pantofole e forse, pensateci! sposati. Pensate che tragedia, che comica! - e tutti gli uomini risero altamente e strainedly. - Scommetto la testa, proseguì Nord, - che ci assalirà allora una barbara nostalgia di questo terribile inverno e piangeremo, sì piangeremo sulla sua memoria. Quindi, un evviva a questo inverno! (cap. XXXVI, p. 449)

ExplicitModifica

Pierre bestemmiò per la prima ed ultima volta in vita sua. Si alzò intero e diede il segno della ritirata. Altri camion apparivano in serie dalla curva, ancora qualche colpo sperso di mortaio, i partigiani evacuavano la montagnola lenti e come intontiti, sordi agli urli di Pierre. Dalle case non sparavano più, tanto erano contenti e soddisfatti della liberazione. Johnny si alzò col fucile di Tarzan ed il semiautomatico... Due mesi dopo la guerra era finita.

Il libro di JohnnyModifica

IncipitModifica

Dall'alto della torre medievale la sirena ululò nella notte di giugno. Subito la madre lo chiamò con la sua voce imperterrita: – Johnny? l'unpa –. Johnny rotolò da un ciglio all'altro del letto, sospirando vestì una parte dei suoi leggeri indumenti estivi. Poi passò nella camera dei genitori, torrida. Suo padre giaceva in un sonno inviolabile, con un fendente di luce lunare attraverso il viso. – Posso frugare nelle tasche di papà per una sigaretta? – bisbigliò, rivolto all'angolo di buio assoluto in cui era coricata sua madre. Non poteva affrontare senza tabacco ore e ore di vagabondo servizio unpa. Trovò nelle tasche del padre una sigaretta, deformata della pressione di un mazzo di chiavi.

CitazioniModifica

  • Johnny remava malissimo, la palata sinistra incorreggibilmente più superficiale e debole della destra, col risultato che l'imbarcazione avanzava tarda e obliqua. Elda però non ci faceva caso, persa a contemplare la sponda, il parco, i viali. Disse: – Ecco Torino: il punto di partenza di noi tutti per ciò che chiamiamo vita. Per che cosa parti da Torino, tu Johnny? Ti rendi conto che sei fatto in un certo modo per cui dovrò giudicarti fallimento ogni cosa in cui riuscirai? Anche se a trent'anni sarai ordinario di cattedra di Lingua e letteratura inglese? Dovrò considerarti sempre e comunque un fallito, perché sei fatto a quel certo modo. – Dunque – aveva risposto Johnny, – dovrei morire molto giovane. – Perché sei fatto a quel certo modo, – ripeté. Allora egli fermò i remi. – E se diventassi uno scrittore? – Elda giunse le mani, poi per l'entusiasmo tanto si scosse che la barca si sbilanciò, cozzò nei macigni emergenti attorno a un pilone di Ponte Isabella, a un niente dal naufragio. (p. 21)
  • Sull'acqua correvano brividi di felicità, il cielo era d'un turchino granuloso, fregiato di un'unica nube, affusolata e forte come l'ala di un arcangelo, i milioni di pietre del greto antistante l'isola cona barbagliavano come un selciato di diamanti. (p. 28)
  • «A Palazzo Venezia non so, Lui non c'era, questo si sapeva. Il Re? Booh, il Re. Chi sa mai niente del Re? Il Papa invece, il Papa è sceso in mezzo al popolo, io l'ho visto di persona, Petrangeli confermalo tu, è sbarcato da una grande macchina nera, da capo a piedi vestito di bianco, le sue interminabili braccia aperte in croce. Tutti si sono inginocchiati, lo chiamavano Padre e Pastore, guardasse le rovine, gli hanno invocato pace, pace, la pace. Io e Petrangeli stavamo in divisa, ma ci siamo inginocchiati pure noi, anche una ronda coi mitra ho visto inginocchiarsi al Papa, una ronda della paoi. Che dimostrazione hanno fatta al Papa!» (p. 134)
  • Disse D'Addio: – Che razza d'eunuchi. Che dovrebbero dire e fare i napoletani che si beccano bombardamenti dalla prima notte di guerra? Lascio giudicare a voi.
    – Appunto. Che dovrebbero dire Genova e Torino? Ma che si credono questi romani?
    – Questa è bella. Le altre città vengono bombardate per quello che hanno, la fiat o il porto. Roma no, non dev'essere bombardata proprio per quello che ha: le pietracce sue.
    – E questo Papa? Ti risulta che nelle altre città abbiano mai invocato il Papa? Che c'entra il Papa? Ma qui il Papa è come Papà, Papalino. Papalino, tu che lo puoi, fai cessare la guerra, mandaci la pace. Qui Re e Duce sono scartine, l'asso è il Papa. Il Papa come Papà.
    – Papalino, vedi che ce buttano 'e bombe in testa.
    – Bagascioni di romani.
    – Romani cacaioli.
    – Che schifo, i discendenti di Giulio Cesare.
    – Discendenti di chi?
    – Abbasso il Duce!
    – A morte!
    – È ora di finirla! – intimò il ridestato Dian. senza precisare se con la guerra o il regime o il bordello. (pp. 134-135)

