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Patrick Leigh Fermor

scrittore e viaggiatore britannico
Patrick Leigh Fermor

Patrick Leigh Fermor (1915 – 2011), scrittore britannico.

Mani. Viaggi nel PeloponnesoModifica

  • Scapitozzato un cetriolo l'offrì a Joan, che senza una parola se lo applicò sulla fronte. (Questa usanza curiosa spande sulla fronte una grata frescura. È normale, in estate, veder gente seduta a mangiare o magari in giro per strada con queste misteriose escrescenze verde scuro che sporgono dalla testa come il corno incipiente di un unicorno giovinetto). (Da L'abominio della desolazione, p. 30)
  • [...] Guardai spegnersi il grande incendio in un acconcio stato d'animo di malinconia da tramonto, questa afflizione delle genti nordiche nel Mediterraneo. Sonnenuntergangstraurigkeit! Era una sensazione improvvisa di esilio e estraneità e della sconfinatezza della storia, che lasciava quei manioti indenni. Dda Nell'alto Mani, p. 101)
  • In queste lotte, il primo colpo non era mai vibrato senza avviso. La guerra era formalmente dichiarata dalla parte sfidante. Si suonavano le campane: Siamo nemici! Badate! Allora le due parti si chiudevano nelle torri, la guerra cominciava, e qualunque mezzo per distruggere l'avversario era lecito. Spesso la faida durava per anni, durante i quali era impossibile alle due fazioni uscire dalle torri di giorno. Acqua, viveri, polvere e pallottole venivano introdotti nascostamente di notte e le feritoie erano irte di lunghe canne di fucili che tutto il giorno mantenevano una fitta sparatoria. […] Un particolare quasi incredibile ma confermato da prove è che torri intere venivano edificate sotto il fuoco: i muri verso la zona battuta erano tirati di notte, gli altri durante il giorno, con i difensori che sparavano da un lato mentre i muratori posavano blocco su blocco di calcare fino a sovrastare il nemico. (Da Un'aristocrazia guerriera e i manioti di Corsica, pp. 119-120)
  • Nessuna impresa piratesca di qualche rilievo era completa senza un prete. Questi benediceva la spedizione alla partenza, invocava bel tempo per i suoi e cattivo per il nemico, pregava per le anime dei compagni caduti. Assolveva dai peccati il suo gregge natante, e si assicurava che una parte del bottino, spesso bagnata di sangue, fosse appesa accanto alle icone sull'albero maestro come offerta votiva. Se passavano più di otto giorni senza incontrare prede, intonava una litania sul ponte, e quando si avvistava una possibile preda spianava l'archibugio sopra la murata con gli altri e partecipava all'abbordaggio con cangiar[1]e scimitarra. (Da Cambiamento e decadenza. I galli del Matapan, p. 149)
  • Una magica pace vive nelle rovine dei templi greci. Il viaggiatore si adagia tra i capitelli caduti e lascia passare le ore, e l'incantesimo gli vuota la mente di ansie e pensieri molesti e a poco a poco la riempie, come un vaso che sia stato lavato e raschiato, di un'estasi tranquilla. Quasi tutto ciò che è accaduto svanisce in un limbo d'ombre e di futilità ed è sostituito pianamente da un senso di semplicità luminosa e di calma che scioglie tutti i nodi e risolve tutti gli enigmi e sembra mormorare, benigno e suadente, che la vita, a lasciarla svolgere senza impacci e costrizioni e ricerche di soluzioni aliene, potrebbe essere illimitatamente felice. (da Cambiamento e decadenza. I galli del Matapan, p. 154)
  • [...] il sole era già alto nello sconfinato cielo greco: un cielo più alto, più leggero, che ti circonda più da vicino e si stende più in là nello spazio che in qualunque altro luogo del mondo. Non intimidisce, non sminuisce, ma è ospitale e accogliente per l'uomo, suo elemento non meno della terra; e pare che solo un errore di gravità inchiodi l'uomo alle rocce e al ponte della nave e gli impedisca di essere assunto nell'infinito. (Da L'entrata nell'Ade, p. 164)
