Liberati della brava bambina

Liberati della brava bambina. Otto storie per fiorire, saggio scritto nel 2019 da Maura Gancitano e Andrea Colamedici.

IncipitModifica

Anche se ha fatto tutto quello che c'era da fare, anche se ha raggiunto quel che si era prefissata, c'è ancora qualcosa di sostanziale che la rende infelice. È come una tessera che non si incastra bene dov'è collocata, un tassello mancante, un problema senza nome. A volte questa assenza è disperata; altre volte tutto va avanti così velocemente che non ci pensa più ma, appena il ritmo rallenta, ecco riaffacciarsi la solita inquietudine a cui non trova risposta.

CitazioniModifica

  • La ragione per cui sente questa insoddisfazione bruciante è banale nella sua semplicità, eppure importantissima: è una donna. Questo non vuol dire - come qualcuno le ha detto - che è complicata e incomprensibile, isterica e indomabile, intrattabile, uterina, permalosa, petulante. Significa, al contrario, che è parte di una storia di sottomissione, violenza, abuso, silenzio. Anche se non l'ha vissuto in prima persona, porta dentro di sé la memoria di tutto quello che le altre donne hanno subìto nel corso della storia a causa del proprio bisogno di essere libere e di realizzare se stesse, e le sue paure singolari derivano direttamente da questo ricordo, invisibile ma minaccioso. (p. 6)
  • Filosofare aiuta a piazzare punti interrogativi alla fine delle parole, come fossero esplosivi. Non più donna, ma donna?, non più si fa così, ma si fa così? Non più è sempre stato così, ma è sempre stato così? (p. 8)
  • Ogni interesse può essere autentico o inautentico, dipende dalle ragioni che spingono a dedicargli del tempo. Può decidere di occuparsi di qualcosa perché le piace e la aiuta a esprimersi, oppure come giustificazione per scappare da ciò che dovrebbe fare davvero. Lei deve essere libera di ricercare la propria felicità nei campi che sente più affini, senza sentirsi giudicata per la frivolezza o la serietà delle due scelte. In questione è, piuttosto, proprio la possibilità di scegliere, il diritto di potersi occupare liberamente di se stessa. Essere libera di perdersi e di trovarsi. (p. 9)
  • Una femmina troppo assertiva e determinata, che non desidera diventare madre oppure, se è madre, non si definisce solo in quel ruolo, è costantemente in grave pericolo. Rischia di mascolinizzarsi, di essere meno donna. È come se ogni volta che riesce a fare un passo in avanti verso se stessa, perdendo un po' di vergogna e di insicurezza, arrivasse qualcuno a instillarle il seme del dubbio, a suggerirle il pericolo. È forte il timore di quell'accusa: Stai diventando maschile, ammorbidisciti, occupati di piccole cose, ricavati la tua nicchia. (p. 10)
  • È ancora raro che una donna sia davvero accompagnata nel percorso di fioritura personale, che le venga detto quanto sia importante soddisfare l'esigenza fondamentale dello sviluppo e della realizzazione delle proprie potenzialità come essere umano, che non si esauriscono nel ruolo sessuale. Questo senso di incompletezza, dunque, deriva dal bisogno profondo di sentirsi pienamente se stessa, di disobbedire a queste direttive, di non aver paura di fiorire. (p. 11)
  • Lei ha il diritto di scegliere per sé il ruolo che preferisce. La realizzazione personale è, appunto, una faccenda unica, diversa per ognuna, e non esistono regole applicabili alla perfezione per tutte. Ciò a cui dovrà fare attenzione, però, è l'imparare a mettersi in questione, domandandosi se la felicità che prova nell'interpretare un certo ruolo sia reale o no. Capire se e perché sta recitando. (p. 14)
  • Il desiderio di essere moglie non è né giusto né sbagliato: è un desiderio. Diventa un problema solo quando impedisce di essere anche altro, obbligando a trovare tutte le soddisfazioni in un unico ruolo. (p. 15)
  • Ma molte donne sono terrorizzate all'idea di mettere in dubbio quel che le rende felici, perché non vogliono perdere l'orientamento appreso che dà loro sicurezza; eppure solo se ha il coraggio di scoprirsi diversa e di porsi integralmente in questione, Lei potrà davvero realizzarsi. Solo spogliandosi dei ruoli imposti dalla società li potrà poi rivestire, rinnovati, con consapevolezza. (p. 15)
  • Sebbene sembri essere la gelosia la caratteristica principale di Era, a veder bene è piuttosto la sua resistenza. Era è l'ultimo baluardo della resistenza di un pensiero femminile alla conquista e alle umiliazioni del fare maschile. Questa resistenza non nasce, quindi, dal fastidio vissuto da una donna che non è in grado di tenere al proprio fianco il marito, ma dal dolore di chi vorrebbe tornare alla propria libertà ed è invece obbligata a recitare una parte troppo stretta e snaturante. Da chi, nonostante tutto, dentro non dimentica la propria forza originaria. [...] Vorrebbe tornare a esprimere il proprio potere, e invece è costretta a ridimensionarsi, a farsi piccola, a interpretare un personaggio minore e banale. (p. 16)
