Lion Feuchtwanger

scrittore tedesco

Lion Feuchtwanger (1884 – 1958), scrittore tedesco.

Lion Feuchtwanger, 1909

Ballata spagnolaModifica

IncipitModifica

Ottant'anni dopo la morte del loro profeta Maometto, i musulmani avevano conquistato un impero che si estendeva dalle frontiere indiane, attraverso l'Asia e l'Africa e lungo le rive meridionali del Mediterraneo, fino alle coste dell'Oceano Atlantico. Nell'anno ottanta della loro èra di conquiste, attraverso il breve stretto occidentale del Mediterraneo, si portarono in Spagna, nell'Andalusia, distrussero l'impero instauratovi trecento anni prima dai Visigoti cristiani e sottomisero con impeto violento l'intera penisola, fino ai Pirenei. I nuovi dominatori portarono con sé una cultura superiore, e queste terre divennero le più belle, le più ordinate e le più popolose d'Europa.

CitazioniModifica

  • La cavalleria e la peste sono i flagelli peggiori con i quali Dio punisce le sue creature. (p. 456)
  • Le imprese del frivolo ardimento, si concludevano sempre in una disgrazia. (p. 497)
  • Credo davvero che il mondo andrebbe meglio se fosse condotto dai saggi, invece che dai guerrieri. (p. 497)
  • Nessun vizio è radicato più profondamente della passione per lo scrivere. (p. 530)

ExplicitModifica

Lentamente i giardini inselvatichirono e la Galiana decadde. Anche le bianche mura che circondavano la vasta proprietà si sgretolarono. Più a lungo del resto resistette il vasto portale, attraverso il quale erano passati il Castro ed i suoi per uccidere Raquel e suo padre. Io stesso mi sono trovato di fronte a questo cancello e ho veduto l'iscrizione araba corrosa dalle intemperie, con la quale la Galiana salutava l'ospite: “Alafia, salute, benedizione”.

Cayetana, amante e stregaModifica

IncipitModifica

Verso la fine del secolo XVII il Medio Evo era estirpato in quasi tutta l'Europa occidentale. Continuava invece a vivere nella Penisola Iberica la quale è chiusa su tre lati dal mare, sul quarto dalle montagne.

CitazioniModifica

  • Al di là dei Pirenei il popolo francese decapitava il re e scacciava i signori. In Spagna il popolo adorava i suoi monarchi, benché fossero di origine francese e tutt'altro che regali. (p. 11)
  • Sempre, disse, aveva avuto l'impressione che le opere di David, nonostante la perfezione formale, avessero un che di vuoto, fossero soltanto facciata: non lo sorprendeva pertanto se aveva lasciato da parte libertà, uguaglianza e fraternità mutando rotta verso il potere dominante, verso gli affaristi della grassa borghesia. (pp. 259-260)

ExplicitModifica

Agustín, quando lo vide con il camice, rimase stupefatto. Sorridendo, gongolando, Goya disse: «Sì, ripiglio i miei pennelli. Non mi piaccion le pareti così nude. Vi dipingo roba nuova, qualche cosa di pepato perché stuzzichi l'appetito. Da domani mi rimetterò a dipingere».

Il diavolo in FranciaModifica

IncipitModifica

Io non riuscivo a immaginarmi nulla di preciso intorno alle stanze del tesoro di Pithom e Ramses, né so se gli studiosi della Bibbia abbiano scoperto di che cosa si trattasse esattamente. Per me quei due nomi dal suono ostile, esotico e grandioso hanno assunto un significato che nessuna analisi scientifica, neppure la più fondata, potrebbe modificare.
Andò così.

