Alessandra De Stefano

giornalista, conduttrice televisiva e scrittrice italiana (1966-)

Alessandra De Stefano (1966 – vivente), giornalista, conduttrice televisiva e scrittrice italiana.

Alessandra De Stefano (2017)

Citazioni di Alessandra De Stefano

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  Citazioni in ordine temporale.

  • Claudio [Ferretti] mi diceva sempre di cercare qualcosa da dire, cioè cercare una angolazione diversa rispetto alla notizia. La notizia ha una vita breve, quello che resta è la storia che ci sta dietro.[1]
  • La differenza che può fare un giorno è praticamente la mia filosofia di vita. Mia mamma diceva che quello che non succede in una vita può capitare in un giorno, quindi occorre essere gentili sempre, perchè per essere cattivi ci vuole solo un minuto.[1]
  • [Sul campionato mondiale di calcio 2022] Questo Mondiale non si sarebbe dovuto giocare. O meglio non si doveva assegnare al Qatar, che si è offerto allo sport più bello del mondo calpestando i diritti umani, corrompendo, imbrogliando, grazie alla complicità dei signori del football, che glielo hanno venduto nel 2010. Gli stessi che all'inizio volevano che si giocasse un Mondiale in estate, nel deserto, pensate un po': una cosa impossibile, eppure tutto ha un prezzo. A proposito di cifre, nelle casse della FIFA questo evento planetario porterà 5 miliardi e mezzo di dollari. Quindi, quando il sogno di andare ai Mondiali da campioni d'Europa è sfumato, noi ci siamo interrogati sul senso di questo Mondiale senza l'Italia. Aveva senso fare la trasmissione? Aveva senso tenerlo in esclusiva? Decidere non è stato facile, poi ci siamo detti che il Mondiale è di tutti, e non di qualche privilegiato, così come lo sono le Olimpiadi, le Paralimpiadi, e non solo questi, ma i tanti eventi sportivi che la Rai da sempre porta nelle nostre case, perché questa è la nobiltà del servizio pubblico, questa è l'essenza della Rai.[2]

Intervista di Giovanni Battistuzzi, ilfoglio.it, 1º agosto 2020.

  • [Nel ciclismo] il pubblico non è mai stato solo sfondo, quasi sempre è stata una spinta in più, qualcosa di necessario, un'estensione di questo sport. Se il ciclismo fosse un albero, gli spettatori sarebbero i rami, si può disegnare un albero senza i rami?
  • L'amore per questo sport nasce dal racconto, quello dei nonni e dei padri, quello delle imprese che furono, a volte ingigantite, sempre personalizzate da chi ce le ha raccontate.
  • Il ciclismo prima ti prende e poi ti trasporta, sentimentalmente e per il mondo, lungo quel suo solito percorso ciclico, fatto allo stesso modo di una ruota di bicicletta. Un incontrarsi e ritrovarsi nei soliti luoghi e negli stessi periodi, quelli delle corse, a commentare però qualcosa che non è mai uguale a se stesso, che cambia continuamente.
  • Ancora oggi quando penso a Marco [Pantani] mi viene un po' di rabbia e molto dolore. Era fantastico e tragico, imprevedibile, quando gli facevi del bene ti dava un morso.
  • [Il ciclismo] è anche una lunga analisi, una forma di conoscenza dell'essere umano, perché mentre si pedala tutta la generosità, gli egoismi, l'altruismo, la testardaggine, la cattiveria, la furbizia e la[malignità vengono fuori, si fanno palesi e senza filtri. I corridori sono navigatori in un mondo precario, la libertà che dà la bicicletta è legata in un microcosmo pieno di regole e non detti, di volere di branco e ambizioni personali, di rincorse e di evasioni. Solo quelli che vanno in fuga assaporano appieno la bellezza della bici, la sua dimensione spaziale. Sono dei libertari, dei sognatori. Gli unici ancora bambini del gruppo. Perché la prima cosa che pensi da bimbo quando inizi a pedalare è che sei libero, "posso andare lì". E quel lì è sempre un altrove.

Intervista di Francesco Canino, ilfattoquotidiano.it, 8 agosto 2021.

