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Alfred Edmund Brehm

biologo e scrittore tedesco

La vita degli animaliModifica

Volume 1, MammiferiModifica

  • L'orango è animale tranquillo e pacifico : alla vista dell'uomo non fugge, ma lo fissa con calma. Se suppone pericolo, cerca scampo nella alta cima degli alberi, e si nasconde fra il fogliame; se poi non si sente abbastanza sicuro, muta sede saltando da una cima all'altra, ma sempre con certa esitanza e cautela; l'impeto e la leggerezza di altre specie di scimmie gli sono sconosciute. Ferito da una palla o freccia grida fortemente, e spezzando i rami che ha sotto mano li lancia sul nemico, sperando con ciò di abbatterlo e di stornarne le operazioni offensive. Perfino quando è nel massimo furore è sempre così lento nei movimenti che lo si può inseguire comodamente; che però si difenda con bastoni maneggiandoli a foggia di clava è una storiella che raccontano gli indigeni, ma non fu creduta da alcun osservatore spassionato. Senza dubbio che se venne ferito e si vede il persecutore alle calcagne sa difendere valorosamente la propria pelle, e non è avversario spregevole, avendo fortissime le braccia e formidabili le mandibole. Con facilità spezza un rampone od il braccio di chi con esso lo minaccia: i suoi morsi sono veramente terribili. Giovane lo si piglia facilmente, ma adulto è difficile averlo, e quasi impossibile averlo vivo. (pp. 65-66)
  • Al modo, medesimo che abbiamo trovato nel guereza la più bella delle scimmie, troviamo nel mandrillo la più orrida. È invero per ogni rispetto uno schifoso animale, di cui l'indole corrisponde bene al corpo. Questo è piuttosto robusto e tozzo, la testa è ributtante, e le ganasce formidabili. I peli sono particolarmente ruvidi e arruffati, e il colorito delle parti nude in sommo grado spiacevole. La pelle è d'un bruno-oscuro con lievi sfumature di color olivastro; ogni pelo è cerchiato di nero e di verde-oliva. Sulla pancia sono biancastri, sui fianchi bruno-chiaro, la barba è giallo di limone, e dietro le orecchie si trova una macchia d'un bianco-grigiastro. Il viso e il deretano sono egualmente ripugnanti. (pp. 125-126)
  • Non si può immaginare un animale più vivamente colorito, eppure così brutto, come il mandrillo. (p. 126)
  • La forza, la scaltrezza ed il pericoloso suo morso ne fanno il signore della foresta. Non teme nessun nemico e non si spaventa dello scoppio dell'arma da fuoco. Le sue passioni sono d'una tale violenza da far credere che sotto il loro impero diventi affatto furioso e perda l'intelletto. Paragonata alla loro, la collera delle altre scimmie rassomiglia, a detta d'uno scrittore inglese, ad un lieve sospiro di vento, mentre quella del mandrillo può paragonarsi alla bufera che rovina tutto sul suo passaggio. Se il tremendo animale e inviperito (e a ciò basta uno sguardo, una parola, una minaccia) raggiunge un tale grado di furore da dimenticare tutto e precipitarsi a capo basso furente sul nemico. Un lampo diabolico sfolgora dagli occhi del mostro, che pare invero dotato di una forza e d'una cattiveria infernale. Si assicura che le sue tempestose passioni lo scrollano al segno da farlo cadere senza vita in mezzo ad urli e rantoli selvaggi. Si dice ancora che serba il rancore assai più a lungo degli altri cinocefali, e che mai perdona ad un nemico. Non v'ha quindi da maravigliarsi che gli indigeni non attacchino mai briga con lui: anzi non penetrano nei boschi in cui abita il mandrillo se non in gran numero e bene armati. Come la collera, la sua sensualità non conosce limiti, ed oltrepassa di gran lunga in svergognatezza e impudenza quella delle altre scimmie. I maschi non assaltano solo le loro femmine, bensì anche le donne, e sono perciò abbastanza pericolosi. (p. 127)
  • L'effetto che il ruggito del leone ha sugli altri animali è indescrivibile: la iena appena lo sente tralascia subito subito di urlare, anche se solo per un attimo; il leopardo smette anch'esso di grugnire; mentre invece le scimmie intensificano i loro mormorii e si arrampicano senza perdere tempo sui rami più alti degli alberi: le antilopi fuggono a precipizio nelle boscaglie, ed anche gli armenti zittiscono; il cammello trema, rifiuta di obbedire al suo conducente, getta a terra carico e cavaliere e si dà alla fuga; anche il cavallo si impenna e indietreggia spaventato, imitato dal cane che corre guaendo dal padrone. Ed anche l'uomo, allorché per la prima volta ode la voce del leone rompere il silenzio notturno della foresta, sente destarsi in sé insoliti timori. (   edizione? p. 532)
