Ibn Battuta

esploratore e viaggiatore berbero

Abū 'Abd Allāh Muḥammad Ibn 'Abd Allāh al-Lawātī al-Tanjī Ibn Baṭṭūṭa, noto semplicemente come Ibn Baṭṭūṭa (1304 – 1368/69), esploratore e viaggiatore berbero.

Raffigurazione di Ibn Battuta

Citazioni di Ibn BattutaModifica

  • Viaggiare – ti lascia senza parole, poi ti trasforma in un narratore.
Traveling – it leaves you speechless, then turns you into a storyteller.[1]

I viaggiModifica

IncipitModifica

Ecco il racconto dello shaykh Abü 'Abd Allah.
Lasciai Tangeri [Tanja], mia città natale, il giovedì 2 di rajab al-fard, mese del Signore, dell'anno 725 [1325], con l'intenzione di compiere il pellegrinaggio alla sacra Casa di Dio La Mecca e di visitare la tomba dell'Inviato — che Iddio lo benedica e gli accordi la salvezza)! Partii solo, senza un amico che mi allietasse con la sua compagnia e senza far parte di una carovana, ma ero spinto da uno spirito risoluto e sottacevo in cuore lo struggente desiderio di visitare quei Nobili Santuari. Così mi decisi ad abbandonare coloro che – donne e uomini – amavo e lasciai il mio paese siccome un uccello s'invola dal nido. I miei genitori erano ancora in vita e soffrii molto a separarmene: sia io che loro ne provammo una gran pena. Avevo, allora ventidue anni [lunari]».

