Angelo De Gubernatis

scrittore, linguista e orientalista italiano

Angelo De Gubernatis (1840 – 1913), scrittore, linguista e orientalista italiano.

Angelo De Gubernatis

Citazioni di Angelo De GubernatisModifica

  • Il fuoco, Agni (che ritorna nel russo Agonj, nel latino ignis), quantunque, dopo Indra, sia il Nume vedico più invocato, è uno degli Dei meno personali dell'Olimpo vedico, la cui sede è più instabile, la cui forma è meno determinata. Per lo più s'invoca Agni come elemento fuoco, senza dargli persona; ma, anche quand'esso non assume una persona distinta, ha sempre un carattere sacro. Sia che s'accenda nel cielo, come sole, come luna, come stella, come aurora, come fulmine, sia che dalla terra, come vulcano ch'erompe, dal legno, come foco domestico e sacrificale, Agni o il fuoco presenta sempre alla nostra immaginazione un carattere misterioso, che, se può ancora far qualche impressione sopra di noi avvezzi dal lungo uso della vita a trascurare i fenomeni più frequenti della natura, dovette riempir di una profonda maraviglia mista col terrore l'animo innocente de' padri nostri.[1]
  • Il Gordigiani é di quegli uomini che non si possono avvicinare senza amarli, e l'artista é fra quelli che trasportano sempre la folla e, talvolta, s'impongono assolutamente, sfidando ogni critica. Con queste mie parole non ho voluto dire che il Gordigiani sia senza difetti, e che non si possa trovare da fare degli appunti sulle opere sue.[2]
  • Ogni verso di Isabella di Morra è un grido veemente d'un'anima straziata, e talora ci par quasi sentirne l'ululato che dai remoti burroni del Sinni si leva fino a noi, per gridare, benché tardi, vendetta.[3]
  • Vi è un inno singolare nel X libro del Rigveda (119); in esso Indra celebra le proprie lodi; secondo il commentatore indiano Sâyana, Indra canta quell'inno, in forma di quaglia, dopo aver bevuto il soma, appena si accorge della presenza di un rishi[4]. Che può significare questa leggenda? La quaglia è animale che dorme di giorno e veglia di notte, eccitato specialmente nelle notti, nelle quali la luna, ossia Soma, appare nel cielo. La notte dell'anno è l'inverno, di cui la luna vien considerata il principale reggente; è in relazione specialmente al Soma ambrosiaco, col soma apportatore delle pioggie primaverili, che il dio tonante e pluvio ritrova nel cielo la sua forza. L'inno vedico suona così: «La mia mente è quella di dare la vacca (l'aurora o la primavera) ed il cavallo (il sole); perciò io ho molto bevuto. Le bevande mi sospinsero come venti gagliardi; perciò io ho molto bevuto. Le bevande mi eccitarono come rapidi cavalli portano via un carro; perciò io ho molto bevuto. Il soma scorse verso di me, come una vacca si affretta verso il caro figlio; perciò io ho bevuto il soma. Intorno al cuore io mi circondo di soma, come un falegname si circonda di carri. Le cinque classi d'uomini non appaiono alla mia grandezza neppure come un atomo; perciò ho bevuto il soma. I due mondi non sono neppure uguali alla metà di me; perciò bevuto il soma. Io oltrepasso in grandezza il cielo e la terra, perciò ho bevuto il soma, ec.»[5]

Alessandro Manzoni: studio biograficoModifica

IncipitModifica

Se bene a molti rechi oramai gran tedio che si parli ancora nel mondo del Manzoni, e tra i molti i più siano persuasi che sopra un tale argomento, da essi chiamato giustamente eterno, non ci sia più nulla di nuovo da dire, dovendo io tener discorso intorno ad un nostro moderno scrittore, innanzi ad un'eletta d'Inglesi, presso i quali da Giuseppe Baretti ad Ugo Foscolo, da Ugo Foscolo a Gabriele Rossetti, da Gabriele Rossetti a Giuseppe Mazzini, per tacere degli onorati viventi che hanno insegnato od insegnano tuttora la letteratura italiana in Inghilterra, le nostre lettere da un secolo in qua furono sempre coltivate con amore, io non ho saputo trovare alcun tèma non solo più nobile, ma più nuovo del Manzoni.