  • Il resto della Grecia, anche il più remoto villaggio d'Arcadia e d'Epiro, risuona dal levar del sole a mezzanotte di musica swing, sermoni in inglese, conversazioni sull'apicoltura in serbo-croato, musica sinfonica da Amburgo, bollettini meteorologi francesi, risultati dei tornei di scacchi di Leningrado, segnali per i naviganti in alfabeto morse dal Dogger Bank, e dato che l'apparecchio è quasi sempre difettoso tutti questi suoni, emessi a pieno volume, si imperlano sul filo di un urlo ininterrotto, pipistrellesco, che buca i timpani. Nessuno ascolta, ma la radio non si spegne mai. Le città sono un pandemonio. Da ogni negozio e caffè sgorga un frenetico rombo incontrollato. Queste radio furiose andrebbero stanate e munite di museruola o abbattute come cani idrofobi. Nel cuore della campagna il silenzio dei luoghi più desolati è lacerato d'improvviso dal raccapricciante latrare di un solitario apparecchio radio... Ma la radio, come la religione, ha tardato a raggiungere il Mani, e fra le torri prevale un beato silenzio. (Da Monti Cattivi, Malconsiglio e caldaioli, p. 183)
  • Con quale facilità le popolazioni si spostavano nelle antiche terre greche, nel mondo conquistato ed ellenizzato da Alessandro, nel vasto spazio di Roma e dell'Impero Bizantino! Senza documenti, libera, senza pastoie, la gente errava a suo piacimento fra il Tamigi, il Danubio, L'Eufrate e l'alto Nilo – in ogni luogo insomma, esente dalla minaccia barbarica, e spesso al di là. Oggi ognuno è numerato, inanellato come un piccione, rinchiuso in una gabbia di frontiere. Sul saldo telaio di popolazioni sedentarie si tesseva sempre, costante e irregolare nella trama e nell'ordito, un movimento spicciolo generato da irrequietezza, da intenti commerciali, sete di bottino, ricerca di colonie, fughe o esilii; oppure un vero e proprio trapianto, dovuto forse a motivi politici alla ricerca di un rifugio. (Da Monti Cattivi, Malconsiglio e caldaioli, p. 192)
  • [...] «Dia na perasome tin ora... per passare il tempo...». Quanto spesso si sente questa frase in Grecia! È la parola chiave di ore incantevoli come quella mattina o di lunghi malinconici momenti di tedio; esprime tutto il problema di come riempire il lungo intervallo tra adesso e la tomba. (Da Conversazione a Lagia: Cipro e la Signora Gladstone, p. 255)
  • [...] in Grecia l'ospitalità ha un'importanza quasi religiosa. Alla base c'è una genuina e profonda gentilezza, un senso di compassione e carità verso lo straniero lontano da casa (nel greco antico straniero e ospite sono sinonimi), e non è esagerato dire che il difetto negativo della mancanza d'ospitalità o dell'avarizia è agli occhi dei greci rustici fonte di vergogna maggiore che non molti crimini gravi. (Da Conversazione a Lagia: Cipro e la Signora Gladstone, p. 256)
  • Hanno la passione delle notizie. Una volta, in cima al monte Kodros a Creta, un vecchio pastore con la barba bianca gridò a me e alla mia guida di raggiungerlo nella sua capanna a qualche centinaio di metri sopra il sentiero. Apparecchiò formaggio e pane e yogurt con un'aria di eccitazione repressa, e quando tutto fu pronto sedette, puntò le mani sulle ginocchia e si sporse in avanti con i gomiti in fuori. "Allora!" disse. "Notizie! Datemi delle notizie... qualsiasi notizia... Quello che vi pare," aggiunse gettando le mani in aria con una risata "anche se sono bugie". (Da Conversazione a Lagia: Cipro e la Signora Gladstone, p. 259)
  • [Le icone] Sono, in effetti, ideogrammi. Il loro legame con carne e sangue è talmente esiguo, che è quasi un caso che la notazione sia, nel suo modo molto rarefatto, antropomorfica. Sono, si potrebbe dire, dorate e illuminate radici cubiche del Logos. (Da Icone, p. 271)
  • Se Giustiniano I aveva sperato, chiudendo le scuole filosofiche di Atene, di spegnere il pensiero speculativo del mondo precristiano, la sua fu una speranza vana. L'ellenista Michele Psello, durante una di queste ricorrenti rinascite, indica la temperie spirituale quando parla di «rubare all'intelligenza la qualità incorporea delle cose e percepire la luce nel corpo del Sole». L'aura è silenziosa, immobile e di una distanza stratosferica dalle comuni passioni umane. (Da Icone, p. 283)
  • C'è la tendenza a bere all'unisono dopo un concentrico tintinnio di bicchieri; di solito un bevitore solitario dà un colpetto rituale ai bicchieri più vicini. Quante volte ho sentito la spiegazione di questo tintinnio: non solo gusto, vista, odorato e tatto, ma bisogna soddisfare il quinto senso: l'udito! (Da Un matriarcato anfibio e un poeta maniota, p. 307)