  • Lo sport è una delle poche cose che azzera le differenze sociali.
  • La visibilità non m'interessa. M'interessano i risultati, la sostanza più che la forma. Per questo detesto il cliché della donna scosciata che commenta lo sport. È l'antitesi di ciò che sono io, che vado in video con le unghie sbeccate e le mani piene di appunti. Certo, mi sistemo perché so che devo entrare nelle case della gente ma so che il pubblico è molto intelligente e smaschera la finzione. Io non fingo, sono ciò che sono e la popolarità la temo perché impone un ritmo che non m'interessa. Io non voglio essere altro da me, non mi piace il protagonismo a tutti i costi.
  • [«Per tutti lei è la "signora del ciclismo", lo sport che racconta da tre decenni. È un'etichetta che le piace?»] Sì, perché il ciclismo mi ha formato, è l'ambiente dove mi sono costruita professionalmente e dove mi sono innamorata della diretta, della strada, del rumore di fondo e delle storie laterali. [...] In una cronometro di Bibione, mentre aspettavo la partenza, vidi questo ciclista con il numero 199 e la bici appoggiata a un muretto sulla spiaggia, che guardava il mare e piangeva. Lo avvicinai e gli feci un'intervista: "Piango perché penso alla Colombia e mi mancano i miei bambini". Era Víctor Hugo Peña. "Ma chi è questo? Che ci facciano di questo rvm", mi dicevano gli autori. Poche ore dopo, quel ciclista vinse la tappa e noi ci aprimmo la trasmissione.
  • [«È vero che lo sport è ancora un ambiente maschilista?»] Se ti alzi alle sei per seguire gli allenamenti dei ciclisti e a fine gara sei oltre il traguardo a raccontare la tappa, lo sportivo e chi gli sta attorno non guarda se sei uomo o donna. Conta ciò che fai, quanto sudi e ti impegni. Sono l'ultima di otto figli, mi sono sempre fatta il mazzo e anche quando davo il meglio all'università, lavorando e studiando allo stesso tempo, mio padre mi diceva: "Hai fatto la quarta parte del tuo dovere". Per questo detesto le quote rose: sono l'azzeramento del talento individuale.

Intervista di Silvia Fumarola, repubblica.it, 10 agosto 2021.

  • C'è una cosa che spesso si ignora del pubblico televisivo: è migliore di come viene descritto. Se fai un errore, è une errore umano e la gente ti capisce. Se vuoi garantire un'immagine sempre perfetta, non sempre funziona.
  • Quando ero piccola guardavo con mio padre il Tour de France, papà ha fatto la Resistenza, è stato prigioniero nelle Ardenne. Mamma era una sarta, siamo venuti a Roma con un abito da sposa, ha capito che a Napoli non c'era futuro. Papà fumava le sue Gitanes e seguiva Merckx, lo adorava. Quando per un anno ho lasciato il ciclismo, mi chiamò Eddy: "Amedeo non sarebbe felice".
  • [«Ha sempre sottolineato la fatica degli atleti, era la cosa più importante?»] Ho fatto tanta strada a piedi e in macchina, ho grande rispetto della fatica. Se faccio la Parigi-Roubaix mi metto nel portellone, esco coperta di terra dalla testa ai piedi. Voglio vedere quando la macchina balla, quando la forcella si muove, mi permette di capire la dinamica. La fatica è la chiave di tutto.
  • [«È più facile raccontare una vittoria o una sconfitta?»] È come dire sì o no a qualcuno, c'è la stessa differenza. Il no lo devi argomentare... Forse è più etico spiegare la sconfitta, devi andare a cercare quello che c'è dietro. La vittoria è immediata.

Intervista di Emanuela Audisio, repubblica.it, 7 dicembre 2021.

  • Sul modo di narrare lo sport, anche nelle telecronache, vorrei più immagini e meno verbosità. Ogni sport ha una sua geografia: suoni, rumori, atmosfere. Chi guarda deve poter respirare un po' quel clima, non ha bisogno di sovrapposizioni di parole. A volte troppa voce può distrarre. [...] Il telespettatore vuole condividere, non essere sopraffatto.
  • Ho imparato anche da Gianni Mura che al Tour mi chiedeva: "Cosa hai visto, mi racconti?" E quando dovevi riferire a Mura sentivi che dovevi farti acuta e sincera perché la responsabilità era enorme.
  • [«Le telecronache a due voci le piacciono?»] Sì se tra i due commentatori c'è sintonia, condivisione e feeling, non solo somma di analisi e di statistiche. Non bisogna sempre dire tutto, a volte le troppe parole ti fanno perdere l'azione che è già finita mentre la stai raccontando. Paolo Rosi a Mosca '80 in telecronaca disse con un elegante e leggero coinvolgimento: "Sara Simeoni non sa trattenere la commozione come del resto ci capita anche a noi". Oggi un commento così verrebbe vissuto come inappropriato perché ti accuserebbero di voler essere protagonista. Tante cose sono cambiate: hai una voce schifosa, mi rimproverò un caporedattore, quando ero ragazzina, facendomi venire complessi mostruosi. Ma la mia maestra di canto, sentendomi giù, mi rincuorò: hai solo una voce diversa.
  • [«Cosa copierebbe dalle tv estere»] L'essenzialità e il minimalismo nella scelta degli studi televisivi, la fluidità dei raccordi tra i vari segmenti, la compostezza e la qualità degli interventi. Lo sport deve essere autentico, ha un rumore, un odore, un respiro. A me ha insegnato tanto il ciclismo: l'arrivo su via Roma della Milano-Sanremo, dove Merckx per sette volte ha alzato le braccia, quando l'aria si fa rarefatta, l'asfalto inizia a vibrare e inizi a vedere le ombre dei ciclisti. O l'arrivo al velodromo della Roubaix dove corri con un microfono in mano per avere una lacrima o un gesto di rabbia, dove lo sconfitto ha forse più cose da dire del vincitore. Giocavo a basket con un gruppo di amiche e ho imparato che perdere insieme è molto formativo.