  • Ma ecco, improvvisamente sembra che il suolo rabbrividisca di paura: poco distante, rugge il leone! E in quell' attimo il nome di essed (nunzio del terrore) che gli indigeni danno al re degli animali appare pienamente giustificato: subito le pecore si precipitano come pazze contro la siepe spinosa, le capre strillano, mentre vacche e giovenche, inebetite dal terrore si buttano le une contro le altre. Anche il cammello cerca di abbattere gli ostacoli che gli impediscono la fuga, e i cani, di solito abituati a combattere con iene e leopardi, si rifugiano con alti guaiti sotto le tende dei padroni. Intanto, il leone con un salto supera la siepe e penetra nel recinto per scegliersi la preda: una sola zampata gli basta per abbattere una giovenca, e la sua robusta dentatura in un attimo spezza le vertebre cervicali della vittima, incapace di opporre la benché minima resistenza. Poi, con gli occhi scintillanti di gioia, il leone rimira la vittima e si sferza altezzosamente i fianchi con la coda. Dopodiché, incomincia a pensare al ritorno: sa di dover attraversare la siepe, ma nemmeno vuole abbandonare la preda, e quindi fa ricorso a tutta la sua forza per superare con un balzo la siepe tenendo tra le fauci l'animale morto[...]Dopo aver superato il recinto, il leone trascina via la vittima e va a mangiarsela in qualche luogo tranquillo. (   edizione? p. 532)
  • [Sul leone] Con la selvaggina, si comporta assai diversamente che con gli animali domestici: sa benissimo che le bestie selvatiche lo fiutano di lontano, e che sono abbastanza veloci da sfuggirgli. Perciò tende loro agguati astuti, oppure le avvicina con prudenza, strisciando sottovento quasi sempre insieme a un altro leone, e fa così non solo di notte, bensì anche quando il sole è ancora all'orizzonte. Spesso si reca pure alle pozze d'acqua ove, nelle steppe, gli altri animali vanno a bere, e vi fa un bottino abbondante: dopo le ore cocenti del pomeriggio, allorché giunge la frescura della notte, le antilopi, le giraffe, le zebre e i bufali escono per rinfrescarsi la bocca inaridita, e con somma prudenza si avvicinano alla sorgente o allo stagno, dove oltre all'acqua, sanno però di trovare pericoli gravissimi [...]: male incoglierà quella bestia che si avvicinasse all'acqua nella direzione del vento, e spinta dalla sete scordasse la sua innata prudenza! (   edizione? p. 534)
  • Il leone preferisce sempre gli animali più grossi a quelli più piccoli, sebbene in caso di necessità non disdegni neppure questi ultimi, al punto, a quanto si dice, d'accontentarsi talora persino delle locuste. Le sue prede le trova soprattutto tra le mandrie e le greggi tenute dall'uomo, nonché tra le zebre selvatiche, tra le antilopi e i suini selvatici d'ogni sorta. (   edizione? p. 536)
  • Insieme con il leone, la tigre (Panthera tigris, spesso denominata Felis tigris) è fra tutti i felini il più perfetto: nessun altro rappresentante della famiglia unisce al par suo bellezza e ferocia: fiera formidabile e terribile, non rifugge, come il leone, dai luoghi abitati dall'uomo, che anzi provoca con astuzia e accortezza. (   edizione? p. 539)
  • Tipico gatto senza criniera, con barba alle guance e con pelame disegnato a strisce trasversali, nettissimo, di colore particolarmente elegante, la tigre è uno splendido felide, certamente non da meno del leone, che anzi supera in altezza e sveltezza e nell'agilità delle forme e delle movenze: il corpo della tigre appare più snello e flessuoso, e la testa più rotonda di quella del leone, ben proporzionata rispetto al tronco; la coda manca di fiocco terminale, il pelo è corto e liscio e s'allunga solo sulle guance, formando una tipica barba, più rada nelle femmine. (   edizione? p. 539)
  • La tigre ha tutti i costumi e le abitudini tipiche dei felini, sviluppati però in rapporto alla sua mole. I suoi movimenti sono eleganti come quelli dei felidi minori, e nel contempo rapidissimi, agili e resistenti: cammina con una straordinaria leggerezza, senza farsi sentire, e nel corso delle sue cacce percorre senza posa distanze equivalenti a parcchie ore di cammino; galoppa benissimo ed è anche un'ottima nuotatrice; dalle orme lasciate da tigri lanciate all'inseguimento d'una preda, s'è potuto calcolare che i suoi salti non superano i cinque metri di lunghezza. (   edizione? pp. 540-541)
  • Di solito tende i suoi agguati nelle vicinanze dei luoghi dove gli animali si recano a bere, nonché lungo le strade campestri, o sui sentieri delle foreste e in altre località del genere. La tigre aggredisce praticamente tutti i mammiferi, eccettuato quelli più robusti, come gli elefanti, i rinoceronti, i bufali selvatici e forse alcuni grandi carnivori; di solito predilige gli animali di grossa mole, ma sa accontentarsi anche di quelli più piccoli: predilige i cinghiali, i cervi e le antilopi, di cui fa strage: in ciò si rivela anche utile, giacché spesso le antilopi si moltiplicano in modo da costituire una vera calamità per il paese. Si nutre anche di istrici, e non disdegna neppure le scimmie o i pavoni, al punto che si può dire che quando ha fame, mangia tutto ciò che cammina o vola: nel Bengala, durante le inondazioni, pesci, tartarughe, lucertole e coccodrilli sono il suo cibo abituale; riferisce il Simson di aver trovato moltissime locuste nello stomaco di una tigre da lui uccisa. Si dice che la tigre si nutra persino di rane e nelle regioni settentrionali della sua area di diffusione, allorché nei periodi invernali il cibo scarseggia, dia la caccia ai topi. (   edizione? p. 541)