  • E nemmeno le è così facile riuscire a pronunciare la frase magica No, non mi basta. Invece è fondamentale che lo ripeta, tanto a se stessa quanto al mondo circostante. Riconosco il valore di quello che ho, riconosco la mia fortuna e l'impegno che ho messo per costruire tutto questo, ma non mi basta. Non c'è niente di cui vergognarsi a volere altro. (p. 19)
  • Quel che impedisce a donne e uomini di empatizzare con questo dolore è l'idea che quel qualcosa che manca alle donne in questione sia un oggetto, uno status, un'attività in più. In realtà, quel che le manca dovrebbe far parte della sua struttura di base, e non è un optional. Ed è, banalmente, il potere. (p. 19)
  • Soltanto se avrà il coraggio di lasciarsi alle spalle il mondo sicuro, lo stato di cose dannoso ma comodo, e manterrà al contempo il desiderio di creare una nuova armonia potrà ricreare il proprio potere, magari insieme a un partner consapevole, o magari preferendo stare da sola. (p. 22)
  • Le donne non sono parti deboli che non si prendono le proprie responsabilità: desiderano invece essere responsabili della propria vita, e sono disposte a tutto per esserlo. E Lei, come tutte le donne, è stata educata a non esprimere quella parte profonda, straordinariamente forte, che ancora oggi chiede di manifestarsi e che dà origine al problema senza nome. È come un muscolo che si atrofizza, che non riesce più a usare, ma di cui ha dannatamente bisogno per liberarsi dalle catene. (pp. 23-24)
  • Scaricare sugli uomini vicini la rabbia ereditaria è comprensibile ma in fin dei conti controproducente: in questo modo il dolore accumulato non farà che espandersi e riprodursi, e non verrà mai affrontato davvero. (p. 24)
  • Per immaginare un nuovo ruolo lui deve prima capire che sta vestendo panni troppo stretti e dannosi per sé e per gli altri. Agli uomini va chiesto di costruire insieme un mondo in cui non abbiano privilegi per il semplice fatto di essere nati maschi. (p. 24)
  • Se tra donne e uomini è difficile capirsi, non è perché le prime vengono da Venere e i secondi da Marte, ma perché a livello psicologico le donne si aspettano di essere tradite, ferite, svilite, represse dagli uomini, e gli uomini hanno la tendenza a ridicolizzarle, [...], a non considerare la profondità delle loro cicatrici interiori e a non riconoscere il privilegio che essere maschi oggi comporta (e i tanti limiti che ne conseguono, su tutti l'impossibilità di esprimere la propria sensibilità). (pp. 24-25)
  • Lei potrebbe essere un'aquila, invece è costretta a trascinarsi, a faticare per ogni cosa, come se avesse una mano che costantemente la spinge giù. Questo la irrita, la costringe in un'esistenza che non dà soddisfazione, come se girasse sempre intorno, senza poter uscire mai dal cerchio. Così a volte agisce d'impulso, come cercando di liberarsi di quel peso insostenibile, ma nemmeno sfogare la rabbia serve: rende tutto solo ancora più pesante. Sfogare la rabbia come pratica costante di vita la porta infatti soltanto a sostituire la mano che spinge in basso: non più una mano sconosciuta, ma la propria. (p. 29)
  • Facendosi più piccola, o accumulando e sfogando quotidianamente la rabbia, infatti, non sta semplicemente attuando una strategia di sopravvivenza: sta lentamente rinunciando a se stessa. Si sta dicendo che non c'è nulla che possa fare per tornare davvero a quel che è, per recuperare ed esprimere nuovamente il suo potere. (p. 29)
  • Non deve perdere tempo a cercare i colpevoli, ad arrabbiarsi con chi non l'aiuta, a prendersela con chi la ostacola: deve impegnarsi soltanto a ricostruire le sue ali. Deve lasciare che la rabbia diventi il combustibile per questa ricomposizione, e non lo strumento finale per la sua disfatta. La rabbia nasce dal dolore cronico di chi ha dentro di sé un forte potere personale e non può esprimerlo, di chi sa di poter volare ma non ha più le ali. (p. 30)
  • La rabbia che prova allora è una scarica di energia che non riesce a esprimersi e che spesso appare come un monito: se esprimerà quell'energia verrà punita. Il modo per liberarsi dalla rabbia è trasformarla, imparare a usare quell'energia repressa in modo creativo. (p. 31)
  • A ferire tutte le donne è prima di tutto il senso di colpa instillato dalla società, secondo la quale si dovrebbe essere leggere e serene, mai aggressive. (p. 31)
  • La rabbia nei confronti degli uomini e il dolore per il torto subito non diventano un motore per liberarsi, ma creano altre gabbie. Le donne possono diventare carceriere di altre donne, in particolare di quelle giovani e piene di possibilità, e anziché liberare se stesse imprigionano le altre, riaffermando quel disegno che in realtà vorrebbero sovvertire. (p. 33)
  • Stefano [Re Stefano, l'antagonista del film Maleficent] ha preferito il potere esteriore - visibile, tangibile, finalizzato alla conquista e al successo personale - al potere interiore, invisibile, intangibile, finalizzato all'equilibrio e all'armonia tra se stessi e il mondo. Lei deve sentire scorrere nel proprio corpo quell'energia vitale e non vergognarsene, perché quella che a volte si etichetta come rabbia è [...] un combustibile preziosissimo. (p. 35)
