John Berger

critico d'arte, scrittore e pittore britannico (1926-2017)

John Peter Berger (1926 – 2017), critico d'arte, scrittore e pittore inglese.

John Berger nel 2009

Citazioni di John Berger

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  • Bisogna cercare di scrivere in modo che le cose che scriviamo, anche se pensiamo che le leggeranno in pochi, parlino forte e chiaro ovunque siano lette.[1]
  • Dei miliardi di conversazioni al cellulare che si svolgono ogni ora nelle città e nelle periferie del mondo, la maggior parte, che siano telefonate private o di lavoro, cominciano con una dichiarazione relativa al luogo in cui si trova chi chiama. Tutti hanno un immediato bisogno di localizzarsi. Come se volessero sgombrare il campo dal dubbio di non essere da nessuna parte. Circondati da così tante astrazioni, hanno bisogno di inventare e condividere i propri transitori punti di riferimento.[2]
  • I destini possono avere un nome? Spesso hanno la regolarità delle figure geometriche, ma non si sa come chiamarli.[3]
  • In guerra l'oscurità non sta dalla parte di nessuno. In amore l'oscurità conferma che siamo insieme.[4]
  • In una storia non ci sono errori, solo il loro superamento.[5]
  • La bellezza [è] la sola cosa che resta della stupidità del mondo antico e della ferocia del mondo futuro.[6]
  • Le dita di un uomo sono quanto rimane di un campo coltivato, le palme delle mani ciò che rimane del letto di un fiume, e i suoi occhi una riunione di famiglia a cui non prenderà parte.[2]
  • Mi pare che ci sia una ragione per dire al cielo: "guarda che cosa sta succedendo!" Si può trattare di un urlo o di un grido di gioia, ma più spesso si tratta di un grido di dolore, della protesta contro un'ingiustizia. Nel momento in cui questa storia viene narrata nuovamente in un'epoca successiva, questa ingiustizia potrà essere riconosciuta in quanto tale, e forse qualcuno sarà in grado di resisterle, di opporsi a essa.[7]
  • Non so dirti cosa fa l'Arte e come lo faccia, ma so che spesso ha giudicato i giudici, chiesto vendetta per gli innocenti e mostrato al futuro quel che il passato ha sofferto, così che non lo si è più dimenticato. So anche che quando l'arte fa questo, i potenti ne hanno paura. E che a volte una simile arte circola fra la gente come una leggenda, perché dà senso a quello che le brutalità della vita non sanno spiegare, un senso che ci unisce, perché è finalmente inseparabile dalla giustizia. L'arte, quando funziona così, diventa il punto d'incontro dell'invisibile, dell'irriducibile, del duraturo, del coraggio e dell'onore.[8]
  • Ogni passo compiuto è probabile che sia un errore, perciò fatelo con stile per distrarre dalla probabile merda.[9]
  • Ogni storia, anche la più leggera, dev'essere senza paura.[10]
  • Protestare è rifiutare di essere azzerati e ridotti a un silenzio forzato. Perciò, nell'istante stesso in cui si protesta, se si protesta, si riporta una piccola vittoria. L'istante, pur passando come tutti gli istanti, acquista una certa indelebilità. Passa, ma lascia il segno. La protesta non è principalmente un sacrificio fatto per un futuro più giusto; è un'ininfluente redenzione del presente. Il problema è come vivere ripetutamente in compagnia dell'aggettivo ininfluente.[11]
  • Sono un narratore, uno storyteller nel senso tradizionale. Colui che se ne va in giro per il mondo e la sera offre una storia in cambio di un letto e di un piatto di zuppa. Sono come Esopo: un traghettatore di storie.[8]