  • Tutto considerato, la tigre non è un animale molto coraggioso: d'indole astuta e prudente, in molti casi si dimostra perfino codarda. Incontrando l'uomo per la prima volta, indietreggia, e non di rado si lascia spaventare dai movimenti e dai rumori fatti da un qualsiasi avversario. È invece pericolosissima per l'uomo disarmato, giacché rapidamente ne intuisce la debolezza, aggredendolo spesso all'improvviso: quando si crede sicura del fatto suo, infatti, la tigre diviene non solo ardita e sfrontata, ma anche ferocissima. Esistono località famose in quanto teatro delle stragi di singole tigri, e si dice che se questi animali non temessero il fuoco e se a contrastarle non si organizzassero gruppi di uomini coraggiosi, sarebbe assolutamente impossibile per le comunità umane vivere in quei luoghi. (   edizione? p. 543)
  • Fra tutti i felidi, il leopardo, o pantera, è senza dubbio il più bello: il leone rappresenta il re degli animali; la tigre la più pericolosa fra tutte le fiere; l'ocelotto ha un ricco mantello dagli splendidi colori; ma nessun felide è superiore al leopardo nell'armonia delle forme, nella bellezza dei disegni che adornano il suo pelame, nella grazia e leggerezza dei movimenti. Il corpo del leopardo compendia tutte le qualità che s'incontrano isolatamente nei singoli felini, e rappresenta dunque il felino per eccellenza, dal punto di vista sia fisico sia intellettivo; la sua zampa vellutata è morbida almeno quanto quella del nostro micio domestico, però nasconde artigli pari a quelli di qualsiasi altra fiera, e la sua dentatura è forse più imponente di quella dello stesso re degli animali. (   edizione? p. 540)
  • Ginnasta eccellente e più robusto delle altre fiere, è un vero maestro nell'arte di cogliere di sorpresa la selvaggina più veloce e più cauta. È poi un ottimo arrampicatore, e si muove indifferentemente tra gli alberi come in mezzo ai cespugli. Quando si accorge di essere inseguito, subito si arrampica sugli alberi e in caso di necessità non rifugge nemmeno dall'attraversare a nuoto corsi d'acqua abbastanza larghi. La sua grande bellezza si manifesta solo quand'è in movimento: ogni sua mossa appare elastica, agile, leggera, ed ogni suo atteggiamento grazioso, morbido e flessuoso: insomma, un leopardo che corra e strisci tra l'erba costituisce uno spettacolo davvero piacevole, paragonabile a quello fornito soltanto da un altro carnivoro assai più piccolo, cioè la genetta. (   edizione? p. 557)
  • Quanto a indole, il leopardo appare scaltro, selvaggio, feroce, vendicativo e persino vile sotto certi aspetti. In varie parti dell'Africa lo chiamano tigre, come fanno gli americani con il giaguaro, giacché questo nome è per loro sinonimo di una creatura feroce e sanguinaria. Infatti, il leopardo uccide tutti gli animali di cui può impadronirsi, dai più grossi ai più piccoli: antilopi, sciacalli e il bestiame minore costituiscono il suo principale nutrimento; divora poi tutti i volatili in genere, e insidia sugli alberi le scimmie e tra le rocce gli iraci. Non disdegna neppure gli anfibi. Attacca particolarmente i cinocefali, impedendo così che essi acquistino un'eccessiva preponderanza, cosa che invece succede nelle regioni alte dove il leopardo non vive. (   edizione? pp. 557-558)
  • Quando assale le greggi rinchiuse negli ovili, il leopardo provoca delle vere e proprie stragi; non è raro che uccida una dozzina di pecore in una sola notte, e i pastori lo temono più di molte altre fiere che in genere si accontentano di una sola preda. Alla sua innata arditezza, il leopardo unisce dunque un'eccezionale ferocia. Audace e temerario, penetra fin nell'interno delle città e dei villaggi, e talvolta anche nelle abitazioni. (   edizione? p. 558)
  • Quando il leopardo ritiene che la sua prole sia minacciata, si precipita furiosamente contro l'avversario, anche se è stato da questi ferito[...]. Del resto, è risaputo che il leopardo aggredisce l'uomo spontaneamente, senza essere minimamente provocato; in varie parti dell'India si parla di leopardi antropofagi. (   edizione? p. 558)
  • Stando a quel che riferisce il Blanford, il leopardo manifesterebbe una decisa predilezione per cani e sciacalli. Uccide gli animali più grossi come fanno anche il leone e la tigre, cioè spezzando loro l'articolazione delle vertebre cervicali; più spesso però afferra la preda alla gola, dilaniandola. Poi cerca di trascinarla lontano e di nasconderla accuratamente, perfino sugli alberi, proprio nei punti dove si biforcano i rami. (   edizione? p. 560)
