Una pura formalità

film del 1994 diretto da Giuseppe Tornatore

Una pura formalità

Immagine 64_pounder_rifling_grooves_Mays_Hill_NSW.jpg.
Titolo originale

Une pure formalité

Lingua originale italiano e francese
Paese Italia, Francia
Anno 1994
Genere noir
Regia Giuseppe Tornatore
Soggetto Giuseppe Tornatore
Sceneggiatura Giuseppe Tornatore e Pascal Quignard
Produttore Mario Cecchi Gori e Vittorio Cecchi Gori
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Note
Musiche: Andrea Morricone, Ennio Morricone

Una pura formalità, film italiano del 1994 con Gérard Depardieu, Roman Polański e Sergio Rubini, regia di Giuseppe Tornatore.

  • Mi sembra di essere in un film americano. Quand'è che mi leggerete i miei diritti? (Onoff)
  • Potete dirmi che ora è o devo aspettare Humphrey Bogart? (Onoff)
  • Le interviste sono sempre inutili. Uno viene a trovarti per sentire ciò che conosce già, solo per il piacere di sentirtelo ripetere. Non lo trova ridicolo? (Onoff)
  • Ma non ho bisogno né di sonniferi né di medicine. Io convivo bene con l'insonnia. È la mia migliore collaboratrice: è proprio grazie a lei che io lavoro quando tutti gli altri dormono. (Onoff)
  • Perdo completamente la nozione del tempo, quando lavoro. È proprio per questo che si lavora: per perdere coscienza. (Onoff)
  • Mi ascolti bene, signor Onoff. Finché lei si contraddice nelle sue poesie, nei suoi romanzi, va tutto bene. Ma se lei continua a contraddirsi quando c’è di mezzo un assassinio, non va bene niente! (Commissario)
  • Lei non è degno delle opere che ha scritto. I suoi romanzi, le sue canzoni, le sue poesie. Valgono più di lei! (Commissario)
  • Non sono mai stato un grande poliziotto, e forse non lo diventerò mai, ma nella mia non particolarmente brillante carriera ho fatto in tempo di occuparmi di tanti omicidi. Molti non ho saputo risolverli, per altri ho costruito soluzioni che si sono rivelate del tutto errate, in alcuni casi la fortuna mi ha offerto l’occasione di imboccare il ragionamento esatto e di trovare qualche piccola chiave che funzionasse in qualche piccola serratura, pochissime volta ho colpito il bersaglio grazie alla mia sola intelligenza. (Commissario)
  • Per non morire di angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli più si apprestano a dimenticarle. È una frase sua, mio caro Onoff. Lei deve aver commesso qualcosa di molto ma molto sgradevole, signor Onoff, per non riuscire a ricordare cosa ha fatto qualche ora fa! (Commissario)
  • Se gli scrittori sapessero in quali bocche andranno a finire i loro scritti, si taglierebbero la mano. (Onoff)
  • Il mio mestiere è scrivere, tutto qui. Sentir parlare dei miei libri non mi interessa. (Onoff)
  • Non bisognerebbe mai incontrare i propri miti. Visti da vicino ti accorgi che hanno i foruncoli. Rischi di scoprire che le grandi opere che ti hanno fatto sognare tanto le hanno pensate stando seduti sul cesso, aspettando una scarica di diarrea. (Onoff)
  • Sono cresciuto in un orfanotrofio. Ci davano solo latte. Tutti i giorni solo latte caldo, mattina e sera. Io odio il latte caldo. (Onoff)
  • Non si scrive perché si ha un'idea, si scrive perché non si sa fare altro. (Onoff)
  • [Guarda una foto] Strano, era il mio professore di matematica al liceo. Devo a lui tutto il mio amore per i numeri, le simmetrie, il ragionamento geometrico. Il professor Trivarchi dimostrava i teoremi come si raccontano le favole. Le sue parole non arrivavano alle nostre orecchie, raggiungevano direttamente il nostro cervello e io traevo dalle sue lezioni un autentico godimento. (Onoff)
  • Due rette parallele non si incontrano mai. Tuttavia, è possibile immaginare l'esistenza di un punto così lontano nello spazio, ma così lontano nell'infinito, da poter credere e ammettere che le due rette vi si incontrino. Ecco! Chiameremo quel punto: punto improprio. (Onoff)
  • In quelle foto ci sono tutti i miei amici, gli avversari, tutte le persone che ho amato o che non ho saputo o voluto amare. Gente che mi ha stretto la mano e mi ha sorriso. E quelli che mi hanno solo guardato senza dire niente. Migliaia, migliaia, migliaia di facce. (Onoff)
  • Disprezzo profondamente ciò che ho continuato a scrivere in seguito, non sarò mai in grado di raggiungere quel livello. Ma ho continuato a scrivere lo stesso, perché quando scrivo è come se bevessi. La mia arte non è altro che una miserevole medicina. E odio quelli che vogliono convincermi a pubblicare ciò che scrivo… ciò che scrivo solo per non bere. (Onoff)
  • Si prova un grande disagio ad essere amati. (Onoff)