Sul guardare

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  • Da principio gli animali entrarono nell'immaginario dell'uomo come messaggeri e come promesse. La pratica di addomesticare il bestiame, per esempio, non nacque dalla semplice prospettiva di procurarsi latte e carne. Il bestiame aveva funzioni magiche, talvolta divinatorie, talvolta sacrificali. (Perché guardare gli animali?, p. 2)
  • Gli animali vengono messi al mondo e sono esseri senzienti e mortali. In questo somigliano all'uomo. Nella loro anatomia visibile – meno in quella profonda – nelle abitudini, nella percezione del tempo, nelle capacità fisiche, essi differiscono dall'uomo. Sono allo stesso tempo simili e diversi. (Perché guardare gli animali?, p. 2)
  • Nelle prime fasi della rivoluzione industriale, gli animali venivano usati come macchine. E altrettanto si faceva con i bambini. Più tardi, nelle cosiddette società post-industriali, gli animali vengono trattati come materia prima. I capi di bestiame destinati all'alimentazione vengono lavorati alla stregua di prodotti industriali. [...] Questa riduzione dell'animale [...] fa parte dello stesso processo che ha ridotto gli uomini a isolate unità di produzione e consumo. In effetti, durante questo periodo l'atteggiamento nei confronti degli animali spesso prefigurava quello nei confronti dell'uomo. La visione meccanica della capacità lavorativa animale fu in seguito applicata a quella degli uomini. F.W. Taylor, che sviluppò il "taylorismo" studiando il rapporto tempo-moto e la gestione "scientifica" del lavoro industriale, sosteneva che il lavoro dovesse essere «così stupido» e così flemmatico da rendere [il lavoratore] «più simile, per struttura mentale, al bue che a qualsiasi altra specie». Pressoché tutte le moderne tecniche di condizionamento sociale si basano su esperimenti condotti sugli animali. E lo stesso vale per i cosiddetti test attitudinali. Oggi comportamentisti come Skinner rinchiudono il concetto stesso di uomo entro il perimetro di ciò che ricavano dai loro esperimenti di laboratorio sugli animali. (Perché guardare gli animali?, pp. 12-13)
  • Gli zoo pubblici nacquero all'inizio dell'epoca che avrebbe visto scomparire dalla vita quotidiana gli animali. Lo zoo dove la gente va per incontrare gli animali, per osservarli, per vederli, è in realtà un monumento all'impossibilità di tali incontri. (Perché guardare gli animali?, p. 21)
  • In uno zoo un estraneo non può mai incontrare lo sguardo di un animale. Lo sguardo dell'animale ha tutt'al più un guizzo e poi passa oltre. Gli animali guardano lateralmente. Guardano ciecamente al di là. Scrutano meccanicamente. [...] Quello sguardo tra l'animale e l'uomo, che deve aver svolto un ruolo importante nello sviluppo della società umana, e con cui, in ogni caso, gli uomini hanno sempre vissuto fino a poco meno di un secolo fa, è ormai estinto. (Perché guardare gli animali?[12])
  1. Da Il mondo di John Pilger, Internazionale, n. 684, 16 marzo 2007, p. 67.
  2. a b Da Dieci dispacci a proposito di luoghi, Internazionale, n. 605, 26 agosto 2005, p. 74.
  3. Da Le sue iniziali, Internazionale, n. 841, 9 aprile 2010, p. 91.
  4. Da Dove siamo?, Internazionale, n. 462, 8 novembre 2002, p. 31.
  5. Da Günther Grass e i moralisti, Internazionale, n. 656, 25 agosto 2006, p. 5.
  6. Da Il coro dentro la testa, Internazionale, n. 651, 21 luglio 2006, p. 52.
  7. Citato in John Berger e l'intuizione delle storie, festivaletteratura.it.
  8. a b Citato in Daniela Cavini, Leggere una foto? È come guardare un cardiogramma, Sette, 12 dicembre 2014.
  9. Da Appunti sull'arte di cadere, Internazionale, n. 1067, 5 settembre 2014, p. 84.
  10. Da Dieci dispacci sulla resistenza di fronte ai muri, Internazionale, n. 572, 30 dicembre 2004, p. 22.
  11. Da Raccontaci anche le storie, in Contro i nuovi tiranni, Neri Pozza, 2013. ISBN 978-88-545-0731-9
  12. Citato in J. M. Coetzee, La vita degli animali, traduzione di Franca Cavagnoli e Giacomo Arduini, Adelphi, Milano, 2000, p. 45. ISBN 88-459-1556-5

Bibliografia

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  • John Berger, Sul guardare, a cura di Maria Nadotti, Bruno Mondadori, Milano, 2003. ISBN 88-424-9679-0

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