Francesca Melandri

sceneggiatrice e scrittrice italiana

Francesca Melandri (1974 – vivente), scrittrice italiana.

Citazioni di Francesca MelandriModifica

  • Cosa rende Una questione privata un libro così vicino e inafferrabile, così "misterioso e assurdo", come lo definì Italo Calvino nella prefazione alla riedizione del proprio Il sentiero dei nidi di ragno, dove addirittura scrisse che «è al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione, non al mio»?[1]
  • Non sapremo mai se Milton lo trovi o no, questo senso. Al lettore il compito di accompagnarlo nella sua corsa attraverso fango, nebbia, fucilazioni di ragazzini e le note di Over the Rainbow. Ma non importa. La commozione che questo libro [Una questione privata] suscita ancora oggi in tanti lettori non è data da cosa Milton trovi, ma dalla sua ricerca. In essa siamo tutti suoi fratelli e sorelle. Anche noi, che pure non siamo stati partigiani e viviamo tanti anni dopo, arranchiamo proprio come lui alla cieca nel fango e nella nebbia della vita, commettendo errori, alcuni stupidi e altri fatali, ma pur sempre cercando. È li che quel "brocco brado" di Fenoglio ci indica il senso: nel nostro reciproco riconoscerci di poveri umani accomunati dall'ostinato ricercare.[1]