CitazioniModifica

  • Durante quel viaggio andai a vedere il faro [di Alessandria d'Egitto]: uno dei lati era caduto in rovina, ma lo descriverei comunque come un edificio quadrato che si staglia nel cielo'. La porta è in alto rispetto al terreno e di fronte, alla stessa altezza, c'è un edificio: fra questo e la porta vengono messe delle assi di legno a mo' di passerella e quando le tolgono non vi è più modo di entrare. Dentro la porta c'è una nicchia dove il guardiano può starsene seduto e all'interno si aprono diversi locali. Il passaggio di entrata misura 9 spanne, il muro 10 e ognuno dei quattro lati, 140. Sorge su un'alta collina a una parasanga da Alessandria, al termine di una lunga striscia di terra che ospita il cimitero, circondata per tre lati dal mare — il quale giunge sino alle mura della città, sicché solo partendo da Alessandria si può arrivare al faro via terra.
    Quando feci ritorno nel Maghreb, nel 750 [1349], andai a rivederlo e lo trovai in un tale stato di rovina che non si riusciva più non solo a entrare ma nemmeno a raggiungere la porta. (p. 18, 2018)
  • Un'altra meraviglia di Alessandria è la sbalorditiva colonna di marmo che si vede sin da fuori città, la cosiddetta 'amüd al-sawârï [la cosiddetta colonna «dei pilastri»], eretta in mezzo a un fitto palmeto dove spicca altissima tra gli alberi. Formata da un unico pezzo abilmente tagliato, poggia su basi in pietra di forma quadrata, simili a enormi pedane, e non si sa né come né chi ve l’abbia eretta. (pp. 18-19, 2018)
  • La moschea di 'Amr ibn al-'Ās [a Il Cairo] è una nobile moschea, venerata e famosa, in cui si svolge la funzione del venerdì. Una strada l'attraversa da est a ovest, e verso est sorge la zâwiya dove insegnava l'imam Abu 'Abd Allah al-Shâfi'ī. Quanto alle màdrase, al Cairo ve ne sono cosi tante da non poterle contare, mentre l'ospedale sorge «Fra i due Palazzi», vicino al mausoleo di al-Malik al Mansür Qalâwün: è di una bellezza indescrivibile, ben fornito di comodità e di farmaci, e dicono che le sue entrate raggiungano i mille dinàr al giorn0. Anche le zâwiya sono numerose: qui le chiamano khawâniq (singolare khanqa) e gli emiri della città fanno a gara per costruirle. Ogni zâwiya viene assegnata a un gruppo di faqīr per lo più persiani, uomini colti che conoscono bene la via [tarīqa] del sufismo. (pp. 37-38, 2018)
  • Nella vecchia Cairo si trova il cimitero di al-Qarâfa, un luogo molto importante in cui ricevere la baraka. Alla sua precellenza si riferisce un hadîth riportato da al-Qurtubï e da altri, e in effetti al-Qarâfa fa parte della scarpata del Muqattam, che secondo la promessa di Dio sarà uno dei giardini del Paradiso. Gli abitanti del Cairo vi costruiscono belle cappelle circondate da mura che sembrano case, con vari locali destinati ai lettori — i quali ricevono un salario per salmodiare il Corano notte e giorno con le loro belle voci. Qualcuno fa erigere a fianco del proprio mausoleo una zâwiya o una màdrasa, e il giovedì sera vi si reca con mogli e figli per trascorrere la notte facendo il giro dei santuari famosi - e lo stesso fanno anche la notte di metà sha'bân, con i mercanti che espongono ogni genere di cibo. (pp. 39-40, 2018)
  • A quanto dicono, tutte le scienze apparse sulla terra prima del Diluvio furono insegnate agli uomini da Hermes l'Antico, che abitava nella parte superiore dell'Alto Egitto e veniva chiamato Enoch — o anche Idrïs. Sarebbe stato lui il primo a parlare dei movimenti delle sfere celesti e delle sostanze superiori, e anche il primo a costruire i templi e a glorificarvi l'Altissimo. Lo stesso Hermes predisse poi agli uomini il Diluvio e, temendo che andassero perduti il sapere e le competenze artistiche, costruì le Piramidi e i templi, sui quali raffigurò tutte le arti con i relativi strumenti e annotò i principî del sapere in eterno. (p. 43, 2018)