Una questione privataModifica

IncipitModifica

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.

Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo.

Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo.

CitazioniModifica

  • [Milton rivolgendosi mentalmente a Fulvia] «Sono sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto... Sono scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come mai e mi son visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso». (p. 6)
  • C’era di mezzo la piú lunga notte della sua vita. Ma domani avrebbe saputo. Non poteva piú vivere senza sapere e, soprattutto, non poteva morire senza sapere, in un’epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati piú a morire che a vivere. Avrebbe rinunciato a tutto per quella verità, tra quella verità e l’intelligenza del creato avrebbe optato per la prima. (p. 24)
  • Facevano cerchio serrato intorno a Cobra il quale si era accuratamente rimboccato le maniche fin sui potenti bicipiti e ora si curvava verso un immaginario catino. – Guardate, – diceva, – guardate tutti quel che farò se ammazzano Giorgio. Il mio amico, il mio compagno, il mio fratello Giorgio. Guardate. Il primo che beccherò... mi voglio lavar le mani nel suo sangue. Cosí –. E si curvava sull’immaginario catino e immergeva le mani e poi se le strofinava con una cura e una morbidità spaventevoli. – Cosí. E non solo le mani. Ma anche le braccia voglio lavarmi nel suo sangue –. E ripeteva l’operazione di prima sull’avambraccio e sul lacerto. – Cosí. Guardate. Se ammazzano il mio fratello Giorgio –. Parlava con la stessa morbidità e nettezza con cui si lavava, ma in ultimo scoppiò in un urlo altissimo: – Voglio il loro sangue! Voglio entrare nel loro sangue fino alle ascelleeeee! (pp. 49-50)
  • [Il partigiano Paco racconta del dialogo con un fascista prima della sua esecuzione capitale] Ed io: «Io non voglio discutere con te al punto che sei. Però il tuo duce è un grandissimo vigliacco, un vigliacco mai visto. Io gliel’ho letto in faccia. Senti qua. Tempo fa mi è venuto tra le mani un giornale di allora, dei tempi belli per voi, con una fotografia di lui che pigliava mezza pagina, e me la sono studiata per un’ora. Ebbene, io gliel’ho letto in faccia. E se insisto tanto è perché non voglio che tu ti sprechi a gridare Viva Lui in punto di morte. Io me lo vedo, chiaro come il sole. Quando toccherà a lui come ora tocca a te, lui non saprà morire da uomo. E nemmeno da donna. Morirà come un maiale, io me lo vedo. Perché è un vigliacco fenomenale». «Viva il Duce!» mi fa quello, ma piano, sempre tenendosi la testa fra i pugni. E io non perdo la pazienza e gli dico: «È un vigliacco enorme. Quello di voi che morirà piú da schifoso morirà sempre come un dio in confronto a lui. Perché lui è un vigliacco colossale. È il piú vigliacco italiano che sia esistito da quando esiste l’Italia, e per vigliaccheria non ne nascerà piú l’uguale anche se l’Italia durasse un milione di anni». (p. 63)
  • – E invece? Invece quando sarà finita? Quando potremo dire fi-ni-ta? – Maggio. – Maggio!? – Ecco perché ho detto che l’inverno durerà sei mesi. – Maggio, – ripeté la donna a se stessa. – Certo che è terribilmente lontano, ma almeno, detto da un ragazzo serio e istruito come te, è un termine. È solo di un termine che ha bisogno la povera gente. Da stasera voglio convincermi che a partire da maggio i nostri uomini potranno andare alle fiere e ai mercati come una volta, senza morire per la strada. La gioventú potrà ballare all’aperto, le donne giovani resteranno incinte volentieri, e noi vecchie potremo uscire sulla nostra aia senza la paura di trovarci un forestiero armato. E a maggio, le sere belle, potremo uscire fuori e per tutto divertimento guardarci e goderci l’illuminazione dei paesi. (p. 66)
  • – E allora, – disse il vecchio, – non ne perdonerete nemmeno uno, voglio sperare. – Nemmeno uno, – disse Milton. – Siamo già intesi. – Tutti, tutti li dovete ammazzare, perché non uno di essi merita di meno. La morte, dico io, è la pena piú mite per il meno cattivo di loro. – Li ammazzeremo tutti, – disse Milton. – Siamo d’accordo. Ma il vecchio non aveva finito. – Con tutti voglio dire proprio tutti. Anche gli infermieri, i cucinieri, anche i cappellani. Ascoltami bene, ragazzo. Io ti posso chiamare ragazzo. Io sono uno che mette le lacrime quando il macellaio viene a comprarmi gli agnelli. Eppure, io sono quel medesimo che ti dice: tutti, fino all’ultimo, li dovete ammazzare. E segna quel che ti dico ancora. Quando verrà quel giorno glorioso, se ne ammazzerete solo una parte, se vi lascerete prendere dalla pietà o dalla stessa nausea del sangue, farete peccato mortale, sarà un vero tradimento. Chi quel gran giorno non sarà sporco di sangue fino alle ascelle, non venitemi a dire che è un buon patriota. (p. 84)
  • [Il partigiano Matè rivolgendosi a Milton] Io dico che dovremmo pensare un po’ di piú a quelli di noi che son finiti in Germania. Ne hai mai sentito parlare una volta che è una? Mai uno che si ricordi di loro. Invece dovremmo, dico io, tenerli un po’ piú presenti. Dovremmo schiacciare un po’ di piú l’acceleratore anche per loro. Ti pare? Si deve stare tremendamente male dietro un reticolato, si deve fare una fame caína, e c'é da perdere la ragione. Anche un solo giorno può essere importante per loro, può essere decisivo. Se la facciamo durare un giorno di meno, qualcuno può non morire, qualcun altro può non finir pazzo. Bisogna farli tornare al piú presto. E poi ci racconteremo tutto, noi e loro, e sarà già triste per loro poter raccontare solo di passività e dover stare a sentir noi con la bocca piena di attività. (p. 109)

