Maurizia Cacciatori

pallavolista italiana

Maurizia Cacciatori (1973 – vivente), ex pallavolista italiana.

Maurizia Cacciatori

Citazioni di Maurizia CacciatoriModifica

  Citazioni in ordine temporale.

  • [«Secondo te, qual è la cosa più importante che un ragazzo o una ragazza possono imparare dalla pallavolo?»] Sicuramente il mettersi in gioco. E poi anche la capacità di fare gioco di squadra. La pallavolo ti spinge ad adattarti, a cambiare te stessa per favorire gli obiettivi del gruppo, quindi accetti di fare panchina, ti impegni per essere un esempio per le nuove arrivate, supporti il gruppo quando ne ha bisogno... Tutte queste dinamiche io le ho imparate con la pallavolo: erano quotidiane lezioni di team management all'ennesima potenza perché ogni giorno c'era una novità, un avversario nuovo, un obiettivo nuovo, una strategia nuova da imparare. Secondo me questo è davvero uno sport straordinario.[1]
  • La pallavolo mi ha insegnato a sapermi rialzare.[2]
  • Dico sempre che lo sport è uno straordinario simulatore di lusso della vita, perché ti dà la fortuna di vivere un'esperienza che in un certo senso è anche fuori dalla realtà, in un ambito che spesso è considerato lontano dalla quotidianità. In un certo senso io e le mie compagne di squadra siamo state privilegiate, abbiamo vissuto esperienze non nella norma, viaggiato tanto, conosciuto tante persone. Dopo l'attività sportiva ho capito che la pallavolo aveva comunque segnato la mia vita.[2]

Maurizia Cacciatori raccontata a "Sottovoce"

Dall'intervista di Gigi Marzullo a Sottovoce, Rai Uno, 6 luglio 2002; citato in volleyball.it, 7 luglio 2002.

  • [«Chi è Maurizia Cacciatori?»] Maurizia è una ragazza nata a Carrara, da padre carrarino e madre di Stoccolma. Una ragazza uscita di casa molto giovane per andare a fare la professonista a Perugia. La prima squadra della carriera è stata la Carrarese in serie A2. Diciamo che ho cominciato la carriera dai piani alti. Poi ho scelto Perugia. Mio padre conosceva qualla città, avendoci giocato a calcio e questo è servito per farmi scegliere l'Umbria. [...] è stata una scelta difficile. Non sapevo fare niente, ero stata superviziata. Mi ritrovai ad andare a scuola da sola, cucinare da sola... Sono dovuta crescere in fretta. Poi diventare professionista mi ha costretto a fare molte rinunce. La vita che faccio ora a 29 anni la faceva già a 16.
  • [«Preferisce essere capita o essere amata?»] Essere capita, perché chi capisce ama.
  • [«Cosa le ha tolto la pallavolo?»] Io mi ritengo molto fortunata. Però uscendo di casa così giovane ho lasciato la mia famiglia e i miei genitori molto presto. Per anni ho avuto con loro un rapporto telefonico. E quando torno a casa noto come il tempo è passato. Certe esperienze di vita della mia famiglia le ho perse. Non le ho godute, tra viaggi, gare e tutto il resto.
  • Si vince quando si ha imparato a perdere?»] Sì, la sconfitta aiuta a prepararti alla vittoria.

Dal muro della pallavolo ai muri della vita, dallo sport all'azienda

Intervista di Laura Ressa, lauraressa.com, 17 maggio 2020.