Dialoghi

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  • Commissario: Di solito qui le domande le faccio io, ed a quanto mi è stato riferito il solo responsabile dell'incidente è lei. Tuttavia sono desolato per il contrattempo, in genere sono puntualissimo.
    Onoff: Me ne strafrego della sua puntualità! E non sento il desiderio di fare la sua conoscenza.
  • Onoff: Un tempo la gente mi riconosceva prima ancora che aprissi bocca per salutare, ma non è mia abitudine farmi scudo della celebrità. Comunque mi chiamo Onoff.
    Commissario: E io mi chiamo Leonardo da Vinci.
    Onoff: Non mi crede, Commissario? È un suo diritto. Ma ciò che forse non è suo diritto è arrestare la gente solo perché va in giro sotto la pioggia. Le dà così tanto fastidio la pioggia, signor Leonardo da Vinci?
  • Commissario: Mi succede tuttora di dubitare di aver vissuto quei giorni. Di aver stretto quell'amicizia, d'aver conosciuto chi era appena cascato sotto i miei occhi. A questo corpo occorreva respiro, ed io ho scritto queste pagine: "ai suoi occhi vuoti occorreva uno sguardo, alle sue labbra un ultimo lamento, a questo sogno occorreva un dormiente!"
    Onoff: La sua filastrocca è molto interessante, complimenti, anche ben recitata, ma non mi diverte affatto e non capisco che cavolo significhi.
    Commissario: Ciò che lei chiama filastrocca, è una citazione tratta da un grandissimo romanzo, il cui autore si chiama Onoff! Onoff, lei è proprio sfortunato. Sfortunatissimo. Perché quando si vive in un posto come questo, dove non succede mai niente, si ha molto tempo per leggere, e io leggo moltissimo. Giornate intere, settimane intere, libri su libri, libri su libri, libri su libri... lei non può immaginare quanti, e mi capita di rileggere più volte quelli che mi piacciono di più.
  • Onoff: Stava lì vicino all'armadio, quando l'auto della signora Donneras entrò nel cortile. La cameriera si precipitò a tenerle la porta aperta. La salutò, poi corse davanti a lei. La signora salì lentamente lo scalone ad arco. Era bellissima. Dalla tasca della lunga gonna tirò fuori un pezzo di pesce cotto, e cominciò a mangiarlo. Mangiava guardando davanti a sé, senza vedere niente. Quando la signora arrivò, egli si scostò dall'armadio e avanzò verso di lei, ma la signora non lo guardò e gli passò accanto, ad un centimetro, come non fosse esistito.
    Commissario: Un pezzo di aringa nella tasca della gonna. Questi sono I gradini. Il momento in cui la signora Donneras lo vuole lasciare. È metà del libro.
  • Commissario: Il discorso del principe Cosimo prima di mettere giù le maioliche.
    Onoff: È per questa ragione che vi ho seguito fin qui, e che questo parco è popolato di uomini inginocchiati e didanzatori caduti…
    Commissario: …e di danzatori caduti. Ed è perciò che agli angoli degli affreschi, agli angoli dei muri si vedono…
    Onoff: …figure accovacciate che defecano nell'ombra. È esatto?
  • Commissario: Ma come, come, come, come non ho potuto riconoscerla? Eppure la sua faccia l'avrò vista mille volte
    Onoff: Ma sa, le foto, la televisione, deformano tutto. Nascondono i volti invece di mostrarli.
  • Commissario: Lei crede in Dio? In fondo è lui il sommo scrittore. Se avesse dovuto tenere conto di quanti mediocri si sarebbero appropriati delle sue opere, avrebbe dovuto rinunciare a troppe cose, non crede?
    Onoff: Non è difficile credere in Dio. A me è accaduto centinaia di volte, ma in molte occasioni confesso di aver provato vergogna per lui. Sarebbe stato un eccellente scrittore, se si fosse limitato a descrivere i paesaggi.

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