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Maaza Mengiste

scrittrice etiope
Maaza Mengiste

Maaza Mengiste (1971 - vivente), scrittrice etiope.

CitazioniModifica

  • Sono sopraffatta dalla tristezza se penso a chi rischia la morte per venire in Europa. Vengono a cercare una possibilità per vivere. All'epoca di Mussolini l'Etiopia era inizialmente vista come un rifugio per gli italiani poveri e disoccupati. L'invasione fu all'inizio una migrazione, gente che sperava di trovare una vita migliore. Spesso ci dimentichiamo questo lato della storia. Ogni individuo ha il diritto di vivere libero dalla povertà e dall'oppressione. Anche se nessuno ha il diritto di mandare i soldati a conquistare un altro Paese.[1]
  • Ho molti amici in Italia e mi sento come in famiglia. Detesto le stesse cose che detesto in America: per esempio il razzismo e l'ignoranza.[1]
  • Sono etiope americana e appartengo a due mondi, spesso la gente ha bisogno di definirti, non capisce che questi mondi sono inseparabili.[2]
  • Quando sono arrivata negli Stati Uniti perfezionare il mio inglese era un obiettivo, non era la mia prima lingua, ma dovevo imparare ad usarla per esprimermi e per entrare a far parte della società americana. Vivere in America come immigrata è stato difficile, parlavo bene l'inglese ma rimanevo sempre una straniera. Ho cominciato a scrivere per dare forma al mio immaginario, creare un mondo in cui le persone erano come me.[2]
  • Per me è molto importante creare protagonisti che siano allo stesso tempo fragili e dignitosi. Esiste lo stereotipo che gli africani non siano fragili, non sentano il dolore come lo sentono gli altri. La gente pensa che una madre africana non soffra se il figlio muore. I miei protagonisti sono combattuti, hanno decisioni difficili da prendere. Voglio mostrare come durante la guerra, nei momenti drammatici, la gente cerchi sempre di conservare la propria dignità. Quando si sentono per esempio le notizie sugli sbarchi, su ciò che sta accadendo in Libia, non si dovrebbe mai perdere di vista l'umanità delle persone.[2]
  • Avevo un'idea dell'Italia come paese molto accogliente, in cui si vive in modo rilassato. Quando sono arrivata ho visto che le persone, soprattutto a Roma, sono molto tese, preoccupate, direi frustrate. È per via della situazione politica, ma anche per i cambiamenti nel paese. Penso che anziché combattere l'immigrazione, la gente dovrebbe rendersi conto che ogni paese per crescere ha bisogno della diversità, di nuove idee, di un cambiamento per crescere. In Italia le persone coinvolte con il mondo dell’accoglienza sono gentili, generose, ma a volte lo sono in modo paternalista. È difficile la filosofia della carità. Aiutiamo il prossimo perché pensiamo che sia uguale a noi o perché lo consideriamo inferiore?[2]
  • La bellezza dell'Italia è la sua storia, il suo passato. Allo stesso tempo l'Italia deve cambiare per sopravvivere, non può conservare la sua identità. In America la storia è giovane, tutto è nuovo, tutto è in cambiamento. Anche in Etiopia si sente molto forte il peso della storia e l'Etiopia sta cambiando anche perché ci sono persone come me che sono cresciute all'estero e ritornano.[2]

Dall'intervista di Stilos

da Maaza Mengiste, "Lo sguardo del leone" ed. 2010, Leggerealumedicandela.blogspot.com, 18 dicembre 2017