  • Parlare della rabbia che prova, impegnarsi a rintracciarne le ragioni significa educarla, cioè non farsene più sopraffare ma cominciare a conoscerla, a prevedere quando esploderà. Non a sprecarla, ma a trasformarla. Saprà allora prendersi cura del fuoco, e non gli permetterà di incendiare altrove: brucerà con forza e controllo. (p. 35)
  • Per sanare la ferita, per sciogliere la rabbia e ritrovare la propria autentica strada occorre prima di tutto andare alla radice, alla storia primordiale, e rinarrarla. Deve svelare i propri segreti, quelle ferite che non ha compreso ma che continuano a farle perdere energia. In caso contrario quella parte irrisolta continuerà a pulsare, tenterà sempre di farsi spazio senza riuscirci, esprimendosi come aggressività incontrollata o come incapacità di dire di no, di affermare la propria volontà. (p. 36)
  • Trasformare la rabbia significa imparare a esprimere la creatività, imparare ad ascoltare la propria parte profonda che chiede di essere espressa e raccontata. (p. 37)
  • Scegliendo razionalmente l'istinto, Elena [Elena di Troia, il cui rapimento fu il casus belli della guerra di Troia narrata nell'Iliade] smette di considerarsi (e quindi di essere) proprietà di qualcuno. Mette così in luce il terzo aspetto del problema senza nome: la responsabilità delle proprie scelte. La società che la circonda non le permette di essere pienamente responsabile della sua vita - perché vuole controllarla, limitarla, indirizzarla - e allo stesso tempo la ritiene responsabile e colpevole delle pulsioni che gli altri provano verso di lei. Dunque è impossibile che sia stata Elena a seguire Paride, ma è colpa sua - della sua bellezza irresistibile - se il principe l'ha rapita. [...] Non può essere responsabile di ciò che fa, ma è colpevole di tutto ciò che le accade. (p. 42)
  • Il monito di Elena è di non lasciarsi plagiare dagli altri, non farsi influenzare da ciò che è giusto fare, dal modo in cui è giusto comportarsi, dalle voci di chi vorrebbe scegliere al posto tuo. Elena è più libera di chi la circonda perché non accetta i condizionamenti sociali, non crede a quelle storie che vengono raccontate per tenere a bada le forze incontrollabili che abitano ogni essere umano. (p. 42)
  • Elena è una cagna immorale per tutti coloro che hanno la presunzione di avere una vita perfetta e il perfetto controllo dei propri sentimenti. Ci ricorda che nessuno di noi è perfetto, che nessuno è il centro dell'universo, che tutti possono innamorarsi follemente di qualcuno e mandare all'aria ciò che avevano costruito. E, più a fondo, Elena mette ogni donna di fronte al fatto che non esiste davvero una vita perfetta: esistono vite autentiche e vite inautentiche, cioè vite percorse seguendo il cuore e vite percorse cercando di reprimere costantemente i propri desideri. (pp. 43-44)
  • Non sarà una persona rassicurante, cioè prevedibile, ma obbligherà a essere autentici, a far cadere davanti a sé le maschere. E chi è in grado di far cadere le maschere può fare paura, perché fa emergere tutto ciò che si preferisce nascondere. (p. 44)
  • Ogni vita autentica è una vita imperfetta, una finestra da cui guardare l'universo. (p. 44)
  • Nessuna vita autentica è una linea dritta, un paesaggio senza ombre, un'immagine limpida. [...] Non c'è da vergognarsene, anzi è la prova che si è all'altezza dei propri desideri, che non si hanno immagini false da difendere, e che la propria vita si muove alla ricerca dell'autenticità. (p. 45)
  • L'invito di Elena, in altre parole, è a non portare il peso delle proprie scelte come un fardello di cui disfarsi. A non vedere nelle conseguenze delle azioni ispirate da Afrodite - e cioè dal cuore - una ferita insanabile, come invece hanno fatto innumerevoli altre donne da allora in poi. Perché loro non ci sono riuscite? Perché sentivano troppo forte il peso del giudizio devastante, perché si sentivano colpevoli di tutto ciò che era accaduto. Elena, al contrario, si sente responsabile ma non colpevole, e la sua vita non è qualcosa da nascondere, ma una vera opera d'arte. (p. 46)
  • La bellezza e la sensualità della donna non possono essere negate da chi ne ha paura, ma vanno circoscritte, controllate, relegate il più possibile dentro uno schema: il corpo delle donne va quindi normalizzato, e ne va limitato e regolato il potere. (p. 49)
  • In effetti nella storia le donne sono spesso state considerate un buco, un corpo utile a soddisfare i bisogni degli uomini. Anche i filosofi hanno parlato delle donne come di individui bucati che hanno bisogno di qualcosa che le riempia. Un pene, un bambino. Come se le donne fossero vuote, come se il loro piacere venisse solo dall'essere finalmente riempite. Come se il maschio bastasse a se stesso, mentre la donna no. (pp. 51-52)
  • L'amore tra due esseri umani non consiste in qualcosa di pieno che riempie qualcosa di vuoto, ma in qualcosa che accade tra individui consapevoli che hanno voglia di aprirsi all'altro senza rinnegarsi mai. Senza, cioè, il desiderio che il partner colmi una lacuna in quel che si è. Solo in questo modo una donna, Lei, può essere davvero vulnerabile senza essere vittima. Troppe volte, infatti, si è messa nelle mani dell'altra persona delegandole la propria felicità: il «Fammi felice!» che spesso ha pronunciato suona sia come una supplica che come un imperativo, e conduce inesorabilmente a cedere il proprio potere. Al contrario, è mettendo in comune il potere e la felicità che potrà dire «Facciamoci felici», così da mostrarsi a vicenda le debolezze e i lati oscuri. Rendendosi, cioè, contemporaneamente vulnerabili, si riceve e si offre potere senza perdere nulla. (p. 52)
