Oreste Del Buono

scrittore, giornalista e traduttore italiano
Oreste Del Buono (a sinistra) con Alfonso Gatti e Vittorio Sereni nella redazione di Milano Sera nel 1951

Oreste Del Buono (1923 – 2003), scrittore, giornalista, traduttore, critico e consulente editoriale italiano.

Citazioni di Oreste Del BuonoModifica

  • Alberto Asor Rosa dimostra la cecità consueta a gran parte della cultura di sinistra per i fenomeni più rilevanti, non sto a dire se positivi o negativi, della cosiddetta cultura di massa.[1]
  • Chi ha la testa riflette, chi non ce l'ha chiacchiera.[2]
  • [Su I segreti di Twin Peaks] David Lynch non forza realisticamente. Eppure eroi e antieroi, persecutori e vittime sono talmente esaltati dal suo manierismo da invitare la gente all'immedesimazione.[3]
  • [Drive In] È la trasmissione di satira più libera che si sia vista e sentita per ora in televisione.[4]
  • Erano noti a Edgar Allan Poe i Memories di Eugène François Vidocq, l'inventore della polizia moderna? Certo, il suo investigatore dilettante di fantasia, C. Auguste Dupin, si affretta a polemizzare con il suo connazionale in carne e ossa per distinguersi immediatamente, per far capire subito che il suo metodo sarà molto diverso.[5]
  • Galep era mitissimo ma su imperio di Gian Luigi Bonelli dovette disegnare le avventure del più manesco eroe di carta italiano. Galep non conosceva per nulla l'America eppure gli si deve la più suggestiva ricostruzione del vecchio West. Gli sfondi erano l'ossessione di Galep e un giorno, in Trentino, dove era casualmente capitato avvenne il fatale incontro tra il disegnatore e il paesaggio dei suoi sogni. Da allora le vacanze nel Trentino diventarono indispensabili per Galep. Era il 1962, le Dolomiti intervennero a sostituire le Montagne Rocciose. Lo studio di Lillo Gullo che ci fornisce il ricco catalogo della mostra è esemplare, ci rallegra per quanto ci rivela su Galep, ma ci mette anche davanti alla constatazione che di gente come lui non ce n'è più, e non solo nel mondo dei fumetti.[6]
  • [Su Edilio Rusconi] Il duro lavoro di tutti questi anni, la creazione di un gruppo multieditoriale, non hanno di sicuro attenuato la forza di volontà e la capacità di esercitare il potere.[1]
  • Il neorealismo è morto definitivamente, l'ha ucciso la televisione, né mai lo resusciteranno quei giovanotti presuntuosi e senza talento che osano definirsi neorealisti.[7]
  • L'agente speciale Cooper si muove tra il passato di Laura e il presente delle sue amiche e amici e di tanti altri, tutti a Twin Peaks, con le sue contraddizioni, il suo aspetto da bravo ragazzo stolido e la sua acuta sensibilità quasi morbosa di conoscitore dell'animo umano. È veramente una sorpresa nella narrativa gialla tendente al nero degli ultimi tempi. Via via che gli sfilano davanti i possibili colpevoli, l'agente speciale Cooper è capace di riconoscerne l'innocenza, non quella generale, ma quella specifica, quella concernente il delitto su cui s'indaga e la trasgressività che costituisce la specialità di David Lynch si afferma maggiormente nel baluginare qua e là di una positività a sorpresa, quasi a tradimento. «I segreti di Twin Peaks» è narrato molto bene, senza il minimo tentativo di forzatura realistica. Come, del resto, le altre opere di David Lynch manierista a volte sublime. È una favola dell'orrore inevitabile contenuto in un agglomerato umano.[3]
  • Nel 1841 Poe aveva cominciato a leggere un romanzo di Dickens, che conteneva tra l'altro la narrazione di un crimine misterioso: alle prime pagine, aveva subito capito l'enigma; riflettendo sul metodo da lui seguito, aveva scoperto contemporaneamente le regole dell'inchiesta poliziesca e quelle della narrazione poliziesca.[5]
  • Non scriverò più romanzi, meglio fare del giornalismo, qualcosa che morda direttamente la realtà, piuttosto che rimestare nella poltiglia in cui tanti rimestano. [...] Che senso ha scrivere ancora romanzi? Meglio l'inchiesta sociologica, con personaggi veri, con storie autentiche. Argomento per un buon libro? Il concorso per il posto di primario chirurgico al Fatebenefratelli.[8]
  • Nostra Signora dei Turchi, il primo film dell'autore, attore e regista Carmelo Bene, pone impetuosamente alcuni problemi. Per cominciare, questo: in Italia abbiamo un genio, ce lo meritiamo?[9]
  • Si sa che è praticamente impossibile che due amanti si amino allo stesso modo. Nella più indissolubile delle coppie è rarissimo che l'indissolubilità risulti da un reciproco e paritetico sforzo. C'è sempre uno che s'impegna e un altro che corrisponde o acconsente, si lascia coinvolgere o almeno trascinare.[2]
  • [Su Ottavio Rosati] Una volta partiti i motori delle telecamere, nello studio attrezzato dalla Rai in un locale della collina di Superga un giorno di un freddissimo maggio torinese [...] Rosalia entrò nella parte per il suo psicodramma. A Rosalia importava poco, per la verità, l'aspetto scientifico del lavoro al quale era stata chiamata da Rosati, anzi da "Ottavio" come, con affettuosità napoletanamente azzeccosa sin dai primi contatti chiama abitualmente il regista-psicologo. Si è solennemente impegnata ad essere sincera, ha finanche giurato in tal senso "sulle anime benedette di papà e di mamma"', sottolineando che "i Maggio sono gente d'onore", portando simultaneamente una mano sul petto. Come in un finale di sceneggiata.[10]

