Ayaan Hirsi Ali

politica, scrittrice e attivista olandese

Ayaan Hirsi Ali (nata Ayaan Hirsi Magan) (1969 – vivente), politica e scrittrice somala naturalizzata olandese.

Ayaan Hirsi Ali nel 2006

Citazioni di Ayaan Hirsi Ali

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  • Io non cerco di offendere il sentimento religioso, ma non mi sottometterò alla tirannia. Chiedere a chi non accetta gli insegnamenti di Maometto di astenersi dal ritrarlo non è una richiesta di rispetto ma un ordine di sottomissione.
I do not seek to offend religious sentiment, but I will not submit to tyranny. Demanding that people who do not accept Muhammad's teachings should refrain from drawing him is not a request for respect but a demand for submission.[1]
  • [Maometto] Un tiranno. Era contro la libertà di espressione. Se non ti adeguavi al suo volere, eri punito. Penso a lui come ad uno dei megalomani del Vicino Oriente: Bin Laden, Khomeini, Saddam. Credete proprio che sia così strano che esista un Saddam Hussein? Maometto è il suo modello. Maometto è un modello per tutti gli uomini musulmani. Credete che sia strano che molti uomini musulmani siano violenti?[2]
Intervista di David Cohen, 2 febbraio 2007[3]
  • Si chiudano le scuole di fede islamica oggi. [...] La Gran Bretagna si sta incamminando senza accorgersene verso una società che può essere regolata dalla Shariʿa entro alcune decadi a meno che le scuole islamiche non siano chiuse ed i giovani musulmani portati ad integrarsi e ad accettare i valori liberali occidentali. [...] Dobbiamo mostrare alla prossima generazione di musulmani, i bambini, che hanno una scelta e per farlo – per avere una qualche speranza – dobbiamo chiudere le scuole di fede islamica.
  • Io non ho visto nessuno uscire da una scuola cattolica o ebraica appoggiare la violenza contro donne o omosessuali o voler uccidere gente innocente nel nome della loro religione.
  • [L'Islam] Il nuovo fascismo. Proprio come il Nazismo iniziò con le idee di Hitler, la visione islamica è un califfato – un società governata con la legge della Shariʿa – dove le donne che hanno rapporti sessuali fuori del matrimonio sono lapidate a morte, gli omosessuali picchiati e gli apostati come me uccisi. La legge della Shariʿa è nemica alla democrazia al pari del Nazismo.
  • [Non ritengo che sia solo] una frangia di musulmani radicali ad aver deviato l'Islam e neppure che i moderati siano la maggioranza dei musulmani. [...] La violenza è insita nell'Islam – è un culto distruttivo e nichilista della morte. Legittima l'assassinio.
Ayaan Hirsi Ali on Israel, Jerusalem Post, 3 agosto 2006[4]
  • Ho visitato Israele alcuni anni fa, innanzitutto per capire come gestisce così bene tanti immigranti di tante origini diverse. La mia impressione principale è stata che Israele è una democrazia liberale. Nei luoghi che ho visitato, tra i quali Gerusalemme, Tel Aviv e le sue spiagge, ho notato l'uguaglianza tra uomini e donne. Non si può sapere cosa succede in privato, ma questo è quanto capisce un turista. Le tante donne in armi sono ugualmente molto visibili.
    Capisco che un elemento cruciale di successo è un fattore unificante tra gli immigranti in Israele. C'è chi arriva dall'Etiopia o dalla Russia o ha il nonno che è giunto dall'Europa, ciò che li unisce è l'essere ebrei. Questo legame manca in Olanda. La storia dei nostri immigrati è diversa anche da quella dell'Olanda, incluso la religione.
  • Dalla mia esperienza superficiale, il paese deve affrontare il problema dei fondamentalisti. Gli ultra-ortodossi saranno all'origine di un problema demografico perché questi fanatici hanno più bambini dei laici e dagli altri ortodossi.
  • Ho visitato anche i quartieri palestinesi di Gerusalemme. La loro zona è malandata e per questo se la prendono con Israele. In privato, però, ho incontrato una persona che parlava un eccellente inglese. Non c'erano telecamere o computer. Ha ammesso che quella situazione era anche per colpa loro, con molto del denaro giunto dall'estero rubato dai leader corrotti.
    Quando provo a parlare in Olanda della corruzione dell'Autorità palestinese e sulla responsabilità di Arafat nella tragedia della Palestina, non trovo mai tanti ascoltatori. Spesso si parla ai muri. Molti rispondono che Israele deve innanzitutto ritirarsi dai Territori occupati e poi tutto andrà bene con la Palestina.
  • La crisi del socialismo olandese può essere compresa nel suo atteggiamento verso l'Islam ed Israele. Israele è ritenuto di un livello morale eccezionalmente elevato. Gli israeliani, tuttavia, faranno sempre bene perché loro stessi applicano standard morali molto elevati nel loro agire.
    Il livello morale che ci si attende dai palestinesi è, invece, molto basso. Molti tacciono su tutti i problemi nei loro territori. Questo incoraggia i palestinesi ad essere più corrotti di quanto non lo siano già. A chi vive nei territori non è consentito dire nulla su tutto questo perché rischierebbe di essere assassinato dal suo stesso popolo.