  • Ed è lì, in un momento di fragilità psichica, che le pubblicità si soffermano, ideando e promuovendo prodotti che si offrono di sostituire quella sicurezza in sé che non riesce non ad avere. È una sensazione che gli uomini non provano in egual misura, perché la società non giudica con la stessa violenza il loro aspetto e il loro valore, e non propone loro un'inesauribile serie di strumenti che spostano l'attenzione dalla forza interiore al potere esteriore, e in questo modo tolgono il potere sulla propria vita e sul proprio valore. (p. 55)
  • Bisogna tener sempre la guardia alta: perché si può essere usate sempre, anche dopo una vita in cui si è scelto liberamente, anche se si pensa di essere preparate. (p. 57)
  • La libertà è qualcosa di prezioso che deve essere sempre protetto, perché può essere attaccato da un momento all'altro in nome di un qualche valore superiore. (p. 57)
  • Questa dinamica di svalutazione della libertà avviene anche a livello lavorativo e sociale, dunque è necessario che Lei osservi come è percepita in quanto donna in ogni contesto. Non può dare per scontato che la libertà femminile sia un'idea accettata da tutti. (p. 57)
  • Nessuna conquista è per sempre, nessuna dittatura è per sempre, nonostante l'entusiasmo o la disperazione possano far sembrare vero il contrario. Bisogna continuare a difendere la libertà anche quando tutto sembra perduto e agire di conseguenza. Perché ci si abitua a tutto: ma quando abituarsi significa rinunciare alla libertà bisogna agire e riprendersela, a ogni costo. Per questo Lei dovrebbe sempre domandarsi: a cosa mi sono abituata senza rendermene conto? (p. 60)
  • [Medea] È una donna disposta a tutto pur di seguire la chiamata dell'amore: interrompere i legami con la propria famiglia d'origine, con i propri simili e con la propria terra, pur di stare al fianco di chi ama. È una donna, fin dall'inizio, pronta a seguire ciò che sente, ma non per questo ingenua o stupida. (p. 63)
  • La filosofia origina dalla meraviglia: nel testo greco thauma, termine che indica sia la meraviglia che il terrore, cioè la capacità di osservare l'immensità del mondo, di percepirne la potenza, di stupirsi di ciò che agli altri appare ovvio e di lasciarsi urtare dalle cose della vita. Per Medea tutto era santo; non c'era niente che fosse solo materiale, immanente, mondano. Niente era ovvio per lei, perché lei sapeva guardare, ascoltare, curare. (p. 63)
  • Prima di incontrare Giasone, Medea viveva così in uno stato di perenne meraviglia, di piena unione con la natura; incontrando lui, invece, si è legata a un amore totalizzante che l'ha portata a intaccare una parte di sé che avrebbe dovuto restare integra. È una dinamica comune, un ricordo che appartiene a ogni donna: la memoria di una rinuncia che ha fatto e che poi è stata disprezzata, e che le ha provocato un enorme dolore. Non semplicemente il dolore del tradimento, ma il rimorso per aver reciso il contatto con il mistero in cambio di un qualcosa che si è rivelato inferiore. (p. 65)
  • In un rapporto è meraviglioso offrirsi interamente, ma non bisogna essere disposti a mutare una parte di sé così profonda. L'errore iniziale della donna è consistito nel rinunciare a sé pur di soddisfare la propria passione. Medea non si è donata: si è rimossa, si è fatta meno pur di combaciare con l'altra metà amata. (p. 66)
  • Un popolo si educa attraverso i grandi miti, che hanno anche lo scopo di mostrare i sentimenti in azione; la funzione che un tempo era svolta dai grandi spettacoli collettivi oggi è quasi interamente a carico delle narrazioni seriali. Se i miti sono stati il serbatoio di conoscenza dell'antichità, i sentimenti sono quelle condizioni cognitive e affettive che permettono di percepire il mondo circostante in una maniera adeguata, di sentire davvero l'altro essere umano. Ma non sono innati: si formano attraverso l'educazione e la cultura: le storie, appunto, che plasmano i nostri impulsi e le nostre emozioni naturali. (p. 76)
  • La società che stiamo plasmando sarà molto più figlia di Albus Silente e Daenerys Targaryen che del Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau, e sarà ispirata dal sistema di valori mostrato Breaking Bad e Pretty Little Liars più che da quello kantiano. (p. 77)
  • Daenerys nasce dalla tempesta, quindi, in molti sensi: sono le tempeste che incontra nella vita a darle forza, a metterla al mondo. È il simbolo di quelle donne che non permettono ai traumi subìti di indirizzare malamente le loro esistenze, ma che riescono a ribaltare le situazioni più tragiche e a uscirne rinnovate: che usano la tempesta per venire al mondo, per nascere ogni volta. (p. 78)
