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Urla del silenzio

film del 1984 diretto da Roland Joffé

Urla del silenzio

Descrizione di questa immagine nella legenda seguente.

Montaggio di foto delle vittime dei Khmer Rossi

Titolo originale

The Killing Fields

Lingua originale inglese, francese, khmer
Paese Regno Unito
Anno 1984
Genere drammatico, guerra
Regia Roland Joffé
Soggetto Sydney Schanberg
Sceneggiatura Bruce Robinson
Produttore David Puttnam, Iain Smith
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Urla del Silenzio, film britannico del 1984, regia di Roland Joffé.

Indice

IncipitModifica

  • Cambogia. A molti occidentali faceva l'effetto di un paradiso, di un mondo incantato, di un mondo misterioso. Ma la guerra nel vicino Vietnam fece saltare i suoi confini, e presto le ostilità dilagarono nel suo territorio neutrale. Nel 1973, fui inviato quale corrispondente di guerra del New York Times in questo lontano settore del mondo. E fu qui, in questo paese dilaniato dalla guerra fra le truppe governative e i Khmer Rossi che conobbi la mia guida ed interprete, Dith Pran, un uomo che doveva cambiare la mia vita in un paese che cominciai presto ad amare e a compatire. (Sydney Schanberg)

FrasiModifica

  Citazioni in ordine temporale.

  • Quello che mi fa incazzare è che la Cambogia ha un sacco di difetti, ma anche tante buone qualità, e noi siamo stati capaci soltanto di attaccarci ai difetti. Per quel che mi riguarda, non vedo l'ora di tagliare la corda. Questa faccenda si è trascinata troppo alle lunghe per sperare che finisca allegramente. Dopo tutto quello che hanno sopportato i Khmer Rossi, non saranno certo molto teneri verso gli occidentali. (Bob)
  • Di sangue non ne abbiamo più. Cristo d'un Dio, ci hanno mandato solo un flacone in due giorni. [...] Però di sangue in giro ce n'è fin troppo per questa lurida fottuta guerra. Quanti cadaveri dovremo ammucchiare prima di poter andare a casa? (Dottor MacEntire)
  • La decisione di invadere, come quella adottata precedentemente in segreto di bombardare la Cambogia, venne tenuta nascosta al popolo cambogiano. (Telecronista)
  • Sydney, penso sempre a te e alla mia famiglia. Qui ripetono continuamente che Dio è morto. Dicono che il loro partito, che chiamano Angkar, provvederà a tutto quello che ci occorre. Il capo sostiene che l'Angkar ha accertato l'esistenza di una nuova brutta malattia, definita la "malattia dei ricordi", cioè il continuo riferimento del pensiero alla vita in Cambogia prima della rivoluzione. Lui dice che siamo circondati dai nemici, ma il nemico è anche dentro di noi. Non ci si deve fidare di nessuno. Sostiene che bisogna essere come i buoi e non avere pensieri altro che per il partito: non amare nessuno tranne l'Angkar. Si muore di fame, ma non permettono di coltivare niente. Dobbiamo onorare i compagni bambini, le cui menti non sono contaminate dai ricordi del passato. (Dith Pran)
  • L'Angkar dice "Coloro che si sono resi colpevoli di bella vita negli anni di grande lotta e non si sono preoccupati delle sofferenze dei poveri, devono confessarlo, perché questo è l'anno zero, e bisogna cominciare tutto da capo." Ho una paura terribile, Sydney. Devo far finta di non capire né il francese, né l'inglese. Non devo avere un passato, Sydney. Questo è l'anno zero. Niente è successo prima d'ora. (Dith Pran)
  • Qui soffia un vento di paura e di odio. La guerra ha ucciso l'amore, Sydney. E quelli che confessano all'Angkar svaniscono nel nulla, ma nessuno osa domandare che fine abbiano fatto. Qui, soltanto i muti sopravvivono. (Dith Pran)
  • Chiunque apprezzi il mio lavoro sa che per metà è merito di Dith Pran. Senza di lui non avrei potuto inviare tutti quegli articoli così come ho fatto. Fa piacere sentirsi gratificati in simili occasioni. Ma non posso fare a meno, qui, oggi, di rivolgere il mio pensiero a tutti quei poveri innocenti e a Pran, che si è sacrificato per aiutarmi a darne notizia al grande pubblico americano. Mentre stavano elaborando le loro mosse alla Casa Bianca, i politici che decisero di bombardare e, subito dopo, di invadere la Cambogia, avevano ben altre preoccupazioni in mente. Grandi conflitti di potere e caduta di capi potevano risultare sospetti agli occhi dei nord vietnamiti che proprio allora stavano alleggerendo la pressione sulle truppe americane in ritirata dal sud. Quei politici avevano anche problemi di politica interna, il che spiega perché tennero segreti i bombardamenti sulla Cambogia il più lungo possibile. E non si può neanche escludere che abbiano tenuto conto soltanto delle loro carriere politiche. Comunque, è evidente che non erano interessati particolarmente alla sorte della Cambogia come nazione, non certo al popolo, non certo alla società, non certo al paese, tranne che, in astratto, quali strumenti di politica. Dith Pran e io cercammo di registrare e di far conoscere a tutti le conseguenze fatali delle inconsulte decisioni dei nostri capi per quei milioni di essere umani crudelmente ignorati nei piani del nostro Governo ma che hanno pagato e continuano a pagare un ingiusto prezzo. (Sydney Schanberg)
  • Ora l'Angkar dice che abbiamo nuovi nemici. Dice che dobbiamo riconquistare i nostri territori invasi dai vietnamiti, e dice che dobbiamo combattere contro di loro. (Dith Pran)
  • Tu sai che io amo questo paese e che gli ho sacrificato tutto. Mia moglie è morta per la rivoluzione, ma i capi del partito non si fidano più del popolo. Perciò non posso più fidarmi di loro. E loro non si fidano di me. Ho paura. Ho tanta paura per il futuro. (Leader Khmer Rossi)
  • Se i vietnamiti arrivano fin qui, l'Angkar distruggerà tutto, e di Cambogia resterà soltanto cenere e rovine. (Dith Pran)