  • [Sugli studenti durante la Guerra civile in Etiopia] Pensavano che, una volta che non ci fosse più Hailé Selassié, avrebbero avuto un governo di civili, che ci sarebbero state elezioni democratiche, che i militari al governo si sarebbero ritirati. Non avevano idea che il governo sarebbe diventato così violento e oppressivo. Erano giovani e idealisti.
  • [...] durante l’occupazione italiana era frequente che gli ufficiali dell’esercito, o anche i civili, prendessero delle donne etiopi e le tenessero come serve e amanti, contro la volontà delle donne, naturalmente. Gli italiani venivano in Etiopia come civilizzatori e si comportavano come se l’Etiopia appartenesse a loro, come se sia l’Etiopia sia le sue donne fossero loro possesso.
  • Nessuno vuole che altri occupino la propria terra, prendano il tuo paese e le tue donne. Però ci furono molti italiani che, anche finita l’occupazione, rimasero in Etiopia, ed erano accettati del tutto, non c’era animosità nei loro confronti. Individualmente erano gentili, ma è l’idea di colonizzare un altro paese che è violenta. C’erano però quelli che vedevano gli etiopi come esseri umani e non semplicemente come dei barbari. Gli etiopi non dimenticheranno mai Graziani e i gas velenosi- sono cose che fanno parte della nostra storia. Quello che ci rende aperti verso gli italiani è che noi non abbiamo mai rinunciato a lottare, noi ci vediamo come vincitori e quindi possiamo anche essere generosi nei confronti degli italiani.
  • [Sulla Guerra civile in Etiopia] È quello che è successo in Etiopia: la gente era divisa in due parti, non c’era un’area grigia ed è stato quello che ha spaccato le famiglie e separato gli amici.
  • Gli Stati Uniti vedono nell’Etiopia un alleato cristiano, un’isola in mezzo a paesi musulmani. Ma è necessario che si controlli che vengano rispettati i diritti umani e la libertà di stampa.
  • Si parlano molte lingue in Etiopia, la principale è l’amarico, una lingua semitica che ha un alfabeto simile a quello ebraico. La questione della lingua è diventata una questione politica: ogni gruppo etnico vuole che venga riconosciuta la sua lingua, domanda perché si debba scegliere l’amarico, senza comprendere che la lingua unica è un collante. A scuola adesso si studia l’inglese.

Lo sguardo del leoneModifica

IncipitModifica

Un'esile vena azzurra pulsava nella pozza di sangue che si andava formando nel punto in cui il proiettile si era conficcato nella schiena del ragazzo. Hailu sudava sotto la luce intensa della lampada operatoria, un senso di oppressione dietro gli occhi. Chinò la testa di lato e una delle infermiere si affrettò a detergergli la fronte. Tornò a guardare il bisturi, il sangue lucicante e i lembi squarciati della ferita, e cercò di immaginare l'ardore che aveva indotto quel ragazzo a sentirsi più forte dell'agguerrita milizia dell'imperatore Hailè Selassiè.

CitazioniModifica

  • Viviamo in una società feudale, Dawit. Il nostro paese sfrutta coloro che si ammazzano di fatica per vivere. L'imperatore ha creato il mito della sua terra grazie al sangue di quanti erano troppo stanchi per dar voce alle loro verità. (Mickey; p. 41)
  • «I militari vogliono farci capire chi comanda. [...] Avete sentito che hanno cambiato nome? Sapete come si fanno chiamare?»
    «L'ho scordato. Mi pare che non sia una parola amarica...» disse Kifle.
    «Derg» disse Hailu. «Ora si chiamano Derg. Che significa "consiglio" in ge'ez».
    «Che senso ha usare l'antica lingua dei preti per questa messinscena?» borbottò Kifle. (p. 62)
  • Il Derg aveva insediato un gran numero di tribunali militari, anche se le istruttorie erano condotte dalla magistratura ordinaria. I reati erano sempre gli stessi: corruzione, abuso di atti d'ufficio, dissimulazione della carestia. Il Derg aveva promesso che i processi si sarebbero svolti in modo ordinato e tempestivo. Ma Dawit non aveva immaginato che gli arresti potessero essere così numerosi. (p. 89)
  • All'inizio il Derg aveva promesso una "rivoluzione incruenta", ma nei fatti si era rivelato efferato e sanguinario. Nonostante le rassicurazioni che giungevano dal quartier generale di Menelik Palace, la gente non si fidava più del regime militare. Nessuno credeva alla versione ufficiale, secondo la quale l'imperatore era morto per cause naturali. Non era un segreto che i cumuli di terra nei sobborghi della città fossero altrettante fosse comuni. E gli scontri a fuoco, le scaramucce fra soldati e contestatori, erano il segno di una ribellione che montava ogni giorno di più. Neppure il coprifuoco bastava a spegnere i tumulti, riportando il silenzio nelle notti dell'Etiopia. (p. 143)
  • «Al diavolo i comitati!» esclamò Melaku. «Questo governo non fa che inventarsi comitati! Uno di questi giorni il Derg ci insegnerà a lavarci la schiena in modo socialista!» (p. 253)

NoteModifica

  1. a b Da Etiopia, la guerra che nessuno ha vinto davvero, R.it, 11 giugno 2015.
  2. a b c d e Da Intervista all'autrice del pluripremiato romanzo "Beneath the Lion's Gaze", Vogue.it, 15 luglio 2011.

BibliografiaModifica

  • Maaza Mengiste, Lo sguardo del leone, traduzione di Massimo Ortelio, Neri Pozza Editore, 2010, ISBN 978-88-545-0359-5

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