Intervista di Marco Bonarrigo, corriere.it, 23 marzo 2022.

  • Ormai nelle dirette sportive le telecamere mostrano quasi tutto. Un giornalista bravo deve raccontare il "quasi" che non si vede, coltivare il silenzio, lasciare il microfono a chi gli sta a fianco senza gelosie quando serve.
  • Per me l'unico genere che conta è la bravura. Lo sport è maschilista, lo sappiamo. Il primo modo di cambiarlo è cambiare regia: che senso ha inquadrare sempre dal basso le donne per mostrare cosce, caviglie e scarpe? Togliamoci la maschera decorativa della femminilità, quel triste "è carina e anche brava".
  • [«Lei viene dal ciclismo»] E quindi dalla strada. Lo rivendico: correndo per anni dietro ai ciclisti ho imparato tantissimo, specie nei 200 metri tra traguardo e podio: è lo spazio in cui prendono corpo emozioni e delusioni. Il ciclismo è duro, spietato e a volte tragico. Grande scuola. [«È anche un modello di racconto sportivo lungo e classico, difficile da rinnovare»] Bisogna seguire il ritmo della vita di oggi: in quattro ore di diretta la gente si alza dal divano, mangia, fa il caffé, legge il giornale, consulta in telefono. Le telecronache del ciclismo e dell'atletica le vorrei come tavole imbandite dove ciascuno trova ciò che vuole, anche il silenzio delle montagne e il rombo delle moto. Due telecronisti, molte voci di contorno che si passano la palla, quel ritmo quasi musicale essenziale in una buona diretta. Basta con frasi come "Che campione!", sì a chi spiega perché è un campione.
  • [«Cos'ha sacrificato per raccontare lo sport?»] La mia vita, tutta. Ma ne valeva la pena.

Intervista di tvblog.it, 18 dicembre 2022.

  • La critica televisiva ben venga se è una critica costruttiva, se invece deve essere solo distruttiva [...] allora non lo trovo giusto. Un programma può piacere o non piacere e c'è assolutamente il diritto di dirlo e di argomentarlo, poi però quando c'è anche un velato livore, o la velata aggressività che lo accompagna, io non tollero. Sopratutto non tollero le bugie, questo è un mestiere importante, quello del giornalista e non si deve mentire. Non puoi criticare senza aver visto il programma di cui parli, come in molti hanno fatto. [...] Se una cosa non ti è piaciuta mi sta bene, se la critichi mi sta bene, però se non la vedi e la critichi non mi sta bene, se non la vedi e dici cose che non sono vere pure non mi sta bene. Esiste il tuo lavoro di scrivere, ma esiste anche il mio lavoro e il rispetto del lavoro fatto insieme a tante altre persone. La menzogna da parte mia non è tollerabile.
  • I gusti del pubblico televisivo, non dimentichiamolo, non sono solo quelli di chi scrive sui social network, anzi la maggior parte del pubblico televisivo non scrive sui social.
  • Adani è un personaggio, come dire, vivo, verace, autentico e come tutti i personaggi che hanno queste caratteristiche è divisivo, o lo ami o lo odi. Non è che puoi chiedere ad Adani di fare una telecronaca diversa [...]
  • [«[...] come è cambiata la tua percezione di chi ti sta accanto da quando sei diventata direttrice di Rai Sport? E questa cosa come l'hai vissuta?»] Il problema vero, se cosi vogliamo chiamarlo, è che quando tu fai delle scelte diventi nemico di qualcuno. La scelta inoltre necessita di argomentazione, non puoi scegliere senza spiegare. Se tu dici un si, va bene, se tu dici un no, diventa tutto più complicato. È sempre difficile cambiare e rompere certe abitudini. Le abitudini sono per certi versi le cose più pericolose in questo ambito, perchè uno che fa una cosa, pensa che la farà per sempre e questo non è detto, è possibile che qualcuno la possa fare meglio di te e secondo me vale la pena di tentare di cambiare.
  • Del passato mi manca il tempo. Fare l'inviato è un mestiere molto faticoso, ma hai anche il tempo di pensare a quello che fai, la libertà di andare a girare qualcosa, di scovare una storia da raccontare.

