Gillo Dorfles

critico d'arte, pittore e filosofo italiano (1910-2018)

Angelo Dorfles, detto Gillo (1910 – 2018), critico d'arte, pittore e filosofo italiano.

Gillo Dorfles (2013)

Citazioni di Gillo Dorfles

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  • [Parlando di nuove forme d'arte e del Museo Fisogni] Ben venga, dunque, la «contaminazione» tra arte elitaria e pubblicità, tra pittura d'avanguardia e spot televisivo, tra sculture e distributore di benzina... ma purché non si esageri né nel biasimo verso questo tipo di contaminazioni, né nell'indifferenziato plauso verso le stesse.[1]
  • Fino a non molto tempo fa Salerno era una città disordinata e architettonicamente povera, ma grazie a un serio impegno dell'amministrazione cittadina sono stati chiamati grandi protagonisti dell'architettura e dell'urbanistica mondiale come Oriol Bohigas, David Chiepperfield e Tobia Scarpa e negli ultimi dieci anni la città ha conosciuto una straordinaria stagione di risanamento urbanistico, cambiando completamente volto. E così, paradossalmente Salerno oggi è una città più bella della stessa Napoli, le cui ingenti bellezze artistiche, purtroppo, sono contaminate dal tremendo problema dei rifiuti. Questo è per me un chiaro esempio di utopia ben riuscita.[2]
  • [Su Lucio Fontana] Il telaio ovolare non è una sfera e non è neppure un'ellisse: non è una sagoma calibrata e regolare riconducibile a formule algebriche: è una forma naturale, nella sua organicità, nella sua costante imprecisione, capace di divenire attesa... del gesto che la percuote di brutali lacerazioni, così il vuoto (che ci circonda ed è sempre in agguato) improvvisamente appaia – beante cavità della materia – che, dietro la tela, nel nulla dell'inespresso, del non-creato, affiora.[3]
  • L'arte non prescinde dal tempo per esprimere semplicemente lo spirito della Storia universale, bensì è connessa al ruolo delle mode e a tutti gli ambiti del gusto.[4]
  • [...] la figurina dovette rispondere al primo dei criteri di cui sopra: essere altamente "popolare", apparentarsi dunque con quelle forme d'arte che molto spesso sconfinano nel Kitsch. Il che è soprattutto evidente nel caso dei «santini», dove, – essendo assente il fattore pubblicitario rivolto a un prodotto da acquistare – è meno necessario curare la "piacevolezza" e la "curiosità" dell'immagine, mentre è ancora più urgente far sì che l'aspetto sia davvero alla portata di tutti i fedeli: che il cuore di Gesù, il manto della Madonna, le spine della corona, il bagliore emanante dall'Ostia o dalla Colomba dello Spirito Santo siano chiaramente riconoscibili e dunque fonte di mistica venerazione.[5]
  • [...] la figurina era inizialmente un complemento piacevole e simpatico a un determinato prodotto (cioccolato Suchard, Tobler, Kohler, Stollwerck, Talmone, dadi da brodo Liebig, Maggi, ecc.) e aveva, come primum movens, quello di attirare l'attenzione del cliente sul prodotto stesso, prolungandone l'effetto pubblicitario.[6]
  • Ma non appena diventarono di moda le raccolte di Figurine – tanto da parte del mondo giovanile, che da quello di molti collezionisti adulti, altrettanto fanatici dei ragazzi – queste divennero, non solo un elemento pubblicitario d'un dato prodotto ma pubblicitarie di se stesse e alla base d'un meccanismo "perverso" di collezionismo di tipo filatelico basato sulla preziosità dei "pezzi" che giunsero con lo "scandalo" del Feroce Saladino nel 1937 a raggiungere cifre per quei tempi iperboliche.[7]
  • Ma se, fino agli anni Trenta, la Figurina era soprattutto un mezzo altamente pubblicitario e al tempo stesso un mezzo per ottenere premi non indifferenti quando venne proibita l'eccessiva munificenza del premio, per evitare che questo finisse per creare il monopolio d'un prodotto a sfavore d'un altro, – (così era accaduto, infatti, nel caso della Perugina) – l'interesse della Figurina passò dall'aspetto pubblicitario a quello del collezionismo. Fu così che la serie dedicata ai giocatori di calcio (uno dei primi grandi successi della ditta Panini, nel 1962), o quelle dedicate alle dive cinematografiche, divennero tosto dei best-seller, soprattutto per l'interesse presentato dalle relative immagini fotografiche.[8]
  • Quel vasto territorio ambiguo che va dalle carte da gioco alle scritte stradali, dal lavoro dei "madonnari" alle prime pubblicità ottocentesche, ma anche dal fumetto per l'infanzia alle stampe popolari e religiose, si estende a due grandi "famiglie iconiche" (lasciamo per il momento da parte l'aggettivo "artistico"): quello dei «Santini» e quella delle «Figurine».[9]
Da I tesori di Paestum sotto il mais. L'offesa infinita alla Magna Grecia, Corriere della Sera, 25 luglio 2009
  • Ho sempre avuto la sensazione che i grandi complessi archeologici del nostro Mediterraneo – da Segesta a Elea, da Oplontis a Tharros – quando sorgono nei pressi della costa, vengano quasi vivificati dalla luce e dall'aria marina che li fa miracolosamente rivivere nonostante i millenni trascorsi.
  • Organizzando degli itinerari archeologici ad alto livello, guidati da specialisti, che permettessero di rendersi conto (anche ai visitatori stranieri oggi purtroppo molto scarsi) non solo dell'imponente presenza dei tre templi di Paestum, ma di quella dei siti archeologici citati: Velia, Buccino, Hera argiva, tutti ancora troppo «dimenticati» negli itinerari culturali del nostro Paese.
  • Sono davvero molti anni ormai, che mi chiedo – e chiedo agli specialisti e alle autorità locali – come mai la solenne città di Poseidonia sia ancora per più della metà sottoterra, anzi sotto il granturco che la ricopre. Come mai non possiamo ammirare gli altri settori dell'antica città greca anche nel suo quartiere degli affari, delle botteghe e delle abitazioni? E come mai dell'anfiteatro solo un terzo appare visibile al di là della strada asfaltata, che ancora interrompe a mezzo la città? Perché tutto il resto sta esso pure sotto le «proprietà private» che, ovviamente, potrebbero – anzi dovrebbero – essere requisite o comunque liberate da ogni interferenza data la ineffabile importanza di questo «sito archeologico»; certo il più solenne di tutta la Magna Grecia?
Da «Italia disunita e senza stile dove ormai è in vigore la dittatura dello sgradevole», l'Unità, 11 aprile 2010, di Bruno Gravagnuolo
  • Il famoso individualismo italico è azzerato. Tutti vogliono gli stessi jeans, lo stesso impermeabile e lo stesso cibo. Una coazione maggioritaria penosa. E lo stesso vale per i giovani. Dal piercing, all'orecchino ai tatuaggi, vogliono tutti iscriversi alla stessa tribù.
  • La gente ama mettersi a nudo per autorappresentarsi. Una volta non era così, ma oggi con i media vecchi e nuovi c'è un'orgia del vedere e del voler essere visti. Il che tocca non solo le masse ma anche le elites, i pensatori, gli imprenditori, i banchieri, per non dire degli artisti.
  • Sì, anche nell'arte domina l'esibizionismo. Gli artisti diventano eroi semiologici che creano pseudo-opere vistose e perciò riconoscibili. Sicché tutto si equivale e si dissolve.
  • Ci sarebbe tutto un lavorio da svolgere, a cominciare dall'educazione artistica e musicale dei bambini. Ma siamo ai minimi termini da un punto di vista pedagogico. Comunque non bisogna rassegnarsi. La forza della sensibilità estetica – senza barriere di generi e linguaggi e applicata al quotidiano – è indispensabile per contrastare la dittatura dello sgradevole.
  • La borghesia in Italia ha fatto fiasco. Almeno una volta c'era una borghesia illuminata. Oggi è pochissimo illuminata. E il cialtrionismo è tipico della borghesia attuale. Finite le oasi di alcuni decenni fa, mentre la diffusione della cultura ha coinciso con l'involgarimento e l'appiattimento. È finita la coesione comunitaria. Da noi la destra non ha saputo fare cultura di punta né generare classi dirigenti, a differenza dei grandi paesi occidentali.