  • Anche Sanderson considera il leopardo più irritabile, più coraggioso e assai più deciso nell'aggredire che non la tigre, e spiega come cacciando quest'ultima, né lui né i suoi accompagnatori ebbero mai a soffrire, mentre inseguendo il leopardo spesso gli uomini ne uscivano malconci. (   edizione? p. 561)
  • [Sul leopardo] Nel periodo dell'allattamento, la femmina diviene ferocissima e sparge intorno a sé un vero e proprio terrore: aggredisce e uccide con la massima audacia tutti gli animali che incontra, pur conservando la sua prudenza, tant'è vero che difficilmente si lascia sorprendere, sia da sola, sia in compagnia della prole. (   edizione? p. 564)
  • [Sul cuon alpino] È in vero un animale assai pauroso, si tiene sempre lontano dall'uomo e dalle sue abitazioni, preferendo gli oscuri canneti che conosciamo sotto il nome di giungle, folte boscaglie che si estendono per centinaia di miglia, e lasciano passaggio all'uomo solo di tratto in tratto. (p. 366)
  • [Sul cuon alpino] Nel cacciare rassomiglia al tutto al lupo, ma se ne distingue per un gran coraggio e per una sociabilità amichevole. (p. 366)
  • Ad eccezione dell'elefante e del rinoceronte, nessun animale dell'India, da quanto si assicura, può misurarsi col kolsun. Il ringhioso cinghiale soccombe malgrado le potenti zanne, ed il cervo dal piede veloce non è in grado sfuggirgli. Più felice è il leopardo che appena si vede aggredito cerca un ricovero tra i rami, ove il kolsun non lo può seguire; ma se abbandona il suo sicuro asilo nel denso fogliame, esso pure è condannato alla morte malgrado ogni difesa. Si assicura che è perfettamente indifferente alla muta il veder cadere i suoi più valorosi campioni nell'aggressione d'un animale formidabile come la tigre o l'orso; dieci e più possono essere sbranati dalle zanne dell'uno, o soffocati sul petto dell'altro, i superstiti non perdono coraggio, si precipitano con sempre nuovo ardore e con tale destrezza sull'avversario che alfine, esausto di forze, questo è certamente strozzato. Si ascrive la scarsità del kolsun alle sue lotte sanguinose coi più grossi carnivori: altrimenti questo animale si moltiplicherebbe a tal segno nell'India che non vi si troverebbe più caccagione. Non aggredisce mai l'uomo, si trae da banda quanto più lunghi può, ma se viene aggredito da esso spiega il suo valore anche contro di lui, e non è punto avversario da disprezzare. (p. 366)
  • Il buansu fa anche la caccia in branchi, ma si distingue dal suo affine pei suoni continui che emette correndo e che sono un ruggire particolare, affatto diversa dalla voce del cane domestico, e che ha pure poco di comune col lungo ululato del lupo, dello sciacallo, della volpe. (pp. 366-367)
  • I buansu presi giovani si addomesticano bene. Dimostrano molto attaccamento al loro custode, e, se questo se ne intende, può farsene eccellenti ausiliari di caccia. Sgraziatamente il buansu pare voler essere devoto solo al suo padrone. Non solo non può servire ad altri cacciatori, ma talvolta anche diventa pericoloso a motivo dello acuto suo morso. (p. 367)
  • Il lupo si distingue così bene nell'aspetto dall'adjak che non si può dubitare dell'animale che si ha dinanzi. Nessun cane domestico ha una espressione di faccia che rassomigli a quella del selvatico; persino il cane degli Eschimesi se lo si guarda in faccia si distingue dal lupo, ma l'adjak appare più selvatico di qualsiasi altro dei suoi affini allo stato libero. (p. 368)
  • Gli antichi conoscevano benissimo il lupo. Tutti i naturalisti romani e greci lo menzionano; ad essi pure esso appare come un mostro spaventevole, come più tardi apparve ai tedeschi sotto il nome di Vehrwolf. (p. 449)
  • La sua mobilità richiede un consumo importante di nudrimento, e quindi è assai dannoso, persino pericoloso quando è spinto dalla fame. D'inverno assalta ogni animale, l'uomo come gli altri talvolta, e sbrana tutto quel che può arraffare. Stanca la vittima incalzandola vivamente, di rado cerca di sorprendere qualche animale avvicinandosi cheto cheto. Talvolta uccide più di quel che consuma. Arreca devastazioni tremende fra le bestie inermi che vivono in gregge. (p. 450)
  • Quando la fame tormenta il lupo, è una bestia spaventevole, che dimostra allora la qualità che più gli fa difetto ed è dappertutto stimata: il coraggio. Il lupo affamato sopraffà cavalli e bovine, di cui evita le zampe e le corna accuratamente d'estate, ed attacca talvolta, sebbene di rado, uomini armati, anche se vede che alcuni suoi compagni sieno stati uccisi dalle armi da fuoco. (p. 450)
