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Giacinto Spagnoletti

critico letterario, poeta e romanziere italiano

Giacinto Spagnoletti (1920 – 2003), critico letterario, poeta e romanziere italiano.

Citazioni di Giacinto SpagnolettiModifica

  • A volte, in certi periodi, poesia era per me il prestarmi alla vita, alla gente analfabeta che non sapeva esprimersi: e diventavo la sua penna o la sua voce.[1]
  • Fu, credo, una sera di primavera del 1951 che timidamente si affacciò fra noi un giovane dall'aria timida Bartolo, se interrogato, parlava solo di una guerra alle spalle, di una possibilità di trovar lavoro a Milano Ma non diceva nulla di più.[2]
  • [Aldo Palazzeschi] L'impressione di chi lo ascolta resta quella di un uomo che, pur sorvolando il tempo, non si è lasciato sfuggire in una vita tanto lunga nulla di ciò che lo interessava.[3]
  • La sua visione tragica della vita (ricordiamo che Croquignole si chiude con due suicidi) è frenata da un'accorata vena sapienziale di origine contadina, da un soffio di misticismo crepuscolare, e infine, quando meno lo si aspetta, dall'immagine della gioia. Era alla gioia e non alla rassegnazione e alla tristezza che lo scrittore di Cérilly puntava: una gioia disperata, un bisogno, come dice André Gide, di felicità da conquistare ad ogni costo.[4]
  • Non ho mai pensato che l'operazione letteraria sia divisibile in tanti "riquadri" e scomparti quanti sono la critica, la saggistica, la narrativa, la poesia, ecc. Se un critico non è anche un "narratore", mi chiedo che senso abbia la sua funzione di interprete.[5]
  • [Su Renzo Francescotti] Oggi non mancano fattori nuovi che val la pena tenere in considerazione: l'uso del dialetto da parte di un poeta come Zanzotto, la voce umana di Albino Pierro, per fare solo due nomi eccellenti. Ora, a questi, a cui vorrei aggiungere almeno due di grande rilievo, Franco Loi e Tonino Guerra, viene ad affiancarsi quello di un poeta trentino, Renzo Francescotti.[6]
  • [Su Curzio Malaparte] Per dimenticare l'amarezza di passare per un collaborazionista, si rifugia nella lettura dell'amato Chateaubriand, di cui gli piace il disprezzo verso gli uomini nuovi.[7]
  • [Le guance in fiamme di Raymond Radiguet] Queste liriche rappresentano il sentimento genuino della più incauta adolescenza, insieme misteriosa e febbrile. Esse corrispondono infatti, punto per punto, alle esaltazioni e alle precoci stanchezze dell'età breve.[8]
  • [Aldo Palazzeschi] Un poeta al quale la lunghissima età non ha regalato saggezza in senso spicciolo, patriarcale, ma che si è creato, fin dai tempi della giovinezza, un bilico tutto proprio fra saggezza e follia: follia come espressione di libertà e quindi premio intrinseco della saggezza.[3]
  • Venuto a contatto con gli intellettuali progressisti del gabinetto Vieusseux, Leopardi invece di rifiorire a nuova vita, si chiuse, dopo il primo entusiasmo, ancora di più nella propria solitudine.[9]

NoteModifica

  1. Da Conversazioni con Danilo Dolci, Mondadori, 1977.
  2. Citato in Sebastiano Grasso, Cattafi, il poeta che somigliava a Hemingway Corriere della Sera, 23 maggio 2007, p. 19.
  3. a b Citato in Angelo R. Pupino, La "follia" come premio, La Fiera Letteraria, n. 40, 14 novembre 1971.
  4. Dalla prefazione a Charles-Louis Philippe, Croquignole, Armando Curcio Editore, 1979.
  5. Citato in La Fiera Letteraria, n. 25, 1º agosto 1971.
  6. Dalla Prefazione a Renzo Francescotti, Celtica, disegni di Pietro Verdini, Bastogi, Foggia, 1997.
  7. Da Storia della letteratura italiana del Novecento, Newton Compton, Roma, 1994, p. 327.
  8. Citato in Roberto Rossi Precerutti, Raymond Radiguet, Poesia, anno XII, n. 126, marzo 1999, Crocetti Editore.
  9. Da Letteratura e utopia: alle origini della fantascienza, Empiria, Roma, 1998, p. 43.

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