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Giuseppe Giacosa

drammaturgo, scrittore e librettista italiano
Giuseppe Giacosa

Giuseppe Giacosa (1847 – 1906), commediografo italiano e librettista d'opera.

Indice

Citazioni di Giuseppe GiacosaModifica

  • Dal Cenisio al Mongibello | Dal mare greco al Tosco mar | Ogni villa, ogni castello | È concorde in esultar. | La cagion di tanta gioia | Regal vergine [Margherita di Savoia] sei tu | Tu la perla dei Savoia | Fior di grazia e di virtù.[1]
  • Paggio Fernando, perché mi guardi e non favelli? Guardo i tuoi occhi che son tanto belli.[2]
  • Campioni: Io non so come si gridi tanto alla difficoltà che c'è a trovare argomenti nuovi e ad essere originali! Sono lì, gli argomenti, non c'è che a stendere la mano. [...] Io voglio dimostrare che la matematica regge colle sue norme immutabili anche la poesia. [...] Un verso composto di un numero dispari di parole, è matematicamente più armonico di quello in cui il numero sia pari... e così per le sillabe, e così per le lettere. [...] Nell'Orlando furioso ci sono in tutto 375 mila 197 parole. Dispari il numero totale, e non solo dispari il numero totale, ma dispari anche le cifre che lo compongono. Eccole spiegata la sorprendente bellezza del libro. Nel primo canto, ci sono 5041 parole, altro numero dispari. Prendiamo due versi a casaccio. (Apre il manoscritto). Canto quattordicesimo, ottava trentasettesima, verso primo:
    «Come lupo o mastin ch'ultimo giugne...»
    sette parole, che bel verso! e subito
    «Al bue lasciato morto dai villani...»
    sei parole, verso orribile, quasi che i villani dei buoi morti non sapessero che farsene, magari!
    [...]
    Carlo: Le dico schietto che lei ha fatto opera di profondo studioso, di buongustaio, di grande ingegno e di gran cittadino.
    Campioni: Ah! Perché la poesia...
    Carlo: È il cardine.
    Campioni: È il cardine. Guardi: cardine: bellissima parola: sette lettere. Osservi il nome dei massimi poeti. Dante, cinque lettere; Ariosto, sette; Tasso, cinque; Petrarca invece otto, difatti è molle ed effeminato. Foscolo, sette; Alfieri, sette; Manzoni, sette; Leopardi, otto, ed è uno scettico. Le pare? È novità codesta?
    Carlo: E come!
    Campioni: Pensare che in tanti grandi ingegni che furono con tante arti poetiche e regole di scuola scritte in tutte le lingue, nessuno ancora considerò l'estetica in rapporto coi numeri. Le note musicali, sette. Perché la scienza moderna ci insegna a generalizzare. Trovato un principio, a volerlo applicare ammodo, si vede che calza per tutto. Qual è il tipo della famiglia bene assortita? Un padre, una madre e un figliolo. Tre. Sono considerazioni codeste?![3]

Incipit di alcune opereModifica

Acquazzoni in montagnaModifica

Garbini: È possibile trovare una buona guida?
Carletto: All'Hôtel du Mont-Rose a Gressoney sempre: ce ne abbiamo oggi appunto una famosa.

Come le foglie: commedia in quattro attiModifica

Al sorgere della tela, tre facchini, carichi di valigie, vengono dalla sala da pranzo ed escono per la Comune. Si vede nella sala da pranzo LUCIA che viene e va, portando robe che depone sulla tavola. NENNELE nel salone, ritta presso una consolle sta registrando su di un foglio volante il numero dei colli. Si ode di quando in quando uno scampanellìo rabbioso ed impaziente.

Nennele ai facchini.

Quante sono?

Un facchino.

Sei dabbasso e qui tre. Nove.
Via.

Diritti dell'animaModifica

PAOLO, è seduto alla scrivania sulla quale si vede un mucchio di carte sciolte.

MADDALENA, entra.
Paolo.

Ebbene è tornato?

Maddalena.