Da un'intervista a la Repubblica; citato in calcioefinanza.it, 21 aprile 2023.

  • [Sulla direzione di Rai Sport] In Rai se provi a fare una scelta diversa diventi subito un nemico. A me tentare piace, credo che ogni tanto non sia male percorrere un'altra strada. [...] Può essere sbagliato o giusta, ma è un tentativo. Il problema è che ci sono colleghi che ancora ti dicono: ho fatto uno share. No, non l'hai fatto tu l'ascolto, ma l'evento a cui hai partecipato. E se provi a cambiare un volto c'è chi si sente esiliato, tutti si avvertono fondamentali, la parola ricambio non esiste.
  • Volevo raccontare cosa c'è dietro lo sport ma nel calcio è improponibile.
  • [...] gli accessi agli atleti sono difficili, e se non li conosci, se non hai passato del tempo con loro in maniera informale, non potrai mai dire quella cosa in più. Un conto è acquisire informazioni, un altro è averle vissute. Mancano anche i maestri, Paolo Frajese di un mio servizio disse: buono perché ho tolto l'audio e dalle immagini ho capito lo stesso di cosa si trattasse. Dove trovi più uno che perda tempo con te?
  • Io credo che un direttore abbia il diritto di rinnovare, anche se oggi domina l'ossessione degli ascolti, c'è molta più concorrenza, è cambiata la fruizione della tv e la parola Rai non apre più le porte come una volta.
  • Quando per la Nazionale [di calcio] ho proposto lo studio virtuale, già usato nel ciclismo, con la realtà aumentata, la federazione ha fatto opposizione. Ho insistito e si sono convinti, non sarà il metaverso, ma è un'innovazione. Ogni volta una battaglia: tutte le sigle sindacali tra Roma e Milano mi hanno dichiarato guerra perché il virtuale taglia l'occupazione. E un politico ha protestato perché la sua presenza in tribuna alla partita non era stata citata in telecronaca.
  • Ho lasciato Saxa Rubra dopo 32 anni. Mi sono portata via in una scatola la sagoma di Muhammad Ali, una lettera di Gianni Mura, una foto di Pantani a Madonna di Campiglio, una di Senna e una con Eddy Merckx che in un'intervista mi chiese di mio padre Amedeo, si ricordava il suo nome. Sarei un'aliena se non confessassi il dispiacere.
  • Lo sport della Rai offre più di altre reti pubbliche in Europa. Sono stata scelta per cambiare, quando mi sono accorta che dovevo cambiare io, e questo mi causava sofferenza anche fisica, ho preferito deviare ed evitare il burrone. [...] Non aspiravo ad essere una statistica, non è un gioco che mi interessa. Se credi in qualcuno devi metterlo in condizione di lavorare, a prescindere dal genere. Se ogni giorno per cucinare ti danno patate puoi variare ma siamo sempre lì.

Citazioni non datate

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  • Spesso i campioni hanno un grande coraggio nella loro disciplina ma nella vita di tutti i giorni soffrono un po'. L'inabilità al quotidiano in alcuni casi può trasformarsi molto velocemente in una realtà molto difficile con la quale misurarsi. La disciplina dei grandi campioni, la volontà, gli enormi sacrifici, ai quali si sottopongono negli anni, mi hanno portato a dire che i campioni sono una razza a parte — talvolta perdenti nella vita come noi comuni mortali — ma credo questa sia l'altra faccia della medaglia.[3]
  1. a b Dall'intervista Alessandra De Stefano: il racconto della famiglia la cifra del Circolo degli anelli, tvblog.it, 11 luglio 2021.
  2. Da Il circolo dei mondiali, Rai 1, 21 novembre 2022; citato in Il discorso della direttrice di Rai Sport sui Mondiali in Qatar e sul perché trasmetterli, ilpost.it, 22 novembre 2022.
  3. Da Intervista a Alessandra De Stefano, prometeocoaching.it.

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