  • Eppure non si può vedere in Daenerys l'unica soluzione all'attuale stato di cose: una donna non deve sentirsi costretta a essere forte oltre ogni limite, a saper resistere a qualunque torto. Non deve avere le spalle abbastanza larghe da riuscire a farsi strada in un mondo ostile. Non deve essere obbligata a lottare per ottenere un ruolo importante in questa società. (p. 80)
  • Daenerys si rende conto di questo, si accorge che - nonostante tutto - è più fortunata di molte altre, e per questa ragione lotterà per una società giusta, equa e paritaria, e cercherà di evitare che le donne vengano considerate schiave a disposizione degli uomini. Ma si dovrà scontrare con meccanismi ben più sedimentati di quel che poteva immaginare. Nonostante riesca a non soccombere sotto il peso del problema senza nome, non è ancora in grado di offrire un'alternativ reale a se stessa e al mondo che la circonda. (p. 83)
  • Daenerys può essere uno specchio per ogni donn, ricordarle che può anche diventare un riferimento carismatico ed esemplare da seguire, perfezionando se stessa e superando i propri limiti, ma che questo non è sufficiente a cambiare la società in cui vive. (p. 86)
  • La via d'uscita è immaginare un nuovo modello sociale. Non è cambiando il leader che la società cambia, ma cambiando i rapporti tra tutti i suoi membri, iniziando a fare attenzione a tutte le azioni quotidiane, al linguaggio, alle discriminazioni. Daenerys pretende che questo cambiamento avvenga spontaneamente, ma non è mai così: occorre costruirlo, alimentarlo, accompagnare tutti verso un nuovo livello di consapevolezza attraverso una serie di pratiche quotidiane. (p. 87)
  • Per essere iniziatori di piccoli gesti di cambiamento ci vuole forza, una forza maggiore di quella che serve per cedere all'odio. Puoi compiere un gesto di odio senza rendertene conto, per imitazione o per frustrazione, ma per una buona pratica serve consapevolezza. E perché la buona pratica scavalchi la marea di odio serve che la si faccia in tanti, con gesti di bassa manutenzione apparentemente inutili, ma essenziali. (p. 88)
  • Per creare un vero cambiamento occorre fare attenzione ai propri pensieri, soprattutto a quelli che impediscono di immaginare nuove possibilità. (p. 89)
  • Daenerys è un'eroina in grado di intercettare il potere, cioè di rendersi accessibile, di cavalcarlo. Ma il suo potere non è suo, non dovrebbe esserlo. È qualcosa che va usato solo per aiutare altre donne e altri uomini ad accumulare a loro volta potere, cioè ad agire nel mondo con la sensazione di essere fortunati: per costruire e non per distruggere. (p. 90)
  • Una donna può vergognarsi di desiderare il potere, può negare questo desiderio per paura di diventare una persona spregiudicata. Invece dovrebbe alimentarlo, perché è un desiderio umano. Ciò che non è umano è il modo di esercitarlo, e oggi è più che mai necessario immaginarne un altro. (p. 90)
  • Non basta far fuori i vecchi padroni per ristabilire la giustizia, così come non è sufficiente accedere ai ruoli di potere per creare una società egualitaria. (p. 91)
  • Proprio come il fuoco, il desiderio di potere, la forza e la ferocia vanno alimentati, ma acquistano senso - proprio come la felicità - solo se condivisi, cioè se usati per creare un nuovo ordine sociale in cui nessuno si senta sopraffatto, offeso, escluso, violentato. Un fuoco purificatore da cui rinascere. (p. 92)
  • Morgana [La figura delle leggende arturiane rivisitate da Marion Zimmer Bradley nel ciclo di Avalon], proprio come Lei, sente l'attrito tra il mondo in cui vorrebbe vivere e ciò che esso è realmente. Per tanti anni ha vissuto con la convinzione che tutti desiderassero ciò che desiderava lei: giustizia, uguaglianza, autenticità. Nel corso del tempo, invece, si è resa conto che la maggior parte delle persone si conforma alla menzogna, al doppio gioco, alla sopraffazione; non cerca minimamente di agire in accordo con il proprio sentire profondo. Questa comprensione l'ha portata a mettere la giustizia come valore supremo, a non riuscire a sopportare tutte quelle situazioni ingiuste di cui è stata vittima o testimone, sentendosi spesso un pesce fuor d'acqua, fuori dal mondo. L'ha porta a forzare le cose, a voler cambiare le persone perché potesse trionfare la giustizia, ma così facendo ha spesso peggiorato la situazione: ha creato conflitti ancora più forti. (p. 95)
  • Nonostante questa sua ferma convinzione, nonostante veda con lucidità la desolazione in atto e il pessimo futuro che sta prendendo forma, non ha modo di cambiare la direzione, per quanti sforzi faccia: e così tutta la sua vita diventa un percorso sofferto e a volte incomprensibile. (p. 96)
  • Il dono della preveggenza, o meglio, della sensibilità alle cose e ai cambiamenti, è spesso molto difficile da gestire, perché è molto poco quel che può fare un singolo individuo rispetto a forze così grandi. (p. 97)
  • La soluzione, piuttosto, potrebbe stare nel preoccuparsi di limitare la sofferenza degli umani e di trovare un proprio equilibrio tra felicità e conoscenza, accertandosi che crescano sempre l'una insieme all'altra. Occuparsi di comprendere e superare i conflitti che impediscono spesso di stare al passo del cambiamento. (p. 97)