Da Vita, morte e miracoli di un battutista

Prefazione a Marcello Marchesi, Il malloppo, postfazione di Guido Clericetti, Bompiani, Milano, 2013, pp. 7-15. ISBN 88-587-6275-4

  • Marcello Marchesi è uno di quegli italiani che ha conciliato Milano e Roma, non patendone l'antiteticità, ma, anzi, alimentandosene. (p. 9)
  • [...] si avverte il sospetto, se non la certezza che Marcello Marchesi sia stato il suggeritore occulto di buona parte della nostra vita di teledipendenti. (p. 12)
  • Ma il Signore di mezza età ha fatto ben altro. Non si è limitato a ricordare il passato, ha anticipato il futuro. Nel senso che ha creato una parte del linguaggio dei più giovani. Sono stati i giovani ad adottare le definizioni di "matusa" o "semifreddo". Marcello Marchesi, nonostante i baffi posticci e gli occhiali esagerati o proprio grazie ad essi, si rivelò non più persuasore occulto, ma confidente esplicito, quasi direttore di coscienza. (p. 12)

La vita solaModifica

IncipitModifica

UN NOME SOSPETTO. I guai cominciavano già dal mio nome. Me lo rivelò un giorno mia madre. Forse è il primo ricordo di cui dispongo: ambiguo, per non dire equivoco, come tutti i ricordi che si spingono troppo lontano e pretendono di strappare all'oblio gli sconosciuti che siamo stati. Quanti anni potevo avere? Non tanti, di sicuro. Da contare su una mano. Non mi venne neppure in mente di protestare perché mi avevano dato un simile nome deplorevole. Non mi venne neppure in mente che il nome proprio potesse essere dato dopo la nascita. Non mi venne neppure in mente che non si nascesse marchiati dal nome proprio con tutte le conseguenze del caso. Non mi venne neppure in mente perché non ero neppure consapevole di possedere una mente. Un tale che si chiamava come me aveva, comunque, combinato qualcosa di orribile.

CitazioniModifica

  • Una volta ho avuto una causa perché avevo definito sordo un sordo. Avrei dovuto dire audioleso. Prima di scrivere occorre sempre pensare se ci sia in corso un eufemismo per evitare di dire la verità.
  • E stamani, con la pioggia che insiste e non promette una tregua, Via Spiga [a Milano] ha un vago aspetto cimiteriale. È come se le vetrine di questo o quello stilista ospitassero statue erette a ricordo di qualcuno o qualcosa, non progetti per il futuro.
  • Quando posso restare sdraiato come un cane alla cuccia a sonnecchiare senza sonno né sogno è quasi la felicità. Capisco, anzi sento, che la felicità è così vicina. Dopotutto, a tenermi in vita sono esclusivamente i troppi impegni di lavoro, il mio essere debitore di infimi pezzi e pezzetti quasi a tutti gli editori. In fondo, basterebbe che non mi chiedessero più roba, non insistessero a rinfacciarmi i ritardi nella consegna, e mi potrei lasciare andare completamente.

Incipit di I giocattoli di NataleModifica

Il sospetto. S'è deciso a piovere. L'attesa era veramente pesante. Che si sfoghi il maltempo, invece di restare sospeso sui pensieri e sulle parole, che si sfoghi.[11]

NoteModifica

  1. a b Da Dopo i grandi settimanali Rusconi torna al primo amore: i libri, Tutto libri, 19 settembre 1981.
  2. a b Da Amori neri, Theoria, Roma, 1985.
  3. a b Da Twin Peaks. Il giallo e il nero dei peccati americani, La Stampa, 8 gennaio 1991.
  4. Dal Corriere della Sera, 1988; citato in La sinistra amava Drive in. Eco e le ragazze fast food, Il Giornale.it, 23 febbraio 2011.
  5. a b Dalla prefazione a E. A. Poe, Gli assassini della Rue Morgue, CDE, 1973.
  6. da Tex Willer, 50 anni ben portati, in L'Espresso, 2 aprile 1998.
  7. Da un'intervista a Sabato; citato in Piero Soria, Il neorealismo è morto, La Stampa, 5 settembre 1993.
  8. Citato in Vladimiro Cajoli, Imparare il futuro, La Fiera Letteraria, 23 febbraio 1967.
  9. In Carmelo Bene e Giancarlo Dotto, Vita di Carmelo Bene, p. 272.
  10. Da Quando papa Giovanni miracolò Rosalia Maggio, La Stampa, 16 marzo 1996.
  11. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

BibliografiaModifica

  • Oreste Del Buono, La vita sola, Biblioteca comunale di Milano, 2014 (1989).

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