Conformisti

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  • [...] il perbenismo. Che evoca subito una sensazione di sgradevole bonomia, di platitude intellettuale, di edulcorata educazione, piuttosto melliflua e reverenziale rispetto a un generico «superiore», piuttosto improntata a «buone maniere» fittizie che a un'autentica Kinderstube e che molto spesso rientra nell'ambito del più puro conformismo. (p. 83)
  • [...] il perbenismo è fatto per piacere al benpensante, il quale per conto suo non è affatto una persona che coltiva pensieri nobili ed elevati. Tutt'altro: il benpensante è proprio l'equivalente dell'uomo provvisto di «buon senso» e che rientra, dunque – come abbiamo già visto –, nella grande famiglia del conformista. (p. 83)
  • Il perbenismo - ossia l'essere comme il faut (il francese esprime meglio il concetto) è una "virtù" che rasenta il vizio. (p. 84)

Citazioni su Gillo Dorfles

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  • Ricordo le telefonate di trepidazione della sua casa editrice, preoccupata che il centenario Gillo Dorfles fosse “gestibile” e disponibile alle domande del pubblico e della stampa [al Festivaletteratura di Mantova], ma anche l’affabilità dell’irraggiungibile critico quando a pranzo gli si avvicinò una sua conoscente dell’altro secolo che gli parlò del loro comune amico Italo Svevo, sciogliendo la tensione di tutti mentre lui (Gillo) pasteggiava tranquillamente a birra (fredda). (Beppe Finessi)
  1. Da Tram e bus colorati? Ben vengano, c'è dell'arte, Corriere della Sera, 14 agosto 1994.
  2. Da Dialoghi sull'Utopia tra il grande Maestro del gusto e la Redazione Studenti, 22 aprile 2011.
  3. Citato in Le Stanze dell'Arte. Figure e immagini del XX secolo, a cura di Gabriella Belli, catalogo mostra al Mart, Skira, Ginevra-Milano, 2002, p. 334.
  4. Citato in Corriere della Sera, 16 gennaio 2009.
  5. Da «Le figurine. Dalla pubblicità all'arte, dal collezionismo all'industria», in Figurine, Edizioni Panini, Modena, 1989, p. 10. ISBN 88-7686-142-4
  6. Da «Le figurine. Dalla pubblicità all'arte, dal collezionismo all'industria», in Figurine, p. 10.
  7. Da «Le figurine. Dalla pubblicità all'arte, dal collezionismo all'industria», in Figurine, p. 10.
  8. Da «Le figurine. Dalla pubblicità all'arte, dal collezionismo all'industria», in Figurine, p. 14.
  9. Da «Le figurine. Dalla pubblicità all'arte, dal collezionismo all'industria», in Figurine, p. 9.

Bibliografia

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