  • Lo scontro tra Morgana e Ginevra è lo scontro tra due modi di vivere la vita, la sessualità e la spiritualità che possono coesistere in una donna: da un lato una libertà assoluta che diventa conflitto con il mondo, dall'altro una serie di autolimitazioni che entrano in conflitto con i propri desideri. [...] Entrambe hanno qualcosa di importante da condividere e qualcosa di ingombrante da cui liberarsi, e forse in fondo ciò che devono abbandonare è la stessa cosa: la certezza di stare dall'unica parte giusta. (p. 98)
  • Il percorso delle cose è imperscrutabile e la miglior strategia è avere chiara la sua direzione, il suo scopo, la strada su cui procede con il cuore, e condividerla senza costringersi, realizzarla senza forzarla. (p. 98)
  • E allo stesso modo non può salvare nessuno che non voglia essere salvato, o che non abbia la forza di chiederle aiuto: può soltanto stare vicino a chi è in difficoltà, a chi non si accorge di quel che accade, e incarnare quell'alternativa che rischia di sparire. Essere esemplare e lottare per informare, consapevole che chi non vuole ascoltare e capire non lo farà. (p. 99)
  • Ricominciare a mettere in circolo idee che per Lei sono scontate, ma che per gli altri non lo sono più, per esempio. Raccontarle da capo, con parole nuove, mostrando un'alternativa. Creare nuove pratiche, mostrare come sia possibile convivere includendo etnie, ceti, orientamenti, credenze diversi, ma condividendo una premessa fondamentale: il rispetto dei diritti di tutti. (p. 100)
  • Lei non può essere sicura che le sue idee verranno accolte, che la società cambi, né che questo accada presto. Avere ragione, purtroppo, non basta: occorre imparare a dialogare con il mondo senza entrare in conflitto, anche quando la situazione è esasperante, anche quando il baratro in cui sta cadendo è profondissimo e chi ha gli occhi per vedere, la sensibilità per accorgersene, viene preso dallo sconforto. (p. 100)
  • Tutto è solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada, e se senti che non dovresti seguirla non devi restarci a nessuna condizione. (p. 102)
  • Non si segue la strada che ha un cuore perché alla fine si otterrà un premio. Al contrario: per farlo davvero bisogna perdere il bisogno di approvazione nei confronti del mondo e agire solo secondo coscienza. (p. 103)
  • Essere libera dall'ansia e dal controllo, vivere secondo uno scopo superiore, essere coerente e disciplinata, seguire il cuore e non le strategie potrebbero rendere il percorso più lento, ma se quello che vuole è fiorire, avere relazioni autentiche, essere in connessione con la sua parte profonda, con quella che sente essere la sua natura, questa è la sola via possibile. Accorgersi che è inutile ingrandirsi, espandersi, cercare di farsi più grandi solo per riempire tutto lo spazio che c'è, e non per reale necessità: così si finisce dritti nella competizione sterile, nell'ansia e nel dolore. Fa stare bene, invece, lasciare che un'intelligenza più sottile, più libera, più serena, agisca in quegli interstizi che Lei è riuscita a liberare. Abbandonare la foga di esserci a ogni costo per scoprire la meraviglia del lasciare che sia. (p. 104)
  • Abbiamo perso i riti di passaggio, i momenti di condivisione con le altre donne, in cui semplicemente ci si raccontava problemi e cambiamenti. La fretta, l'efficienza, il pudore, la vergogna, la paura sono barriere che ci impediscono di ritrovarci in cerchio con le nostre madri, le nostre nonne, le nostre sorelle, le nostre figlie, e raccontarci. Non una gerarchia, non un tribunale, ma un cerchio in cui ciascuna è importante e non c'è una leader, ma tutte sono disposte a raccontarsi e ad ascoltare. (p. 110)
  • Un'evidenza che non è ancora diventata patrimonio comune è che un mese nel corpo di ogni donna è un cambiamento costante di umori, emozioni, sensazioni fisiche. [...] Essere donna significa sentirsi in continuo cambiamento, e non c'è un giorno uguale all'altro. Questo porta spesso a sentirsi sbagliate, anormali, instabili, isteriche e a mettere a tacere tutto ciò che cambia dentro di sé anziché ascoltarlo. (p. 112)
  • Accade a volte di avere la sensazione che la vita sia finita, che non ci saranno più stravolgimenti, non succederà più niente di straordinario, non ci saranno più emozioni forti. Accade che ci si senta finite, che si avverta il passato come qualcosa di troppo ingombrante e tragico per dare spazio al futuro. Accade che ci si senta morte, ma è un'illusione. Possono esserci degli eventi della vita talmente forti da spezzarla, interromperla, ma accade più spesso che quella sensazione sia illusoria e che [...] si abbia solo paura di un nuovo inizio. (p. 113)
  • Ciò che permette di superare il trauma e guardare oltre è la condivisione con qualcuno che possa ascoltare e comprendere profondamente ciò che è accaduto. (p. 114)
  • Pensare che la vita sia legata all'età anagrafica, e che solo da giovani si possa avere un'esistenza piena, significa privarsi di incontri e possibilità straordinarie, illuminate dalla luce della consapevolezza. (p. 115)