  • Non v'ha da stupire se questi terribili animali destano, e principalmente quando sono in gran numero, l'angoscia e lo spavento fra gli uomini non solo ma anche fra gli animali. I cavalli sono in sommo grado inquieti appena hanno sentore del lupo; gli altri animali domestici, ad eccezione del cane, pigliano la fuga se hanno il più lieve sentore del loro capitale nemico. Ma pei buoni cani non pare che vi sia piacere maggior della caccia al lupo, appunto perché si distinguono sempre meglio quelle caccie che sono le più pericolose. Perciò è notevole che l'odio fra due affini così prossimi come sono il lupo ed il cane possa raggiungere un tale indescrivibile grado d'intensità. Un cane sulle peste d'un lupo dimentica tutto, entra nel furore più inaudito, e non riposa prima che abbia azzannato il nemico pel collo. Non bada a ferite, non s'accorge della morte dei compagni. Anche moribondo tenta ancora di mordere bravamente il lupo. (p. 451)
  • Il lupo possiede tutte le doti e le qualità del cane: ha la stessa forza e la stessa costanza, la medesima acutezza di sensi, la medesima intelligenza. Ma è unilaterale e d'assai meno nobile del cane – senza dubbio soltanto perché gli fece difetto l'uomo, l'educatore del suo affine. Senza l'uomo il cane domestico non è nulla più che un lupo! (p. 452)
  • Molte osservazioni hanno fermato a sufficienza che dall'accoppiamento del lupo colla cagna o del cane con una lupa provengono ibridi che generano verosimilmente figli fecondi. Questi ibridi non tengono sempre il mezzo tra il lupo e il cane, e i piccoli d'uno stesso parto sono anche molto diversi. Per solito rassomigliano più al lupo, benché abbiano anche del cane. Molti naturalisti hanno perciò creduto di dover considerare il lupo comune come il ceppo del nostro cane. (p. 453)
  • Il produrre ibridi del lupo e del cane non è mai un atto di libera volontà, poiché l'antipatia naturale che esiste fra loro è così grande da potersi dominare solo in rare circostanze. Per solito l'uno e l'altro cercano accuratamente di evitarsi e non si piegano mai all'accoppiamento quando son liberi, mentre ciò non offre difficoltà tra conigli selvatici e domestici, anitre, oche, pernici, tacchini, insomma tra animali selvatici e domestici che vivono ancora adesso allo stato libero ed in ischiavitù. (p. 454)
  • Quel che è sicuro è che il lupo è suscettibile d'addomesticamento, e degno del consorzio con gente senza pregiudizi. Chi sa trattarlo bene può formare un animale che somiglia essenzialmente al cane domestico. Ma un animale libero deve certamente essere trattato in altro modo di uno schiavo sottomesso da tempo illimitato alla dominazione dell'uomo. (p. 455)
  • Il suo modo di vivere lo colloca appunto come anello di congiunzione tra il lupo e la volpe. A questa rassomiglia più che non a quello. Di giorno sta ritirato; verso sera si accinge alle sue scorrerie, urla forte per radunare altri della medesima specie e scorrazza con loro. Ama molto la società, benché faccia anche la caccia da sè. Si può chiamarlo più ardito, il più importuno di tutt'i cani. Non si spaventa punto della presenza dell'uomo, ma penetra sfacciamente nell'interno dei villaggi, persino dei cortili e delle abitazioni, e ne porta via quanto trova. Tale importunità rende lo sciacallo d'assai più sgradevole e noioso del suo famoso canto notturno che suole continuare con una mirabile costanza. (p. 460)
  • Il poco vantaggio che recano non è proporzionato al danno. Sono utili soltanto a sbarazzare dalle carogne ed a distruggere ogni sorta di animaletti molesti, sopratutto i topi; ma sono dannosi pel loro svergognato brigantaggio. Non contenti di divorare quanto si mangia, derubano ancora cose che non si mangiano nelle case e nei cortili, nelle tende e nelle stanze, nelle stalle e nelle cucine. Portan via quanto loro piace, e la loro passione per rubare è forse pari alla loro voracità. Nell pollaio fanno la parte della nostra volpe: uccidono colla crudeltà della martora e derubano se non coll'astuzia, almeno colla temerità della volpe. (p. 460)
  • Gli sciacalli presi giovani si addomesticano presto e meglio delle volpi. Si abituano pienamente al padrone, lo seguono come un cane, si lasciano accarezzare e domandano carezza al par di questo, ubbidiscono alla chiamata, dimenano amichevolmente la coda quando sono accarezzati colla mano: dimostrano insomma tutte le qualità, tutte le abitudini del cane domestico. Persino gli adulti si avvezzano col tempo all'uomo, per quanto da principio si mostrino ringhiosi. (p. 461)
  • Esso forma in certo modo l'anello di congiunzione tra i lupi e le volpi. La sua specie ha ancora del lupo, ma la forma della testa, le gambe corte e la coda piuttosto lunga e folta ricordano la volpe. (p. 466)