CitazioniModifica

  • Nel migliore dei casi, passavano dieci giorni prima di ottenere il permesso. Mai che venissero seriamente appurate le ragioni e gli scopi di questi nostri movimenti; però era necessario che ci fossero delle autorizzazioni scritte e, se possibile, timbrate. Ogni atto esisteva non quanto fine a se stesso: il funzionario voleva sentirsi protetto da una muraglia di carta scritta. (pag. 45)
  • Per tutta la mia vita non sono riuscito a superare lo stupore per questo fenomeno della memoria, la funzione più strana della mente umana. Mentre ricordo - come immagino accada a molti - incontri con persone qualsiasi con una precisione tale da poter aggiungere i minimi dettagli, ci sono volti che mi erano cari che sono completamente svaniti. Neanche la più approfondita analisi psicologica saprebbe spiegare il vero perché. (pag. 69)
  • Io stesso ho vissuto improvvisi rovesciamenti di fortuna dagli esiti straordinari, e se ci ripenso con calma mi rimane il senso di stupore per la rapidità con cui ogni volta io abbia saputo adattarmi alle nuove condizioni. (pag. 70)
  • La maggior parte degli avvenimenti intorno a noi sono prodotti da tante cause diverse, di cui riusciamo a identificare, di volta in volta, appena una piccola parte. Della catena noi vediamo solo qualche anello, mai la catena per intero. Nè riusciamo a sapere dove abbia inizio e dove finisca. Faremo dunque bene a non identificare una singola concausa come la causa generale, ma piuttosto, malgrado il nostro presuntuoso intelletto opponga resistenza, riconoscere al caso il ruolo principale nell'esistenza di tutti noi. Einstein ha dovuto rassegnarsi a confessare come la scienza non abbia trovato spiegazione migliore, per i fenomeni che avvengono nell'universo, che un'analogia con il gioco d'azzardo. Ora, però, lo spirito umano è fatto in modo tale da esigere comunque una spiegazione per questo gioco inspiegabile: la vita, il destino. Non riusciamo ad accettare che la nostra vita sia governata dal caso, ovvero da leggi da noi ignote. E poiché una spiegazione che soddisfi la ragione non la si può trovare, tendiamo a cercare al di là della ragione, nella superstizione, nel misticismo, nella religione. (pag. 106)

ExplicitModifica

Mi sto affacciando alle soglie della vecchiaia. Più deboli si fanno i miei desideri, più debole la mia voglia d’indignarmi, più deboli i miei entusiasmi. Ho incontrato Dio sotto diverse spoglie, e sotto diverse spoglie ho incontrato anche il Diavolo. La mia gioiosa attesa di Dio non è diminuita, mentre è diminuita, posso dirlo, la mia paura del Diavolo. Ho dovuto far esperienza del fatto che l’insipienza e la malvagità degli uomini sono spaventevoli e profonde come i Sette Mari. Ma ho potuto anche verificare che la diga di protezione che la minoranza dei buoni e dei giusti ha saputo erigere, diventa più alta e più forte di giorno in giorno.

I fratelli OppermannModifica

IncipitModifica

Quando il dottor Gustav Oppermann si destò - era il 16 di novembre, il suo cinquantesimo compleanno - mancava parecchio al levar del sole. Ciò gli dispiacque. La giornata infatti sarebbe stata faticosa ed egli si era proposto di fare una bella dormita.

CitazioniModifica

  • Berthold stette a contemplare i libri allineati in lunghe file. Rappresentavano la Germania. E gli uomini che leggevano quei libri rappresentavano anch'essi la Germania. Gli operai che nelle ore libere frequentavano le Università popolari e si empivano la testa del loro non facile Karl Marx rappresentavano la Germania. e l'Orchestra filarmonica rappresentava la Germania. E anche le corse automobilistiche dell'Avus e le società sportive operaie rappresentavano la Germania. Ma, purtroppo, anche il Canzoniere nazionalsocialista e le masnade vestite di bruno rappresentavano la Germania. Possibile che questa follia debba distruggere tutto il resto? (pp. 142-43)
  • Non c'è dubbio, i nazi hanno seguito punto per punto il loro programma, della cui barbarie primitiva tanti avevano sorriso, increduli, lui per primo. Tutti coloro che non godevano le loro simpatie sono stati arrestati, deportati, maltrattati, ammazzati, le loro case sono state saccheggiate o distrutte, con la semplice motivazione che trattandosi di avversari andavano sterminati (p. 215)

La fine di GerusalemmeModifica

IncipitModifica

Sei ponti attraversavano il Tevere. Chi rimaneva sulla riva destra poteva dirsi al sicuro; lì le strade erano piene di uomini che si riconoscevano per giudei già dalla barba; dovunque si vedevano iscrizioni giudaiche e aramaiche e con un po' di greco si poteva cavarsela facilmente. Ma passando uno dei ponti e avventurandosi sulla spiaggia sinistra del Tevere, ci si trovava nella vera città di Roma, grande e tumultuosa, e si era forestieri, disperatamente soli.