  • È qui che si gioca il prossimo passo per il miglioramento della vita di tutti: nella capacità degli uomini di occuparsi delle conseguenze della società patriarcale e in quella delle donne di collaborare con loro, smettendo di vederli sempre come nemici, ma imparando a riconoscere chi è Stefano e chi, invece, non vuole esserlo. (p. 117)
  • Sono uomini nuovi, a cui però manca ancora qualcosa che li faccia sentire pienamente se stessi. Hanno chiaro ciò che non sono e ciò che non vogliono, ma ancora non sanno cosa diventare. Di una cosa però sono certi: non accettano più l'immagine dell'uomo all'antica, perché sono consapevoli di quanti danni questa faccia agli altri e a se stessi: sanno, cioè, che nascere in una cultura sessista come la nostra significa non essere liberi. Implica, infatti, recitare una parte rigidissima che ferisce tutte le donne e impone rinunce enormi alla propria emotività. (p. 119)
  • La confusione vissuta dagli uomini di cui si parla è sana, perché nasce da un impegno reale nel mettersi in discussione, ristabilendo un nuovo modo di entrare in relazione con le donne. (p. 120)
  • Quegli uomini impauriti che sembrano non saper corteggiare e attaccare bottone sono spesso individui impegnati in un enorme esperimento esistenziale che merita grande rispetto: hanno rinunciato al comodo ruolo dell'uomo patriarcale, attraverso cui dovevano soltanto aderire a uno schema che avrebbe indirizzato ogni gesto, in favore di un nuovo modo, misterioso e faticoso, di essere umani. Di questi disertori, un po' ridicoli e un po' sperduti, ci si può e ci si deve fidare. (p. 120)
  • Si tratta di stereotipi che bloccano, rendono insensibili a ciò che si vive e costringono a cancellare ogni aspetto discordante dentro di sé. Se sei un uomo non puoi essere complesso, insicuro, sfaccettato: al massimo puoi essere un duro che tiene tutto dentro di sé, inscalfibile. Che è poi un altro modo per dire solo, e cioè senza possibilità di condividere il proprio mondo interiore, e quindi di accrescerlo e conoscerlo. Dietro all'idea di non dover dire a nessuno ciò che si prova c'è il terrore di ritrovarsi perduti, messi in discussione. (p. 121)
  • Questa dinamica ha portato gli uomini a conoscersi pochissimo, per paura di osservare quegli aspetti che li avrebbero resi poco maschili. E invece è proprio attraverso quella messa in discussione, quella condivisione di responsabilità, dividendo equamente i pesi e le fatiche, che tutti possono gioirne: tanto le donne, alle quali è stato sottratto il potere, quanto gli uomini, che in cambio del potere si sono fatti carico di pesi insostenibili, sotto ai quali nei millenni hanno incurvato la schiena. (pp. 121-122)
  • Quel che manifestano è una rinnovata esigenza di ridiscutere tutto ciò che sembrava vincolato, senza per questo sentirsi meno uomini. Un padre nuovo sarà molto più felice quando abbraccia i suoi figli e li segue nella crescita di quanto lo potrà mai essere un padre patriarcale, troppo impegnato nel replicare l'insegnamento che è stato costretto ad apprendere a sua volta dal proprio padre. E, anche in questo caso, a tramandarsi di padre in figlio era soprattutto una ferita: Tu non devi conoscere ciò che c'è dentro di te. Non guardarti mai. E, se ti capitasse di farlo, non parlarne a nessuno: impara a soffrire in silenzio e tutto ti sarà dato. E così miliardi di uomini hanno devastato giorno per giorno la propria interiorità, fino a comporre interamente il proprio corpo di cicatrici intoccabili. (pp. 122-123)
  • Per la prima volta nella storia, si tratta di costruire una nuova cultura insieme, senza che una parte debba sopraffare l'altra, condividendo crisi e difficoltà, parlando apertamente dei propri condizionamenti e delle dinamiche che da soli non si riesce a superare. (p. 123)
  • Oggi, a livello collettivo, lo scioglimento del trauma può finalmente avvenire. È questo che siamo tutti chiamati a fare, indipendentemente dal genere. Questo processo collettivo passa sempre per un gesto di comprensione individuale. La comprensione rappresenta prima di tutto la capacità di immaginare una vita diversa, una nuova realtà, un mondo in cui l'uomo non è più carnefice, ma davvero compagno della donna. (p. 123)
  • Quando si opprime qualcuno, si finisce con l'opprimere se stessi. Per controllare che l'oppresso rimanga oppresso, l'oppressore deve rinunciare alla propria libertà, uniformandosi a ciò che controlla. (pp. 124-125)
  • La società che vogliamo costruire non deve trasformare gli uomini nei nuovi oppressi, ma deve rendere ininfluente il fatto di essere uomini o donne all'interno dei rapporti sociali e familiari: perché siamo soltanto esseri umani, e nient'altro. (p. 125)
  • Le storie hanno sempre avuto per l'umanità un effetto trasformativo e rivoluzionario, aiutando chi le ascoltava e leggeva a passare all'azione, a cambiare la propria vita. [...] Non avviene con tutte le storie, ma solo con quelle che nascono da una vera urgenza, dal bisogno di offrire al mondo una prospettiva inedita attraverso cui guardarsi e guardare. La lettura diventa esperienza, e per questo può condurre fuori da una gabbia in cui non sapevamo di essere rinchiusi. (p. 126)