  • Partiti dal monte Libano arrivammo a Baalbek, una bella e antica città fra le più splendide di Siria. Circondata da magnifici frutteti e da giardini superbi, possiede terre irrorate da ruscelli e uguaglia Damasco per le sue inesauribili risorse. Vi crescono ciliegie che non hanno uguali e vi si produce il dibs cosiddetto di Baalbek, una specie di mosto d'uva cui aggiungono una polverina che lo fa rapprendere — sicché, spezzando il vaso, il contenuto esce in un sol blocco. Mischiando questo dibs con pistacchi e mandorle, poi, si fa un dolce detto mulabban, o jild al-faras. A Baalbek producono anche molto latte cagliato e lo esportano a Damasco, che dista un giorno di cammino se si marcia di buon passo — le comitive, invece, partono da Baalbek e pernottano in una cittadina chiamata al-Zabdânî, ricca di frutta, per riprendere poi il viaggio verso Damasco il mattino seguente. A Baalbek si producono anche le omonime stoffe con cui si confezionano mantelli e altri capi, e poi scodelle e cucchiai di legno senza pari sulla terra, I grandi piatti da portata, quelli che da noi si chiamano sabfa, qui vengono detti dast, e a volte ne fanno uno, poi un altro che sta esattamente nell'incavo del primo, e così via sino a dieci — ma a guardarli sembra ci sia un piatto solo. Lo stesso dicasi per i cucchiai: ne fabbricano dieci, ognuno contenuto nella cavità dell'altro, poi li mettono in un astuccio di pelle — così si possono portare appesi alla cintura e quando si mangia con gli amici si tirano fuori: chi li vede pensa che ci sia un cucchiaio solo, ma dall'incavo del primo ne escono altri nove ! (p. 95, 2018)
  • Damasco supera le altre città in bellezza e le oltrepassa con il suo splendore. Ogni descrizione, per quanto precisa, è sempre troppo limitata per dirle tutta l’avvenenza… (p. 96, 2018)
  • Lo stesso giorno, proseguendo fra giardini, corsi d'acqua e bei paeselli con molte colombaie, giungemmo a Esfahan, nell'Iraq persiano, una fra le più belle e grandi città del mondo anche se ormai è mezza in rovina per via delle faide tra sunniti e râfiditi che continuano ancor oggi a combattersi a vicenda. A Esfahan cresce moltissima frutta: un tipo di albicocche eccezionali dette qamaraldin [luna della religione], che racchiudono nel nocciolo una mandorla dolcissima e si conservano secche; mele cotogne impareggiabili per bontà di gusto e dimensioni; un'uva squisita e splendidi meloni dal gusto delizioso, con la buccia verde e la polpa rossa, paragonabili solo a quelli di Bukhârâ e di Khwârizm: si conservano secchi come i fichi nel Maghreb e se non si è abituati, all'inizio hanno un effetto lassativo — che subii anch'io quando li assaggiai.
    Gli abitanti di Esfahan sono belli e hanno una pelle bianca e lucente con note d'incarnato. Le loro principali virtù sono il coraggio, l'ardimento e la generosità, e sul loro fare a gara per offrirsi l'un l'altro i cibi migliori si raccontano storie straordinarie! (pp. 220-221, 2018)
  • Famosa città di gran rango, ben costruita e molto estesa, Shîraz vanta eleganti giardini, ruscelli gonfi d'acqua, magnifici mercati strade eccellenti, numerosissimi abitanti e palazzi edificati a regola d'arte secondo un mirabile piano urbano. Ogni gilda possiede un suo mercato, in modo da evitare di mischiarsi con le altre, e la gente, bellissima, veste abiti puliti: in tutto l'oriente Shîrâz l'unica città paragonabile a Damasco per la bellezza non solo dei mercati, dei giardini e dei corsi d'acqua, ma anche della popolazione [sâkin]! Posta in un pianoro e attorniata da giardini, l'attraversano cinque fiumi — compreso il Rukn Àbâd, che nasce da una sorgente ai piedi di un monte lì vicino, il cosiddetto al-Qulay'a, e possiede acque dolcissime, fresche d'estate e calde d'inverno. Quanto alla moschea principale, al-Masjid al-'Atîq [la Moschea Antica], dove i notabili della città si riuniscono tutti i giorni per compiere le preghiere del tramonto e quelle della sera, è fra le più grandi e meglio costruite al mondo e possiede un vasto cortile lastricato in marmo che nella stagione calda viene lavato ogni notte. A nord della moschea, la porta detta Bâb al-Hasan [la Porta di al-Hasan] si apre sul mercato della frutta: uno dei pili belli della terra, che personalmente preferisco a quello di Bâb al-Barïd, a Damasco.
    Gli abitanti di Shîrâz sono buoni, pii e virtuosi: soprattutto le donne, le quali non solo calzano stivaletti ed escono di casa avvolte in veli e mantelli che le celano agli sguardi, ma danno anche elemosine con gran munificenza e, fatto curioso, tutti i lunedì, i giovedì e i venerdì si ritrovano in gran numero — 1000 o 2000, con il ventaglio in mano per rinfrescarsi dal gran caldo — ad ascoltare il predicatore nella grande moschea. In nessun'altra città ho visto riunioni di donne tanto numerose! (p. 224, 2018)