DialoghiModifica

  • Dith Pran: Sydney, mia moglie è molto preoccupata. Dice che tutti quanti i giornalisti stranieri devono lasciare Cambogia.
    Sydney Schanberg: Be', però io lo troverei molto stupido fare servizi su questa guerra da un ufficio di Bangkok.
    Dith Pran: E ha detto che se la guerra va avanti così, il nostro futuro sarà molto brutto.
    Sydney Schanberg: Tu che dici?
    Dith Pran: Non lo so.
    Sydney Schanberg: E tanto meno io.

Citazioni di Urla del SilenzioModifica

  • Cambogia: per molti è solo un nome. Un posto remoto in cui avvenne qualcosa di terribile, e pochi riescono a ricordare esattamente cosa. Accennate a Pol Pot o ai Khmer Rossi e le persone incominciano a ricordare. O i bombardamenti ed il genocidio o anche un film intitolato Urla del silenzio. (Haing Ngor)
  • Posso capire perché Dith Pran non ha voluto interpretare se stesso nel film. Io stesso ho avuto momenti di smarrimento. Mi sembrava ingiusto, ridicolo fingere le cose che io avevo vissuto davvero, sulla mia pelle. (Haing Ngor)
  • Se gli americani avessero fatto questo film sarebbe stato un fallimento. Non volevo cliché o dei cambogiani messi sullo sfondo come dei cowboys; volevo rispetto per la verità e dei cambogiani veri. (Sydney Schanberg)

Roland JofféModifica

  • La scena finale [...] con le note di Imagine di John Lennon non è affatto consolatoria o biecamente emotiva. C'è dell'ironia mischiata a tristezza. Almeno spero che il pubblico colga tutto ciò. Le parole di Lennon dicono: niente guerra, niente religione, né ricchi, né poveri, niente più proprietà. In fondo, erano gli stessi concetti della propaganda dei khmer rossi, valori in sé giusti, ma che diventano cenere di fronte a quella mostruosa carneficina.
  • Quanto ai «modelli», posso semplicemente dire che non ho voluto rifare Apocalypse Now. Ammiro Coppola, il suo splendore barocco, ma il lirismo della guerra non mi interessa affatto. Come non mi interessa il semplicismo disarmante di Il cacciatore che riduceva il movimento di liberazione di un popolo a una partita alla roulette russa. L'unico vero punto di riferimento è La battaglia di Algeri di Pontecorvo. Un film dove non ci sono né eroi, né mostri, ma solo esseri umani, un film che non rinuncia a spiegare la complessità (e la brutalità) delle cose prendendo nello stesso tempo la giusta posizione.
  • Sin dall'inizio volevo evitare di cadere in una forma di anticomunismo «primario», anche se talvolta la tentazione è stata forte. E pensare che sono stato un democratico di estrazione marxista!

Dith PranModifica

  • [Sull'intitolare Urla del silenzio in francese La déchirure] Credo che sia un titolo altrettanto giusto per la nostra storia. Ma la déchirure, alla fine, si è ricomposta. L'amicizia non si è mai spezzata.
  • La realtà è stata molto più dura di quanto non si veda sullo schermo. Quando, fuggendo in Thailandia, mi sono trovato nelle risaie trasformate in campi di sterminio ho creduto di impazzire.
  • La storia del film è proprio quella di un'amicizia in mezzo alla guerra che cancella tutti i sentimenti, un rapporto umano che si trasforma nell'unica speranza a cui aggrapparsi.
  • [Sul perché non interpretò se stesso in Urla del silenzio] Non avrei mai potuto. Ho vissuto quei momenti terribili nella realtà. Ho visto quei pigiami neri per quattro anni: per me sono ancora un incubo.
  • Per me si tratta di un film molto penoso, perché è così vero, così reale. Un'opera come questa non avrebbe mai potuto scaturire da gente senza cuore.
  • Quando ho visto il film, finito, è stato uno choc: di fronte ad alcune scene ho chiuso gli occhi, hanno dovuto ripassare la pellicola tre volte. Anche Sydney ha pianto.

Voci correlateModifica

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