Non ancora.

Paolo.

Ce ne hai messo del tempo!

Maddalena.

Sono stata a cercarlo al caffè della Posta.

Paolo.

Ti avevo detto di vedere in camera sua od in giardino. C'è bisogno di andar via per il paese?

Impressioni d'AmericaModifica

Alle dieci della mattina il grande bastimento si stacca dal Dock e move lentamente rasentando i muraglioni bianchi del porto: scricchiola quasi compresso nella stretta di un ponte girante e procede cauteloso nei bacini senza dar fumo nè fischi, la macchina inerte, tirato a rimorchio da un vaporetto a prua, tenuto a segno da un altro vaporetto a poppa.

La zampa del gattoModifica

Appena levato il sipario si ode di fuori una scampanellata.
Marcello (che stava scrivendo si alza): Ah! finalmente! (lunga pausa) Che tempo ci mette! (suona due volte il campanello. Anselmo entra). È la posta?
Anselmo: No, signore. È venuto Clemente.
Marcello: A che ora arriva la posta?
Anselmo: Verso le tre.

Non dir quattro se non l'hai nel saccoModifica

Laura è seduta presso un tavolino da lavoro e sta ricamando. È una giornata d'autunno. All'aprirsi della scena le finestre mettono ancora un po' di luce.

(Nordi entra).

Laura: Siete voi Nordi? Buonasera.
Nordi: Buonasera, signora Laura. Ci volete lasciare gli occhi? Che cosa fate con questo buio?
Laura: Ricamo.

Resa a discrezioneModifica

Elena: Filippo.
Filippo: Eccomi.
Elena: Chiudete quell'uscio e servite il caffè.
Filippo: Subito. (fa per chiudere).

Storia vecchiaModifica

Alfonso (al Servo): Direte che scendano le mie robe.
Servo: Il signor duca parte oggi?
Alfonso: Parto oggi.

Tristi amoriModifica

EMMA siede davanti al caminetto, pensosa. FABRIZIO entra dallo studio, si guarda attorno, viene non avvertito fin dietro di lei, le prende la testa fra le mani, la rovescia verso di sé e la bacia sulla bocca.

Emma.

Mi fai morire!

Fabrizio.

Dimmi che mi ami; dammi il buon giorno con una parola d'amore! Dimmi che mi ami.

Emma.

Ti amo.

Fabrizio.

Dimmelo ancora.

Emma.

Ti amo, ti amo, ti amo! Sei venuto, sono contenta.

Una partita a scacchiModifica

Di questa fiaba in versi ho tolto l'argomento
Da una romanza scritta circa il mille e trecento.
A dire il vero, in calce la data non ci sta,
Epperò nei cent'anni spaziate in libertà.
Mezzo secolo prima, mezzo secolo poi,
A me non giova nulla, e poco importa a voi.
La romanza era scritta in lingua provenzale,
In quel metro monotono, cadenzato ed eguale,
Che infastidisce i nervi qual tocco di campana:
Ma in quella cantilena, per dissonanza strana,
C'era un fare spigliato, un'andatura snella,
Che mi costrinse a leggerla ed a trovarla bella.

Citazioni su Giuseppe GiacosaModifica

  • Cantò tutta la notte un coro
    di trilli arguti e note gravi;
e il plenilunio d'oro
splendé sul letto dove riposavi.
All'alba si diffuse un grande
odor nel portico: il tuo chiostro
fu pieno di ghirlande:
una diceva: AL CARO PIN CH'È NOSTRO. (Giovanni Pascoli[4])

NoteModifica

  1. Ballata composta nell'aprile 1868 in occasione delle nozze del principe ereditario Umberto I di Savoia con la cugina Margherita (Romano Bracalini, La regina Margherita, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1985, ISBN 88-17-16555-7).
  2. Da Una partita a scacchi.
  3. Da La gente di spirito, Atto II, Scena IV.
  4. Dall'ode A Giuseppe Giacosa che il poeta dedicò al Giacosa defunto. Da Odi e inni.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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