Tempo di regaliModifica

  • La catastrofe deve essere stata provocata dall'aver mischiato la birra con lo Schnaps bevuto a Schwabing; avevo dimenticato del tutto di mangiare, tranne una mela a colazione. Non preoccuparti, disse il falegname: pensa che a Praga le birrerie tengono dei cavalli pronti, cui attaccano delle specie di bare di vimini su ruote, apposta per portare a casa i caduti, a spese del birrificio..." (Da "Winterreise", p. 128)
  • Da quando la Cecoslovacchia – o forse l'Austria, o l'Ungheria? – aveva messo una tassa esorbitante sulla saccarina, l'importazione clandestina di questo bene innocente aveva dato grandi profitti – tutto quello di cui uno aveva bisogno era il capitale iniziale: "E ci sono persone, sagge, coraggiose e sveglie,", spiegò Konrad "che attraversano il Danubio su barche a remi nelle notti senza luna". Nessuno era mai stato preso. Austriaci, ungheresi e cechi erano coinvolti nel traffico: "Gente seria, con mentalità da gentiluomini". Dopotutto, era una legge ingiusta, onorata molto di più dalla trasgressione che dall'osservanza. "E questa trasgressione della legge aiuta a soccorrere le persone che soffrono" disse. (Da Vienna, p. 239)
  • Non ci sarebbe stata nessuna possibilità, ora, di fare come Cardigan e Radziwiłł, che si riconobbero dopo essersi frequentati nelle sale da ballo di Londra, e si scambiarono brevi e cerimoniosi saluti in mezzo al fumo dei cannoni russi. A più riprese, in quelle gole rimbombanti di fischi ed echi, dove un odore nuovo e sconosciuto iniziava a usurpare la fragranza della primavera, ritornai col pensiero all'inverno del 1934 e alle canzoni, agli scherzi, agli indovinelli, alla luce delle candele e all'odore delle pigne che bruciavano, quando in cielo non volava nulla di più solido dei fiocchi di neve. (Da Vienna, p. 248)

NoteModifica

  1. cangiàr: (o cangiaro o cangiarro) s.m. Pugnale turco a lama triangolare e impugnatura bipartita. [Dall'arabo khangiar], Vocabolario illustrato della Lingua Italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, 1985

BibliografiaModifica

  • Patrick Leigh Fermor, Mani. Viaggi nel Peloponneso, Traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, Milano, 2004. ISBN 8845918831
  • Patrick Leigh Fermor, Tempo di regali. A piedi fino a Costantinopoli: da Hoek Van Holland al Medio Danubio., Traduzione di Giovanni Luciani, Adelphi, Milano, 2009. ISBN 978-88-459-2356-2

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