  • Le storie, infatti, non sono mai innocue: veicolano sempre idee del mondo e possono offrire una gabbia in cui chiudersi o una chiave per scappare. [...] Alcune di queste storie sono state gabbie per molto tempo, fino a che qualcuno ha deciso di rinarrarle e farle diventare chiavi di liberazione. Tutte le volte in cui Lei vede una gabbia, una prigione, una storia che sembra vincolare chi la vive alla dispersione perenne delle proprie energie, d'ora in poi ricorderà che quella gabbia nasconde la sua chiave, che soltanto una narratrice o un narratore potranno restituire al mondo. (p. 126)
  • I pregiudizi nei confronti delle emozioni negative, infatti, rischiano di reprimere ciò che provi davvero e di cancellare dalla tua memoria ciò che ti ha fatto male. E se cancellare quelle vicende significa fare in modo che continuino a ferirti inconsapevolmente, reprimere quelle emozioni significa sprecare un carburante preziosissimo. (p. 128)
  • Esci fuori dalle categorie di forte e debole: puoi essere entrambe le cose o nessuna delle due. Puoi essere forte in un caso e debole in un altro, non fa differenza. Quel che conta è essere libera dai blocchi imposti. Ripartendo da lì potrai comprendere qual è stata davvero la storia della tua vita, e quale futuro potrebbe aprirsi davanti a te. In caso contrario, quella parte irrisolta continuerà a pulsare, tenterà sempre di farsi spazio ma senza riuscirci, esprimendosi come aggressività incontrollata o come incapacità di dire di no, di affermare la propria volontà. (p. 128)
  • Un trauma, infatti, non è una condanna, non è una maledizione: è un potenziale shock che rappresenta la possibilità di giungere a un livello superiore, di trasformare la tua condizione. Trasformare le emozioni negative significa imparare a esprimere la creatività, imparare ad ascoltare la propria parte profonda per vederla, finalmente, fiorire. (p. 129)
  • Se sei una donna che vuole affermare se stessa, sei libera di essere simile agli uomini, di avere i loro stessi desideri e di seguire le loro norme di vita. Ma è una partita dalle regole truccate: pur di far parte del gioco del potere spesso dimentichi di ridiscuterne le regole, che sono state scritte da uomini per altri uomini, e che sono funzionali a un certo modo di vedere le cose. Hai solo due scelte a disposizione: rifiutare quel sistema o accettarlo. (pp. 131-132)
  • L'immersione nella ciclicità della vita comporta un'intensità troppo elevata per chi ha paura di non riconoscersi più: sono insostenibili l'estasi e la disperazione per chi non vuole abbandonarsi al mistero dell'esistenza. (p. 132)
  • Non si può lavorare da soli all'edificazione di una società paritaria. Ciò che possiamo fare però è prestare più attenzione, educare e educarsi al mondo in cui si valuta una persona, alle parole che si usano, alle discriminazioni che si rischia di compiere, soppesando con criterio le minacce e le opportunità che la vita quotidiana riserva. (p. 133)
  • Per imparare a raccontarti devi poter e saper scegliere le parole: devi capire, cioè, che il linguaggio che usi ogni giorno è il veicolo principale su cui viaggia quel che ti costringe a essere meno di ciò che sei davvero. Perché il linguaggio è come una funivia: consente di raggiungere luoghi altrimenti inarrivabili. Le parole salgono sui fili della funivia e, viaggiando, ti fanno viaggiare. E le stazioni della funivia sono i confini del linguaggio: non puoi scendere se sei in volo, ma solo quando arrivi nel luogo in cui è possibile saltare giù senza farti male. E queste stazioni del linguaggio sono state edificate dove faceva più comodo al potere precostituito, per ribadire un approccio disequilibrato al mondo. (p. 134)
  • Si dà per scontato che, una volta raggiunte, certe conquiste di libertà si fissino nella cultura senza bisogno di essere ribadite giorno per giorno. Purtroppo questo non accade quasi mai e dopo il riconoscimento ottenuto si è soliti abbassare la guardia, soddisfatti di ciò che si è riusciti a strappare. Così quelle conquiste gradualmente spariscono e bisogna ricominciare il lavoro da capo. (p. 135)
  • Il conflitto con il mondo nasce quando l'esterno non coincide con l'interno e quando ti accorgi che ciò a cui tieni di più è in pericolo. Questo porta al bisogno di controllare e forzare il destino, che tuttavia peggiora solo la situazione, perché le cose non vanno sempre nella direzione in cui vorremmo. La soluzione ultima è quindi agire sempre per uno scopo superiore, buono, ma lasciando che il futuro si compia secondo movimenti che non puoi interamente prevedere e che spesso sono avvolti dalla nebbia. Se lo saprai fare, quello a cui tieni troverà modo di rimanere in vita. (p. 137)
  • Anche quando la vita sembra finita e pare impossibile che possa prendere una svolta nuova, il cambiamento può sempre avvenire: bisogna essere aperte alla propria vulnerabilità e alla possibilità di un finale diverso. (p. 138)

BibliografiaModifica

  • Maura Gancitano e Andrea Colamedici, Liberati della brava bambina. Otto storie per fiorire, HarperCollins Italia, Milano, 2019.