CitazioniModifica

  • S'io non erro, il professore Stoppani fu il primo a cercare ne' tipi de' Promessi Sposi le persone reali, delle quali il Manzoni, avendole conosciute, si ricordava nell'immaginarli. (p. 115)

Letteratura indianaModifica

  • So bene essere opinione di parecchi dotti indianisti che il sanscrito non fu mai parlato nell'India, e che sia stato soltanto sempre una lingua letteraria, cortigiana, dotta, in alcun modo convenzionale. Ma questa opinione mi parve sempre eccessiva, anzitutto perché sarebbe impossibile il negare una continuità fra la lingua così detta vedica, che fu certamente una lingua popolare e la lingua sanscrita, che, se divenne privilegio speciale d’una casta, non può negarsi che abbia potuto essere intesa, ed anche parlata da uomini di casta diversa. (Proemio, p. 2)
  • Si deve agli Inglesi il diseppellimento del sanscrito e la prima notizia venuta in Europa della antica letteratura indiana; ai Tedeschi i più profondi scavi di quella gran miniera non ancora esaurita. (Proemio, p. 8)
  • Com'è noto, ne' drammi indiani i brahmani ed i principi parlano sanscrito; i personaggi inferiori e le donne usano il dialetto o pràkrito, non troppo dissimile dai presenti dialetti ariani dell'India. (p. 72)
  • I più originali fra i trattati indiani sono, fuor d'ogni dubbio, le grammatiche. In nessun paese il genio grammaticale ebbe un carattere più spiccato ed una maggiore espansione che nell'India. La grammatica può dirsi veramente un prodotto originale della riflessione indiana. (cap. III, p. 78)
  • Nell'ordine delle idee la scoverta del sanscrito resta, secondo Hegel, efficace pe' tempi nostri, non meno di ciò che pel secolo decimoquinto sia stata la scoverta dell'America nell'ordine dei fatti. (Appendice, p. 97)