Infedele

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«Chi sei?»
«Sono Ayaan, figlia di Hirsi, figlio di Magan.»
Sono seduta con ayeyo, mia nonna, su una stuoia d'erba intrecciata sotto il talal. Dietro di noi c'è la nostra casa, e i rami dell'albero sono l'unico riparo dal sole impietoso che colpisce la sabbia bianca.«Vai avanti» dice la nonna, fissandomi severamente.
«E Magan era figlio di Isse.»
«Poi?»
«Isse era figlio di Guleid, che era figlio di Ali. Che era figlio di Wai'ays. Che era figlio di Muhammad. Ali. Umar.» Esito per un un istante.«Osman. Mahamud.» Riprendo fiato, orgogliosa di me stessa.
«Chi era sua moglie?» chiede la nonna.
«Bah Ya'qub, Garab-Sare.» Ho nominato la più potente delle mogli di Osman Mahamud: la figlia di Ya'qub, «Colei che ha la spalla più alta».
Mia nonna annuisce di malavoglia. Niente male per una bambina di cinque anni. Sono riuscita a elencare i miei antenati a ritroso per tre secoli. Osman Mahamud è il nome del sottoclan di mio padre e, dunque, il mio. Sono le mie radici, ovvero ciò che io sono.
In seguito mia nonna arriverà persino a picchiarmi per farmi imparare la genealogia di mio padre fino all'origine, ottocento anni prima, del grande clan dei darod. Io sono una darod, una Harti, una Macherten, una Osman Mahamud. Discendo dalla consorte detta «Colei che ha la spalla più alta». Sono una Magan.
«Tienilo bene a mente» mi ammonisce mia nonna, agitando verso di me la sferza. «I nomi ti renderanno più forte. Sono la tua storia. Se li onori, ti terranno in vita. Se li disonori sarai abbandonata. Non sarai niente. Condurrai una vita miserabile e morirai sola. Su, ripetili ancora una volta.»