ExplicitModifica

Quello stesso giorno Giuseppe incominciò il lavoro. «Probabilmente» dettò «più d'uno si proverà a descrivere la guerra dei giudei contro i romani, ma saranno autori che non erano testimoni degli avvenimenti e dovranno accontentarsi di dicerie stolte e contraddittorie. Io, Giuseppe, figlio di Mattia, sacerdote del Primo Ordine di Gerusalemme, testimone oculare fin dal principio, mi sono risolto a scrivere la storia di questa guerra, così com'è stata veramente, ricordo ai contemporanei, monito ai posteri.»

Jefte e sua figliaModifica

IncipitModifica

Erano circa trecento quelli che accompagnavano la salma di Ghileàd, il capotribù. Per un guerriero e giudice cosi grande non era un corteo funebre considerevole. Vero è che quell'uomo forte, appena sessantenne, era morto quasi all'improvviso e ben pochi avevano avuto notizia della sua breve malattia.

CitazioniModifica

  • Nel frattempo però avevo scorto l'uomo Jefte, ritto e grande, solo e ribelle, sotto il cielo vuoto e pallido, intento a combattere dentro di sé tutti i conflitti e le contraddizioni del suo tempo. Egli disputa col popolo del paese, ma anche con le tribù dei nomadi, appartiene alla famiglia di suo padre, ma anche alla tribù della madre. Egli si ribella al Dio delle sedi fisse, ma anche a quello del Fuoco e del Toro. Si ribella al sacerdote di suo padre, al re di sua madre e a se stesso. (da Nota storica dell'autore, pp. 346-347)
  • Certamente anche gli autori ebrei erano irretiti nei pregiudizi del loro tempo, ma a differenza, poniamo dei grandi poeti dei greci, si rendevano conto che la loro epoca era un anello di una catena senza fine, un ponte tra il passato e l'avvenire. Essi si sforzarono di conferire agli avvenimenti del passato un ordine, un nesso, una direzione, un significato che si proiettasse nel futuro. Anche osservatori ostili riconoscono che gli autori biblici prima di tutti gli altri possedettero la filosofia della storia, il sentimento della storicità, la coscienza del divenire e del fluire, della dinamica, della dialettica. I loro uomini non hanno soltanto una vita propria, ma sono impregnati di storia. (da Nota storica dell'autore, pp. 349-350)
  • L'arte semidimenticata della letteratura storica è un'arte molto elevata. Il romanzo storico è il legittimo discendente della grande epopea. Esso libera colui che vi lavora con onestà dal suo presente che è tutto statico, lo solleva al di sopra di sé, gli conferisce la sensibilità del divenire infinito, gli insegna a comprendere il proprio tempo come un fatto dinamico. (da Nota storica dell'autore, pp. 351-352)
  • [...] la scienza [storica] procura soltanto scheletri, sia pure costruiti molto chiaramente, la cui contemplazione è ricompensata da una specie di soddisfazione estetica: ma soltanto la fantasia dello scrittore – poeta può coprire di carne viva le ossa di questi scheletri. (risvolto di sovraccoperta)

Incipit di alcune opereModifica

Süss l'ebreoModifica

Il paese era solcato da una fitta rete di strade simili a vene, che si incrociavano, si diramavano, si smarrivano.[1]

NoteModifica

  1. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi e Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

BibliografiaModifica

  • Lion Feuchtwanger, Ballata spagnola, traduzione di Letizia Fuchs Vidotto, Mondadori, Milano, 1980.
  • Lion Feuchtwanger, Cayetana, amante e strega, traduzione di Ervino Pocar, Mondadori, Milano, 1953.
  • Lion Feuchtwanger, Jefte e sua figlia, traduzione di Ervino Pocar, Club degli Editori, Milano, 1965.
  • Lion Feuchtwanger, La fine di Gerusalemme, traduzione di Ervino Pocar, Mondadori, Milano, 1970.
  • Lion Feuchtwanger, I fratelli Oppermann, traduzione di Ervino Pocar, Skira, Milano, 2014, ISBN 978-88-572-2335-3.
  • Lion Feuchtwanger, Il diavolo in Francia, traduzione di E. Arosio, Einaudi, Milano, 2020, ISBN 978-88-062-4260-2.

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