Storia universale della letteraturaModifica

  • Il Metastasio scriveva melodrammi e non tragedie; se avesse dovuto, come l'Alfieri, scriver tragedie, non avrebbe obbligato così spesso i suoi classici eroi a sdilinquirsi in molli canzonette anacreontiche [...]. (vol. I, Storia del teatro drammatico, Parte quarta, p. 387)
  • [...] non pago di imitare lo stile classico, [Vittorio Alfieri] volle servirsene come d'uno stilo per colpire sulla scena ogni forma di tirannide; la tirannide viziosa nella Virginia, nell'Oreste, nella Congiura de' Pazzi, nel Bruto Primo, la tirannide sacerdotale nel Saul, la tirannide domestica e politica nell'Antigone e nel Filippo, e così di seguito, ma sempre congiunta con molta ipocrisia. (vol. I, Storia del teatro drammatico, Parte quarta, p. 396)
  • La grazia fa passare assai cose che, per loro natura, non sono graziose, ed il Guerrini, con la simpatia d'un verso agile, schietto e brioso, divulgò, come il Porta e come il Belli, qualche oscenità. Ma non per queste il Porta ed il Belli riuscirono grandi poeti; essi anzi son tali a malgrado di esse; il volgo, e tra il volgo, pur troppo, molta gioventù liceale, cercò avidamente nelle poesie dello Stecchetti, non già l'arte squisita ma le audacie più inaudite del poeta; del qual genere d'ammirazione primo ad indispettirsi fu probabilmente il poeta stesso, il quale non aveva , di certo, voluto tanto. (Vol. III, Storia della poesia lirica, cap. XI, p. 284)
  • Cultore delle latine eleganze, ammiratissimo dal Bembo, fu pure Garcilaso de la Vega, prode e leggiadro guerriero e gentile poeta, morto a Nizza di soli trentatre anni, colpito da una pietra intanto ch'ei voleva dare la scalata ad una torre presso Fréjus. [...]. Certo la pietà di una morte in così giovine età, crescendo il compianto, crebbe pure la gloria di Garcilaso, nel quale sono, senza dubbio, qualità poetiche insigni, un sentimento affettuoso, un vivo amor della natura, un'armonia di linguaggio che accarezza; ma egli è non di rado prolisso, e più che una volta artificioso [...]. (Vol. III, Storia della poesia lirica, cap. XII, p. 310)
  • [...] Ferdinando de Herrera, pindarico od oraziano, che dir si voglia, e quasi epico nelle sue odi e canzoni, e il primo forse de' lirici spagnuoli che sentisse veramente l'afflato della lirica greca e dell'ebraica; nell'impeto lirico, alcuna volta egli eccede, e l'allegoria viene a raffreddare una parte dell'entusiasmo [...]. (Vol. III, Storia della poesia lirica, cap. XII, p. 311)
  • [...] nella celebre ode a Dio, ove, anche correndo dietro i modelli francesi, e cadendo facilmente nell'ampolloso, il Derzavin seppe mostrarsi più di una volta inspirato. (Vol. III, Storia della poesia lirica, cap. XXI, p. 413)
  • Da principio la satira scenica era semplice maldicenza, quale apparve l'antico fescennino italico, quale si mantenne la pasquinata romana. Ma poiché la maldicenza spesso coglieva giusto, molte volte anche questa forma elementare di satira ebbe una grande efficacia, anzi maggiore assai che non sia stata quella della satira letteraria propriamente detta, la quale non diventò quasi mai popolare, andò fra le mani di pochi e spesso non arrivò neppure all'orecchio de' viziosi che si volevano colpire e forse correggere. (Vol. XIII, Storia della satira, cap. II, pp. 87-88)
  • II mimiambo era una scena grottesca, una caricatura, per lo più sconcia, che forniva frequente pretesto a qualche satira personale o a qualche discorso o verso sentenzioso. Non si trattava di una favola con intreccio, ma di una parodia di qualche scena della vita sociale, una pagliacciata satirica, in somma, rappresentata da attori coi piedi scalzi, molto gradita non pure al popolo, ma, come rileviamo da Ovidio, ai senatori ed alle matrone [...]. (Vol. XIII, Storia della satira, cap. II, p. 92)
  • [...] il cavaliere Decimo Giunio Laberio, [...] non solo compose dei mimiambi, ma poiché era buon declamatore, una volta fu, pare, costretto a recitarne uno. I soggetti toglieva egli spesso da note commedie antiche, abbreviandole; ma di suo aggiungeva alla favola scenica il senso morale e satirico, valendosi però sempre della lingua plebea, di che viene quasi rimproverato da Aulo Gellio. (Vol. XIII, Storia della satira, cap. II, p. 93)
  • Noi vediamo ancora il volto livido di Cesare fremente, noi sentiamo ancora il fremito degli amici di Laberio alla recitazione che il vecchio cavaliere romano sta facendo del suo prologo. Quindi il mimiambo, ossia la pantomima incomincia. Laberio ricompare più volte sulla scena in vario travestimento, e, fra una scena e l'altra, lancia verso l'uditorio, come a spiegare l'azione scenica, versi di vario senso due dei quali terribili, dovettero convergere gli occhi di tutti gli spettatori su di Cesare. L'uno diceva:
    Necesse est multos timeat quem multi timent.
    (È necessario che tema molti colui cui molti temono).
    E l'altro:
    Porro, Quirites, libertatem perdimus.
    (Orsù, Quiriti, abbiamo perduta la libertà).
    Il mimiambo si continuò poi fuori della scena. Avendo Laberio terminata la sua parte, Cesare lo invitò a riprender posto fra i senatori. Ma questi, sia che volessero punir Laberio d'aver consentito a farsi istrione, sia che credessero e volessero far piacere a Cesare non ricevendo più fra loro Laberio che, poco innanzi, dalla scena, aveva maltrattato il Dittatore, invece di ristringersi per fargli posto, si misero più agiati perch'ei non trovasse più un solo scanno vuoto. (Vol. XIII, Storia della satira, cap. II, pp. 97-98)

NoteModifica

  1. Da Letture sopra la mitologia vedica. Fatte dal Prof. Angelo De Gubernatis all'Istituto di Studii superiori di Firenze, Successori Le Monnier, Firenze, 1874, p. 109.
  2. Da Dizionario degli artisti viventi. Pittori, scultori e architetti, coi tipi dei Successori Le Monnier, Firenze, 1889, p. 594.
  3. Citato in Maria Ferrari Bandini Buti, Poetesse e scrittrici, Volumi 1-2, E.B.B.I., Istituto editoriale italiano B.C. Tosi, s.a., p. 53.
  4. Saggio. Cfr. più dettagliatamente voce su Wikipedia.
  5. Da Letture sopra la mitologia vedica. Fatte dal Prof. Angelo De Gubernatis all'Istituto di Studii superiori di Firenze, Successori Le Monnier, Firenze, 1874, p. 199.

BibliografiaModifica

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