  • Rapisce tutto quello a cui arriva, ed agguaglia perfettamente in scaltrezza i nostri lupi e le volpi. Di notte penetra sovente nei villaggi indiani, e nell'inverno non è raro vederlo trottare di giorno appunto come il nostro lupo per la neve ed il freddo. Al tempo della riproduzione dimora in tane che si scava da sè ed in caverne, ove nell'aprile la femmina partorisce da sei a dieci figli. Il tempo degli amori ricorre in gennaio e febbraio e sovraeccita in sommo grado il lupo delle praterie, come tutti i cani. In quel tempo si ode la sua voce nella prateria: è un latrato particolare, alquanto prolungato al fine, che ricorda il grido della nostra volpe. (p. 467)
  • Il lupo delle praterie cade in trappola più raramente del lupo o della volpe, e quando ciò avviene il cacciatore ne ha poca gioia, perché la sua pelle non ha valore e non è punto pregiata dal pellicciaio. (p. 467)
  • Il licaone ha circa la mola d'un piccolo lupo, o d'un cane da macellaio di mole media, e presenta la maggior somiglianza con quest'ultimo per la forma, la quale malgrado la sua elegante sveltezza e leggerezza appare come d'un animale forte e robusto: in tutto ciò le osservazioni concodrano. (p. 495)
  • Il licaone anche agli occhi del profano appare quale perfetto prodotto della luce, mentre la iena è una figlia delle tenebre per ogni riguardo. (p. 499)
  • Pochi sono gli animali la cui storia sia stata adorna di tante favole, di tante straordinarie dicerie, come quella delle iene. Gli antichi stessi narravano di esse le più incredibili cose. Si asseriva che il cane il quale vedeva l'ombra d'una iena ne perdesse incontanente la voce ed i sensi; si assicurava che l'odiosa belva sapeva imitare la voce dell'uomo per meglio adescarlo, poi d'un tratto aggredirlo ed ucciderlo; si credeva che il medesimo individuo radunasse in sè i due sessi, e persino mutasse a piacimento di sesso, ora presentandosi come essere maschio, ora come femmina. Il più notevole si è che siffatte fiabe trovarono credito presso tutte le popolazioni che conebbero le iene. Gli Arabi principalmente sono ricchi di leggende sopra questi animali. Si crede da essi solamente che l'uomo diventi furioso mangiando cervella di iena; si sottera il capo della belva uccisa per togliere malvagi stregoni il mezzo di fare soprannaturali sortilegi. Persino si crede dai più, e con certezza, che le iene non son altro che stregoni travestiti, che di giorno vanno attorno in figura umana, ma di notte pigliano la maschera di iena e danno di ogni giustizia. Io stesso fui varie volte ammonito dai miei servi arabi con premura di non isparare sulle iene, e mi vennero narrate spaventose storie sulla potenza degli spiriti infernali mascherati. (p. 500)
  • La favola o la leggenda scelgon sempre forme adatte: un animale di cui vengono spacciate e credute tante meraviglie, deve avere nella sua forma alcun che di particolare. Le iene confermano questo fatto. Somigliano ai cani, eppur ne sono diverse per ogni riguardo; fanno parte della famiglia, eppure si stanno isolate. Il loro aspetto non è per nulla gradevole, anzi è decisamente ributtante. Tutte le iene sono brutte perché sono soltanto abozzi d'una forma che conosciamo assai più perfezionata. Alcuni naturalisti le considerano come membri in transizione fra il cane ed il gatto. Ma non possiamo adottare questo modo di vedere, poiché le iene hanno per se stesse una forma affatto particolare [...] Il collo tozzo, rigido in apparenza, la coda folta che non giunge all'articolazione del calcagno, il pelame lungo, ruvido, che si prolunga sulla schiena a mo' di criniera setolosa, il colore finalmente oscuro, notturno del pelo, tutto si riunisce per renderne affatto sgradevole l'impressione totale. Inoltre tutte le iene sono animali notturni, hanno spiacevole voce, discordante, stridula o sghignazzante, sono ingorde, voraci, diffondono intorno un pessimo odore, ed hanno movenze ignobili, come sciancate, e qualche cosa di affatto particolare nel complesso; insomma sarebbe cosa impossibile il dirle belle. (p. 501)
  • Il ghiottone d'Europa e d'Asia concorda colla volverena dell'America settentrionale, ma esso abita tutte le parti al nord della terra. (p. 569)
  • Malgrado la sua piccola mole il ghiottone non è punto un avversario da disprezzare. Esso è ferocissimo, straordinariamente forte, e sa per bene difendersi. Si assicura che persino gli orsi e i lupi gli cedono il passo. Gli ultimi sopratutto non lo toccano, forse a cause del suo fetore. Contro l'uomo si difende soltanto se non può più scansarsi. Per lo più quando scorge un cacciatore si salva colla fuga; se è inseguito si arrampica sopra un albero o sopra le più alte vette rocciose, ove nessun nemico osa tenergli dietro. In una località senz'alberi è presto raggiunto da cani agili, ma si difende con costanza e coraggio e morde rabbiosamente intorno a sè. Un cane solo non può mai vincerlo, e persino a parecchi riesce difficile il soggiogarlo. Se non può cercare scampo sopra un albero si pone supino, afferra il cane cogli aguzzi artigli, lo getta a terra e lo lacera per modo che soccombe sovente alle ferite. (p. 573)