Citazioni

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  • Afwayne aveva vietato il sistema dei clan e alla gente non era più permesso chiedere agli altri chi fossero. Ora dovevamo essere solo dei somali, un'unica gloriosa nazione senza suddivisioni, unita nel culto di Siad Barre. Declamare le proprie origini significava essere un «anti» – un oppositore del regime – e poteva comportare prigione e tortura. (pp. 39-40)
  • Detesto l'idea di dimenticare qualcuno, ma voi sapete chi siete.
  • Forse dovrei gridare che i valori sono importanti: i valori dei miei antenati generano e preservano la povertà e la tirannia, per esempio, nella loro oppressione delle donne. Se ne prendessimo coscienza potremmo cambiare il destino di molte persone.
  • I Fratelli credevano nell'esistenza di un Islam puro, un Islam delle origini cui tutti avremmo dovuto tornare. I modi tradizionali di praticare l'Islam si erano corrotti, diluiti con antiche credenze che non dovevano più essere propagate. (p. 122)
  • «Il cavallo imbizzarrito che scatta al minimo fruscio inciampa e si rompe una zampa» diceva [la nonna]. «Mentre scappi davanti al tuo piccolo insetto, puoi cadere su questo cespuglio e morire, perché è velenoso. Puoi cadere su quel cumulo di terra e morire, perché nasconde un serpente. Devi imparare che cosa temere e che cosa no.» (p. 36)
  • Il presidente Menghistu era un dittatore non meno crudele di Siad Barre, ma era felice di finanziare i nemici del despota somalo. (p. 46)
  • In Somalia l'eloquenza e l'uso di un linguaggio ricercato riscuotevano ammirazione: l'opera dei grandi poeti era lodata, tramandata di generazione e generazione e raggiungeva terre a chilometri di distanza dal villaggio dove era stata prodotta. Ma raramente i poeti o chiunque altro avevano mai scritto una parola in somalo. Le scuole lasciate dai coloni erano del tutto insufficienti per istruire una nazione costituita ormai da milioni di persone. (p. 25)
  • In Somalia, la lingua è una cosa preziosa. È ciò che tiene uniti clan in perenne conflitto fra loro in un'unica nazione. (p. 26)
  • La gente mi chiede se voglio morire, dal momento che continuo a dire le cose che dico. La risposta è no. Voglio vivere. Tuttavia ci sono cose che devono essere dette e ci sono occasioni in cui il silenzio diventa complice dell'ingiustizia.
  • La preoccupazione più grande, quella che mi motiva, è sapere che le donne islamiche sono oppresse. Proprio questa oppressione fa sì che le donne e gli uomini musulmani siano più arretrati rispetto alle donne e agli uomini occidentali. In questo modo si crea una cultura che produce sempre più arretratezza a ogni generazione. Cambiare questo stato di cose gioverebbe in primo luogo ai musulmani.
  • Mi è stato detto che Submission è un film troppo aggressivo. La sua critica all'Islam sembra essere troppo dolorosa da sopportare, per i musulmani. Ma essere una di quelle donne ingabbiate è senz'altro molto più doloroso.
  • Nel 1974, una rivoluzione aveva spodestato il monarca etiope, l'imperatore Haile Selassie. Una giunta militare, il Derg, costituita da ufficiali di basso grado e soldati semplici, prese il potere, tra loro c'era il brutale Menghistu Haile Mariam, che divenne il successivo capo di Stato etiope. Siad Barre colse l'occasione per invadere la regione di Ogadèn, che l'Etiopia rivendicava come propria, ma era occupata per lo più da persone di lingua somala, il sottoclan Ogadèn dei darod. (pp. 67-68)
  • Non mi sottometterò più.
  • Non sarei diventata la donna che sono senza l'apertura, l'ospitalità e le opportunità che l'Olanda mi ha offerto.
  • Per spaccare il fronte dei suoi oppositori, Siad Barre aveva giocato sull'ostilità tra i clan, che è sempre latente in Somalia. (p. 171)
  • Se sei una donna somala, devi imparare a dire a te stessa che Dio è giusto e onnisciente e ti ricompenserà nell'Aldilà. Nel frattempo, tutti quelli che conoscono la tua pazienza e capacità di sopportazione applaudiranno tuo padre e tua madre per l'eccellente educazione che ti hanno impartito. I tuoi fratelli ti saranno grati per aver preservato il loro onore. Vanteranno di fronte alle altre famiglie la tua eroica sottomissione. E magari, alla fine, la famiglia di tuo marito apprezzerà la tua obbedienza e lui arriverà un giorno a trattarti come un essere umano. (p. 21)
  • Siad Barre era vicecomandante dell'esercito somalo all'epoca dell'indipendenza, nel 1960, e più tardi, dopo un periodo di addestramento con gli ufficiali sovietici, divenne un fautore del marxismo. Era un Marehan, il piccolo sottoclan dei darod, e di origini molto umili. Ancora oggi non è chiaro se, durante il colpo di Stato, fu lui a ordinare l'assassinio del presidente o se prese il potere a cose fatte. Il suo regime ricalcò il modello degli Stati satellite dell'Unione Sovietica: un solo partito, un solo sindacato, un'organizzazione femminile e gruppi del tipo Giovani pionieri. Grandi quantità di denaro furono investite negli armamenti anziché nello sviluppo, ma vi fu anche un consapevole finanziamento dello scuole, dove i bambini, oltre all'istruzione di base, ricevevano anche l'indottrinamento del regime. (p. 28)
  • Siad Barre introdusse in Somalia uno Stato di polizia e cercò di dotare il Paese di un'economia fittizia di stampo sovietico comunista. Ciò, per le famiglie comuni, significava lunghe attese sotto i raggi spietati del sole di Mogadiscio, al fine di ricevere razioni limitate di generi di prima necessità: farina, zucchero, olio, sorgo, riso e fagioli. Non c'erano carne, uova, verdure, né olive o burro. Qualsiasi extra doveva essere acquistato di contrabbando al mercato nero. (p. 31)
  • «Smettila di piangere. È così che vanno le cose. Nascere significa che dobbiamo morire un giorno o l'altro. Ma c'è un Paradiso, e le persone buone come zia Hawo vi trovano pace.» (p. 33)
  • [Sulla guerra dell'Ogaden] Somalia ed Etiopia erano coinvolte in un conflitto devastante. Negli anni a venire, la guerra avrebbe ucciso migliaia di persone, e avrebbe soffocato le nascenti economie di due Paesi ancora fragili. (p. 47)