  • Nel mio mondo se pensi di essere arrivata, quello il momento in cui hai già l'avversario che ti batterà. Questa mentalità mi è servita molto nella mia vita personale perché ho allenato il coraggio, il rispetto delle regole e il pensiero ottimista. Lo sportivo può anche perdere ma il giorno dopo sa che c'è un'altra opportunità, e questa è una filosofia di vita che ho allenato giorno dopo giorno in più di vent'anni di attività sportiva.
  • Mi sono trovata a giocare in squadre dove spiccava molto più l'individualità e con giocatrici poco versatili. [...] Se hai solo forti individualità puoi vincere delle partite ma difficilmente riesci a vincere il campionato: infatti le squadre con le quali ho vinto scudetti e champions league avevano un concetto di team che andava oltre l'individualità. E questa è una grande arma! Nessuno nasce con il pensiero di fare squadra, tutti nasciamo con la predisposizione di lavorare al singolare. Ricordo che quando avevo 13 anni, se facevo trenta punti ero felice. Se poi la mia squadra perdeva non mi importava granché, perché tanto io avevo fatto trenta punti e questo mi bastava. Ma era un modo di pensare sbagliato, ero piccola e avevo un mondo davanti. Grazie a coach formidabili e al senso dello sport più tardi ho capito quanto fosse importante ragionare e lavorare come team.
  • Una squadra vincente non è necessariamente una squadra di amici. La squadra vincente ha l'obiettivo chiaro e, a prescindere da chi ne fa parte, va dritta verso quell'obiettivo. Ho vinto campionati con compagne di squadra con cui non avrei mangiato neanche una pizza, però quando hai la consapevolezza di indossare la maglia dello stesso colore questo ti aiuta a condividere il valore di ciò che stai facendo. Dunque devi onorare chi ha scelto te, i tuoi principi e i tuoi obiettivi.
  • Mettersi in gioco è riuscire a gestire i vari momenti: il vero vincente non è colui che vince tutti i giorni ma è quello che trova il giusto equilibrio tra un'esaltante vittoria e un momento difficile o una grande sconfitta.
  • Penso che ogni leader abbia un suo stile e un suo modo di essere. Ho visto grandi leader comunicare pochissimo perché i loro silenzi valevano più di tante parole. Ho visto anche coach che mettevano anima e corpo nella comunicazione. Ci sono tanti modi di essere leader perché credo che in fondo il leader sia semplicemente se stesso. Il vero leader cerca soluzioni, non ha paura di agire, è consapevole di avere la propria squadra al fianco e quindi non cerca scorciatoie o modi di fare poco corretti.

A lezione di leadership

areacoach.it, 8 febbraio 2021.

  • Il cambiamento nasce dalla volontà di capire chi siamo in quel momento e dalla capacità di capire come possiamo diventare grandi. Quando arrivò Velasco noi eravamo una nazionale che non aveva nulla da invidiare alle cosiddette grandi del momento, Cuba, gli Stati Uniti, la Cina, la Russia. Quello che Julio fece fu un cambio soprattutto mentale. Con lui ci allenavamo moltissimo e facevamo molti sacrifici che ci consentirono di diventare un gruppo. Prima eravamo un po' come quei turisti che vedi spesso a Venezia, tutti in fila diligentemente a seguire il capo gruppo con l'ombrello, e che sembrano un gruppo ma che in realtà sono solo tante persone che eseguono tutte la stessa cosa. Senza contare che mancava comunicazione, intesa come comunicazione assertiva, efficace. Velasco lavorò molto più sulla nostra testa che sui nostri bagher, voleva che noi giocatrici trovassimo proprio quella comunicazione assertiva che ci mancava. All'inizio noi eravamo un po' resilienti a questo nuovo approccio, dire pubblicamente alle compagne cose come "Francesca (Piccinini), hai schiacciato male" mi sembrava quasi offensivo. Invece col tempo mi resi conto che quelli erano i primi fondamentali passi per migliorarci come gruppo, perché fino ad allora i silenzi non ci avevano portato da nessuna parte. Il nostro è stato un percorso lungo ma che ci ha portato nel giro di un anno a competere con le nazionali al top a livello mondiale. E quando dico competere intendo anche perdendo, ma era una maniera differente di perdere, molto più matura.
  • Il bravo allenatore deve rendere protagoniste le sue giocatrici in campo, rendendole leader di loro stesse. Deve essere autorevole e deve dare fiducia. Elogiare in pubblico e rimproverare in privato. E deve essere un grande leader. Un buon allenatore secondo me si vede dai time out, perché quando una squadra è viva nei time out si vede che le giocatrici comunicano molto fra di loro, senza pendere dalle labbra del loro coach. In quei casi si vede che l'allenatore ha raggiunto l'equilibrio fra la sua posizione di leader e quella delle proprie giocatrici.
  • [«Hai mai pensato di allenare?»] No, assolutamente. Sono uscita di casa presto, ho vissuto sempre dentro ad una palestra e anche se grazie alla pallavolo ho girato il mondo ho visto sempre più palestre e aeroporti che monumenti. Dopo aver smesso volevo vedere il mondo fuori dalla palestre e soprattutto mettere su famiglia. E ce l'ho fatta a fare entrambe le cose.