Volume 2, MammiferiModifica

  • Una delle specie di questa famiglia, l'Orca (Orcinus Orca) è conosciuta sin dalla più remota antichità, ed è famosa per la sua ferocia. Cosa strana! gli osservatori moderni concordano sopra questo ultimo punto coi naturalisti antichi. Quest'animale è un delfino robusto, compresso, con piccola testa, dorso convesso, pinne laterali lunghe e pinna caudale larga, robusta, marginata in forma di S; ha da 11 a 13 denti robusti a mo' di quelli dei carnivori: è nero lucente al disopra, al disotto bianco di porcellana con sfumatura gialliccia. Sotto e dietro l'occhio trovasi una macchia allungata, bianca, che ha fatto dare all'animale dagli antichi il nome di delfino montone. (p. 880)
  • L'orca è una così strana creatura che tutte le popolazioni che ebbero che fare con essa le affibiarono un nome singolare. La maggior parte poi di questi nomi significa uccisore o assassino. Così gli Americani del nord lo chiamano Killer, gli Inglesi Trafker, i Norvegi Spukhugger, Hwalhund e Sprniger. Nella Svezia la si chiama Opara, in Danimarca Oruswin, nel Portogallo e nella Spagna Orca, in Francia Epaulard e Orgne, in Russia Kossakta, e via dicendo. (p. 882)
  • Si può dire che il capodoglio è l'animale il più tozzo che esista. La sua enorme testa lunga, larga, quasi quadrata, è della mole stessa del corpo, e si confonde con questo senza visibile passaggio. Il corpo è cilindrico, molto grosso nei due terzi anteriori, assottigliato poi sino alla coda. Davanti è piano ed appiattito. ma nell'ultimo terzo è tondeggiante. (p. 894)
  • Nei suoi movimenti il capodoglio ricorda più il delfino che non la balena. Cede di poco alle specie più veloci dell'ordine. Nuotando pacatamente, fa all'ora tre o quattro miglia inglesi; se si affretta solleva per tal guisa le onde, che il mare si agita tutto e produce cavalloni, che si vanno propagando a grande distanza. Allora gareggia di velocità con ogni vascello. Già da lungi si riconosce il capodoglio a' suoi movimenti. Se nuota tranquillamente, scivola leggermente sotto la superficie; se nuota più velocemente percuote l'onda or colla coda, or colla testa, che si vedono alternatamente comparire e sparire. (p. 896)
  • La pesca del capodoglio è più pericolosa assai di quella della balena. Questa è raramente in grado di resistere a' suoi audaci avversarii, mentre quello, se è aggredito, non solo si difende, ma si precipita furiosamente sul suo nemico, adoperando nell'attacco non solo la coda, ma anche la formidabile dentatura. I libri di storia naturale riboccano di racconti lamentevoli delle disgrazie cagionate dal capodoglio. (p. 897)

Volume 3, UccelliModifica

  • [Sulla cinciarella] La grandissima paura che ha dei rapaci ne fa un uccello vigilante ed attento, che al minimo indizio di pericolo grida e mette in guardia tutta la minuta popolazione del bosco. Fa udire spesso il sibilante sitt sitt proprio delle cincie, alternandolo col verso ziteretete del quale non si saprebbe ben indicare il significato. Spaventata, grida zisteretetet. migrando chiama tietete; ma il vero richiamo di che si serve per chiamare le compagne suona limpidamente tgi tgi ovvero anche zizizir e zihihihihi. Non possiede verso o canto, a meno che cosi non voglia dirsi il complesso de' suoni qui sopra enumerati, dei quali alcuni sono sovente ripetuti. (pp. 975-976)
  • Fra i molti nemici della cinciarella l'uomo è fra i più formidabili; esso ne piglia moltissime coi così detti gabbiotti da cincia e le destina alla mensa. L'amatore se ne impadronisce per arricchire la sua raccolta di un uccello grazioso e divertente che si abitua facilmente alla prigionia. In gabbia si alleva senza difficoltà perché poco esigente in fatto di cibo, e perché ha tutte le doti che si possono desiderare in un uccello, esclusa quella del canto. (p. 976)