Sangue giustoModifica

  • Non ha il diritto di accusare lui e gli altri trentenni di essere una generazione cinica, egoista e superficiale. La sua non è migliore. Quella precedente, qualla sì che era stata diversa: si sarà anche autodistrutta negli eccessi e furori degli anni Settanta, ma diamine, loro quando hanno visto le ingiustizie del mondo si sono messi a fare politica. La generazione di Ilaria, quando ha visto le ingiustizie del mondo si è messa in terapia. (p. 29)
  • Perché ti fidi del passatore? Perché gli fai mandare tutti quei soldi da madre, amici, conoscenti, pur sapendo che potrebbe benissimo metterseli in tasca e lasciarti lì? Perché il passatore ha il GPS, cioè la tua vita. (p. 38)
  • Cos'è un confine in mezzo a un deserto? Una linea invisibile oltre la quale c’è chi ti picchia, chi ti dà da bere, chi ti ruba i soldi e chi fa un po' tutte queste cose insieme. Oppure, ancora, dove non c’è più nessuno perché l’autista ha perso la pista e allora si muore. (p.39)
  • Migrare è un gesto totale ma anche molto semplice: quando un vivente in un posto non può sopravvivere, o muore o se ne va. Umani, tonni, cicogne, gnu al galoppo nella savana: le migrazioni sono come le maree, i venti, le orbite dei pianeti e il parto, tutti fenomeni che non è dato fermare. Certo non con la violenza, seppure sia diffusa questa illusione. (pp. 41-42)
  • Ilaria non ha figli, ma se ne avesse rischierebbero grosso: la generazione successiva alla sua sta precipitando giù, forse più in basso di dove è iniziata l'ascesa dei loro nonni. Per un'insegnante di scuola dell'obbligo che vive da sola o, come sarà tra qualche anno, per una pensionata – sempre se esisteranno ancora le pensioni quando ci arriverà lei – questo appartamento è una diga. È il bastione che protegge una vita che possa dirsi decente dall'acqua alta della povertà; quella che quando rompe gli argini sale, sale e non si riabbassa più. (p. 134)
  • Il profumo del privilegio è come la puzza della povertà – per quanto ti lavi le mani, non andrà mai via. (p. 134)
  • [Sulla carestia in Etiopia, 1984-1985] Eppure, come sapevano bene gli operatori delle strutture di emergenza di distribuzione alimentare, c’era anche altro che succedeva in questa carestia. Per ogni bambino morente in braccio alla madre esausta ce n’erano dieci che, nonostante la pancia gonfia di vermi, si ostinavano a dare calci a una palla di stracci. Per ogni corpo abbandonato agli avvoltoi c’erano centinaia di persone in file ordinate che aspettavano la loro razione alimentare. Per ogni contadino che si era arreso a mettersi in fila ce n'erano molti di più che andavano a caccia di selvaggina, cercavano lavori a cottimo, si trasferivano da parenti in aree meno colpite dalla siccità, che cercavano cioè di sfamare la famiglia con le proprie risorse di forza e intelligenza. Ma a queste scene di resilienza e d'ingegno i fotografi e i cameraman non rivolgevano mai i loro obiettivi. Sceglievano sempre solo quelle che ritraevano gli etiopici come vittime passive e inerti, bisognose di ogni cosa e soprattutto di volontà. I telegiornali di tutto il mondo ripetevano la formula: "Un milione di morti". [...] Pochissimi spiegavano che se la fame imperversava proprio nello Shoa e nel Wollo, da sempre focolai di resistenza al Derg, non era una sfortunata coincidenza; che cioè la sequenza guerra-carestia-epidemia non riguardava solo il Seicento lombardo del Manzoni ma anche, oggi, la guerra fratricida tra Etiopia ed Eritrea. Pochissimi s'interrogavano su quali fossero le industrie occidentali che fornivano le armi per quella guerra. Ma la tragica epicità della narrazione mediatica sarebbe stata disturbata da questi contenuti politici, troppo prosaici in quanto storici e umani. Si preferiva raccontare l'Etiopia come un Paese flagellato da una grandiosa e inarrestabile apocalisse naturale – "biblica" era l'aggettivo più usato. Intanto, le rockstar vendevano milioni di biglietti dei loro concerti per beneficienza. (pp. 140-141)
  • Attilio non era il solo, a essere rientrato dall’Abissinia. A quattro anni dalla proclamazione dell’Impero erano molti i delusi dalla colonia. Tornati a casa parlavano poco, pochissimo. Chi aveva partecipato alle violenze peggiori teneva le proprie memorie chiuse e senza nome, come bagagli abbandonati nell’ufficio oggetti smarriti. Chi vi aveva assistito, non le raccontava per non esserne accusato. Gli altri, i più, quelli salpati per l'Africa non per ideologia ma sopravvivenza, provavano la vergogna dei migranti che non hanno fatto fortuna e tornano a casa morti di fame come sono partiti. Tutti tacevano. Ognuno di questi piccoli rivoli di silenzio confluiva nel fiume grande delle omissioni ufficiali; il quale a sua volta alimentava il grande mare della propaganda sull'Africa Orientale. (p. 292)
  • Il razzismo, ormai l'ha capito, è solo gioco di specchi, illusione. È il modo più efficace mai inventato per stroncare la lotta contro le ineguaglianze – la lotta di classe, un tempo si chiamava. Serve a istigare i penultimi a sentirsi superiori agli ultimi, per impedire che si ribellino insieme contro i primi. In America gli ex schiavi li linciavano i bianchi poveri, per dire, mica i padroni delle piantagioni. E nell'Italia del nuovo millenio, il trucco è lo stesso: convinci i disoccupati che il posto di lavoro non gliel’hanno rubato gli speculatori bensì gli immigrati e oplà: quelli andranno a menare braccianti al nero, invece di farti la rivoluzione. E intanto il mercato agroalimentare italiano può mantenere prezzi bassi e concorrenziali. Due piccioni con una sola fava nera. (pp. 455-456)
  • – Ma lo sapete cosa sono i CIE [Centri di identificazione e espulsione, ora chiamati CPR – Centri di permanenza per il rimpatrio], come quello dov'è finito il vostro parente? [...]
    – Sono le nostre frontiere. Quelle che abbiamo fatto finta di togliere. Le sbarre e le terre di nessuno non ci sono più ma le abbiamo solo nascoste. Ora sono i CIE la frontiera d’Europa. I bastioni della nostra identità. Di noi che godiamo dello Stato di diritto e mica siamo nazisti, mica mettiamo gente innocente nei lager per quello che è – tipo perché è ebrea, o zingara. Però, guarda un po', nei CIE non ci finisci se commetti un reato. Ci finisci per quello che sei. Perché sei un clandestino. (p. 488)
  • La sua era la debolezza paradossale dei dominatori: sanno ben poco dei dominati mentre questi ultimi, anche solo per necessità, sanno tutto di loro. (p. 492)

NoteModifica

  1. a b Da Beppe Fenoglio è la guida sicura nell'oscurità della nostra vita, Domani, 15 marzo 2022, p. 15.

BibliografiaModifica

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