Non sottomessa

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  • A mio avviso c'è un elemento particolare che viene messo troppo poco in evidenza, ovvero la morale sessuale dell'islam: una morale tipica delle società tribali premoderne, santificata nel Corano e ulteriormente elaborata negli insegnamenti del Profeta. In molti musulmani questa morale si traduce nell'ossessione per la verginità. A essa viene conferita una tale importanza, che risulta difficilissimo capire quali catastrofi umane e sociali ne conseguano.
  • L'unica vera speranza è che i musulmani comincino a fare autocritica e mettano alla prova i valori morali dettati dal Corano. Soltanto allora potranno liberare le loro donne, e quindi anche se stessi, dalla gabbia in cui le tengono prigioniere. I quindici milioni di musulmani che vivono in Occidente si trovano nelle condizioni più vantaggiose per trasformare questa speranza in realtà. In primo luogo perché nei Paesi occidentali esistono diritti civili e libertà, non ultima la libertà di esprimere le proprie opinioni. Un musulmano che in Europa analizza a fondo le basi della propria fede non deve temere di finire in prigione né, come accade nei Paesi arabi islamici, di essere condannato a morte dallo Stato.
  • Penso di essere atea di natura, ho solo impiegato un certo tempo per mettere la mia convinzione nero su bianco. Forse sembrerà arrogante, ma io penso che gran parte di quanti si dicono credenti in realtà siano atei.
  • L'islam dominava la vita della nostra famiglia sin nei minimi dettagli. L'islam era la nostra ideologia, la nostra politica, la nostra morale, il nostro diritto e la nostra identità. In primo luogo eravamo musulmani, soltanto in seconda battuta somali. Mi è stato insegnato che l'islam ci distingue dal resto del mondo, dai non musulmani. Noi musulmani siamo i prescelti da Dio. Loro, gli altri, i kafir, gli infedeli, sono asociali, impuri, barbari, non circoncisi, immorali, privi di coscienza e soprattutto osceni.
  • Il musulmano ha con il suo Dio un rapporto basato sulla paura. Per il musulmano il concetto di divinità è assoluto. Il nostro Dio pretende una sottomissione completa. Ti premia se rispetti le Sue regole fino nei minimi dettagli. Se le infrangi invece ti punisce duramente sia in terra, con malattie e catastrofi naturali, sia nell'aldilà, con il fuoco dell'inferno.
    La morale dell'islam deriva da un'unica fonte: il profeta Maometto. Maometto è infallibile. Si potrebbe quasi dire che sia egli stesso un dio, ma nel Corano c'è scritto specificatamente che Maometto è un uomo, l'uomo migliore, l'uomo più perfetto, pari a un dio. Noi dobbiamo vivere secondo il suo esempio. Ciò che è scritto nel Corano, è quello che Maometto ha raccontato che Dio ha detto. Le migliaia di hadíth – le testimonianze di ciò che Maometto ha detto e fatto e dei consigli che ha dato, che ci sono state tramandate in grossi volumi – indicano esattamente come doveva vivere un musulmano nel VII secolo. In questi testi i fedeli musulmani cercano quotidianamente indicazioni su come devono vivere nel XXI secolo.
    L'islam subisce pesantemente il dominio di una morale sessuale derivata da valori tribali arabi che risalgono all'epoca in cui Allah rivelò il Suo messaggio al Profeta: una cultura nella quale le donne erano proprietà di padri, fratelli, zii, nonni e tutori. Della donna in sostanza conta allora soltanto la verginità, e il suo velo ricorda in permanenza al mondo esterno la morale soffocante che rende i maschi musulmani proprietari delle donne e li costringe a impedire i contatti sessuali delle loro madri, sorelle, zie, cognate, nipoti e mogli. Questo non riguarda soltanto la convivenza: alle donne è vietato anche solo guardare un uomo, sfiorargli un braccio o stringergli la mano. Il rispetto e l'onore di cui un uomo gode sono direttamente proporzionali alla castità e all'obbedienza delle donne della sua famiglia.