Volume 4, UccelliModifica

  • La specie maggiore del genere è il Toco [...]. Ha le piume nere, bianche la gola, le guancie, la parte anteriore del collo e le copritrici superiori della coda; rosso sangue il groppone. Il becco molto grande ed alto, il cui margine mostra alcune intaccature è rosso-arancio vivo, colore che mutasi in rosso fuoco verso il dorso e verso l'apice della mascella inferiore. L'apice della mascella superiore ed il margine del becco presso il capo sono parimenti color nero; gli occhi, le redini e la regione temporale sono rosso-fuoco vivo; i margini delle palpebre azzurro-neri; le gambe grigio-azzurre. (p. 229)
  • Se v'ha un uccello che possa chiamarsi l'aquila del mare esso è certamente la Fregata, che senza dubbio è il più nobile fra gli steganopodi e che, a mio modo di vedere, è tipo di una particolare famiglia, e si distingue da tutti gli altri affini per lo sviluppo delle sue ali. (p. 966)
  • L'acutezza dei loro sensi, a detta concorde di tutti gli osservatori, specialmente della vista, deve essere segnalata. Una fregata che ondeggia nelle regioni superiori dell'aria può, da quanto si dice, scoprire il più piccolo pesciolino che nuoti presso la superficie dell'acqua, e quindi dominare in genere una grande estensione di mare ad un tempo. Le attitudini intellettuali della fregata si accordano con quelle di molti uccelli da preda. Sembra che essa non possegga un'intelligenza molto eminente, ma pure sa distinguere gli amici suoi dai nemici, e si fa più accorta per l'esperienza. Abitualmente non si mostra timida, ma si tiene però ad una certa distanza dall'uomo da cui non isperi cosa alcuna di buono; mentre sta ad osservare attentamente alle barche dei pescatori, loro tien dietro, ed al momento di trar fuori il pesce loro gira attorno così davvicino che la si potrebbe quasi uccidere col remo. Degli altri animali si cura soltanto fin dove s'immagina di poterne trarre alcun profitto. (pp. 968-969)

Volume 5, Rettili e pesciModifica

  • Nel mare delle Antille la sfirena è rappresentata dal Barracuda degli Spagnuoli (Sphyrena Barracuda), il gigante del genere, che misura sino 3 metri di lunghezza. Se si può prestar fede agli esserti di scrittori locali, questo pesce è temuto quanto il pesce cane, perché esercita anche a danno dell'uomo l'indole sua sanguinaria, penetra audacemente nei porti e addenta e divora gli uomini che si bagnano. Dutertre asserisce persino che è più pericoloso del pesce cane, perché il rumore lo adesca invece di impaurirlo. La carne rassomiglia in certo modo a quella del nostro luccio, se non che è velenosa in certi tempi. Vari scrittori concordano perfettamente in proposito. (p. 540)

Citazioni su La vita degli animaliModifica

  • Ora, la Vita degli animali del Brehm è uno dei più splendidi libri da biblioteca familiare, un libro che non ha pari in altre lingue, ma quando vi consiglia gli uccelli da prendere in casa, esso è del tutto inattendibile. Il suo entusiasmo per il mondo dei volatili gli fa vedere un ideale animale da salotto in ogni pennuto, mentre proprio sotto questo aspetto vi sono enormi differenze tra una specie e l'altra. (Konrad Lorenz)

BibliografiaModifica

  • Alfred Edmund Brehm, La vita degli animali. Descrizione generale del mondo animale, Volume 1, Mammiferi, traduzioni di Gaetano Branca e Stefano Travella, Unione Tipografico-editrice torinese, 1872.
  • Alfred Edmund Brehm, La vita degli animali. Descrizione generale del mondo animale, Volume 2, Mammiferi, traduzioni di Gaetano Branca, Stefano Travella e altri naturalisti, Unione Tipografico-editrice torinese, 1872.
  • Alfred Edmund Brehm, La vita degli animali. Descrizione generale del mondo animale, Volume 3, Uccelli, traduzioni di Gaetano Branca, Unione Tipografico-editrice torinese, 1869.
  • Alfred Edmund Brehm, La vita degli animali. Descrizione generale del mondo animale, Volume 4, Uccelli, traduzioni di Gaetano Branca, Unione Tipografico-editrice torinese, 1870.
  • Alfred Edmund Brehm, La vita degli animali. Descrizione generale del mondo animale, Volume 5, Rettili e pesci, traduzioni di Gaetano Branca, Stefano Travella e altri naturalisti, Unione Tipografico-editrice torinese, 1872.

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