«Io turbolenta in amore? Ho avuto solo 4 o 5 uomini. A Pozzecco ho salvato la vita»

Intervista di Flavio Vanetti, corriere.it, 29 agosto 2022.

  • Ho sempre dichiarato con serenità la mia età: non ho paura del tempo che passa, temo di più come lo seguo. Si avvicinino pure i 50: sono orgogliosa e realizzata. Con il volley ho smesso a 33 anni, la vita è fatta di cicli e io volevo una famiglia.
  • [«Lei ha detto: "Le coppe si vincono in allenamento"»] E si ritirano in gara. Quello che ho conquistato l'ho vinto giorno dopo giorno, partendo dal lunedì e meritandomi il posto in squadra.
  • [«Era considerata la "pin up" del volley: orgoglio o fastidio?»] L'estetica non mi interessa, né in me né nel prossimo. Negli uomini ho preferito l'originalità. Ho sempre considerato limitato chi la metteva sul bello o sul brutto. E mi domandavo: perché non si scrive qualcosa di più intelligente?
  • [«È vero che da bambina convinceva i fratelli a cedere i loro bomboloni dicendo che li avrebbe piantati nel giardino per far crescere un albero, rivisitazione della storia degli zecchini d'oro di Pinocchio?»] Verissimo. Amo i bomboloni fritti con lo zucchero. Mamma aveva il braccino corto: li comperava a ogni morte di Papa. Quando li acquistava finivo velocemente il mio e gabbavo i fratelli, più giovani e pronti a fidarsi della "capitana". Dicevo, appunto, che li avrei messi sotto la terra e che sarebbe cresciuto l'albero: invece li mangiavo. L'albero lo aspettano ancora oggi.
  • [«La vicenda delle nozze annullate con Gianmarco Pozzecco a una decina di giorni dall'altare rimane il "top"»] A Gianmarco, al quale voglio ancora un mondo di bene, ho salvato la vita. [...] Nonostante gli anni assieme, quel matrimonio non andava fatto. Eravamo divertenti, buffi, spiritosi, ma quando si parla di famiglia le cose cambiano.
  • [«C'è chi teme il decadimento fisico. Lei?»] Ho più paura di chi, a 50 anni, spera di avere sempre il volto di una ventenne. Ogni ruga racconta quello che sei stata.

Citazioni su Maurizia CacciatoriModifica

  • Io e Maurizia Cacciatori siamo state due pallavoliste e due belle ragazze che hanno portato uno sport di nicchia sotto i riflettori. Anche grazie a noi il volley femminile è diventato popolare, ha attratto le ragazzine. (Francesca Piccinini)
  • Maurizia non capiva perché a me non andasse di fare l'amore il giorno prima delle partite. Lei lo avrebbe fatto sempre. (Gianmarco Pozzecco)

NoteModifica

  1. Dall'intervista di Giacomo Boganini, "La forza nasce dal tuo obiettivo", mental-training.it, 25 gennaio 2019.
  2. a b Da Con la pallavolo nel cuore: l'intervista a Maurizia Cacciatori, sportbusinessacademy.eu, 13 gennaio 2021.

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