  • Non ho niente contro la religione in quanto fonte di consolazione. I rituali e le preghiere possono servire da sostegno e non chiedo a nessuno di privarsene. Rifiuto invece la religione come regola di vita e di morale. E in particolare l'islam, perché è una religione che comprende tutto, domina ogni aspetto della vita.
  • La circoncisione femminile ha un duplice obiettivo. Il clitoride viene rimosso per limitare la sessualità delle donne, e le labbra vengono cucite per garantire la loro verginità.
  • Il fatto che le vergini siano tenute in gabbia non ha conseguenze soltanto per le donne, ma anche per gli uomini e i bambini. In realtà si tratta di una gabbia doppia: quella interna, in cui sono chiuse le donne e le bambine, e quella più grande che contiene tutta la cultura islamica. Ingabbiare le donne per proteggere la loro verginità non solo provoca frustrazione e violenza per le persone coinvolte, ma anche un ritardo socioeconomico per l'intera società. Inoltre ha un influsso funesto sui bambini, soprattutto maschi.
    Poiché non vengono fatte studiare, gran parte delle donne del mondo islamico vengono lasciate nell'ignoranza. Ma queste donne non solo partoriscono i figli, li allevano anche e dunque le loro limitate conoscenze vengono tramandate ai figli e di conseguenza agli uomini. È così che si instaura un circolo vizioso di ignoranza tramandata di generazione in generazione.
    Gran parte delle mamme musulmane di prima generazione in Occidente hanno frequentato solo le elementari e sono addirittura analfabete e non sanno niente della società in cui si trovano a vivere. Se hanno fortuna potranno avere accesso alla scuola da adulte, ma finché sopravviverà questa morale sessuale, il progresso socioeconomico sarà faticoso, se non addirittura impossibile.
  • Sono in molti ad aspettarsi all'interno dell'islam una sorta di illuminismo. Ma tale illuminismo non può verificarsi da solo. Ecco quindi per quale ragione bisogna cambiare la concezione che i musulmani hanno dell'islam. I musulmani devono imparare a considerare diversamente il rapporto con la fede, con la vita e con la morale sessuale. I pochi musulmani che si sono conquistati una individualità possono esaminare la società dalla quale provengono. Possono osservare come l'«io» venga sempre oppresso e represso da dogmi, regole e della soffocante cultura del pettegolezzo che regna in gran parte delle comunità islamiche. Emancipazione non vuol dire liberare o proteggere la comunità di fedeli da forze maligne esterne – come il colonialismo, il capitalismo, gli ebrei e gli americani – ma liberare l'individuo da quella stessa comunità di fedeli. Per liberarsi come individui, è innanzitutto necessario cominciare a pensare diversamente alla sessualità.
  • L'islam di oggi non è conciliabile con le esigenze dello stato di diritto occidentale.
  • I capi di governo come Blair e Bush non devono più dire che l'islam è ostaggio di una minoranza di terroristi. L'islam è ostaggio di se stesso. Sarebbe più utile se invece convincessero l'Arabia Saudita del fatto che i regimi repressivi, la pressione demografica e un certo metodo di insegnamento religioso producono estremisti.
