Noi credevamo (film)

film del 2010 diretto da Mario Martone

Noi credevamo

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Titolo originale

Noi credevamo

Lingua originale italiano
Paese Italia, Francia
Anno 2010
Genere storico, drammatico
Regia Mario Martone
Soggetto Anna Banti (romanzo)
Sceneggiatura Mario Martone, Giancarlo De Cataldo
Interpreti e personaggi

Noi credevamo, film italiano del 2010, regia di Mario Martone.

  • Fatte furbo, uhè Salvato', i signori, Giacobbini, è ggente ch'arruba ai puverielli. E statte accorto, si parli a caccheduno 'e stu segreto che t'aggio ditto, t'accido. (padre di Salvatore al figlio)
  • Ma quel ragazzo [Procida] non ha paura di morire, è uno di quegli esseri le cui determinazioni stanno tra la coscienza e Dio, e che la provvidenza caccia sulla terra per insegnare ai despoti che il termine della loro potenza sta nelle mani di un solo uomo. (Giuseppe Mazzini a Salvatore)
  • Non puoi dire al popolo "sei libero", devi dirgli "questi sono i confini che separano la schiavitù dalla libertà ben regolata". Devi spargere luce nelle loro menti, devi renderli consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri. (Cristina di Belgiojoso ad Angelo)
  • Una volta tutti i liberali, anche quelli del Nord, fossero moderati o democratici, monarchici o repubblicani, tutti, tenevano per certo che le iniziative per fondare in Italia uno Stato moderno, sarebbero dovute partire da Napoli. [...] Che cos'è il piccolo Piemonte, di fronte ai grandi territori del Sud? (Domenico, in carcere)
  • Dite a Mazzini che Orsini non riconosce più alcun maestro! Orsini è maestro di sé stesso! E non sottoporrà più i suoi discorsi all'attenzione di voi altre signore! (Felice Orsini)
  • Non avete mai amato i Savoia, Domenico, lo so. Ma dovete riconoscere che infine, oggi, Vittorio Emanuele è Re d'Italia, e di una Italia unita, anche se ancora priva di Roma e Venezia. L'albero è stato piantato, con delle radici malate, ma è stato piantato. (Cristina di Belgiojoso)
  • Quando all'appello | di Garibaldi, | tutti i suoi figli, | suoi figli baldi, | daranno uniti | fuoco alla mina, | camicia rossa | garibaldina. (coro di Garibaldini)

Dialoghi

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  • [Nei giorni precedenti l'attentato a Napoleone III] Orsini: Angelo, si è radicata in me l'idea che voi abbiate sull'animo qualcosa di terribile, di sporco, di sanguinoso, e che nello stesso tempo vi rende terribilmente ridicolo. Voi volete gettarvi in questo delitto come una via d'uscita, e non capisco da che cosa.
    Angelo: Non avete voi forse ucciso un servo di vostro zio? Un pover'uomo, per futilissimi motivi.
    Orsini: Ero un ragazzo.
    Angelo: Eravamo tutti ragazzi. Però noi poi siamo diventati degli assassini, e non c'è nessun Paradiso da conquistare, lo sapete.
  • [al ritorno a casa dopo decenni] Domenico: E Caterina addo' sta?
    Prete: Non sta qua, face 'a serva. Tua sorella, fa la serva a casa di don Tiburzio... Tu hê capito chi è don Tiburzio? È quello che si è pigliata la robba nostra, quando ce l'hanno confiscata... Tu non parli, stai citto? E dice 'na parola. Dice almeno ca te dispiace. È per mezzo tuo che i Borboni ce l'hanno confiscata, perché tu non la potevi chiedere la grazia, tu dovevi restare in galera, dovevi fare l'Italia.
    Domenico: ... Da quanto tempo mamma non parla più?
    Prete: Dieci anni.

In questo parlamento, non sarà certo permesso discutere su quanto ciascun patriota ha sofferto e fatto. Gli esuli e gli ex-galeotti verranno celebrati tutti allo stesso livello, come dei rottami da enumerare sbrigativamente, i cui discorsi non producono che noia. Sono andato via come sono arrivato, nessuno mi ha notato, ma io non conto. Eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava. Noi la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi: dolce parola. Noi credevamo. (Domenico)

  1. a b c Accreditata come partecipazione.
  2. Accreditata come amichevole partecipazione.

Altri progetti

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