  • Tra i santuari fuori città [a Shiraz] [...] ricordiamo il mausoleo del pio shaykh conosciuto come al-Sa‘dī, il maggior poeta di lingua persiana del suo tempo che talvolta si espresse anche in lingua araba, con annessa una bella zāwiya fornita di un grazioso giardino interno, che egli stesso aveva fatto costruire nei pressi della sorgente del grande fiume Rukn Abād. Sempre lui aveva voluto in questo posto anche una serie di piccoli lavabi in marmo per lavare i panni: cosí gli abitanti di Shīrāz escono di città e rendono visita al santuario, mangiano il pasto che trovano alla zāwiya, fanno il bucato nel fiume e poi tornano a casa – e lo stesso feci anch'io quando vi andai.[2]
  • Sede di bellissimi mercati, Qalhât sorge sulla costa e possiede a picco sul porto, una magnifica moschea dai muri ricoperti di piastrelle di maiolica qâshânï — molto simili agli zillîj maghrebini - fatta costruire dalla pia Bībī Maryam. Vi gustai un pesce che non avevo mai trovato altrove e siccome lo preferivo a qualsiasi tipo di carne, mangiavo sempre e solo quello: di solito lo cuociono alla griglia su un letto di foglie d'albero accompagnandolo con il riso — che importano dall'India. Quando attracca una nave gli abitanti sono tutti contenti perché, essendo mercanti, vivono della compravendita dei prodotti che arrivano dal mare indiano". Pur essendo arabi non si esprimono un granché correttamente e dopo ogni parola aggiungono [«no»]. Cosi, per esempio, dicono: «Mangi, no? Cammini, no? Fai questo, no?» (pp. 298-299)
  • Dopo un viaggio di sei giorni nel deserto, il settimo arrivammo nell'Oman, un paese fertile e irriguo, disseminato d'alberi, giardini e palmeti, ove crescono vari tipi di frutta. La capitale, Nazwâ, sorge a piè d'un monte circondata da giardini e da ruscelli e possiede bellissimi mercati e imponenti moschee molto ben tenute. La gente di qui, fra l'altro, ha l'abitudine di mangiare nel cortile delle moschee: ognuno porta quello che ha e pranzano tutti insieme - e se c'è qualche viaggiatore, mangia insieme a loro. Sono uomini arditi e coraggiosi, sempre in guerra fra di loro, che seguono il rito ibadita: perciò al venerdì, dopo le quattro rak'a della preghiera di mezzogiorno, l'imam recita qualche versetto del Corano e tiene un discorso simile alla khutba pronunziando la formula «Che Dio si compiaccia di Abü Bakr e di 'Umar», senza nominare 'Uthmân e 'Ali. […] Le loro donne si comportano in modo scandaloso ma gli uomini, per nulla gelosi, non le disapprovano: racconteremo oltre una storia che ne darà testimonianza. (p. 299)
  • Costantinopoli, di una grandezza sterminata, è divisa in due parti fra le quali scorre un maestoso fiume[3] […] Una delle due parti della città, Istanbul sorge sulla sponda orientale del fiume e ospita le residenze del sovrano, dei grandi dignitari e del resto della gente. Strade e mercati, ampi e lastricati in pietra, comprendono quartieri separati per ogni gilda e sono muniti di porte che la notte vengono tenute chiuse — artigiani e venditori, fra l'altro, sono quasi tutti donne. Questa parte della città, con al centro la basilica, si trova a piè di un monte che si protende nel mare per circa nove miglia ed è largo altrettanto se non di più: in cima vi hanno sede una piccola roccaforte e il palazzo del sovrano, e intorno scorrono le mura, ben fortificate e inaccessibili a chiunque dalla parte del mare, che racchiudono all'interno circa tredici borghi abitati.
    Quanto alla seconda parte della città, Galata [al-Ghalata], sorge sulla riva occidentale del fiume, tanto vicina al corso d'acqua quanto lo è Rabat al suo fiume [il Bou Regreg], ed è riservata alle abitazioni dei cristiani d'Occidente, che di svariata provenienza — genovesi, veneziani, romani e franchi — sono tutti sotto la giuridizione del sovrano di Costantinopoli. […] Lavorano tutti nel commercio e hanno un porto fra i più grandi al mondo: vi ho personalmente visto un centinaio di navi simili alle galere e altre di pari grandezza, oltre a un numero incalcolabile di barche più piccole. Quanto ai mercati, sono belli ma pieni di immondizie e attraversati da un rigagnolo d'acqua sporca lurida — anche le chiese, del resto, a Galata sono sporche e non hanno nulla d'interessante. (pp. 384-385)
  • Descriverò solo l'esterno, perché dentro non l'ho vista. La chiamano Ayā Sūfiyā e dicono sia stata costruita da Asaf ibn Barakhyâ', figlio della zia materna di Salomone. Fornita di tredici porte e circondata da mura come una città, è una delle più grandi chiese bizantine e comprende un sacrato lungo circa un miglio, con un enorme portone che tutti possono varcare — e infatti anch'io ci sono entrato insieme al padre del sovrano, di cui parlerò oltre. (p. 385)