ExplicitModifica

Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò.

Incipit di alcune opereModifica

La maloraModifica

Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sotto terra.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Primavera di bellezzaModifica

Insensibile al freddo mordace, Johnny fissava vacuamente lo scarico della latrina. Si riscosse all'arrivo di un compagno, ciabattante, malsano, terrone. Lo scansò a testa bassa e filò via rasentò il muro sgocciolante, orientandosi sull'alone funereo della lampada della sua camerata. Rivide il distretto, quel lercio maresciallo nel primo ufficio, che portava l'uniforme come una camicia da notte, i cassetti della scrivania pieni di omaggi e pedaggi in viveri e tabacco. Quindi il colonnello comandante, nella sala visite: in perfetta divisa, calzava sotto i gambali fruste pianelle di marocchino. Batté il piede per richiamare l'attenzione dello scritturale e decretò: «...esimo fanteria. Battaglione d'istruzione. Moana.»

Citazioni su Beppe FenoglioModifica

  • Si vedeva come l'uomo più brutto del mondo. La sua balbuzie era insieme causa e conseguenza del disagio che lo scrittore provava nei riguardi degli altri. Il fatto che egli avesse trasformato l'inglese nella sua lingua di elezione era anche un modo per compensare certi deficit verbali. (Elio Gioanola)
  • Una questione privata [...] è costruito con la geometrica tensione d'un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l'Orlando furioso, e nello stesso tempo c'è la Resistenza proprio com'era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest'altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché. (Italo Calvino)

NoteModifica

  1. Da Un giorno di fuoco, Einaudi.
  2. Da Una questione privata, pp. 24-25.
  3. Da La malora, Einaudi.
  4. Da Una questione privata.

BibliografiaModifica

  • Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba, Einaudi.
  • Beppe Fenoglio, Il libro di Johnny, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-22543-8
  • Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino, 1978
  • Beppe Fenoglio, Primavera di bellezza, Garzanti, 1959.
  • Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, Torino, 2006. ISBN 978-88-06-18075-1
  • Paul Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, traduzione di Marcello Flores e Sandro Perini, Einaudi, 1989. ISBN 88-06-16054-8

Altri progettiModifica

OpereModifica