    In Europa e nei Paesi Bassi la maggioranza autoctona può aiutare la minoranza islamica non sottovalutando la gravità della condizione odierna dell'islam – che Afshin Ellian definisce oscurantismo – ma denunciandola. Ai musulmani sono anche utili le domande e le critiche che dopo l'11 settembre vengono mosse all'islam. Che all'integrazione delle minoranze vengano poste condizioni più severe è uno sviluppo positivo, anche se non tutti lo capiranno. Concedendo spazi in Occidente alla voci di dissidenti si può contribuire a controbilanciare la retorica religiosa unilaterale e paralizzante che milioni di musulmani sono costretti a sentire ogni giorno. Lasciate che i Voltaire di oggi possano adoperarsi per l'illuminismo dell'islam in un ambiente sicuro. Nel nostro mondo questa possibilità non viene concessa spesso. L'islam non ha avuto un illuminismo e le società islamiche si trovano ancora a dover affrontare gli stessi problemi della cristianità prima del processo illuministico. La conoscenza della ragione libererebbe lo spirito dei singoli musulmani dal giogo dell'aldilà, dai continui sensi di colpa, e dalla tentazione del fondamentalismo. Inoltre impareremmo ad assumerci la responsabilità della nostra arretratezza e dei nostri problemi. Per questo non abbandonateci al nostro destino, concedeteci un Voltaire.
  • La mia fede è stata una fede di paura. Paura di sbagliare. Paura che Allah si adirasse. Paura di finire all'inferno. Paura delle fiamme, paura del fuoco. Allah era l'autorità presente sempre e ovunque, pronto a venire a prendere mio padre e buttarlo in prigione. Questo era il mio rapporto con Allah: finché mi lasciava in pace, ero contenta. Ah, certo, se avevo qualche pena pregavo, imploravo Allah di far smettere mia madre di picchiarmi, ma come i bambini un giorno capiscono che Babbo Natale non esiste, così a un certo punto mi sono resa conto anch'io di non potermi aspettare molto da Lui.
  • Prima la situazione deve ancora peggiorare – l'attacco in Iraq dimostrerà quanto peggiorerà – ma l'11 settembre, ricordate queste mie parole, è stato l'inizio della fine dell'islam.
  • Ogni immigrato si sente lacerato internamente tra la fedeltà al proprio Paese di origine, alla propria famiglia e al proprio passato da un lato, e la sua patria attuale e futura dall'altro.
  • La libertà, quindi la pace, richiedono sforzi continui, hanno bisogno di essere mantenute. Il rispetto dell'identità individuale e il riconoscimento del pluralismo sono possibili realmente solo dove siano garantiti i diritti di ogni singolo individuo. Vivere insieme vuol dire saper gestire i conflitti. Per questo bisogna parlare. Per questo la parole, la libertà di parola, è la chiave di una convivenza stabile.
  • Molte critiche dopo che Submission Part 1 è stato presentato in televisione hanno apprezzato la lotta all'oppressione delle donne musulmane pur chiedendosi se la strategia da me scelta sia in effetti costruttiva. Alcuni storici di Amsterdam come Lucassen e altri considerano pessimistiche le critiche nei confronti degli aspetti negativi dell'islam. Ma io non sono pessimista. Al contrario, sono ottimista. Con le critiche l'islam diventerà più umano. Lucassen e gli altri confondono i fedeli e la religione. L'islam è un modo di vivere, un sistema di idee. Il fedele impara a rispettare tale sistema nella sua interezza. Evidenziando le contraddizioni di un Dio misericordioso che consente il maltrattamento delle donne, si costringono i musulmani a vedere i difetti della loro religione, a prendere coscienza di una morale secolare, e si consente loro di adattare la propria fede alla realtà. Criticare l'islam non significa rifiutare i fedeli, ma soltanto quei precetti islamici che, ove tradotti in comportamenti, hanno conseguenze disumane.
  1. Da un discorso a Berlino, 9 febbraio 2006; citato in The right to offend, welt.de.
  2. Dall'intervista a Trouw, gennaio 2003.
  3. Intervista di David Cohen, 2 febbraio 2007; citato in www.lawcf.org
  4. Ayaan Hirsi Ali on Israel, Jerusalem Post, 3 agosto 2006

Bibliografia

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  • Ayaan Hirsi Ali, Infedele, traduzione di Irene Annoni e Giovanni Giri, Rizzoli, 2006. ISBN 978-88-17-01598-1
  • Ayaan Hirsi Ali, Non sottomessa, traduzione di Asia Lamberti, Einaudi, 2005. ISBN 88-06-17650-1

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