  • [Gli yogi] Sono un gruppo di persone che compiono cose straordinarie. Per esempio c'è chi resta mesi interi senza mangiare e senza bere; oppure c'è chi entra in una fossa scavata nella terra incaricando qualcuno di murarla dopo che vi ha preso posto: gli fa lasciare solo un'apertura sufficiente a far passare l'aria e vi resta dentro per dei mesi — addirittura ho sentito dire che c'è chi vi rimane un anno intero! Nella città di Mangalore ho visto uno di quei musulmani che imparano le pratiche degli yogi: se ne stava da venticinque giorni su un tavolo che gli avevano sistemato [per strada] senza bere né mangiare, e non so quanti giorni abbia ancora resistito in seguito!
    A quanto dicono, gli yogi si preparano delle pillole assumendo una delle quali possono resistere determinati giorni e mesi senza sentire il bisogno di mangiare né di bere. Predicono anche i fenomeni occulti e possono altresì riferire ciò che avviene in posti molto distanti: perciò il sultano li tiene in gran considerazione e si compiace di stare insieme a loro. Alcuni yogi mangiano solo legumi e quasi nessuno di loro mangia carne: certo è che son talmente avvezzi alle pratiche [ascetiche], che non hanno alcun bisogno di questo mondo e delle sue vanità. (pp. 600-601)
  • Un giorno, mentre ero a Delhi, il sultano mi mandò a chiamare. Andai da lui e lo trovai in uno stanzino insieme ad alcuni dei suoi intimi e a due di questi yogi i quali, tra l'altro, si avvolgono in lunghi mantelli e tengono sempre la testa coperta perché la radono con la cenere, come si fa per depilarsi le ascelle. Orbene, il sultano mi ordinò di sedermi e disse agli yogi: «Questo mio signore arriva da terre molto lontane. Orsù, mostrategli cosa che non abbia mai visto! » «Va bene», dissero quelli. Poi uno dei due si sedette a gambe incrociate e, sollevatosi da terra, rimase sospeso in aria sopra di noi in quella posizione. Ne rimasi esterrefatto e mi presi una tal paura che svenni. Allora il sultano ordinò di farmi bere una pozione che aveva li: rinvenni, mi sedetti e lo yogi era sempre per aria con le gambe incrociate! A questo punto l'altro yogi tirò fuori un sandalo da un sacco e prese a batterlo per terra come fosse infuriato: libratosi in aria, il sandalo salì sopra il collo dello yogi a gambe incrociate e si mise a batterlo sulla nuca finché quello cominciò a scendere un po' per volta e [arrivato a terra] si ritrovò seduto accanto a noi. Il sultano mi disse: «Lo yogi che stava a gambe incrociate è un discepolo di quello che aveva il sandalo». Poi aggiunse: «Se non temessi per la tua ragione, ordinerei loro di compiere cose ben più straordinarie di quelle che hai visto!» Io me ne andai, ma mi vennero le palpitazioni e stetti molto male finché il sultano non ordinò di darmi un rimedio che mi fece guarire. (pp. 601-602)
  • I cinesi sono il popolo [umma] che meglio e piü perfettamente di ogni altro esercita le arti: è un fatto noto, già descritto e ridescritto dagli autori. Per quanto riguarda la pittura nessuno bizantino o altro, può competere con loro in perfezione, perché possiedono capacità invero straordinarie: per esempio, una delle cose più sorprendenti che ho veduto in Cina è che ogni qualvolta sono tornato in una città dov'ero già stato, ho sempre visto il mio ritratto e quello dei miei compagni dipinti sui muri o su dei fogli esposti nei mercati. Una volta entrai nella capitale diretto al palazzo del sultano insieme ai miei compagni, ed eravamo tutti vestiti alla maniera irachena. Passammo per il mercato dei pittori e la sera, quando tornando da palazzo ripassai di li, vidi il mio ritratto e quello dei miei compagni dipinti sulla carta e appesi al muro. Ognuno prese a osservare quello del suo vicino e la somiglianza era perfetta! A quanto mi hanno detto, i disegni erano stati eseguiti per ordine del sultano: i pittori erano venuti a palazzo mentre noi eravamo là e ci avevano osservati — e poi ritratti — senza che ce ne accorgessimo. Fanno così con chiunque passa dal loro paese, così se uno straniero commette qualcosa per cui si trova poi costretto a fuggire dalla Cina, il suo ritratto viene mandato in tutte le province perché lo possano cercare, e ovunque si trova qualcuno che assomiglia a quel disegno, lo arrestano. (p. 698)

NoteModifica

  1. Citato in James Rumford, Traveling Man: The Journey of Ibn Battuta, 1325-1354, Boston, 2001, p. 17.
  2. Da I viaggi, a cura di Claudia M. Tresso, Einaudi, 2008-
  3. Probabilmente si riferisce al tratto di mare che separa le due sponde della città

BibliografiaModifica

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